"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#3] Come la neve

[#3] Come la neve 11/06/2010 05:16 #118

Periodo: Gennaio - Febbraio 2008

Numero partecipanti: 8
marcoslug
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Re: [#3] Come la neve 18/06/2010 15:42 #192

COME LA NEVE di marcoslug


Alle pendici del Monte Solitudo, sulle sponde del fiume Mestizia, c’è una casa di mattoni rossi con i pioventi straordinariamente inclinati, quasi a sfidare le leggi architettoniche della costruzione, e quattro finestre piccole e buie, una per ogni lato. Il salone che si snoda all’interno della casa è uno spazio ampio e spoglio, nel quale filtra una luce pigra eppure invadente, appena sufficiente comunque a mostrare i profili degli oggetti e dell’unica persona che si trova nella stanza: un vecchio sulla settantina, dallo sguardo ruvido e fiero, gli zigomi alti e le guance ancora piene, che ciondola armonicamente su una sedia a dondolo di bambù. A riempire i sensi più di ogni altra cosa è la musica che esce da un minuscolo carillon che il vecchio tiene con delicatezza sul palmo di una mano, come se si trattasse di un animale da salotto da accarezzare amorevolmente.

In una Roma calda e umidiccia, tra le strade della Montagnola, sfreccia Pietro, sulla sua bicicletta Atala blu senza cambio e con una rosa rossa incastrata nel portapacchi a molla, e pare un gregario navigato che sta preparando la volata al suo capitano tanta è la foga che ci mette nel pedalare. Pietro è un ragazzo di ventinove anni dall’aspetto più infantile di quello che l’età suggerirebbe, che dalla vita ha ricevuto in dono un biglietto da visita non richiesto con su scritto «ritardo mentale lieve». Il suo corpo però non tradisce alcun segno di questa sua deficienza mentale: il busto è esile e poggia su delle gambe muscolarmente poderose, che fanno di lui un mirabile ciclista; il viso è liscio e dai lineamenti smussati, disturbati solo da una folta chioma di capelli arrangiati alla rinfusa. Corre a perdifiato, Pietro, spingendo a piena forza sui pedali, perché, aldilà dell’espressione innocua e distesa, ha un cruccio che lo tiene in apprensione e gli rosicchia lo stomaco. Abbassa la testa per ottenere il massimo della concentrazione agonistica, divora l’asfalto, dispensa furiose scariche di pedalate per poi riposare qualche secondo, giusto il tempo di dare una rapida occhiata all’orologio analogico che gli è sceso ormai sin quasi al gomito: oggi non può fare tardi, oggi non può deluderla, oggi proprio no.
Quando Pietro arriva a destinazione, è mezzogiorno e cinquantacinque e un brivido di felcità lo percorre, perché sono cinque gustosi minuti di anticipo. Poi si ricompone e riprende la sua marcia decisa: sale le scale verso il portone principale due gradini alla volta, stessa sorte per le scale interne, fa lo slalom attorno a un gruppo di persone che sono immobili, o che almeno lui percepisce come tali, riprende nuovamente a correre. La porta della stanza numero dodici si schiude veementemente per effetto del gesto fuori-controllo di Pietro, andando a sbattere contro una colonna di gesso e provocando l’ira di un signore baffuto chino sopra il seno di una donna più attempata di lui. Dorilla è in fondo alla stanza sotto una larga finestra dalla cornice arancione e, neanche il tempo per le scuse per la sua irruenza, Pietro le si fionda dappresso: come è bella Dorilla, anche distesa su un letto di ospedale…
- Questa è per te! – annuncia Pietro con tono squillante, tirando fuori la rosa rossa sgangherata che teneva nascosta dietro la schiena.
- Oh grazie, Pietro. Non dovevi, sul serio… che profumo, grazie davvero!
- E… c-come stai?
- Come la neve. Placida e apparentemente solida. Ma basta un nonnulla che rischio di sciogliermi…
- Come la neve? Ma se siamo ad Agosto!
- Stupidino, era una metafora, un’immagine per fare un paragone… - un sorriso si materializza sul volto di Dorilla scavato dalla stanchezza; da sotto il respiratore artificiale i due angoli della bocca si arricciano in modo buffo, due fossette appaiono sulle pallide e scarne gote.
- Signori, il tempo per le visite ora è finito. – una voce grossa e perentoria all’altezza dell’uscio – Sapete in che reparto siete, no? Non potete trattenervi molto, è stata anzi una concessione speciale…
- Non puoi morire, Dorilla… io non ho altro che te… - si lascia sfuggire Pietro, quasi sottovoce e con fare cantineloso.
- Ce la metterò tutta, te lo prometto Pietro.
Il dottore dell’ultimatum verbale afferra Pietro per un braccio e lo trascina a peso morto in mezzo alla stanza; dal canto suo, il ragazzo non fa nulla per contribuire attivamente alla sua dipartita: lui, Pietro il ritardato lieve, non ha mai avuto così poca voglia di tornare alla sua Atala blu.

Alle pendici del Monte Solitudo, sulle sponde del fiume Mestizia, c’è una casa di mattoni rossi con i pioventi ricoperti da un corposo strato bianco. La nevicata è stata copiosa e non tutti i fiocchi hanno fatto in tempo a scivolare giù lungo le ripidità del tetto. Fuori, alla portata dello sguardo del vecchio con il carillon, c’è un giardino delimitato da una steccato di legno bruno; la neve fa del giardino un tappeto persiano senza arabeschi, immacolato. Almeno finché qualcuno non rovinerà questo fragile equilibrio camminandoci sopra, almeno finché la neve sciolta non trasformerà tutto in un lacrimoso fiume d’acqua.
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Re: [#3] Come la neve 18/06/2010 15:44 #193

