"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#5] In viaggio

[#5] In viaggio 11/06/2010 05:36 #120

Periodo: Aprile 2008

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 08:58 #255

In viaggio di icarothelight

La telecamera indugia sulle scarpe da donna. Sono estive e lasciano i piedi nudi in bella vista. Le unghie dipinte di rosso sono accuratamente tagliate. Continuiamo a vedere quelle scarpe, mentre l’inquadratura si allarga di poco. Ora vediamo anche fino alle ginocchia. La donna è appena uscita da una cabina e si trova nel corridoio di un treno. I piedi si muovono, in perfetta sincronia, nessun difetto per quelle gambe. Ora si ferma davanti ad una piccola porta, la telecamera sale fino a farci vedere: “Scompartimento 4- cabina 5”. Ci sono sei persone dentro (che poi è il numero massimo consentito) quattro uomini e due donne. Finalmente riusciamo a vederla di schiena: indossa dei pinocchietto neri ed un top bianco che lascia in mostra le spalle. Ha i capelli piuttosto lunghi, lisci, neri ed il suo fisico appare tonico. Circa 28 anni. Porta con se’ una valigia nera, rigida.
Riprende a camminare fino alla cabina 6, ma ancora una volta trova il tutto-esaurito e prosegue fino a quando finalmente…

Nella cabina 8 infatti i tre posti di sinistra sono occupati mentre rimane libero quello centrale dei tre di destra. La donna entra e si siede, sistemando prima la valigia in alto, nell’apposito sostegno. Il ragazzo che le siede di fronte non può avere più di 18 anni, mentre la suo fianco c’è un uomo sulla cinquantina ed una signora che ha superato i sessanta. Circondano invece il ragazzo due coetanee.
Il giovane prende a fissare la donna con insistenza. La sua avvenenza lo rapisce da subito. Il treno si ferma e la telecamera indugia sul cartello della stazione per poi ritornare dal ragazzo, occhi fissi sul viso della donna, che non appare infastidita.
“Fa molto caldo qua dentro non trova?” chiede il giovane. Il viso della ragazzina di destra non pare particolarmente sereno. La donna senza parlare si alza e va verso il finestrino cercando di aprirlo. I suoi glutei sono in bella mostra e riscuotono un certo successo nel circondario maschile. Niente da fare, pare bloccato e dopo un paio di tentativi la donna torna a sedere. Con un sorriso fa cenno d’impotenza al ragazzo che ricambia ovviamente il gesto. “E pensare che non volevo proprio farlo questo viaggio, devo proprio ringraziare Giacomo!” pensa il giovane “…è qualcosa d’incredibile, di una bellezza imbarazzante… se solo riuscissi…” ma il suo pensiero si sgretola in un attimo quando avverte qualcosa. La gamba destra della donna gli sfiora le sue. In quell’angusta carrozza, non è così strano. Lei sembra neanche accorgersene, mentre lui assume una posa scomposta cercando di non farci caso. La donna prende infine a muovere lentamente la gamba avanti e indietro, come a tradire un certo nervosismo. Lui cerca di non pensarci, mentre le strane carezze diventano via via più insistenti, osserva l’anziana donna che pare dormire. Cerca allora conforto nell’uomo sulla cinquantina, che però essendo seduto vicino al finestrino pare rapito dal panorama. Infine torna a guardarla in viso senza pudore e lei le abbozza ancora un sorriso. Il ragazzo appare colpito e distoglie lo sguardo, il suo pensiero è una lettera aperta: “sono questi attimi che rimangono incisi nella mente… magari non succederà nulla, non saprò mai niente di lei… ma quello che sta accadendo qui, ora, sarà sempre mio e sarà sempre bellissimo ripensarlo.” Quindi lei si alza di colpo ed esce. Una voce dalla cabina sembra dire “Raccogli la bava Vincenzo…” ma non la udiamo bene, in quanto la telecamera rincorre la donna che sembra diretta al bagno. Vediamo la porta della toilette chiudersi ed il bianco della verniciatura che ci abbaglia lo schermo.

Poi l’inquadratura abbandona la donna e torna senza ulteriori stacchi nel corridoio…fino a fermarsi nella cabina 4. Entriamo e possiamo scorgere i 5 corpi distesi sui sedili, tutti con un buco ben visibile nel centro della fronte. Sono tre donne (di cui 2 piuttosto anziane) e due uomini di mezza età. I corpi senza vita in posizioni assurde, paiono fantocci. La telecamera arretra ed esce dalla stanza. Poi uno stacco ci riporta nella cabina del ragazzo. Ci mostra il posto lasciato vacante dalla donna… poi sale su fino al bagaglio nero, che sobbalza a causa dell’andamento del treno. Stiamo con lui per una trentina si secondi. Lo osserviamo muoversi impercettibilmente ad ogni piccolo sbalzo. Infine lo sfumo a nero ed i titoli di coda.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 08:59 #256

In viaggio di maxmara

22.31.
C’è chi, dopo aver finito, si accende una sigaretta.
Io solitamente passo dieci minuti in bagno.
Solitamente, però.
Nel caso specifico, mi ritrovai disteso sul letto con uno scotch invecchiato in mano e il telecomando appoggiato sul basso ventre. Amo lo scotch come nient’altro al mondo. Saranno i 7 mesi passati in Scozia, il soprannome “Malthus” coniato per me dopo una devastante sbornia post-esame di economia, o forse la decisione di bere solo roba buona.
Una donna che, in camera sua, tiene una bottiglia di Scotch per l’uomo di turno non può che essere una gran donna. Appoggiai il bicchiere sul comodino, accesi il televisore ma me ne pentii istantaneamente. Appoggiai il telecomando sul letto, con molta delicatezza. Lo tratto bene, mi piace pensare che grazie a lui ho la possibilità di zittire politici, conduttori, vallette, giornalisti.
Mi avvicinai alla porta del bagno, nudo, e cominciai a sentire il rumore dell’acqua nella doccia. Vedevo attraverso le porte di vetro soffiato le curve della mia “Dama dello Scotch” e non desideravo altro che spalancare la porta, prenderla da dietro e fare come fanno tutti gli attori in tutti i film.
Raccolsi i miei vestiti ammucchiati vicino al bidet.
La passione ci aveva colti lì, come capitava, un po’ di tempo prima.
Portai tutto qualche metro più in là, per poter sbirciare, dalla porta socchiusa, mentre mi rivestivo.
Tornai prima a prendere l’orologio da polso, rimasto sul comodino.
22.33.
Mi bagnai la lingua sorseggiando direttamente dalla bottiglia di Scotch, tanto lei non mi poteva vedere. Tornai in bagno e mi appoggiai al muro con la schiena, per non perdere l’equilibrio. Mi infilai le mutande e i calzini: bell’esempio di uomo virile. Infilandomi il secondo calzino iniziai a osservare i suoi piedi che si spostavano, ora in punta e ora con la pianta ben appoggiata. Aveva caviglie sottilissime, ma bei polpacci da cavallerizza. Odio le gambe filiformi delle modelle, avrei una paura folle di spezzarle. Mi immaginavo lì, a sfiorarle le cosce e ad aspettare un suo gemito. Mi infilavo i pantaloni pian piano, osservando lei, come se fosse un percorso parallelo. Fianchi rotondi, generosi, fianchi che mi facevano capire, veramente, che la donna è nata per essere madre. E poi quella schiena liscia, bagnata e robusta, costretta com’è a sorreggere un seno così prosperoso. Infilai le mani nella mia camicia e non so davvero cosa avrei dato per entrare nella doccia e appoggiarle, aperte, sulle sue tette. Mentre mi abbottonavo la camicia immaginavo a come starebbe addosso a lei, con i bottoni pronti a esplodere, come in quella pubblicità delle caramelle. Maledetta Televisione!
Aveva i lunghi capelli bagnati appoggiati sulla schiena; era veramente bella. Teneva la testa indietro per ricevere lo spruzzo d’acqua in faccia, e mi sentivo, seppur a distanza, tutt’uno con lei.
In certi momenti, quando la realtà ti pesa sulla testa come una spada di Damocle, o quando ti si appoggia alla gola come una lama gelida che vuole reciderti la giugolare, la doccia è l’unica, temporanea consolazione. Mentre sei chiuso nel tuo box-doccia non esiste più nulla.

