"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#2] Il giorno dopo

[#2] Il giorno dopo 11/06/2010 05:12 #117

Periodo: Dicembre 2007

Numero partecipanti: 9
maxmara
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:13 #183

IL GIORNO DOPO di maxmara


Apatico.
Insofferente.
Aggettivi che potevano descrivere realisticamente il mio umore negli ultimi giorni.
Non avevo voglia di fare nulla, sentivo un cerchio alla testa continuo e la costante, fastidiosa sensazione di essere tra i coglioni.
Avevo litigato con la mia ragazza per colpa della mia fottuta gelosia, pochi giorni prima; sapevo di aver esagerato, meritavo la reazione scazzata di Chiara e sentivo il bisogno di chiederle scusa per le mie scenate.
Avevo avuto problemi con un collega di lavoro, con cui però, forse, avrei chiarito la situazione rapidamente.
Avevo discusso coi miei genitori, sempre per colpa della mia testa dura; lo sapevo benissimo che a volte la mamma e il papà hanno ragione.
Era un periodaccio, ma quel giorno era diverso. Quella mattina mi ero svegliato col piglio giusto, col sorriso sulle labbra.
Era il mio gorno.
Ne ero certo.
Mi alzai di scatto, senza le solite accortezze. Quel giorno non ne sentivo il bisogno, mi sentivo più vitale che mai. Accesi il cellulare e trovai un sms di Chiara, che mi chiedeva scusa per le sue reazioni e mi chiedeva di vederci il prima possibile per fare la pace.
Mi ricordai proprio in quel momento che quel giorno era l'anniversario di matrimonio dei miei genitori; ero felicissimo di festeggiare insieme a loro.
Era - il - mio - giorno.
Mi lavai la faccia, soffermandomi più del solito sui miei bei lineamenti;
accesi il televisore per leggere la pagina 101 del televideo e sorrisi, ascoltando proprio quella pubblicità che di solito mi faceva tanto incazzare.
Aprii la finestra e rimasi inebriato dal profumo della primavera; quell'odore, solitamente coperto dallo scazzo mattutino, mi penetrò nella testa fino a farmi promettere di prestare più attenzione alla natura e al mondo circostante, in ogni momento.
Venti minuti dopo ero in macchina, pronto a cominciare una nuova giornata di lavoro, per una volta però col sorriso sulle labbra.
Il mondo aveva colori nuovi.
Non solo il grigio dell'asfalto e il bianco della segnaletica orizzontale, ma il rosa dei peschi in fiore a destra, e il verde del grano ancora giovane a sinistra, sovrastati da uno stupendo cielo azzurro. Spogli filari di viti facevano invece capolino dagli specchietti retrovisori, carichi di ricordi autunnali e di speranze per la nuova vendemmia ancora lontana.
Che bello aprire gli occhi di fronte al mondo! Finalmente!
Davanti, una curva pennellata di bianco.
Fu un momento.
Fosso.
Palo.
Buio.
Era il mio giorno.
Avevo ragione.


Il giorno dopo, il bianco della segnaletica orizzontale si mischiava al grigio scuro della mia inutile frenata.
Mio padre e mia madre avevano appena perso la possibilità di partire per barcellona. Doveva essere una specie di seconda luna di miele, un bel viaggio da fare da soli.
Invece erano rimasti in Italia per colpa mia, per la mia disattenzione; anche la mia ragazza era lì a casa mia, ma non per passarci il weekend insieme a me come avevamo programmato.
Si piangevano sui maglioni, ormai destinati a finire negli armadi, e si consolavano cercando di spiegare quanto grande fosse stata la fortuna di conoscere me.
Nessuno ricordava le cinghiate di mio padre, le fughe da scuola, le litigate furibonde e le sensazioni di aver a che fare con un poco di buono.
Tutti ricordavano invece il mio bel sorriso, il mio buon cuore, le belle parole che avevo speso per chi apprezzavo e le pacche sulle spalle date ai veri amici.
Da morto avevo capito che ero stato un bravo ragazzo.
Ero contento.
Poi pensai che anche di chi fa una strage prima di uccidersi si dice che "era un bravo ragazzo, non mostrava segni di squilibrio".
Ed ero un po' meno contento.