COME LA NEVE di simcam


L'ultimo anno era andato veramente di merda. E, tutto sommato, era stato meglio degli ultimi ventitré. Giacomo l'aveva passato quasi interamente nella biblioteca della sua città. Ma non fatevi un'idea sbagliata di lui. Giacomo non aveva toccato nessuno dei libri della biblioteca, né tantomeno uno della sua università.
Giacomo andava in biblioteca per poter stare fuori di casa tutto il giorno.
Odiava quella casa più di ogni altra cosa e avrebbe passato anche tutte le notti fuori se solo avesse avuto un amico a tenergli compagnia. Non che Giacomo non avesse amici, una o due persone con il suo numero di cellulare in rubrica c'erano, ma se quelle erano le persone con cui passare il tempo, Giacomo preferiva rimanere a casa a litigare con il padre mentre la madre puliva i mobili con il legnovivo e spolverava tutti quei maledetti soprammobili sopra i loro centrini.
Giornate tutte uguali. Il padre che si alzava per andare in ufficio, nonostante ormai avesse un'età da pensionamento. Anzi, a onor del vero, era già formalmente in pensione. Gli avevano pure fatto una grande festa; un dirigente di una grande cooperativa che arrivava alla pensione così in forma meritava sicuramente tutti quegli elogi e quei regali. Il padre di Giacomo incassò complimenti e regali e abbracciò tutti, uno ad uno. Ma il giorno dopo era di nuovo lì, formalmente in veste di consulente, in pratica stesso ufficio, stesso lavoro. Semplicemente in casa non avrebbe saputo cosa fare. Si sarebbe dovuto assumere i suoi impegni come padre di un figlio svogliato e magari avrebbe dovuto scambiare due parole con la moglie.
Giornate tutte uguali. La madre che si alzava all'alba perché tanto la sera prima si era addormentata davanti alla televisione ancora prima che iniziasse qualsiasi programma di prima serata. Avrebbe preparato la colazione a tutta la famiglia anche se non l'avrebbe mai consumata insieme a loro, tanto era la sua frenesia di lavare le stoviglie appena sporcate.
Giornate tutte uguali. Finita la prima colazione Giacomo già ringraziava dio di non aver armi da fuoco a portata di mano, altrimenti avrebbe fatto una strage. Caffèlatte, brioche, ramanzina del padre sul suo futuro e predicozzo della madre sul perché non metteva mai la maglia della salute e una camicia sotto il maglione che, "con il freddo di questo periodo era facile ammalarsi".
"Eccheccazzo!".
Amava dire questa parola. Perché sapeva che avrebbe scatenato l'inferno in casa e avrebbe avuto la scusa per sbattere la porta e starsene fuori tutto il giorno.
Tutto il giorno a camminare tra la biblioteca e i bar del quartiere. Sfogliando con indolenza le pagine dello sport dei quotidiani. E quando qualcuno gli rivolgeva la parola, cosa rara comunque, rispondeva seccato e terminava il discorso con un "Per quanto la cosa possa interessarmi".
Perché niente destava più il suo interesse da tanto tempo. L'unica cosa a cui pensava era al suo suicidio. Era una scelta ragionata e programmata da tanto tempo e che finalmente stava per compiersi. Aveva fissato la data per il giorno del suo venticinquesimo compleanno e, ormai, mancava poco.
Venerdì 15 dicembre. Quella mattina Giacomo si svegliò dopo tanto tempo senza pensare che le giornate erano per lui tutte uguali. Fece colazione con i genitori e li guardò attentamente tutto il tempo. Voleva cercare qualcosa in loro. Qualcosa che risvegliasse in lui il desiderio di rimanere su questo mondo. Ma ne ricavò solo gli auguri di compleanno, la promessa di una torta per quella sera e la raccomandazione di vestirsi pesante perché, quel giorno, avrebbe fatto particolarmente freddo.
Uscì di casa senza sbattere la porta, quella mattina, e camminò lentamente verso la biblioteca. Si guardava attorno. Continuava a cercare qualcosa, guardava le persone sperando di trovare in loro uno sguardo nuovo o cercando di capire se gli altri vedevano che quella era, per lui, un giorno diverso. Non trovò né l'uno, né l'altro.
Arrivò in biblioteca e si cercò un posto in disparte dove sedersi. Si era portato carta e penna per scrivere la sua lettera d'addio al mondo. Non l'aveva fatto prima per paura che la madre gliela trovasse, ma l'aveva ben chiara in mente da talmente tanto tempo che non ci avrebbe messo molto a scriverla.
Tutto questo se solo non si fosse intromessa una ragazza sedendosi di fronte a lui e aver scatenato un putiferio nella sala lettura facendo cadere tutti quei pennarelli che si portava dietro.
Giacomo pensò di non aver mai visto una ragazza tanto incasinata come quella. Anche i capelli erano incasinati e la rappresentavano perfettamente. Corti da una parte, lunghi dall'altra e ciocche ribelli che le cadevano sugli occhi cercando di nascondere quel bel viso.
"Mi sa che ho fatto un po' di casino."
"In effetti."
"Ti ho disturbato?"
"No, tento avevo finito."
"Hai detto tento! Che sei, pugliese?"
"Ho detto tanto! Tanto avevo finito! Ecco cos'ho detto."
"Ok... ok... se non ti ricordi più cos'hai detto non è colpa mia. Tento neanch'io avevo voglia di studiare oggi. Mi sa che faccio un disegno dei tetti prima che nevichi. E poi vado a passeggiare sulla neve. Tu che fai? Vieni con me?"
Eccheccazzo – pensò Giacomo. Com'è possibile che tutto questo mi succeda proprio oggi. Poi pensò che quella era solo la sua cazzutissima vita e non un film. E mentre pensava a tutte queste cose, un tipo passò a salutare la ragazza. Giacomo fu preso dal solito sconforto – si sentiva già attaccato nel suo unico spiraglio di luce.
Il ragazzo se ne andò accompagnato dai grandi sorrisi della ragazza che non appena potè torno seria e guardò Giacomo.
"Che rompipalle quello. Allora che fai?"
"No, guarda... oggi... non mi sembra il caso. E poi non nevicherà. Qui non è mai nevicato e non lo farà nemmeno oggi!"
"Come vuoi."
Giacomo si alzò di scatto e rimise le sue cose nello zaino. Salutò la ragazza rapidamente, senza nemmeno guardarla negli occhi e uscì dalla stanza. Salì le scale della biblioteca. Sapeva cosa avrebbe trovato oltre l'ultima rampa di scale e dietro quella porta con la scritta "Divieto d'accesso". Forzò la serratura e l'aprì. Sentì una ventata di aria gelida sul viso. Davanti a lui c'era il balcone dell'edificio. Lo attraversò e poi salì sul tetto. Si guardò intorno, da lì poteva vedere tutta la città. E guardò giù. Si sorprese di non essere spaventato dal gesto che stava per compiere e di non provare nemmeno quelle emozioni che si era immaginato da tanto tempo. Nessun pensiero passava per la sua testa. Più cercava di pensare a tutti i motivi che l'avevano portato su quel tetto, meno trovava una risposta a tutto quello.
Alzò lo sguardo e sopra di lui il cielo si era fatto completamente bianco. Sentì qualcosa sulla faccia. Nevicava. Prima piccoli fiocchi, quasi invisibili, poi sempre più grossi e fitti. E si sentì qualcosa dentro. Cercò di negarsi quella sensazione, di non ammettere quello che stava provando, poi si rassegnò e si lasciò trasportare.
Giacomo stava in cima ad un tetto, sotto la neve, ed era felice.
Torno dalla ragazza e le sorrise. "Ora nevica! Ce lo facciamo questo giro?"
"Certo! Tento avevo finito!"
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Re: [#3] Come la neve 18/06/2010 15:46 #194