Quanto avrei voluto essere chiuso con lei in quel bagno, per poter vivere insieme quei piccoli momenti di evasione, di fuga, quel breve e intenso viaggio nel mondo senza pensieri.
Feci scivolare ancora, di nuovo, i miei occhi sul suo corpo, dai capelli fino alla punta dei piedi. E poi di nuovo su, ripercorrendo mentalmente lo stesso viaggio che avevo percorso pochi minuti prima, sul letto insieme a lei.
Vestito e pettinato, sentivo la fortissima tentazione di strapparmi tutto di dosso e di buttarmi sotto la doccia, o magari di buttarmici vestito.
Guardai l’orologio.
22.46.
Sbirciai per un’ultima volta in quel bagno, presi la mia giacca appoggiata sul divano e me ne andai silenziosamente.
Dovevo rincasare di corsa.
Meno di un quarto d’ora e mia moglie sarebbe rientrata dal lavoro.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:00 #257

In viaggio di Litos

Il treno iniziò a muoversi lentamente. Controvoglia. Dal finestrino in fondo al convoglio potevo osservare la sagoma saltellante di Antonio che salutava. Piangevo sommessamente.
Il mio amico, capace in ogni occasione di trasmettere energie positive, continuava a sbracciarsi dalla banchina. Faceva piroette, saltellava, smaniava quasi fosse indemoniato. Era il suo ultimo saluto, l’ultimo sorriso che mi regalava. La sua figura scomparì piano piano, ma io rimasi immobile davanti a quel vetro sporco di usura e pioggia sabbiosa. Immerso nei miei pensieri.
Lasciare una città in treno ha un sapore tutto particolare. L’aereo rende tutto troppo facile, troppo scontato, troppo veloce. Invece da un vagone tarlato osservi la città, casa dopo casa, quartiere dopo quartiere, muro dopo muro. È un commiato silenzioso ma partecipato. Quella città mi aveva restituito a me stesso, facendomi scoprire la parte più genuina di me. Mi aveva dato tanto, io avevo cercato di ricambiare, nell’unico modo in cui si possa restituire un favore a un posto: vivendolo in pieno, fino in fondo. Fortunatamente non sapevo che con quel treno avrei perso tutto. La spensieratezza, la felicità, la voglia di vivere che avevo respirato e condiviso in quelle strade così antiche, così materne. L’idillio era finito, stavo attraversando il mio Stige verso l’abisso della monotonia e della maturità.
“Dai, sediamoci!”. Federico era rimasto imbambolato accanto a me. Chissà se era scosso dai miei pensieri, se nutriva la mia stessa infondata speranza per il futuro, se si sentiva ancora a metà del guado invece che alla fine di un cammino… Non avrei mai trovato il coraggio di chiederglielo.
Oscillammo di corridoio in corridoio finché non trovammo due posti liberi in uno scompartimento a metà del convoglio. Entrammo, sistemammo la nostra montagna di bagagli e ci accomodammo. Federico si sedette accanto alla porta, io presi posto accanto al finestrino. Volevo dare un ultimo abbraccio alla città. Rimasi un po’ assorto a guardare fuori. Il cielo plumbeo toglieva profondità alle facciate degli edifici. Di quando in quando riconoscevo una strada, un incrocio, un campanile, un negozio. Mi si formava come un groppo alla gola, una sensazione agrodolce di tristezza, per l’abbandono, e gioia, per i ricordi. Federico sembrava già dormire.

Piano piano il paesaggio urbano si diradò e il treno prese a fendere con piglio deciso la fiacca campagna d’oltralpe. Misi le cuffie dell’ipod. Distolsi lo sguardo dal paesaggio e lo posai sulla ragazza che mi sedeva di fronte, immersa nei suoi pensieri. Gli occhi di chi guarda fuori dal finestrino sono strani, buffi. Continuano a cercare un punto di rifermento che non troveranno mai e saltellano inquieti a destra e a sinistra. I suoi erano caldi, color nocciola, e continuavano a schizzare avanti e indietro osservando i campi di grano. A un tratto, sentendosi osservata, sobbalzò e mi rivolse un sorriso sereno. Aveva un incisivo leggermente rotto e una fossetta sulla guancia sinistra. Sorrideva di sbieco, con una smorfia simpatica. Era deliziosa, faceva tenerezza, ma anche sesso. Molto.
“Dove vai?”, mi chiese subito senza smettere di sorridere. Pesai a lungo le parole che stavo per pronunciare, una verità che non amavo e non volevo riconoscere così in fretta.
“A casa”, le risposi, e sentii con quel gesto di essermi gettato definitivamente alle spalle il mio ultimo anno di vita.
“Sei fortunato” insistette lei “io sono sempre lontana da casa per lavoro”. La osservai interdetto e cercai di ricambiare il suo sorriso. Non ci riuscii probabilmente e lei tornò a fissare il panorama.
La squadrai per qualche altro secondo, apprezzando la consistenza del suo polpaccio inguainato da calze nere. Spinsi la testa all’indietro, sul sedile, e chiusi gli occhi. Di lì a poco mi addormentai cullato da Francesco Guccini: “…e pensavo dondolato dal vagone, cara amica il tempo viene e il tempo dà, ma andiamo tutti nella stessa direzione e che senso abbia in fondo chi lo sa…”.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:00 #258