Ed ero un po' meno contento.
Non potevo esserlo, comunque. Avevo visto i miei genitori straziati scoppiare a piangere nel momento del riconoscimento della mia salma; avevo sentito rimbombare il "nooooooooooooooooo" di mia madre fin nel profondo della mia anima: la sensazione peggiore della mia vita l'ho provata da morto.
Io nella mia vita avevo sempre pensato al dolore che può provocare la morte, e in particolare il momento in cui ti rendi conto di non poter più fare nulla.
Mi immaginavo di fronte a un medico che a voce bassa mi spiegava che avevo pochi giorni di vita prima di andarmene definitivamente, oppure cercavo di immedesimarmi nel ragazzo che non può più fare nulla mentre la sua macchina piomba in un precipizio, attendendo solo di schiantarsi al suolo qualche decina di metri più giù.
Mi è capitato spessissimo di pensarci, e ho sempre pensato alla mia angoscia, ai miei pensieri, al mio dolore, alla mia sofferenza.
Solo da morto mi sono accorto che la vera sofferenza è quella dei parenti e degli amici, perchè sono loro che perdono una persona cara.
Solo da morto ho capito che tante volte ho sprecato il tempo che mi era stato concesso, ma non solo perchè non capivo cosa sarebbe stato giusto fare; semplicemente, perchè non lo facevo.
Dicono che il battito d'ali di una farfalla possa scatenare un tornado dall'altra parte del mondo: io ci ho sempre creduto.
Io ci credevo semplicemente perchè fare il primo passo, decidere di VOLER fare una cosa, è ciò che ti spinge poi a farla; è il primo movimento quello che decide tutto, se non ci fosse quello non esisterebbe la partenza.
La mia tesi già quando ero vivo prendeva forza ogni mattina di più: quando suonava la sveglia, e io invece di alzarmi subito aspettavo 5 minuti, e poi mi riaddormentavo. Sempre.
Mentre correvo per strada per non perdere il treno, o l'autobus, pensavo sempre alle ali di quella farfalla, e mi riproponevo di voler essere una farfalla, da quel momento in poi.
Poi la mattina dopo ero di nuovo un bruco, e le ali non le muovevo. Forse è per questo che mi ha sempre affascinato l'origine, il bambino che corre insieme agli altri milioni di potenziali bambini per arrivare primo a fecondare; perchè io nella vita di tutti i giorni non sono il primo, ma uno dei tanti.


Quel giorno, però, seppur estremamente turbato dal grido di mia madre, ero contento.
Quel giorno io non ero uno dei tanti.
Quel giorno ero Luca.
Quel giorno ero il "povero Luchino".
Quel giorno ero Luchino il buono, Luca il bello, il bravo, l'educato, il carino, il sorridente, lo studioso, il lavoratore.
Non ero uno dei tanti.
Tutti i fiori erano per me, tutti quanti arrivavano per salutare me.
La morte mi aveva preso a braccetto, aveva scelto me, e questo era il mio addio al celibato.
Tutti mi pensavano, tutti piangevano.
Piangevano per me e io me la ridevo.
Stavo bene, in pace con me stesso nel mio vestito nero.


Il giorno dopo, però, le loro lacrime si erano già asciugate.
Il giorno dopo la vita non mi ricordava più.
Il giorno dopo ero solo crisantemi in un vaso d'ottone.
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:15 #184

COLLABORAZIONE CHE VIENE, COLLABORAZIONE CHE VA di ultralab


L'ultima busta paga ha finalmente dato cenno di sè, il programma adesso prevede alcuni giorni passati stancamente tra divano, letto, supermercato, scrivania, tutti senza soluzione di continuità; qualche libro cautamente messo da parte nei mesi precedenti, le volte in cui la cassa non languiva troppo o la voglia di avere per le mani determinate opere era comunque più forte di tutte le remore da sindrome della quarta, terza, seconda o prima settimana del caso, pronto per essere affrontato.
E domani, oppure un giorno qualunque suonerà il telefono e giungerà una voce "amica" a chiedere delle forme di disponibilità a fare il solito inventato lavorio da massimale 0,
e, come ormai troppo spesso capita, tutti gli altri giorni dopo ci saranno progetti ben elaborati e messi momentaneamente in naftalina per mancanza di slancio a gridare vendetta, a rendere pesanti le notti e poco amorevoli le attenzioni nei confronti della compagna: piccoli sogni diventati incubi che attanaglieranno l'attesa, che faranno invecchiare ancora un poco, ma che soprattutto cominciano, per quel formidabilmente pratico istinto di auto conservazione che a volte esagera e nella stagnazione degenera in pigrizia, ad essere normalità.
E quando uno assaggia per tanto tempo la disperazione si abitua, in qualche misura corre pure il rischio di non poterne fare a meno, addirittura chiede di essere trattato così (o quantomeno dà per scontato che così debba andare), perchè non sa come sarebbe giusto essere trattati veramente oppure non se lo ricorda più.
Il latte con dentro dei biscotti sciolti, entro breve seguiti da nuovi biscotti candidati allo stesso ruolo di pappetta dentro un denso brodo latteo/frumentoso, rivitalizza la bocca impastata dal numero folle di sigarette forti ma economiche consumate la sera prima ad un balcone, mentre con Lei parlava di quanto sarebbe bello e buono avere certe robe da fare e certe altre da impostare, divani nuovi da guardare, animali domestici da amare, auto da cambiare; tutti argomenti che discussi in quel momento sembravano tranquillamente affrontabili, ma che nel corso dei minuti (e della nicotina in circolo) su lui hanno tracciato il solco che l'avrebbe portato a tornarsene frettolosamente a casa, non dormire, farsi una doccia caldissima, asciugare i capelli, fare la barba, cercare una camicia, stirarla, eseguire la stessa procedura con calze e mutande -gli era sembrato davvero buffo il gesto della stiratura delle mutande.. in effetti era una cosa che fino a quel momento aveva visto fare solo da sua madre.. ultimamente anche da Lei, ma che aveva sempre trovato lo sforzo più inutile del mondo, "che bisogno ci sarà mai di stirare la biancheria intima?"- per una volta gli era sembrata una buona idea.
E adesso con indosso quelle mutande grigette, le calze nere di filo di scozia, una fantastica canottiera bianca, il naso dentro la zuppiera, più che tazza, del latte e il resto dell'abbigliamento selezionato nel corso della notte ad attenderlo, si chiede se finito di prepararsi avrà voglia di aspettare ancora, di essere anonimo protagonista di un giorno dopo qualunque, carico solo delle angoscie residue lasciate da tutti i giorni dopo che hanno preceduto questo.
"La cravatta? che cravatta mettere? (altri biscotti nella zuppiera) e il panciotto sarà il caso di metterlo? ma sarà poi necessario conciarsi così per andare a fare la spesa in un supermercato di basso profilo in periferia di milano? forse che vestito in questo modo la condizione cambi?". Gli viene in mente un discorso di Di Vittorio citato da un politico qualunque, in cui il sindacalista sosteneva quanto fosse importante per il lavoratore, il salariato, avere un vestito buono da tirare fuori la domenica, perchè quello era il modo per dimostrare alle altre classi la propria dignità.Qualcosa tipo "almeno la domenica siamo tutti uguali", con un abito? e comunque è venerdì, chissà perchè tutta questa fotta del vestirsi cromato?
Sesto senso? magari uno tirandosi a lustro chiama le attenzioni della voce "amica" o di qualche forza superiore che si è ben accorta di come sia stata spesa la notte da un eroe in attesa di tempi migliori, nella speranza che questo giorno dopo qualunque abbia uno slancio in più da offrire, speme per una volta da piantare su di un terreno non necessariamente solido, ma almeno coltivabile.
Oggi milano ha un passo un po' stanco, ma in effetti gli ultimi 2 giorni della settimana seguono sempre un crinale più sincopato, prendono ritmi rilassati, nonostante i volti della gente sembrino sostenere il contrario.
e che passo ha in mente di tenere il nostro?
Intanto la vestizione è stata completata, il carnet tirato fuori dall'altro pantalone e la sigaretta di basso profilo accesa.. sono le 10, nessuna chiamata ancora, bisogna far la spesa... forse un giro in metro prima, sì un giro in metro, uno soltanto, uno solo, uno..
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:30 #185