COME LA NEVE di icarothelight


L’uomo è seduto quando sente il baccano. Un brivido l’abbraccia ed è una scarica. La gente intorno comincia a correre e l’uomo non fa in tempo a vedere quello che vorrebbe. E’ mattino e la città ha ancora occhi troppo assonnati per essere svelta. Qualcuno urla: Non si è fermato!!! Corretegli dietro…corretegli… un’altra voce gli arriva più stanca: Non si muove. Nonsimuove.
Lui se ne sta lì seduto, quasi immobile, non ha alcuna voglia di agire ed arricchire quell’indicibile confusione. La donna con la scollatura immensa non gli siede più accanto. Era stato bello ammirarla e sapere che lei seppur non approvasse, non faceva nulla per non concedersi . Ora s’è vestita del suo animo da crocerossina e s’è confusa nella folla, lasciando che lo spettacolo del suo decolté, inebrii ammirato qualche nuovo spettatore.
L’uomo si alza. Le gambe brontolano un po’. Decide che tornare a casa sia la cosa migliore da fare. Stare lì in mezzo al baccano ed alla confusione, lo rende nervoso. Fa un passo, ma qualcosa (qualcuno) lo investe in pieno, facendolo cadere rumorosamente. Non riesce a capire molto… vede un ragazzino correre via ed a terra una foglia che sta facendo l’amore con in vento. Poi qualcosa…qualcosa nella mano. Un foglio, bianco. Si guarda intorno, come se l’avesse fatta grossa, ma nessuno si cura di lui, tutti troppo presi dall’ambulanza in arrivo. Apre il foglietto e ciò che legge non gli regala alcuna emozione, solo un piccolo brivido. COME LA NEVE e sotto !141319!!818!1217178! Chiude il pugno con il pezzo di carta e corre verso casa. Il suo cuore non è più quello di un tempo e prende a giocare a nascondino con il suo fiato. Si ferma, perché semplicemente un passo in più l’avrebbe portato a banchettare con la signora in nero.
Una donna lo osserva premurosa e indecisa. Tiene per mano un bambino asiatico che incrociando il suo sguardo gli fa la lingua. Lui sorride, riprende a correre, mentre la donna redarguisce il pargolo.
Finalmente è a casa. Si siede sulla poltrona viola, dove galassie prima ha avuto il suo primo orgasmo. Rilegge il foglio di carta ed il brivido gli fa ciao da dietro il collo. COME LA NEVE!141319!!818!1217178!
Guarda fuori dalla finestra. Ama guardare le cose… osservare la vita del mondo. Un uomo sta correndo dietro ad un pallone… gli sembra troppo in là con gli anni per farlo. Un barbone gli sorride, mangiando pane raffermo. La scritta del foglio è qualcosa che non riesce a scrollarsi. Come un martello che continua ostinatamente ad incidergli la testa COME LA NEVE!141319!!818!1217178!
Cosa vuole dire? Perché a lui? E' un codice? Qualcosa da decriptare? Prova a fare dei tentativi:
ad ogni numero corrisponde una lettera? Ma a che lettera può fare riferimento un numero come 141319? O forse lo si può dividere in tre numeri da 2? 14,13,19…14=P 13=O 19=U….POU??? No non ci siamo E’ qualcosa di diverso. Ma cosa?
Sa già che dormirà poco quella notte. Ed infatti rimane sveglio.