In viaggio di marcoslug

Luglio col bene che ti voglio, ma tu non ne vuoi a me. La giornata è una di quelle fastidiose e ostili, come solo poche sanno esserlo, che provi uggia al solo respirare e staresti tutto il tempo a grattarti la cute, senza paraltro trarne sollievo. E non è la pioggia; quella, se vogliamo, è pure piacevole, fa compagnia. Dal canto tuo sai perfettamente che in giornate come questa devi creartelo tu il buonumore, con aggressività e tenacia: uno squarcio nel tendone che asfissia, e via fuori.
La strada sale regolare, troppo regolare per i tuoi gusti. Guardi il cielo grigio, un cielo talmente grigio che nasconde anche le nuvole; guardi l’erba ovattata ai lati della strada, e i profili dolci delle montagne, e le schiene ricurve di chi ti sta davanti, ma non c’è niente di vagamente stimolante. È come se il direttore di tutta questa baracca avesse abbassato al minimo il contrasto del video, con il grande e potente telecomando in dotazione.
Diamo un’occhiata alla cartina va’: forse capire dove sei ti può suggerire qualcosa su come devi combattere. Che familiare il nome di questo colle! Lo ripeti dentro di te come se fosse una parola del dialetto romagnolo, e suona d’un bene. E’ Galibier… aquè, impett. Il Galibier… qui, di fronte. Un sorriso divertito si materializza sulle labbra consumate dallo straordinario freddo. La metamorfosi è rapida e indolore: quell’innocua curvatura si trasforma in un attimo in un ghigno perfido, beffardo, esageratamente ironico. Ed eccole che montano: aggressività e tenacia, in furiosa successione e con inesorabile veemenza. Il Galibier… qui, di fronte, a sei chilometri tondi tondi.
I gesti sono istintivi, eppure di una precisione scientifica. Stavolta non c’è neanche bisogno della ritualità; sollevi giusto gli occhiali da sole, per ovvie ragioni contingenti, ma nessun altro spreco di energie deve esser fatto. Non degni il Crucco nemmeno di uno sguardo, non per supponenza, ma perché semplicemente non ti interessa. C’è un solo e unico obiettivo, il trionfo finale, e un solo e unico mezzo per raggiungerlo: la strada. Fai uno scatto violento, una frustata micidiale ai sottili quadricipiti, sottili in confronto alla concorrenza; e scopri, dopo alcuni secondi di innegabile paura, che non ha fatto male. Ok comandante, il viaggio può ufficialmente cominciare!
La pedalata è rotonda, potente; l’alzarsi sui pedali un gesto armonico di rara bellezza. Le braccia, impreziosite da eleganti fasce nere che nascondono l’antiestetica peluria, sono tese sulla parte bassa del manubrio, come se una lunga e trionfale volata avesse da essere. Il portamento serio, la bandana color acquamarina saldamente fissata sulla calotta cranica, la fronte accigliata a dipingere un’espressione sorpresa. E gli occhi, Marco, gli occhi… Gli occhi sono quelli di un gatto selvatico che brama la solitudine.
Le due ore successive hanno il sapore della Storia, impressa a grane grosse nel cuore di milioni di spettatori. Ad ogni pedalata sull’asfalto viscido, milioni di sospiri; ad ogni rilevamento cronometrico, milioni di stomaci che si allentano. I più anziani seguono morbosamente le immagini televisive con le lacrime agli occhi e un paio di affilati coltelli piantati nel tessuto dei ricordi. Sigarette che si consumano nervose, mugugni di soffocata goduria, la voce roca di un telecronista spagnolo. Pantani vuela en el Galibier. Pantani baja a tumba abierta. Pantani che apre uno squarcio nel tendone che asfissia. E via fuori.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:01 #259

In viaggio di Mike975

Una vita paradossale la sua,slegata dai consueti punti di riferimento;senza parenti se non lontani e sconosciuti, senza genitori deceduti subito dopo la sua laurea in lingue, amici veri che non si sono dimostrati tali…conto in banca non ricchissimo ma cospicuo quanto basta per poterci vivere di interessi in modo molto piu’ che dignitoso.
Tutto lo portava in una sola direzione e infatti decise di prenderla e non uscirne piu’.
L’inizio si’ dimostro’ particolarmente arduo ma l’attenzione e l’affetto dimostrato dai suoi conterranei fu tale che la sua scelta divenne la sua stessa essenza di vita,plasmandosi e fondendosi in un panismo totale.

“Non e’ che non ti amo ma tra noi non puo’ funzionare, mi spiace a me per primo ma te l’ho gia’ spiegato tantissime volte,non insistere …ti prego , sarebbe veramente inutile…”click…
Cosi’ ricapito’ di nuovo…all’accenno dell’argomento principe per una coppia,l’inevitabile luogo comune ritorna con famiglia e figli al seguito;il declino appostato dietro l’angolo della sua esistenza di coppia fece capolino ancora una volta…
Ma l’euforia alla fine come sempre ebbe il sopravvento e si diede subito da fare.
Sistemo’la la casa con i consueti accessori (sempre diversi) di cui non poteva fare a meno,primo fra tutti il pc con connessione internet.
La sua casa in fondo era il web con le sue pagine sicure, i suoi indirizzi sempre uguali…nel desktop sopra il planisfero centrale c’era la scritta “home sweet home”.
La casa in centro era ristrutturata perfettamente stavolta e da li poteva osservare mezza citta’;i piani alti erano la sua mania,era innamorato degli scenari che si gli si presentavano a tutte le stagioni, dai colori ardesia e indaco del cielo e del mare, alle luminescenze giocose del sole sulle montagne ai fitti immensi nerastri della notte interrotti dai puntini stellati prima sparsi e poi padroni del cielo.
Come di prammatica non si trovo’ impreparato,il web permetteva di creare ad hoc le situazioni volute con un buon margine d’anticipo ed era una comodita’ assoluta.
Non solo sulle cose pratiche come i documenti o la casa ma perlopiu’ nei rapporti interpersonali;il giro delle amicizie fu ricreato in un batter d’occhio e la lingua stavolta non era un problema,rientrava nelle quattro conosciute.
La parte piu’ bella arrivava in questo momento,la conoscenza del luogo e dei dintorni avveniva sempre in questo periodo spensierato della primavera nascente, quando solo o con amici munito di videocamera e macchina fotografica digitale immortalava le bellezze della natuta e dell’uomo…a volte le nefandezze dell’uomo…
Tutto finiva nei suoi supporti digitali,due hard disk che in duplice copia scrivevano testimoni della sua esistenza.
Innumerevoli interessi gli permettevano di non adagiarsi mai nonostante la sua naturale indolenza al lavoro che non cercava…la sua energia era completamente a disposizione di se stesso,del suo corpo e della sua cultura estemporanea.
L’amore lo colpiva sempre all’improvviso con la sua puntuale casualita’ e faceva male perche’ sapeva gia’ il “the end” che non dava per scontato ,ma sapeva essergli sopra come una spada di Damocle..
Ed ogni volta era amore vero,senza risparmi;credeva nell’amore eterno e la speranza di trovarlo un giorno…ma la speranza che in partenza si dimostrava vigorosa scemava vertiginosamente quando i due cuori vicini si confrontavano sul venturo.
E lui resisteva agli attacchi frontali…aveva deciso di non cambiare per nessuno…tutte si illudevano di essere speciali (e forse lo erano), non avevano dubbi che si sarebbe fermato li stavolta …lo amavano…erano amate…ergo…

Perche’?Per lui non valeva lo stesso discorso?Seguirlo sarebbe stato da pazze,lo sapeva benissimo ma cos’altro poteva alleviare la sua errante solitudine se non il conforto dell’Amore…non quello che viveva lui a piccole dosi ma quello dei ricordi sul tramonto dell’anima.
Accese il portatile,era arrivato il momento di cambiare il desktop…aggiunse la freccetta sul planisfero e ricarico’…invio’ il bonifico di acconto…fini’ di scaricare le foto e i video sui suoi hard disk esterni,poi lascio’ le chiavi al vicino come d’accordo con il proprietario e parti’…
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:02 #260

In viaggio di Paphiopedilum

Mi hanno chiesto di scrivere dei miei viaggi.
Fare un bel libro, magari.
Di quelli con un inizio ma senza fine, di quelli che lasciano aperta la possibilità vi sia un seguito o che permettano, almeno, di mutarlo in un film che ne abbia uno non all’altezza del primo episodio.

Ho rifiutato ma loro hanno insistito:
“Hai viaggiato tantissimo, tu, chissà quante cose hai da dire”
E’ vero, glielo concedo.
“trasmetti queste tue esperienze agli altri”.
Mi hanno convinto poco a poco. Ma mi hanno convinto.

Così ho iniziato a scrivere una pagina, poi due, poi tre… fronte e retro.
Partendo da quella volta in cui ho visitato i miei zii al camposanto con mia mamma che ancora piangeva, mio padre che cambiava l’acqua ai fiori ed io che chiedevo a mio fratello quando saremmo potuti andare via.
Poi la volta alla centrale del latte; un uomo vestito di bianco mi fece assaggiare il latte appena munto ed io dissi che era buono mentre lo risputavo di nascosto nel bicchiere e la maestra faceva la faccia arrabbiata perché era cosa brutta ma non troppo arrabbiata perché ero comunque stato gentile nella risposta.
Ho poi parlato del mio viaggio a Loano in quinta elementare e di quelli nelle capitali asburgiche negli anni delle superiori, ho scritto con dovizia di particolari di ogni luogo e di ogni persona incontrata, Vienna son otto pagine, Praga sette…Budapest solo quattro perché lì la gente è schiva e taciturna; o inventi un romanzo oppure non esce nulla sulla loro vita.