IL GIORNO DOPO di marcoslug


L’appartamento è un gioioso e accogliente cinquanta-metriquadri in pieno centro, di proprietà di David, polivalente ed efficiente organizzatore di feste. L’occasione del giorno è una cena multietnica, nel menu e negli invitati. C’è il nostro ragazzo, che per comodità chiameremo Marco, insieme al suo amico “Tiradritto” Leonardo; ci sono ovviamente David e la sua cricca; ci sono Laura con i suoi occhi color ciano, Chiara con i suoi amiccanti occhiali da segretaria, e Yolanda con la ypsilon; c’è un gruppo di spagnoli in Erasmus e un gruppo di simpatici siciliani da asporto; c’è un mucchio di altre persone che il nostro ragazzo non conosce. L’odore di carne alla griglia è mescolato all’odore di empanadillas, che si fonde a sua volta con l’odore di tabacco sfuso spanso dalla tante bustine semiaperte; con buona pace della carta da parati e dei vestiti dei presenti, che ne verranno irrimediabilmente impregnati. C’è molto rosso nell’appartamento di David, e pure una puntina di verde evidenziatore. Il nostro ragazzo, Marco, siede inerme, rapito dai colori e inebriato dall’alcool che comincia a girare massiccio per la casa.

- E tu, Marco, ce l’hai una ragazza?

Una piccola coorte di fanciulle curiose non meglio identificate ha accerchiato il nostro ragazzo, gettandolo all’angolo di un ring su cui non avrebbe voluto combattere. Marco cerca un vacuo conforto nel lampadario, ma la luce non salta sul più bello come nei film.
- Io… no, non ce l’ho. Ho una scarsa attitudine con le ragazze. Semplicemente spariscono, scappano. Mi è capitato un giorno di perderne una nel bel mezzo di un’ordinazione al bar. Una Schweppes Lemon per me e una Spuma bionda per… puff, dileguata. E quando devi voltarti indietro per guardare è un dramma, vuol dire che non sai cosa aspettarti… come Orfeo ed Euridice, non so se…
Il tono di voce di Marco è calato progressivamente, quasi in una forma di autocensura. Avrebbe voluto dire che ha il cuore che sferraglia e che Leif Erikson degli Interpol, ascoltata rigorosamente in loop, è il suo paradigma di relazione, ma per fortuna le fanciulle hanno mollato la presa e l’hanno tolto di impaccio, andando a torchiare un altro malcapitato e lasciando il nostro ragazzo libero di respirare l’aria buona di una serata molle e festaiola.

C’è differenza tra il giorno e la notte. La notte è un crocevia di speranze e riflessioni, condite da abitudinari divertimenti e da canzoni che ascolti al ritorno in macchina e fanno da anestetico per i sensi; il giorno dopo è sempre domenica mattina, che ti risvegli con la bocca amara ed il corpo madido del sudore di un sogno riuscito male. Che non c’è più neanche la magia delle partite ascoltate per radio, aspettando un gol all’ottantottesimo di Balbo.
Il nostro ragazzo frigge nel letto, e sono più o meno le dieci di mattina di un giorno dopo qualunque; c’è sempre il solito sogno dietro, roba di ascensori che non si fermano più e che sfondano il tetto dello stabile; le solite sensazioni sgradevoli. Un suono metallico emerge dalla mediocrità: è l’avviso di ricezione di un SMS. Marco afferra pigramente il telefonino, le dita scivolano sicure a digitare la mnemonica combinazione. Il testo del messaggio appare, freddo e rivelatore, sul display: «Io non scappo. Chiara.».
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:31 #186