La mattina dopo verso le 8.42 decide di non poterne più di quella casa e di quel foglio. Esce e si dirige come sempre verso il parco. Saluta l’uomo con il corpo curvo che gli indirizza un sorriso, è Danilo, il vecchino che abita a fianco. Il suo unico amico. Non lo vede da qualche giorno ed il ritrovarlo ancora lì lo rende felice. Arriva al parco, si siede sulla solita panchina ed aspetta di essere raggiunto dal baccano della città che lentamente si anima. Una donna gli si siede accanto. Lui la osserva prima distrattamente poi la sua curiosità viene rapita. La scollatura generosa della donna è qualcosa che non può passare inosservata. Lei lo guarda per un attimo, cogliendo il suo desiderio. Poi un rumore violento squarcia l’eclissi mattutina. Una frenata brusca ed una sgommata repentina.
Qualcuno che urla: : Non si è fermato!!! Corretegli dietro…corretegli… un’altra voce gli arriva più stanca: Non si muove. Nonsimuove. Lui si alza d’improvviso e corre a vedere. La donna reagisce poco dopo, ma non gli sta dietro...
Un uomo giace in terra con le spalle rivolte al cielo, sembra non esserci possibilità per lui.
Quell’uomo è lui. Lo vede bene. Non ha alcun dubbio. Ha il suo stesso cappotto, la medesima sciarpa viola. Mentre qualcuno decide di girarlo in un estremo tentativo di salvarlo, vede anche la sua faccia. La sua faccia! Fa un passo indietro, poi un altro. “Signore si sente male?” Gli chiede un ragazzo dal cranio raso. L’uomo fa’ cenno di no con la testa, ma inevitabilmente si accascia per terra. Non vede il ragazzo andare via e non coglie nemmeno il biglietto che il giovane stringe nella mano destra.
Ha solo un gran mal di testa. Alza gli occhi al cielo e resta lì a guardare le nuvole, mentre l’eco di un’ambulanza è il corollario di un mattino come tanti altri. Ma non per lui.
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Re: [#3] Come la neve 18/06/2010 15:47 #195

COME LA NEVE di mago977


Eccitazione, ansia e tremore sopra quei gradini di marmo bianco.

Il vociferare della gente non distraeva le mie tremolanti gambe, un saluto ad un amico, uno sguardo alla mamma, ma la mente puntata verso il viale alberato.

Da dietro gli occhiali da sole il paesaggio non aveva forme, tutto era sbiadito e passava veloce.

Improvvisamente, una nuvola di polvere in lontananza attirò il mio sguardo, come un faro nella notte, e i battiti cominciarono a salire.

In gola un nodo si strinse, ancor più stretto di quello della cravatta e l’eccitazione, l’ansia e il tremore pervasero il mio corpo nella sua interezza.

I riflessi del sole cocente ombreggiavano il vetro della macchina oscurando ogni possibilità di scorgere anche un minimo dettaglio.

Finalmente lo sportello si aprì e scendesti te con addosso il colore assoluto, il più puro e abbagliante, come la neve in un mattino di sole.

Pochi passi mi separavano dall’unica cosa che i miei sensi riuscivano a percepire distintamente.

Dinanzi all’altare, finalmente potei consacrarti mia e scoprire il velo che celava i tuoi morbidi lineamenti.

I tuoi occhi azzurri, lucenti come cristalli di ghiaccio mi penetrarono e quando le tue labbra morbide si adagiarono sulle mie, un brivido scese veloce lungo la mia schiena e un dolce tepore avvolse il mio cuore.

Da quel giorno, ogni giorno ad ogni bacio lo stesso brivido mi ricorda, che quella vita meravigliosa che sto vivendo non è un sogno, ma splendida realtà.
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Re: [#3] Come la neve 18/06/2010 15:51 #196