Ogni tanto interrompevo per giorni il mio libro e mi facevo pregare un pochino affinché continuassi ed io continuavo dando l’impressione lo facessi controvoglia ma in verità iniziava a piacermi davvero.

Che bello ricordare il mio master a Milano e le estati passate al mare per l’Italia, le notti trascorse in sacco a pelo in alcuni campeggi dai nomi coniferi e gli alberghi girati nell’inter-rail scandinavo.
Poi mi sono sposato.
Viaggio di nozze in Cina e tre capitoli per dire quel che Il Milione non è riuscito a dire in chilometri di carta, la Cina non è quel che si pensa, semplicemente è lontana dal nostro pensiero e va solo guardata.
A proposito, ho guardato molti posti in questi anni, ora che ci penso, il mulino alle porte di L’Aja o l’acquedotto romano in Provenza, le cascate nel cuore dell’Africa con il miglio pestato dalle nere donne del Senegal, i cammelli a passeggio ai bordi del Mar Rosso e i punti colorati sulla fronte delle splendide donne indiane.
Ho guardato molto e pensato poco ed è per questo che scrivere questo libro mi è cosa tanto cara. Penso per la prima volta.
Elaboro quel che gli occhi han registrato.
Ed ho cambiato 3 biro bic senza nemmeno arrivare a metà.

A trent’anni è arrivato il primo figlio, a trentadue il secondo. Ho smesso di viaggiare per paesi ed ho preso a muovermi per negozi e per asili e per piscine e per elementari… per licei e per discoteche. Una volta persino in questura per il più grande e la sera dopo ho ripreso a viaggiare in compagnia di un astuccio di marjuana mentre mia moglie bussava alla porta del bagno ed io emettevo bolle nella vasca e anelli di fumo dalle labbra.
“Sono a mollo, amore” dicevo.
E intanto vedevo forme strane in più strane stanze e toccavo le mie dita forse per la prima volta.
Questi viaggi intrapresi nella carrozza fumatori di bianca ceramica divennero sempre più frequenti ed anche la mia compagna smise di bussare alla porta.

A 50 anni finimmo di viaggiare assieme ed io scoprii cosa significa telefonare alla moglie utilizzando un numero di casa diverso dal proprio.
Visitai Amsterdam, diverse volte.
Visitai Cuba, fermandomi sempre più giorni.
Visitai i bar ed i night club americani senza conoscere una sola parola di inglese se non “whisky” e “how much?”.

Una volta al mese partivo col treno per Lugano a trovare mio figlio più piccolo e passavo il viaggio a ricordarmi quale souvenir fosse per mio nipote Andrea e quale per Marco. Ogni volta arrivavo e sbagliavo a dare i pacchetti ma questo non l’ho scritto perché lo trovo imbarazzante.
L’altro mio figlio lo incontravo a Napoli ogni festività degna di ponte ed è strano pensare come nessuno, nella mia vita, sia mai venuto a trovare me.
Mi son sempre mosso io… viaggi su viaggi.
Anche ora è così e sono mesi, infatti, che non incontro più nessuna faccia amica.

Gli ultimi sei capitoli sono dedicati a quest’ultimo anno.
Sono stato in lavanderia una volta a settimana.
Ho camminato tantissimo in cortile, tutti i giorni.
Tre viaggi in un semestre nel palazzo giudiziario.
Sono stato trasferito da Torino a Genova e da Genova a Bari.
Ho preso la macchina per fare alcune analisi all’ospedale, non guidavo io.

Continuo a viaggiare.
Di notte sogno un passato diverso in alcuni particolari.
Sono momenti statici in cui non ho saputo fermarmi. Fermare la mia rabbia.
Fermare la mia mano.

Ed ora non ho aerei da prendere ma solo bus da perdere.
Domani verranno a ritirare il mio libro e dovranno aprire la cella.
Dirò loro che l’ho scritto malvolentieri e resterò sulla mia branda.

Dentro riderò perché questo viaggio di inchiostro è stata la cosa più bella della mia vita.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:02 #261

In viaggio di vaisecco

Il sole alto di quel pomeriggio d’estate gli bruciava la testa.
Su di un vecchio carretto trainato da un mulo stanco tornava a casa trasportando alcune balle di fieno, foraggio che avrebbe aiutato il loro bestiame a superare l’inverno rigido tipico di quella vallata.
Prima di giungere al paese ordinò al mulo di fermare la sua marcia, voleva prendere tempo per riflettere.
Si sarebbe sposato il mese successivo, ma nella sua testa sfrecciavano così tanti pensieri che non riusciva a realizzarlo del tutto.
Non si preoccupava di trascorrere il resto della propria vita con Teresa, una ragazza graziosa quanto semplice.
No… era quel che sarebbe successo subito dopo il fatidico “Si”.
Agli albori della prima repubblica la povertà regnava un po’ ovunque, ma nella grande città si respirava aria di borghesia.
I traffici dei commercianti rifiorivano, i mestieri nobili crescevano sempre più di numero mentre le poche “tote” che contribuivano alle entrate della famiglia evitavano di spaccarsi la schiena lavorando la terra.
La sua famiglia aveva fatto molti sacrifici per assecondare il suo desiderio di continuare a studiare, permettendogli di diplomarsi.
Ogni giorno percorreva quei lunghi e lenti chilometri che lo separavano dalla scuola della più vicina cittadina per raccogliere la conoscenza che un giorno gli avrebbe permesso di emergere dalla povertà a cui appartenevano tutte le persone che conosceva.
E finalmente quel giorno stava per arrivare!
L’ambizione mischiata ad una buona dose di autostima lo avevano proiettato in una dimensione utopica in cui si sentiva in grado di azzerare i conti con un passato ricco di pochezza e di miseria.
Eppure faticava ad accettare di voltare pagina per pareggiare i conti.
Con molto impegno aveva convinto Teresa ad allontanarsi con lui dalla loro terra, da quel maledetto posto meraviglioso che sarebbe rimasto per sempre la loro casa, per andare a far fortuna nella grigia città.
Non sapeva se odiava più se stesso per non essere riuscito a far soldi al paese o se odiasse di più quel paese, il suo paese, che non gli aveva dato l’opportunità per rimanergli fedele.
Solo il grande amore che Teresa provava per lui aveva sconfitto la resistenza della futura moglie nell’affrontare quel viaggio verso l’ignoto, lontano dalla proprie radici e dai propri sentimenti.
Si lasciò cadere all’ombra di una grande quercia. Per fortuna la radio a onde lunghe aveva annunciato l’arrivo in maglia gialla a Parigi di Gino Bartali, un buon diversivo per una mente ingolfata…

“Papà, ma non vuoi mai giocare con me?”
“Mannò Silvia, te l’abbiamo già spiegato: il papà lo vorrebbe tanto, ma deve andare a lavorare. Il prossimo fine settimana sarà a casa tutto il giorno e giocherete tutto il tempo insieme!”
Teresa aveva anticipato il marito vedendo che questi era in difficoltà nel trovare le parole giuste per comporre una risposta sensata. Mentre pronunciava quelle parole – il prossimo fine settimana sarà a casa tutto il giorno e giocherete tutto il tempo insieme – sperò fervidamente che quello scenario potesse divenire reale. Ora che erano nati anche Giovanni e Franco, le sue giornate erano più intense e si sentiva un po’ meno sola. Certo, se fossero rimasti al paese la compagnia sarebbe stata più numerosa! Avrebbe anche potuto lavorare qualche ora andando alla bottega dello zio mentre i figli li avrebbe potuti accudire sua nonna che saltuariamente vedeva e forse per questo si accorgeva di quanto fosse evidente che si stesse lentamente, ma inequivocabilmente, spegnendo.
Quel giorno il marito avrebbe dovuto incontrare alcuni dirigenti di un’importante squadra di calcio locale: nell’ospedale in cui lavorava come massaggiatore si era sparsa la voce che fosse il migliore in circolazione, e questo allontanava di molto la prospettiva che la figlioletta potesse abbracciare il papà nei prossimi fine settimana…