IL GIORNO DOPO di simcam


Il giorno dopo il loro matrimonio, Francesca preparò la colazione e la portò a letto a suo marito Michele. Lo svegliò baciandolo, mentre pensava che quella era la cosa che avrebbe voluto fare per tutto il resto della sua vita. Francesca e Michele scartarono i regali per tutto il giorno, sistemandoli nella loro nuova casa e verso sera prepararono i bagagli per la partenza del giorno dopo. Solo ogni tanto Michele si assentava per telefonare alla sua segretaria, per aggiornarsi sul prezzo del petrolio, per autorizzare la vendita dei barili e per rassicurarla sul loro amore, che il suo matrimonio non avrebbe rovinato niente. Francesca non aveva mai diviso la casa con nessuno e non aveva mai immaginato cosa potesse accadere alzando una cornetta del telefono nell'altra stanza.
Il giorno dopo, all'aeroporto, quando Michele uscì dal bagno, non trovò più Francesca ad aspettarlo e per il resto della sua vita non fu più svegliato con la colazione a letto e un bacio.

Il giorno dopo la nascita di Matteo, tutti i parenti accorsero a far visita a Giulia e Marco. In realtà erano solo i parenti di Giulia, perché Marco non aveva mai conosciuto i suoi genitori ed era cresciuto in un orfanotrofio. Tutto il giorno fu un via vai di persone più o meno conosciute. Un giro estenuante di baci e congratulazioni, complimenti alla mamma per il parto e Marco che continuava a riempire vasi con i fiori.
Solo verso sera, quando anche l'ultimo parente se ne andò, Giulia crollò addormentata e Marco riuscì a tenere suo figlio tra le braccia. E sentì, per la prima volta nella sua vita, di aver fatto qualcosa di buono e di far parte di qualcosa. Di una famiglia.

Il giorno dopo aver conosciuto Valentina, Michele aveva già capito che sarebbe stata l'amore della sua vita. Non glielo disse mai perché niente al mondo avrebbe potuto far innamorare Valentina di Michele, ma questo per lui era solo un dettaglio. Valentina sapeva bene che tipo di sentimenti provava Michele per lei e ne era molto gratificata. Michele fu l'unica persona a rimanerle accanto tutta la vita. Dopotutto, gli unici amori che resistono al tempo sono quelli non corrisposti.

Il giorno dopo il suo nobile gesto, Piero si risvegliò in una camera d'ospedale senza le gambe. Aveva salvato una bambina da un incidente e venne riconosciuto da tutti come un eroe. Gli fecero anche una grande festa nella piazza della sua città con la presenza di autorità e giornalisti. Il giorno dopo si scordarono tutti di lui, anche la bambina a cui aveva salvato la vita. Ma Piero sapeva come girava il mondo e non rimpianse mai il suo gesto.
Diversi anni dopo su un giornale, Piero riconobbe in una ragazza trovata morta per droga la bambina che salvò e un po' gli girarono i maroni.

Il giorno dopo l'acquisto della sua prima moto, Marco si sentì veramente libero. Uscì per fare solo un giretto e invece finì al mare. Si mangiò un panino davanti ad un panorama mozzafiato anche se non riusciva a staccare gli occhi dalla sua nuova moto. Il rombo del motore gli sembrava musica e l'aria calda sulle braccia gli dava una sensazione che non aveva mai provato prima.
Marco non tornò mai più a casa. Il giorno dopo la morte di Marco niente tornò come prima e mi lasciò per sempre un'ombra sul cuore.

Il giorno dopo la partita, Andrea non aveva ancora chiuso occhio. Aveva passato la notte a festeggiare la vittoria della coppa del mondo insieme ai suoi migliori amici e insieme a gente che non conosceva e che non avrebbe mai conosciuto, ma si erano lo stesso abbracciati come se non fosse possibile farne a meno.
Quella mattina, mentre tornava a casa, guardò i suoi amici e la sua città. Entrambi non erano perfettamente in forma. Ma dentro di sé ebbe la sensazione che in quel momento tutto era perfetto. E non avrebbe mai dimenticato quella notte.

Il giorno dopo il suo primo bacio, Dario pensò di aver trovato l'amore e la ragazza più bella che lui avesse mai conosciuto.
Il giorno dopo il loro bacio, lei non pensò esattamente le stesse cose e si scordò di chiamarlo prima di partire per il ritorno a casa. Per lei le vacanze erano finite.

Il giorno dopo, John Lennon riguardò tra le cose registrate la sera prima e trovò quella canzone perfetta. La cosa migliore che avesse mai fatto. E pensò che forse, finalmente, aveva trovato la pace in se stesso. Sempre quel giorno, verso sera, Mark David Chapman uccise John Lennon e lasciò il mondo in un posto peggiore.