COME LA NEVE di Marionettista


Askan fermò il giogo con malagrazia ed i quattro buoi pestarono nervosi gli zoccoli nella terra morbida. L’uomo sfoggiava un sorriso sicuro dietro occhi così celesti e così familiari, uno di quelli che spesso vengono esibiti dai bari, mentre il portamento era strano; sembrava avere il passo dei vincenti e nel contempo dava l’impressione di essere schiacciato da un grande peso. Il gigantesco contadino si voltò lentamente fingendo noncuranza e tutta la sua muscolatura spiccò, incorniciata dal cielo di un estate che stava per morire.
Non portava nulla indosso, all’infuori dei calzari rovinati e di corti pantaloncini palesemente inadeguati a contenerlo. Lo straniero, vestito di rosso acceso, stonava invece nel campo come dello sterco in un piatto di carciofi.
Si fermo facendo suonare i numerosi bracciali, sicuramente preziosi quanto sembravano, e batté il lungo bastone a terra con soddisfazione.
- Buongiorno Cavalier Shadowmaster, ora preferite i campi ai castelli?
La voce era calda ed affabile, lo straniero sembra contento, come se avesse incontrato un vecchio amico.
Askan non poté trattenere una smorfia. Il ventre gli si chiuse, stretto in una morsa di insoddisfazione personale ed inadeguatezza.
- Probabilmente penserai a quale possa essere la maniera migliore di uccidermi amico mio. So anche che hai ucciso maghi più in gamba di me, ma ti prego di prendere in considerazione il fatto che io ti ho trovato.
La maniera migliore per eliminarlo gli era venuta in mente con tale facilità che si stupì di essere inattivo da così tanto tempo. Si sorprese a sorridere accorgendosi che aveva già pensato alla maniera migliore di dileguarsi, nascondendo il corpo.
Lo straniero fece una smorfia al sorriso tanto innaturale di Askan e lui si pentì di averlo fatto, assumendo l’espressione distesa di sempre.
- Non voglio ascoltare il motivo per cui mi cerchi.
La voce baritonale era incerta ed imprecisa. Da quanto tempo non parlava con nessuno?
- E’ vero quello che dicono, la tua voce mette i brividi. Anche se non conoscessi quello che sai fare, sicuramente mi terrei alla larga!
Guardò con indignazione il mago, poi lasciò l’aratro in mezzo al campo e senza slegare i buoi cominciò a camminare verso una costruzione in legno.
La casa era piccola e con una sola stanza. Il focolare era al centro ed il fumo poteva uscirvi tramite un buco presente al centro del tetto, comunque fuligginoso. Alle pareti erano appesi diversi stranissimi oggetti, ma lui si diresse subito verso uno spadone a due mani e con un gesto fluido indossò l’elegante fodero dove era contenuto. Aveva visto molte case ed abitato in molti luoghi, ma l’idea di andare via da quel misero posto lo adombrava. Non aveva idea di quanto avesse sperato che potesse diventare la sua casa.
La porta si spalancò mentre era intento a preparare lo zaino e questa volta non si voltò.
- Hei, non andrai mica via? Ho viaggiato per mesi! Ti cerco da anni!
- Non è un mio problema come investi il tuo tempo.
Il silenzio si fece pesante e quando finalmente fu pronto lo zaino lo fissò alla schiena pronto a partire, ma lo straniero era seduto sulla soglia e sembrava risoluto a non spostarsi. Lo fisso soltanto per un attimo nei suoi occhi neri, sapeva che per il ragazzo era come perdersi in un abisso, finché distolse lo sguardo. Fu allora che pensò fosse coraggioso.
- Come era mio padre?
Il viso di Askan rimase immoto. Se non fosse somigliato così tanto al padre, avrebbe ucciso il ragazzo dopo che aveva pronunciato il suo nome, ma ora cominciava anche a piacergli e dimostrava di avere il sangue di entrambi i genitori. Infine si maledisse con una smorfia per la sua stupidità.
- Tua madre ti ha detto dove trovarmi vero?
Il ragazzo si alzo in piedi ed annui deciso, lo sguardo era secco, gli occhi come un lago d’inverno.
Si accorse in una frazione di secondo che quell’odio doveva derivare da anni di bugie e risentimenti. Cosa poteva avergli detto Isabel?
- Non sono io tuo padre Bryen, sono nero e tu bianco, e se tua madre ti ha detto che l’ho ucciso io…
Era troppo tardi. Mentre la mano sinistra del giovane tesseva i fili della trama il suo bastone toccò la capanna che esplose in un turbine di fuoco.
Accecato dal fumo e dal fuoco si gettò dalla finestra, favorito dal fatto di conoscere l’ambiente a menadito. Mentre rotolava in terra estrasse l’enorme spadone e la doppia lama brillò timida sotto i raggi dell’ultimo sole.
Fece appena in tempo ad accorgersi che il mago stava richiamando le forze della luce sottoforma di piccole sfere facendole roteare velocemente sulla punta del bastone, che già le lanciava verso di lui con foga. Lo caricò, correndo a zig zag tra l’erba incolta, ma le sfere lo seguivano rapide. Quando gli fu quasi addosso Bryen alzò le braccia al cielo ed un muro di pura roccia salì rapido dalla terra.
Askan fu costretto a fermarsi per non urtarlo e si concentrò per richiamare dalla sua anima la forza necessaria a materializzare sul suo braccio uno scudo di energia trasparente. Lo scudo sembrava ondeggiare nella brezza della sera, mentre i globi di luce lo centravano, spegnendosi silenziosamente.
Il ragazzo era divorato dalla rabbia ed aveva poca esperienza. Lo dimostrò accorrendo oltre il muro che aveva creato per vedere la fine del suo avversario, anche se con furbizia. Askan non lo vide, ma notò l’erba premuta dove invece avrebbe dovuto distendersi; quindi capì e colpì.
Nonostante lo spadone fosse brandito con una sola mano e l’avversario invisibile, la precisione fu letale. Il colpo dato a media altezza ruppe prima il bastone e poi la gabbia toracica del giovane, che ricomparve per un attimo alla sua vista prima di venire sbalzato al di la della parete di roccia.
Senza perdere un attimo Askan raggiunse il giovane morente, sfilò lo zaino e ne estrasse una fiala di un bianco splendente che gli cacciò in gola.
La ferita aperta sul costato era enorme e rischiava di permettere all’anima di fuggire, mentre gli occhi del ragazzo la guardavano stupiti, come se non sarebbe mai potuto succedere. Poi la pozione cominciò a fare effetto e lui vide il torace rimarginarsi con rapidità impressionante mentre riprendeva a respirare normalmente.
Askan lo guardo con lo stesso volto di sempre. Sembrava non fosse successo nulla.
- Ragazzo, hai tempo per ascoltare una storia?
Quegli stessi occhi stupiti, tanto simili ad un lago d’inverno, cominciarono a sciogliersi sotto la calura estiva; come la neve.
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Re: [#3] Come la neve 18/06/2010 15:52 #197

COME LA NEVE di Mike975


Una lacrima di salsedine tagliava il viso tremolante del ragazzo seguendo il flusso del vento irregolare e il suo gelido andare congelava i pensieri ancora vivi ...di lei.
Non aveva mai visto prima un viso di ragazza cosi' determinato e insieme spaventato ed era stata irremovibile ad ogni supplica , ad ogni prospettiva , all'annullamento totale dell'orgoglio e della dignita' a cui si era sottoposto.
Ora amore e odio come 2 fiumi ingrossavano la sua rabbia che fermava il pensiero solo sui ricordi e ai mille se...
La nave fendeva le onde e il chiarore del sole andava spegnenosi al rallentatore...stava ritornando alla sua nuova vita , quella di parecchi anni fa che ancora non aveva conosciuto la passione e il dolore.
La ragazza dallo sguardo spento intanto guardava incantata da dietro l'oblo' il lento fluire del tempo dipinto dalle nuvole in movimento e rimuginava su come era stato difficile.Ci pensava da tanto tempo e solo ora aveva accumulato la forza necessaria per fare questo passo.
Non ci si puo' mentire a lungo sapendo di mentire e le false speranze che lei si proponeva di continuo erano pian piano sopite insieme alla gioia di stare insieme.
Per fortuna ora in mezzo al mare il cellulare aveva smesso di squillare opprimente e impaziente il suo ultimo sos...
L'oscurita' aveva avvolto il traghetto e i due cantanti pagati dalla compagnia erano arrivati alla fine del loro lavoro intonando un' ultima struggente melodia che aveva reso tristi gli animi
gia' messi a dura prova dagli eventi , ma tanto non si riusciva a riposare quella notte;ognuno sopporta e reagisce in un modo univoco e personale...Alessandro e Raffaella si trovarono ad
osservare da prospettive diverse la stessa scena camminando sul pontile.Nel vento una famigliola aveva allestito il suo giaciglio con tenda e materassini ,il padre baciava le sue due figlie sperando di trovarle addormentate a breve (cosa peraltro difficile visto l'eccitazione del viaggio e le condizioni ambientali) e prendeva posto all'estremita' dell'alcova opposto alla moglie che idealmente proteggeva.
Il soffio forte del libeccio fece uno scherzo alla coperta della bambina distratta e al destino perche' per non pensare ci si attacca a tutto , a inseguire per fare un favore , vedere
un sorriso grato e trovare sollievo... che importa...anche solo per 30 secondi...ma i sorrisi furono due.
L'alba appena accennata li trovo' ancora a parlare ,due cuori superstiti ,sconosciuti.
La neve cadeva incredibilmente sul mare e il torpore del sonno accumulato era in agguato ,il languore non era passato ma era dolce sopportarlo ora...
Genova ,prima un puntino dietro la coltre fitta di bianco poi vicina quasi sinistra ,arrivo'.
Come la neve che cade sul mare e diventa niente o tutto i ragazzi uscirono dal traghetto...insieme... e i loro passi segnati dalla neve fresca dopo poco erano gia' il loro
passato...il loro inizio.