Da poco era andato in pensione.
I radi capelli grigi rimastigli testimoniavano l’anagrafica dell’uomo dalla cui testa stavano cadendo. La sua vita non era più una trottola impazzita, ma al contrario scivolava lenta come una mosca che si dibatte dalla prigionia di una carta moschicida. Ora avrebbe avuto molto più tempo per se e per la propria famiglia!
Già… la sua famiglia. Silvia si era sposata un anno prima; al suo matrimonio era dovuto scappare subito dopo la cerimonia e saltare l’inizio del pranzo al ristorante perché il capitano aveva pensato bene di scontrarsi col proprio portiere nella rifinitura dell’allenamento prima del derby, lasciando così la figlia a chiedersi cosa spingesse un uomo a fare ciò che non vuole se non la concreta possiblità che davvero fosse ancora alla ricerca di un carrierismo a pochi mesi dal traguardo della pensione.
Il figlio più giovane studiava in Francia; voleva fare il chirurgo e diventare importante come lui.
Franco invece aveva raccolto il testimone che lui aveva abbandonato molti anni prima ed era tornato al paese, attirato dal richiamo delle sue origini come se fosse un’ape operaia che fiuta i feromoni dell’ape regina. Quasi inconsapevolmente questa decisione l’aveva un po’ allontanato da suo figlio e spesso, quando si riunivano tutti insieme, aveva la sensazione che fosse un po’ un clandestino.
Teresa invece non c’era più.
Un’auto guidata da un ubriaco l’aveva investita sulle strisce pedonali superando un’altra auto che si era fermata per farla attraversare.
Non era tardi, ma si mise a letto… in fondo non gli restava molto altro da fare.

Aprì gli occhi.
Gli faceva male la schiena, sicuramente era passato molto tempo da quando si era addormentato.
La grande quercia non proiettava più ombra perchè il sole era ormai tramontato.
Rimase immobile in un silenzio smarrito… Non riusciva a convincersi che ciò che aveva visto in quel percorso dentro la prospettiva della sua vita fosse solo frutto delle sue preoccupazioni.
Rimase immobile ancora per qualche minuto mentre continuava ad elaborare i dettagli di quell’impossibile viaggio temporale introspettivo.
All’improvviso si alzò di scatto e si mise a correre verso casa di Teresa. Doveva assolutamente sapere che la meta era cambiata!
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:03 #262

In viaggio di Efri77

Veramente, da buon figlio come aspiro ad essere, avrei dovuto indugiare molto più a lungo prima di rendere di pubblico dominio queste brevi considerazioni sul percorso svolto nella mia vita fino a questo momento.
A vincere ogni mia resistenza è stata la convinzione che la pubblica riflessione possa essere stimolata anche da una singola storia personale come la mia; comune ma non per questo facile, storia di bambino di 4 anni.
Abito con mia madre in un modesto miniappartamento nella periferia della nostra città.
Un quartiere “dormi e fuggi” come sono solito definirlo, perché la gente se ne va da qui al mattino presto e vi ci fa ritorno solo all’imbrunire, con le facce stanche e assonnate, non ci sono né fiori sui terrazzi – chiamo così quelle piccole prominenze di 40 centimetri in corrispondenza della zona giorno perché è così che sono definite nel nostro contratto d’affitto – né tanto meno negozi.
I pochi che hanno tentato l’ardire hanno chiuso con grosse perdite di capitale, la resistenza è fatta solo dall’edicola e dal piccolo bar del circolo cattolico dietro la chiesa: intervento divino, c’è chi direbbe.

Mio padre invece abita a circa 40 km dal centro, immerso nella campagna più rurale, in quelle zone – per capirsi – in cui è ancora comune andare al centro del piccolo paese con il lamborghini, il trattore, a bersi un paio di bicchieri di rosso a fine lavoro, di quel rosso che sporca il bicchiere con i suoi resti e colora il volto dei voraci bevitori. Un paio di fine settimana al mese devo passarli da lui.
Come tutti i bimbi sanno e come gli adulti non ricordano più, ho un compito davvero difficile: farli sentire genitori. Immaginate sia forse facile far credere a queste persone d’aver a che fare con un individuo che necessita di tutto, che ha tutto da imparare e che guarda a loro costantemente con un senso di meraviglia per le cose che fanno e dicono?
Faccio solo qualche esempio per far capire anche agli adulti che mi leggeranno di che sto parlando.
Tra le cose che preferisco e che mi danno un sottile e forse vagamente perverso divertimento e farmi una bella pipì nei pantaloni buoni quando mia madre è con ospiti o amici influenti, tanto la loro reazione nei miei confronti è sempre la medesima: “Oh… povero piccolino.. proprio non ce la faceva più!”, ma il loro imbarazzo mi fa davvero impazzire. Poi tante altre situazioni simpatiche come il ripetere ad alta voce e all’infinito le parolacce che ogni tanto si lasciano scappare.
Ma non sono così cattivo come può apparire fino a qui, ho anche una responsabilità nei confronti dei miei genitori, quella di farli sentire tali. Allora ecco i sorrisi e mille ringraziamenti per quegli assurdi giochi che mi regalano, ecco la meraviglia quando ti fanno vedere qualcosa che credono di saper fare e di esser in grado di insegnarmi, ecco che quando giochiamo a calcio con mio padre prima faccio finta di non saper nemmeno calciar il pallone per vedere dopo i suoi “insegnamenti”, al mio primo gol, uno stupido ma sincero entusiasmo pervaderlo, ecco – per dire anche quello che non sopporto – la solita parente che arriva e mi parla come se avessi appena subito una lobotomia: “I-o por-ta-re re-ga-li-no a t-e”.

Questa è una situazione comune tra noi bimbi, ma quello che mi mette davvero in crisi è che vivo tutto moltiplicato rispetto alla normalità: due case, due stanze, due famiglie con tutto il loro parentado da accontentare, ognuno con le proprie fissazioni, con i propri progetti per il mio futuro.
Ho in concreto una doppia vita e spesso mi dico che se non avessi un carattere forte e già ben definito tutto questo sarebbe devastante per la mia psiche. Per fortuna ormai ho il mio trucco: il viaggio è il mio momento di retroscena. Come nella metafora Goffmaniana del teatro ho trovato il momento in cui, come gli attori di teatro, posso ripassare la mia parte e non incorrere in gaffe imbarazzanti: lungo la strada tra un luogo e l’altro. Del resto sono sempre di corsa per andar all’asilo, per andar dal nonno il pomeriggio mentre mia madre lavora, per andar da mio padre un giorno e per tornar a casa il giorno dopo. Con il torpore della macchina fingo di dormire e ad occhi chiusi ripasso la mia parte.
A proposito questo è quello che mi devo preparare a fare anche ora dopo aver nascosto questi scritti.
Come sempre consegno alla maestra un bel disegno colorato, arriva il nonno e partiamo per i giardini con, a metà strada, la sosta per comprarmi le figurine di Cars all’edicola.
Mentre il nonno lo paga, il mio mitico edicolante mi sorride e io gli faccio l’occhiolino, tra qualche minuto tornerò di nascosto a prendermi Il sole 24 ore.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:04 #263