Il giorno dopo tutto questo, la vita andò avanti lo stesso.
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:31 #187

IL GIORNO DOPO di maurocap


La sua auto ha un colore qualunque, è piccola, scomoda e sporca. È uno di quei mostri che fa impazzire tanti ambientalisti del cazzo perché inquina come una centrale a carbone e irrita tutti gli automobilisti in autostrada perché è troppo lenta rispetto alle loro astronavi americane lunghe come un treno. Col lavoro che fa è l'unica macchina che può permettersi. La periferia della città è lurida come lei, strangolata dalla cappa marroncina dei pomeriggi secchi di pieno inverno, quelli che ti fanno rimpiangere di non essere nato in Alaska dove fa più freddo ma almeno non si respira merda. Una puttana esce da un furgoncino mentre lui attende al semaforo, gli mostra quel poco di mercanzia rimastole dopo decenni di compravendita e vedendolo distogliere lo sguardo sputa sul finestrino. Il verde lo salva da un probabile litigio col pappone. Dopo due incroci si è già dimenticato di lei. Palazzi ingrigiti dallo smog a destra, parcheggi e il muro di cinta di una fabbrica abbandonata a sinistra, alberi morti su entrambi i lati. Un camion della nettezza urbana lo sorpassa strombazzando rabbioso, il che lo costringe a inchiodare all'improvviso per non cozzare contro una macchina in tripla fila scatenando le ire della vecchiarda che lo stava seguendo a bordo di una fottutissima BMW. Lui la ignora e prosegue, non manca ancora molto al negozio.
Eccolo.
Vorrebbe sbattersene delle regole e lasciare la macchina nel posto riservato ai disabili, ma non può perché un fighetto spuntato dal nulla gli taglia la strada sghignazzando e glielo ruba. È sempre così, è sempre in ritardo. Per venti minuti gira intorno al quartiere cercando il posto giusto, alla fine lo trova e non è neppure male, è appena al di là della strada. Esce lasciando tutto aperto, tanto nessuno gliela ruberebbe mai. Il negozietto è così piccolo che fa quasi tenerezza, stretto tra una palazzina dell'ottocento colonizzata dai cinesi e una autorimessa devastata da murales orrendi. Quale contrasto! È coloratissimo, sembra un gioiello di primavera, brilla come quelle giornate che si vedono solo più nei film. Gerani, petunie, rose, tulipani, lillà e dozzine di altri fiori che lui non conosce affatto. Una meraviglia. Per un attimo resta fermo davanti alla vetrina, ammirato da tanta bellezza, poi un ragazzino gli urla «Finocchio!» riportandolo con i piedi per terra.
Entra.
Che profumo!
È meraviglioso...
Una orchidea bianca e blu cattura i suoi occhi svuotandogli la mente. Le si avvicina e la accarezza con l'indice proteso, spaventato di poterle rubare la bellezza col suo tocco sudicio.
«Buona sera. Posso aiutarla?»
La voce lo sorprende alle sue spalle. Non gli capita quasi mai, evidentemente tutti quei colori lo hanno davvero scombussolato. Si volta e la vede.
Maledizione.
È in piedi accanto a un cespuglio variopinto su cui sta spruzzando acqua . In mano ha una piccola spugna con cui pulisce le foglie una per una, con un amore che nessuna creatura al mondo meriterebbe. Ha i capelli castani, il viso scuro e liscio. Ovale. I boccoli mossi sembrano morbidissimi, da infilarci subito le mani dentro per giocarci fino a morirne. È una giovane donna, unione suprema del sangue di mille razze diverse.
L'ambra dei suoi occhi è fissa sui suoi.
Toglie il fiato.
«Sto cercando Ahmed.» Bisbiglia strozzato.
Lei non gli da il tempo di pensare. «Papà!» Chiama.
Perché è qui? Maledizione due volte!
Il vecchio proprietario giunge dal retro, sorridente. «Eccomi.» Annuncia.
Si fa cupo vedendo il nuovo arrivato. La bocca gli si apre in una smorfia sorpresa. È questione di un attimo perché un colpo preciso gli spacca la fronte spargendo sangue dappertutto. La ragazza è troppo sconvolta, guarda i resti del padre e neppure si accorge della pistola puntata contro di lei.
Un altro scoppio.
Rimasto solo inspira un'ultima volta il profumo dei fiori, lo fa disperatamente sperando di portarselo con sé per sempre. Sa che non accadrà. Esce silenzioso come è arrivato, sale sul suo macinino e si allontana nel traffico confondendosi tra decine di migliaia di mille altre quattroruote simili alla sua. Quando si stanca di guidare è ormai notte fonda e sente che sta per crollare, torna a casa e si sdraia sul divano. La televisione è accesa ma chi si accorge di quel che dice? Beve un'intera bottiglia di un intruglio russo distruggendo con un solo gesto sia il fegato che un'altra manciata di neuroni. Non gli basta, si sente uno schifo così sfonda il frigo e si attacca alla grappa.
Forse sviene.
Un trillo insopportabile lo risveglia.
È sdraiato sul letto e non sa come è arrivato fin lì. Lo scheletro di una bottiglia azzurra è in terra accanto al comodino. Si sente come una campana stonata, il suono si ripete, echeggia poderoso perforandogli le tempie da una parte all'altra. È uno schifo, lo sa. Sta male ma non per colpa dell'alcol. Cinque minuti o cinque secondi dopo risponde al cellulare mettendo fine alla sofferenza.
«Abbiamo la conferma.» Dice la macchinetta.
Lui grugnisce una risposta incomprensibile.
«Missione compiuta. Ritieniti libero per i prossimi cinque giorni. Onnor si complimenta.»
Poi attacca.
Detesta sempre il giorno dopo.
È il peggiore.
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:32 #188