Il vento soffia forte ,Alessandro bacia i suoi figli e prende posto all'estremita' dell'alcova opposto a Raffaella....
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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#3] Come la neve 13/07/2010 08:45 #244

COME LA NEVE di maurocap



Davvero non saprei perché quel fine settimana decisi di fermarmi a San Grisone. Per me non era altro che un anonimo paesino incastrato tra i monti di cui ricordavo appena lo svincolo, solo uno dei tanti cartelli stradali arrugginiti tra la città e le piste. Era un venerdì, lo ricordo bene, avevo il bagagliaio zeppo di cianfrusaglie perché non avevo fatto in tempo a scaricarlo ed ero partito appena terminato il lavoro, accumulando sul disordine naturale della mia auto una sacca con i vestiti di ricambio, scarponi nuovi, tuta e ovviamente gli sci. Come tutti gli inverni di questi ultimi anni anche quello era stato scandalosamente caldo quindi l’unica neve che i turisti come me potevano sperare di vedere era quella sparata dai cannoni, ma non me ne fregava nulla, da buon egoista volevo solo sciare in santa pace fottendomene dell’ambiente. Avevo fame quella sera ma, conoscendomi, dopo aver guidato tutto il giorno avrei preferito i crampi allo stomaco proseguendo fino in fondo piuttosto che fermarmi a metà strada.
Invece uscii dall’autostrada.
Io stesso mi chiesi perché lo stavo facendo.
Fu facile trovare l’albergo perché era l’unico del paese. Quando posteggiai mi domandai dove diavolo fossi finito: i posti auto erano solo cinque di cui due occupati. In città bisogna lottare per ogni posteggio e in fondo anche in montagna ogni fine settimana è analogo perché tutti noi forzati del lavoro migriamo come rondini in cerca di una boccata di libertà, senza renderci conto che stiamo soltanto spostando le nostre catene da un luogo all’altro. Entrai rumorosamente nel locale sentendomi subito in colpa per aver infranto la quiete di quell’antico gruppetto di case appoggiate le une alle altre. La vecchia proprietaria si fece attendere cinque minuti, un tempo insopportabilmente alto per i miei ritmi di allora, però quando mi accolse con calore sbollii in fretta e presi una stanza. Se fossi stato a Milano l’avrei di certo punzecchiata con una battutina feroce.
« Non è troppo tardi per la cena. » Disse. « Si accomodi pure, da questa parte. »
Fu una sorpresa. La sala da pranzo era meravigliosa: pareti perlinate, tende di cotone che giurerei fossero state ricamate a mano, alcuni quadri a olio e un sacco di decorazioni e addobbi tipicamente alpini. In altre occasioni avevo giudicato di cattivo gusto quello stesso tipo di arredamento perché troppo primitivo, troppo contadino, invece quella stanza illuminata solo dal caminetto acceso e dalle lampade a olio disposte saggiamente mi parve così accogliente che rimasi senza fiato. Mi accomodai dimenticandomi di togliere il giaccone e la gentile signora se ne occupò subito appendendolo prima che potessi fiatare. Gli altri sei tavoli erano immacolati di cui uno sparecchiato da poco. Ero solo. Ma non mi pesò. In genere mangiare a quel modo mi metteva ansia, ero sempre stato una di quegli uomini che ha bisogno dei suoi simili per sentirsi vivo. Non quella sera. Mi gustai l’ottima cena in silenzio, quasi al buio, provando una calma nuova che mi rese felice come mai lo ero stato. Era insolito e bello, me lo godetti appieno.
Subito dopo uscii per fumare. Mi portai la sigaretta alla bocca e… Provai disgusto. Per Dio! Se l’avessi accesa avrei rovinato tutto, avrei contagiato la tranquillità di quella strana serata con le mie malsane abitudini. La rimisi nel pacchetto e poi… Lo buttai. Incredibile…