In viaggio di Simcam



Odio risvegliarmi al buio. E odio gli alberghi che non ti lasciano nemmeno un po’ di luce per capire dove resta il tuo culo per potertelo grattare. Cerco il telecomando sotto il cuscino per accendere la tv. Scorro tutti i canali di musica alla ricerca di un mio video, ma in questo paese di caproni sembrano ascoltare solo merda. Sorrido pensando a quando, durante il concerto di ieri, ho detto quanto amassi loro e la loro città. E credo di aver detto di amare anche questa culona che adesso dorme al mio fianco.
Odio pure le ragazze che non se ne vanno subito dopo la scopata. Purtroppo ieri notte ero troppo fatto per ricordare chi fosse e dove l’avessi rimorchiata e adesso me la ritrovo nuda sul letto mentre dorme a bocca aperta.
Finalmente un mio video. Certo non il più riuscito. L’avevo detto che quel regista era un cazzone e l’idea di spararmi addosso tutta quella vernice verde era una stronzata.
Alzo il volume, magari riesco a svegliarla.
Mi fa male la testa e ho ancora le orecchie chiuse. In bocca ancora il saporaccio degli acidi della sera prima. Sul comodino trovo ancora qualche cartoncino, quelli con la faccina che ride. Li ringrazio e gli contraccambio il sorriso.
Mi trascino in bagno e mi guardo allo specchio mentre piscio nel lavandino. La matita è colata dagli occhi, cazzo. Vorrei farmi la barba, ma la mano mi trema ancora troppo. Devo uscire da qui, stare davanti allo specchio mi innervosisce.
Torno in camera, in tv stanno passando un video dei Blink.
Che si inculino! – grido allo schermo, mentre cerco di abbassare il volume.
Vado verso la finestra e apro le tende. La luce mi provoca un dolore quasi insopportabile agli occhi. Le richiudo subito. Devo assolutamente mangiare qualcosa.
Su un piccolo tavolo di legno trovo dei sandwich di ieri e della cocaina. I panini sono secchi da fare schifo ma non ho voglia di telefonare al servizio in camera. Me li mangio mentre guardo l’ultimo video dei Nickelback.
- Che capelli di merda ha Chad! Tu non trovi?
La ragazza non si è ancora svegliata.
- Certo! Che ti frega. Tanto ti scoperesti anche quello, tu.
Finisco i panini e raccolgo la coca rimasta sul tavolo per la prima tirata della giornata.
- La colazione dei campioni! Ne volevi un po’, Foxy Lady? Peccato, è finita.
Trovo i miei pantaloni per terra. Mi dimeno come una biscia mentre cerco di infilarmeli.
Mi arriva la botta. Mi ributto sulla sedia e chiudo gli occhi.
Sto salendo una scala a chiocciola senza parapetto mentre un sacco di gente scende e mi spinge. Gli urlo contro ma loro mi urtano e mi fanno cadere.
Cado giù.
Mi riprendo in preda ai brividi. Provo a calmarmi, respiro forte e guardo un video dei Lacuna Coil. La cantante resta sempre una gran figa.
Prendo la mia chitarra e mi siedo sul letto.
- Guarda che te ne devi andare!
La stronza non fa che dormire.
Comincio a suonare.
- Questa è di Jimi! Conosci Jimi tu? – mi fermo e mi volto verso di lei. – No, tu non conosci un cazzo! Lo sai cosa diceva Jimi? Il blues è facile da suonare, ma non è facile sentirlo veramente.

Ricomincio a suonare. Gli effetti delle droghe mi rendono impreciso, ma riesco a sentire la musica scorrermi dentro. Passo dal blues al rock. Alterno pezzi di Jimi a quelli degli Stones.
Mi perdo nella musica e ripenso alla cantina dove suonavo da ragazzo; alle ore passate sulla chitarra nonostante il dolore alle dita. Mi ritorna alla mente il mio primo gruppo e il pulmino della Volkswagen. Ricordo quando ho lasciato il Texas e i miei genitori per trasferirmi in California. Penso ai primi dischi e alla prima tournée, dalla California alla Florida fino alle luci di New York. Penso ai tour promozionali in Europa e ai fans che attaccano la faccia ai finestrini della limo per vederti.
La mia mente viaggia libera mentre suono Hurt dei Nine inch nails.
Apro gli occhi e mi guardo intorno. Sono di nuovo in questa merda di stanza d’albergo. Sento la rabbia trasalire e butto la chitarra per terra.
- E tu, cazzo, te ne devi andare da qui!
La ragazza non mi risponde nemmeno. Mi avvicino a lei e cerco di svegliarla.
Il suo corpo è gelido.
- Oh, cazzo…
Mi siedo ai piedi del letto e ricomincio a canticchiare.
- Where do we go now… Sweet child o’mine…
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:04 #264

In viaggio di Hic-sunt-leones

Correva a perdifiato sullo stretto sentiero in pietra che conduceva a Vernazza. Era molto stanco, faceva caldo, sudava e arrancava, ma aveva un compito da portare a termine, l’unica cosa importante per lui. Tutto il resto ora non contava. Era solo per questo che continuava a correre, annaspando in avanti con le mani tanto gli costava fatica muovere velocemente le gambe, come un nuotatore in debito di ossigeno, che fatica ad arrivare alla riva per prendere finalmente fiato. Ma non si fermava, avrebbe voluto lasciarsi andare a terra per riposare cinque minuti, ma non poteva, non adesso. Nella sua mente si ripeteva ossessivamente l’immagine di suo fratello Giampaolo che lo incitava a fare presto e a ritornare prima che poteva.
La parete rocciosa della montagna era punteggiata da numerose piante grasse che sembravano aver lottato per la sopravvivenza in quei declivi così aspri. Le irsute foglie di agave si ergevano sul lato sinistro dello stretto sentiero, grandi e prominenti, fino quasi a bloccare il passaggio in certi punti. Fabio ne sfiorò più di una e più volte sentì la puntura degli aculei sulla spalla e sul braccio, ma non ci fece caso. Cominciò finalmente a vedere la torre in pietra che indicava che stava per raggiungere Vernazza, mentre una goccia di sudore enorme scivolò dai suoi capelli e atterrò sulla punta del naso, facendoglielo arricciare. Si deterse con entrambe le mani la fronte imperlata di sudore, e si apprestò ad affrontare i numerosi gradini in pietra che lo avrebbero condotto al porticciolo.

Giampaolo era steso per terra, a pancia in su, immobile. Aveva gli occhi semi aperti, il sole cocente del primo pomeriggio lo accecava, e sentiva che la stanchezza stava per prendere il sopravvento. Era fiacco. Fabio era partito da un pezzo e ancora non si vedeva. Forse non ce la avrebbe fatta, forse non sarebbe nemmeno più tornato. Gli occhi erano ormai sempre più pesanti…

Era stato bravo finora, non doveva arrendersi ora che la meta era più vicina. I muscoli delle sue gambe urlavano di dolore, ogni falcata gli costava una grande fatica, resa più pressante dall’afa e dal riverbero del sole sulle pietre bollenti, che sprigionavano così il loro calore sul selciato del sentiero che Fabio stava percorrendo stoicamente, stavolta in senso contrario all’andata, in direzione di Monterosso. Il mare era placido, e pigramente i suoi flutti andavano a infrangersi sulle rocce, senza troppi spruzzi, quasi in un patto di non belligeranza tra i due contrapposti elementi. Il sole si specchiava sul mare, e di ritorno il mare sembrava ammantato di nastrini dorati e luccicanti. L’unico pensiero non inerente a suo fratello che Fabio ebbe durante il suo durissimo tragitto fu proprio per il mare, così splendente e accogliente… Ci si sarebbe buttato dentro a capofitto, tutto vestito, senza pensarci un attimo, se solo avesse potuto.