IL GIORNO DOPO di icarothelight


Ci sono cose che si possono raccontare ed altre che devono rimanere taciute. Lo sapeva bene il ragazzo, questo sì, lo sapeva bene! La mente gli tornava come disco rotto a quel momento, dieci minuti prima, una decisone che gli avrebbe cambiato la vita.
Schiacciava il pedale dell'acceleratore, come se volesse cancellare quel ricordo, ma gli era ancora troppo addosso e chissà quando avrebbe mai potuto liberarsene. Svestirsi dei rimorsi.
'Non ci pensare' si disse, 'devi solo andare lontano'. Si ma prima doveva correre a casa... prendere le sue cose. Doveva fare tutto per bene. Con calma (!). Frenò davanti casa e corse verso la porta.
‘Calmati, sei troppo agitato!’ una voce lo drizzò poco prima di entrare. L’uomo gli sorrise, il volto scavato era in un qualche modo simpatico e terrorizzante allo stesso tempo. Clarence si calmò improvvisamente come ipnotizzato, l’uomo cominciò un passo di danza e si diede alla prima macchina che passava per strada… ma anzichè venirne schiacciato, venne lanciato verso l’aria, come un palloncino.E come un palloncino volò via. Clarence riaprì gli occhi. Non c’era stato alcun uomo ovviamente, ma stranamente si era davvero rilassato e così, con estremo controllo entrò in casa. Salutò la madre che come al solito era sul sofà a leggere ed entrò in bagno. Sbuffò e sbraitò ai 4 venti:
"Mamma il rubinetto perde ancora! Ma ti decidi a chiamare l'idraulico?". Erano giorni che il rubinetto gli dava il tormento di notte con quell’ossessionante sgocciolìo. Ovviamente aveva altre cose, ben più importanti a cui pensare, ma tutto doveva sembrare il più possibile normale. Un urlo che non era umano lo aggredì dalla porta del bagno appena chiusa. Come di qualcuno/qualcosa che precipita. Riaprì la porta in un lampo e l’uomo di qualche minuto prima era lì. Stesso viso scavato, stessa sciarpa viola, stesso sorriso cordiale. Clarence rimase immobile, mentre l’uomo trasformava il suo viso in un urlo orribile. Un grido che non emetteva suono però…qualcosa che ad ogni modo gli stava lacerando i timpani. Portò le mani sulle orecchie e chiuse istintivamente gli occhi. Quando li riaprì, tutto era tornato normale.
Cominciò a tremare, le gambe si rifiutavano di fare il proprio lavoro e sentì un mano appoggiarsi sulla spalla. Si voltò con estrema lentezza e vide sua madre che gli sorrideva. Il viso della donna aveva lo stesso sorriso di quell’uomo e questo gli gelò ulteriormente il sangue. “Sembrava un palloncino!” cantilenò la donna… “Prima sulla strada…”
Clarence urlò e salì di corsa in camera sua come rianimato di un energia totale ed improvvisa. Entrò e rimase con la schiena contro la porta e per la prima volta cercò di riavvolgere il nastro di quegli ultimi incredibili 20 minuti.
La sua decisione…. Era tutta colpa di quello che aveva fatto e deciso lo sapeva! Ma come avrebbe potuto cambiare le cose? Cosa avrebbe fatto un altro al suo posto?
“Lo sai benissimo” L’uomo gli era di nuovo accanto, sorrisino docile. Stavolta aveva le braccia larghe, come per accoglierlo. Clarence quasi ipnotizzato, andò verso l’uomo che lo abbracciò, lo prese in braccio…e cominciò a cullarlo.
Clarence cominciò a piangere nel calore di quel corpo gelido. “Non volevo…” Singhiozzò “E’ successo tutto così in fretta… ed io sono così giovane…così…”
“Zitto” fece l’uomo “Ora riposa…su da bravo…” e continuò a dondolarlo.
Clarence crollò irrimediabilmente sperando di svegliarsi il più tardi possibile.
Non osava immaginare come sarebbe potuto essere, svegliarsi… il giorno dopo.
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:33 #189