L’abitato era silenzioso. Pacifico. L’autostrada era solo a mezzo chilometro in linea d’aria eppure non si sentiva passare un solo veicolo. Mi strinsi nella giacca e mi incamminai sul ciottolato tra le case. Le finestre erano tutte buie, segno che i pochissimi abitanti dovevano essere già andati a dormire. In pochissimo tempo uscii dall’abitato ritrovandomi nei pressi di una antica fontana restaurata da poco, sorgeva ai margini di una piazzola dove i paesani avevano disposto un paio di semplici panchine. Mi sedetti e mi godetti il panorama. In realtà era buio pesto e vidi pochissimo, ma fu proprio questo a incuriosirmi: a parte un debole alone a fondo valle nessuna luce infastidiva la naturale oscurità della notte, e ciò era rilassante.
« Che silenzio. » Dissi.
« È una virtù che sempre meno apprezzano. » Disse una voce.
Per poco non mi prese un infarto.
« Perdonami, credevo mi avessi sentita arrivare. » Si scusò. Era una donna, ma non la vidi.
« No, ero troppo… » Tranquillo? Concentrato? Non seppi spiegarlo.
Ridacchiò. « Capita anche a me ogni volta che ritorno quassù. Si sta bene, vero? »
« Io… Sì, molto. » Ero terribilmente imbarazzato. « È stata una sorpresa per me. »
Tacemmo entrambi. Dopo un attimo lei si sedette a debita distanza sulla mia stessa panchina.
« L’aria ha uno strano profumo. » Dissi. Per la prima volta da tanto tempo mi limitai a dar voce ai miei pensieri senza riflettere se ciò potesse essere interessare chi mi stava intorno.
« Sta per nevicare. »
« Ma le previsioni davano cielo sereno. »
« Lei vede qualche stella? » Domandò.
Alzai lo sguardo. Il cielo era nerissimo.
« Si fidi, nevicherà. » Ribadì.
Attesi. Mi sembrò una situazione alquanto irreale: me ne stavo seduto fuori al freddo, in un paese minuscolo, in compagnia di una sconosciuta che non avevo neppure visto in viso.
« Ecco, inizia. »
Qualcosa di gelido mi sfiorò la punta del naso. Stupito levai il cappello e altri spillini ghiacciati mi toccarono qua e là. Stava davvero nevicando.
«Come lo sapeva?» Chiesi.
«Gliel’ho detto: torno spesso quassù. Era la mia casa un tempo, la conosco come le mie tasche.»
La barriera che ci separava si spezzò all’improvviso, iniziammo a chiacchierare amabilmente. Si chiamava Elena, un nome che mi intenerì seppur non me ne spiegai la ragione. Dapprima parlammo delle solite banalità, poi di noi stessi, proteggendoci come sempre dietro le maschere che ci siamo costruiti negli anni, ma poco alla volta anche queste si sciolsero come facevano i fiocchi sulla mia pelle e finimmo per confessarci a vicenda. Non esitai neppure per un istante perché tutto quella sera era perfetto, anche quella chiarezza di pensieri che ci liberò da tanti pesi sul cuore. Mi parlò dei suoi problemi nel finire l’università ormai da anni fuoricorso, di come aveva scoperto troppo tardi la sua vera passione per la pittura e di quanto soffrisse a vivere lontano da lì. Io le espressi i miei dubbi sul mio lavoro, sulle mie amicizie, sulla vita che stavo facendo. E mi innamorai di lei. Non ero mai stato tanto bene, non avevo mai condiviso così a fondo i pareri, i propositi e i dubbi di una donna. Seppur convinta delle sue decisioni eppure mi apparve quasi indifesa di fronte a molti avvenimenti che aveva vissuto.
Dopo un tempo imprecisato la neve si intensificò, ci ritrovammo tutti spolverati di bianco eppure nessuno di noi voleva interrompere quel momento, volevamo tenercelo stretto perché era solo nostro, ed era vero, vivo.

Mi tolsi un guanto e la presi per mano. Lei ricambiò la stretta. Sentendomi imbarazzato come la prima volta mi le carezzai il viso e la baciai, proprio mentre un fiocco indiscreto si poneva fra le nostre labbra. Ma vincemmo noi.
Mano nella mano tornammo indietro. Quando rientrammo tra le case lei mi lasciò.
« Perché? » Chiesi.
Mi strinse forte e mi diede un ultimo bacio che mi strappò il fiato.
Corse via.
La sentii singhiozzare una sola, dolorosissima volta.
Stravolto dall’emozione non la inseguii, anzi, rimasi immobile consapevole di essere davvero solo questa volta.
Quella notte non dormii affatto, mi rigirai nel letto tormentato all’idea di aver sbagliato, di aver rovinato tutto. Fuori della finestra la neve continuava a cadere silenziosa, invisibile. Morivo dalla voglia di correre fuori e cercare Elena, di parlarle ancora, di sentire la sua voce. Quando le prime luci dell’alba misero in mostra il paese innevato la stanchezza del viaggio fu troppa e mi addormentai sulla sedia. Mi svegliai verso le otto disturbato dal rumore di una macchina.
Il primo pensiero fu per lei. Mi vestii in tutta fretta e scesi all’ingresso deciso a trovarla a ogni costo. Avrei bussato a ogni porta, aperto ogni stanza se necessario.
« Maria? » La proprietaria dell’albergo stava parlando con qualcuno nelle cucine. « Ricordati di pulire la sedici, i Bergossi sono andati via presto. »
Un lampo di dolore mi trapassò il cuore. Uscii di corsa lasciando la donna a bocca spalancata, sugli scalini scivolosi misi un piede in fallo e mi storsi la caviglia, ignorai il dolore e arrivai al parcheggio. C’era solo più la mia macchina e quella col nome dell’albergo stampato sulla portiera. Tracce di un passaggio recente avevano rovinato il manto bianco scavando spessi solchi sporchi.
In fondo la felicità è proprio come la neve. Può arrivare quando meno te la aspetti, può farti stare meglio senza dirtene la ragione ma di certo sparirà col calore del giorno.
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Re: [#3] Come la neve 13/07/2010 08:56 #254