Monterosso non arrivava mai. Temeva di non farcela, era sempre più esausto. Mentre si apprestava a concludere una salita pietrosa e sconnessa mise un piede in fallo e cadde per terra, sbucciandosi un ginocchio e il gomito, ma non si lasciò sfuggire di mano il prezioso carico. Dopo lo spavento iniziale si rialzò felice di essere ancora tutto intero, ma intanto le ferite cominciarono a sanguinare vistosamente e a bruciargli. Si sforzò di non piangere e di non lamentarsi. Giampaolo aveva bisogno di lui, doveva continuare a correre per raggiungerlo.
Era il momento di dimostrare a Giampaolo che lui non era un peso e basta. Mamma e papà lavoravano tutto il giorno e dopo la scuola avevano ordinato al fratello maggiore di prendersi cura di lui, e di tenerlo sempre con sè. Giampaolo aveva quattordici anni, quasi quindici, mentre Fabio nove. Era una differenza di età che a Giampaolo pesava molto. Avere sempre il fratellino appresso era una condanna! Ma oggi aveva bisogno del suo aiuto… Fabio continuò a correre, nonostante il cuore gli stesse scoppiando in petto e la ferita dolorante del ginocchio gli avesse macchiato il calzino attraverso uno scuro rigagnolo di sangue. Finalmente vide comparire Monterosso…

Quando lo vide arrivare, Giampaolo si alzò di scatto e gli corse incontro: “Ma allora ce la hai fatta! Sei stato grande! Ma che ti è successo, ti sei fatto male?” e Fabio, senza fiato: “No, no, sono solo scivolato. Prendi!”. Giampaolo prese il pallone di cuoio dalle mani di Fabio e corse euforico dai suoi amici: “Ora possiamo giocare!”.
“Io… sto con te… me lo avevi promesso…”.
“Certo Fabio, sei in squadra con me!”.
Nonostante la fatica e le dure prove del viaggio appena affrontato, in quel momento Fabio era il bambino più felice del mondo.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:05 #265

In viaggio di maurocap

La stella più splendente, così amava chiamarmi mio padre. Aveva ragione. D’altra parte è impossibile esser brutta quando tua madre è stata una delle Miss Germania più radiose che si ricordino e tuo padre un affascinante imprenditore veneziano. Ho preso il meglio di entrambi: il viso e il colore dei capelli sono quelli di lei, invece gli occhi verdi quelli di lui così come la determinazione e quel carattere impetuoso che ha contraddistinto la mia giovinezza.
Ero bellissima. Iniziai a rendermene davvero conto solo alle scuole superiori quando decine di ragazzini entravano di continuo nella mia classe e raramente si fermavano dalle mie compagne. Ovviamente mi creai tante nemiche e nessuna amica, ma non me ne importava, io avevo tutti i maschi che volevo ed erano molto più interessanti di quelle stupide bambine. Per fortuna non ebbi mai una vera storia, al massimo feci felice questo o quel bullo concedendogli qualche limonata.
Mi iscrissi all’università senza sapere neppure il perché, scelsi una facoltà a caso e mi ritrovai alla Bocconi. Ormai padrona della mia bellezza sapevo usarla come uno stocco affilatissimo: nessun uomo era al sicuro, colpivo chi volevo con precisione scientifica e dopo avergli inflitto alcune emotive ferite superficiali ne potevo disporre a mio piacimento con un unico sorriso. Superai otto esami con lo sguardo del docente incollato alle mie lunghissime gambe lisce o sul mio seno maliziosamente evidente. Dispensavo parole ammiccanti, occhiate ambigue, bastava un tocco casuale sul braccio ed erano tutti miei. Non superai neppure un esame tra quelli con una docente donna, ma non me ne importava nulla: mio padre aveva soldi a palate e me li elargiva senza ritegno, forse vittima pure lui del mio fascino.
Durante quei primi tre anni all’università cambiai altrettanti fidanzati. Ma che dico, non furono mai veri fidanzati! Erano tutti figli di papà dalla carta di credito dorata, tutti auto di lusso e locali alla moda. Milano è perfetta in questo, ti fa sentire uno di quei vip che sembrano vivere di sole feste. Per me era così: serate di gala, discoteche, contatti col mondo della moda e della televisione, fughe a Montecarlo e due volte persino a Parigi e Londra,. Era un turbine di novità, un mondo dei balocchi che mi stupiva ogni volta.
Ovviamente quei tre dementi li tradii senza pudore.
Avevo tutto. Perché non mi bastava?
In quel periodo ruppi definitivamente con mia madre. Non ci eravamo mai capite e lei si ostinava a farmi mettere la testa a posto. Io detestavo le sue continue domande sull’universtà e la costante pressione quando mi chiedeva dei miei fidanzati. La consideravo banale, oppressiva, una donna che voleva farmi comportare come lei: sposa a ventitré anni e madre a ventiquattro.
«Zitta tu! Hai sposato papà solo per i soldi!» Le gridai durante una lite. Mi tirò un ceffone, il primo della mia vita, poi scappò nella sua camera. Da quel giorno smettemmo di vederci. Mio padre, quelle poche volte che lo vidi da allora, sembrò non essersi accorto di nulla. Era entusiasta di me e io non smisi di approfittarme.
Ma non mi sentii più bene.

Al quarto anno di università il mio nuovo fidanzato mi costrinse a partecipare alla festa di compleanno di un suo amico. Io non volevo perché sapevo essere tutta gente di altre facoltà, li consideravo proletari che si sentivano male se spendevano più di trenta euro in pizzeria, ma fu quella maledetta sera di novembre che conobbi Gianluca.
Era diverso da tutti gli altri uomini che avevo conosciuto, e certo pochi non erano. Se ne stava in disparte. Invece di abbaiare la sua banale opinione a un volume più forte degli altri taceva in attesa del suo turno e quando parlava tutti lo ascoltavano. Lasciò senza parole Eraldo, il mio fidanzato, in una discussione sull’ecologia usando ragionamenti pacati eppure illuminanti che capii anch’io. Eraldo la prese male, alzò la voce e cercò il litigio ma Gianluca non si scompose mai e abbandonò la sfida con una scrollata di spalle. Me ne dovetti andare trascinata via da quel cretino del mio fidanzato e l’ultima occhiata la donai a quel bizzarro ragazzo. Lui però stava sgranocchiando un grissino e non mi notò.
Una settimana dopo feci una scenata a Eraldo e lo lasciai. Da tempo mi ero stancata di lui e anche se l’esperienza mi aveva insegnato quando e come mollarli per la prima volta mi sentii davvero felice. La colpa era di un pensiero strisciante che mi aveva tormentata da quella serata in pizzeria, era la voce di Gianluca, il suo sguardo carico di ottimismo, quei suoi strani, pochi, capelli bianchi sperduti in mezzo alla nuvola di neri.
Mi ero innamorata di lui.
Riuscii a sapere alcune delle sue abitudini. Scoprii che andava spesso alla biblioteca comunale e iniziai a frequentarla anch’io. Per giustificare la mia presenza lassù ero obbligata a scegliere un libro, all’inizio lo tenevo aperto sul tavolo e fissavo di continuo l’ingresso sperando di scorgere Gianluca, poi mi sentii ridicola e finii per leggere davvero. Incredibilmente mi appassionai ad alcuni classici francesi. Ma non vidi mai Gianluca.
Chiesi altre informazioni e venni a sapere che si faceva parte di un gruppo di attivisti di Greenpeace. Di punto in bianco mi presentai anch’io in sede e finalmente lo incontrai di nuovo. Era meraviglioso! Sapeva così tante cose, discorreva con tutti di politica, di economia, di scienza. Non era come quegli uomini banali che avevo conosciuto, non sventolava in giro quel poco di nozioni scientifiche lette sui rotocalchi spacciandole per grandi misteri e sopratutto era di una modestia colossale. Un pomeriggio andai a trovarlo insieme a una ragazza che era quasi diventata mia amica, Mariangela, lui ci accolse sporco di colori a olio e intimidito ci fece vedere i suoi dipinti. Dipingeva! Per Dio lo desideravo così tanto da sentirmi bruciare!
Usai tutte le mie armi e tutta la mia esperienza, provai a metterlo sotto pressione e poi a fare la risentita ma non ci fu nulla da fare: mi resistette. Una sera approfittai di una passeggiata dopo una cena tra amici e lo baciai appassionatamente. Oh com’erano calde le sue labbra! Lo strinsi, lo accarezzai e lo sentti eccitarsi. Era mio! Era mio!
Poi mi allontanò con dolcezza.