IL GIORNO DOPO LA GRANDE CORSA di efri77


Sono a 220 chilometri all’ora e non va per nulla bene!
Mi faccio coraggio, mi sdraio ancor più sul serbatoio per esser coperto il più possibile dal cupolino, stringo le gambe alle carene, controllo la stabilità dello zaino che ho sulle mie spalle e poi con l’ultima frazione d’acceleratore aumento ancora la mia velocità.
E’ notte senza stelle e le luci dell’autostrada sono la sola guida della mia corsa. Ai miei occhi non sono più singoli punti luminosi ma due lunghe linee continue che come scia di cometa segnano strada al mio rapido andare. Mi correggo: al mio rapidissimo tornare.
C’è la famiglia alla fine del viaggio, mia moglie, il mio bimbo e la mia bimba che è l’ultima gioia.
Ricordo i loro sguardi quando gli ho lasciati, solo un mese fa, ma l’aria era di quelle pesanti, di quelle che non sai se e quando ti riabbraccerai. Solo la piccolina mi si è avvicinata e con un sorriso di quelli che ti fanno sentire più alto di venti centimetri e che solo la sua innocente esistenza può ancora creare mi ha raccomandato di non dimenticare una bella bambola per lei.
Il mio ometto invece se ne stava seduto al tavolo in cucina e con le braccia incrociate mi guardava imbronciato. Non me la prendo con lui, lo capisco e credo che infondo lui capisca me. Ha paura per suo padre, per lui e gli altri se senza me. Non vorrei farlo patire così, ma le difficoltà della vita di tutti i giorni l’hanno fatto crescere rapidamente, i suoi occhi, le sue mani, il suo stomaco hanno provato quello che mai un bambino dovrebbe, no, che mai nessuno dovrebbe. Con il pensiero dei loro occhi davanti e con il bacio di mia moglie ancora caldo tra le mie labbra accelero ancora e arrivo ai 260.
Mi sento un tutt’uno con il bolide sotto di me, le vibrazioni mi trasferiscono i suoi cavalli e il mio corpo trema di potenza. Ricordo che quando avevo poco più di vent’anni e giravo in moto c’erano le volte in cui dando tutto il gas alla moto mi mettevo ad urlare sotto il casco fino a restare senza voce, l’adrenalina era a mille e la fatica per restare attaccato al manubrio esaltava un senso di potenza e dominio su tutto quello che in un lampo mi lasciavo alle spalle, andavo così veloce da dimenticare dov’ero, cosa vivevo.
Anche ora l’adrenalina mi pervade, ma non riesco più a svuotarmi di tutti i pensieri come un tempo, ho gli occhi fissi sulla strada, penso che a mantenermi attaccato all’asfalto ed impedirmi di decollare sono solo pochi centimetri di pneumatico. “Mai risparmiare sulle gomme!” dice sempre un mio amico e ad ogni minima buca o avvallamento mi maledico di non averlo potuto ascoltare. Ho paura delle auto e dei camion che nella notte per mia fortuna non sono molto frequenti, ma bisogna avere mille occhi lo stesso. Non posso sbagliare nella mia situazione. Non posso fare nessun errore!
Per le multe invece mi ha aiutato un altro amico, ingegnere lui che ha potuto studiare. Molle, cavi e qualche saldatura ed ecco pronto un piccolo meccanismo, tiro una leva nascosta in carena e la targa diventa orizzontale e non più leggibile, la mollo e torna in posizione naturale per non destar sospetti nel traffico.
All’ingresso in autostrada, si prende il biglietto, la sbarra si alza ed è lo start, mollo il gas di colpo e impennando verso il cielo parte la mia personalissima gara, contro il tempo, contro la povertà, contro l’ “in”giustizia.
Penso a tutte le cose che farò domani, a come passare la frontiera, una sosta al duty free, una stecca di sigarette, una brioche - forse due - con il caffé, e una bella bambola; di quelle con il vestito dorato, i capelli biondo platino e gli occhioni azzurri. Già immagino il volto del solito spocchioso ragazzo del negozio che mi guarderà come un pezzente... “Se sapessi quanti soldi ho nello zaino mi daresti del gran signore” gli vorrei dire, ma non è certo per questo che ho fatto la rapina, pagherò lamentandomi del prezzo come sempre.
Mio figlio vuole studiare e sono sicuro che un giorno mi comprerà una moto; di quelle per fare i turisti.
Controllo che il mio zaino sia sempre ben saldo sulle spalle, voglio verificare il consumo del carburante, mentre lo abbasso sulla strumentazione lo sguardo mi cade sulla velocità: sfioro i 300. Sia io che la moto siamo al limite, riporto gli occhi sulla strada, non li chiuderò fino a domattina, non li chiuderò fino a casa.
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:33 #190

IL GIORNO DOPO di ratamiao


L’unico suono che animava l'ambiente era il continuo gracchiare della radio, che continuava a emettere scariche, ma nessuna voce amica o no sembrava voler spezzare la tensione che si era oramai consolidata negli angusti locali della stazione spaziale internazionale.
La terra stava là affascinante e bella come sempre, ma quella visione non provocava negli astronauti i soliti sentimenti di nostalgia e di gioia al tempo stesso nel veder la propria casa così vicina eppure così lontana, anzi.
Poche ore prima avevano assistito increduli a uno spettacolo che aveva gelato loro il sangue nelle vene... prima uno poi un altro, poi ancora un'altro come una serie di fiori che sbocciano tra l'ultima neve a primavera, avevano visto le nuvolette materializzarsi dapprima sugli stati uniti e sulla Russia, poi in diverse altre zone del mondo tra l'Europa e l'Asia.
Le ultime voci concitate che avevano sentito provenire dalla base a terra erano state: "... purtroppo questa volta la guerra atomica è iniziata, Dio abbia pietà di noi..."
Chissà quante persone erano morte laggiù, anzi, chissà se qualcuno era sopravvissuto, e sopratutto dove si trovavano costoro?
Si sarebbero ricordati che nello spazio c'erano cinque persone?
Sarebbero stati in grado di venirli a riprendere?
Ma per portarli dove? Su un pianeta oramai contaminato, retrocesso almeno al medioevo se non all'età della pietra?
Forse era meglio così, sarebbero rimasti bloccati lassù, fino a che le riserve di aria, cibo ed energia glielo avessero permesso, poi sarebbero morti lì in quel simbolo del passato orami prossimo della terra.
Il giorno dopo per loro sarebbe stato semplicemente un'attesa dell'ultimo giorno, passato sfiorando con lo sguardo l'amato pianeta che pare sempre sorridere come se nulla fosse successo...
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Re: [#2] Il giorno dopo 18/06/2010 15:34 #191

IL GIORNO DOPO di HIO-Paco


You Know the movie song
When you gonna realize it was just that the time was wrong?