Come la neve di maxmara

“C’era una volta in un castello fatato
Una principessa su un cavallo alato
Da quel cavallo, di azzurro bardato,
già il principino era stato inculato”
La telecamera si spostò subito sul pubblico, che applaudiva divertito e con le lacrime agli occhi a questo pessimo esempio di comicità moderna.
“E questo farebbe ridere?! Che tornassero a studiare i film di Totò o di Buster Keaton…”
Con estrema rapidità allungai il braccio verso il telecomando e cambiai canale.
Vedere quello schifo alla tv mi infastidiva sempre. Mi alzai a fatica e andai alla ricerca di un bel film in dvd. Ne avevo ancora tanti da vedere, raccolti per strada durante la famosa “protesta delle videoteche” di 4-5 anni prima, quando il sindaco fu fatto bersaglio di un fitto lancio di commedie italiane di basso livello.
Durante quella protesta non andarono per il sottile e tra i tanti lungometraggi degli anni ’70 lanciati contro la giunta comunale finì anche qualche bel pezzo di storia cinematografica italiana. Quella sera andai a ripescare dal mio personale magazzino “Ieri, oggi e domani…” e stavo proprio osservando con estrema attenzione il dialogo tra la conturbante Sophia Loren e lo studente del seminario quando fui distratto dagli urli che provenivano dalla strada.
Mi diressi con calma alla finestra e guardai fuori. Mi avvicinai per evitare con la testa il riflesso del lampadario; arrivai così vicino da far appannare il vetro.
Non potevo credere ai miei occhi: era maggio, eppure nevicava.
Un gruppo di bambini stava correndo a tutta velocità verso la collina su cui sorgeva il monumento al fondatore della città: il primo della fila aveva già recuperato lo slittino dal garage e non aspettava altro che la neve coprisse la superficie fino a formare uno spesso strato ghiacciato.
E’ questo ciò di cui non mi riuscivo a capacitare: la neve a contatto col terreno non si scioglieva. Sembrava la neve che si vede nei film, che cade sul ghiaccio e quindi si accumula velocemente.
Bella, natalizia, da cartolina.
A maggio.
Non riuscivo a capacitarmene e la mia inquietudine salì ancor di più quando infilai gli occhiali da vista per guardare un po’ più lontano, al termometro della farmacia: segnava 17° C.
Diciassette gradi?!?!?
Nevica con diciassette gradi, la neve non si scioglie e se ne stanno tutti fuori felici?!?!
I genitori dei bambini erano usciti di casa insieme ai figli, dapprima incuriositi pure loro, poi sempre più soddisfatti. Ridevano rilassati e si scambiavano energiche pacche sulle spalle.
Mi pizzicai. Ero sveglio.
Iniziai a pensare che quel 17 fosse un simbolo nefasto. La fine del mondo mi aveva colto nel giorno peggiore, proprio quando avevo la caviglia ingessata.
Mi stavo convincendo che si rendeva necessario prendere le stampelle e scendere le scale, per verificare di persona cosa stesse accadendo fuori, quando rimasi davvero colpito.
La signora del piano di sotto, una arzilla vecchietta con le gambe arcuate e il peso degli anni ben visibile sulle spalle, cadde a terra a due passi dall’ingresso del condominio. Nessuno si avvicinò a lei, tutti ridevano.
Quando un ragazzo volenteroso si avvicinò a lei, e la aiutò ad alzarsi, sbiancai.
Perdeva sangue dal naso, seppur in maniera lieve, ma il ragazzo non sembrava intenzionato a fare altro che a darle delicati buffetti sulla guancia. Decisamente basito saltellai fino a prendere le stampelle, uscii dal mio appartamento al primo piano e mi chiusi la porta alle spalle. Mi fiondai giù per le scale alla maggior velocità possibile e quando mi trovai anch’io in strada, insieme al resto del paese, tutto divenne più chiaro.
I più attivi si erano già procurati degli striscioni bianchi con slogan dai mille colori dipinti con le prime bombolette spray trovate in casa: “La manna dal cielo”, “La neve dei poveri”.
Mi si avvicinò Pierino, il vecchio ubriacone del bar della Chiesa, e mi spiegò lui come va la vita a questo mondo.
“Ti ricordi cosa diceva Gigione al bar quando si parlava della droga in Parlamento?! E ti ricordi che Palì gli dava corda? Li vedi adesso? Palì è là in fondo col naso piantato nella “neve”, e Gigione si sta facendo curare dalla moglie perché non si regge più in piedi… Quando si fa i moralisti riguardo la cocaina lo si fa solamente per invidia, perché non ce la si può permettere… solo i ricchi possono, loro sono signori perché sniffano, io che invece posso solo bere sono un povero alcolizzato… vero?? Ma se di solito possono solo i ricchi, oggi possono tutti!!!”
Aprì il pugno davanti a me, lo avvicinò al naso e fece quello che stavano facendo tutti.
Per un giorno, finalmente, non era lui il diverso, quello che fa le cose immorali perché diverse dagli altri. Quel giorno era immorale essere sani, evidentemente.
Stavo osservando con rinnovato stupore i 2 elicotteri che, fermi sopra la mia testa, stavano spargendo cocaina sulla città, come fossero mezzi dei vigili del fuoco durante un allarme incendio. La cocaina scendeva lenta, come la neve, e a tratti solleticava anche il mio naso.
Fu proprio in quell’istante con la testa rivolta all’insù che sentii una voce chiamarmi:
”visto?”
“Sto vedendo… sei stato tu?”
“E chi altri, sennò?”
“Tu sei un folle… ti rendi conto di quel che stai combinando? E chissà quanto hai speso! Comunque è innegabile che hai vinto tu la scommessa… ti pagherò da bere domani sera!”
Mi guardò con un sorriso beffardo, l’inquietante ghigno di chi farebbe di tutto per vincere, anche al torneo condominiale di Briscola chiamata.
“Per forza che mi pagherai da bere… te l’avevo detto io, che se avessi voluto sarei stato capace di mettere in riga il paese! Altro che la giunta comunale, altro che le rivolte delle videoteche…”
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