Mark Knopfler


Aprì gli occhi e ce l’aveva fatta. Era dentro.
Cominciò a vagare all’interno della sua testa per trovare le risposte alle sue domande. Mancavano ormai pochi giorni al Natale e lui aveva promesso al suo amico di completare la storia che aveva iniziato anni prima, per poi regalargliela come presente.
Passò davanti a enormi scaffali pieni di libri e scatoloni, percorrendoli ala ricerca della scala.
Ci aveva provato, a continuarla, ma non ci riusciva. Leggendo e rileggendo quel che già c’era, però, si era reso conto di non essere stato lui ad averlo scritto. Era dunque partito alla ricerca dell’autore o, in alternativa, di qualcosa che lo aiutasse a ritrovarlo.
Salì sulla scala e si diede una spinta, sentendo il rumore delle rotelline che procedevano lungo la libreria. Scorrendo velocemente le targhette di quanto aveva innanzi, cercava qualcosa che lo potesse aiutare. Si fermò davanti a uno scatolone molto voluminoso con su scritto Alessia. Esaminandone il contenuto vi trovò un pupazzo, il libro che aveva adorato, un paio di guanti e delle foto, e un’altra scatola, che si curò di non aprire. Erano tutti oggetti che mai avrebbe potuto dimenticare, per questo comprese di non trovarsi nel posto giusto.
Scese dalla scala ed esaminò la libreria di fronte, con scarse speranze.
Calcio, Francesco, Verona, Niccolò Machiavelli. Tutte cose nitide nella sua memoria.
Scese, allora, la grande scalinata ottocentesca che si trovava alla sua destra, giungendo in un salone sterminato.
Sembrava una grande biblioteca, ma diversa da quella del piano superiore, più moderna, con scaffali più modesti, più simili a quelli di un negozio di libri.
Sulla destra i libri, sulla sinistra gli scatoloni.
Camminava lentamente, cominciando da manca, esaminando le solite targhette. Era un’immensa raccolta di episodi, ciascuno classificato per luogo e data, episodi che forse non ricordava perfettamente, ma erano ben lontani dall’oblio.
Decise allora di accantonare la ricerca in quel loco e volse le sue attenzioni ai libri. Nozionistica.
Migliaia e migliaia di concetti, eventi storici e fondamenti, raccolti in rigoroso ordine alfabetico. Tutta la sua cultura, tutti i suoi anni di studio erano in quegli scaffali.
Facendo qualche passo indietro, osservò la grande stanza, meravigliandosi di avere una tale organizzazione in testa.
Purtroppo, però, nemmeno lì c’era quello che cercava. Esaminò tutto il perimetro senza riuscire a trovare alcuna porta verso un’eventuale altra stanza.
Risalì dunque, la grande scalinata, ritornando ai due imponenti scaffali.
Cominciando a capire, un po’ per volta, come funzionasse la sua testa, raccolse la scatola Alessia, cercando qualcosa per il suo trasporto. Senza trovare nulla, chiuse gli occhi, e, quando li riaprì, un carrello portapacchi era davanti a lui. Vi pose sopra l’ingombrante bagaglio e si avviò lungo gli scaffali, scrutando i titoli attentamente. Raccolse ancora il libro intitolato Il Giorno Dopo e una scatola senza insegne, deciso ad esaminarla più tardi. Al che si mise con le spalle al muro e chiuse nuovamente gli occhi.
Senza riaprirli allungò una mano, trovando una maniglia.
La abbassò e la porta si aprì, portandolo in un piccolo stanzino, con una scrivania, una sedia e una lampadina attaccata al soffitto.
«Finalmente» disse.
Richiuse la porta e posò scatole e libri sul tavolo. Esaminò le pareti dell’aula con le mani, terminando con un verso seccato.
Si sedette sulla sedia e cominciò a pensare.
Dopo qualche secondo sulla scrivania era comparso un telefono, e stava suonando.
Convinto che fosse la cosa giusta da fare, alzò la cornetta.
«Finalmente» disse.
Ripose lo strumento e si alzò nuovamente in piedi, indirizzandosi verso la porta dalla quale era entrato. La aprì e si trovò davanti un piccolo armadio a muro, pieno di scatole e libri anonimi.
Sorrise e li tirò fuori, cominciando a esaminarne il contenuto. Scelse alcuni elementi, e li posizionò ordinatamente sul portapacchi.
Dopodiché, prese il grosso scatolone che aveva portato dall’altra stanza, lo aprì e lo svuotò nell’armadio. Poi ripose l’involucro vuoto sul carrello.
Rimase qualche istante a osservare tutti quegli oggetti che avevano avuto un significato, per lui, quindi sbatté la porta dell’armadio e si diresse ancora verso il telefono. Alzò la cornetta e aspettò qualche secondo.
«Cinque anni, non uno di più, poi potrai andare per la tua strada. Concedimi questi cinque anni, ho bisogno di te»
Annuendo ripose lo strumento e aprì la porta, trovandosi tra i due grandi scaffali.
Portò fuori il carrello con il materiale che aveva prelevato e quindi ritornò nello stanzino, chiudendosi la porta alle spalle.
Si sedette alla scrivania e prese in mano il libro che si era portato appresso insieme alla scatola che aveva vuotato nell’armadio.
Tirò fuori una penna dalla tasca e cominciò a scrivere sull’ultima pagina.
Sì, perché Il Giorno Dopo sarebbe stato diverso.
Ripose il libro nella scatolina anonima che ancora aveva loco sulla scrivania e la ripose accanto al telefono.
Quindi chiuse gli occhi.
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