«No.» Disse.
«Perché?» Gridai risentita. «Non sono abbastanza bella per te?» Era il primo uomo che mi respingeva.
«Sei meravigliosa…» Sussurrò.
«E allora perché?» Singhiozzai.
«Perché sei una splendida, bellissima scatola vuota.»
Rimasi senza fiato.
Di quella sera non ricordo altro. Scatola vuota. Ero innamorata di un uomo che mi considerava vuota.
Ed era vero.
Decisi di riempirmi. Volevo Gianluca, lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo. Svegliandomi vidi sul comodino uno dei libri francesi che tanto mi erano piaciuti. Provai a leggerlo e… Lo finii in una giornata. Tornai in biblioteca e ne scelsi altri. La prima settimana li scelsi meccanicamente, mi stavo imponendo di leggere solo perché speravo di “riempirmi”, poi imparai quali mi piacevano di più e quali di meno. Per tre mesi non feci altro che leggere come una matta ma mentirei se dicessi che non mi piacque. Detestavo gli scrittori italiani, amai alcuni russi e molti americani. Comprai, comprai decine di libri che non iniziai neppure. Mi appassionai alla storia, all’archeologia: era meraviglioso scoprire tutti quegli antichi popoli, le loro lotte per la sopravvivenza e le loro grandi conquiste.
La mia unica amica era diventata una fotografa per una rivista scientifica così quando partì con una spedizione in Perù per studiare alcune rovine incas a Cusco andai con lei. Gianluca sarebbe rimasto senza fiato sapendo che non ero così stupida e vuota come credeva, ma mi dimenticai presto di questo stupido ragionamento quando fui sul posto e ogni cosa che vidi mi soprafface per la sua estranea bellezza. Restammo laggiù per tre mesi poi ci spostammo in Messico. Mi piacque da morire. Mariangela tornò in Italia, io invece presi il primo volo per Los Angeles, affittai una auto anonima e girai tutto l’ovest degli Stati Uniti. Conobbi decine, centinaia di persone, moltissimi uomini ma a nessuno diedi corda. Qualcosa era cambiato in me, quelle poche parole di un ragazzo distante mi avevano, credo, aperto gli occhi. Viaggiai e imparai. Acquistai un diario, mi fermai per un mese in una sperduta cittadina del Montana per scrivere tutto quello che avevo visto fino ad allora e da quel giorno fui meticolosa nel descrivere le mie avventure. Ero fortunata perché potevo permettermi di averle. Pagai metà delle vacanze a Mariangela e insieme visitammo le grandi città americane. A New York ci rapinarono, poco prima del confine col Canada ci rubarono la macchina ma questo non mi fermò. Vidi il mare autunnale di foglie colorate delle foreste del nord-est, viaggiai tra le montagne dell’ovest fino all’Alaska. Poi presi un aereo e andai in Giappone dove restai per altri due mesi. I miei compagni di viaggio furono sempre il mio diario e svariati libri che abbandonai in giro in modo che altri potessero leggerli.
Tornai in Italia per Natale. La prima cosa che feci fu dare un bacio a mia madre chiedendole scusa. Li costrinsi a vedere tutte le foto e i filmati che avevo raccolto durante il viaggio. Papà si addormentò invece Mamma mi ascoltò rapita.
E la sera dell’ultimo dell’anno incontrai Gianluca a casa di Mariangela.
Non era previsto, accadde per caso anche se ammetto che lo desideravo da morire. Era identico a come me lo ricordavo, con i capelli disordinati e la barba incolta però il suo sguardo era diverso, quasi… Opaco?
Ebbi paura.
Lo desideravo ancora?

Mossi alcuni passi verso di lui confondendomi nella ressa degli invitati. Mi riuscì facile perché da qualche tempo la gente non mi notava più come prima, gli uomini si voltavano sempre verso di me ma poi tornavano a perdersi nei loro pensieri. Una bamboletta bionda entrò in casa, l’invitata mancante arrivata appositamente per ultima come tutte le prime donne. Zampettò sui tacchi a spillo infilata in un vestito nero così aderente da far vedere tutto, compresa l’assenza di reggiseno. Decine di uomini si voltarono allupati rapiti dai suoi capezzoli. Mi riconobbi in lei perché era ciò che ero stata io fino a un anno e mezzo prima: una splendida scatola vuota. Scivolò lasciva in mezzo a due bei ragazzi solo per farsi guardare poi mi passò accanto senza vedermi. Riconobbi il suo profumo. Buttò le braccia al collo di Gianluca e gli stampò un sonoro bacio davanti a tutti. Lui la guardò inebetito.
Avrei dovuto infuriarmi?
No.
Sorrisi, felice.
In viaggio avevo trovato me stessa, avevo capito che ero stata solo ciò che gli altri volevano che io fossi e solo ora iniziavo a realizzarmi come persona.
Il mattino seguente ripartii.
Radiosa.
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Re: [#5] In viaggio 13/07/2010 09:05 #266

In viaggio di gensi

Ogni sacrosanta estate, di ogni sacrosanto anno, per ben 20 anni di fila si ripartiva.
L’atmosfera era sempre la stessa a metà strada tra una festa di Natale con 500 parenti e una Corrida, con un toro impazzito (mia madre), che incornava prima l’uno, poi l’altro figlio affinché si muovessero nel preparare le ultime cose.
Mio padre invece, come al solito, era già sotto in garage a dare ultime controllate a motore, freni, olio ed acqua.
Erano passati i bei tempi quando si partiva di notte e, per me e mio fratello, era riservato il letto matrimoniale ricostruito sui sedili posteriori della Renault 21. Io, ovviamente, in quanto fratello più grande, stavo dalla parte del sedile, lui, dalla parte delle borse che fungevano così da materasso.

Ora, eravamo grandi, eppure quei 1200 e più chilometri erano sempre gli stessi. Anzi, da grandi, sembravano ancora più interminabili, in quella continua dormiveglia delle prime ore fino a crollare poi, dopocena, all’altezza di Firenze per risvegliarsi poi, più in la, a Roma e anche dopo nei viaggi fortunati.

Erano le ore migliore per mio padre. Finalmente poteva accelerare la marcia senza sentirsi osservato da nessuno visto che tutti e sei gli occhi erano beatamente altrove. Chissà a cosa ha pensato in ognuna di queste andate e, chissà cosa gli è mai balenata per la testa in ognuno di quei ritorni in Piemonte.

Ma il viaggio dei miei 15 anni, quell’andata Bra – S. Sosti, non me la potrò mai dimenticare. Si era decisi di partire un po’ prima del solito, verso le cinque del pomeriggio anche perché, finalmente, ci eravamo dotati di una macchina “tecnologica”, con aria condizionata, così da soffrire meno la calura estiva. Per cena, ci fermammo poco prima di Firenze, al solito Autogrill “a ponte” che tanto faceva piacere a noi giovani. Vedere le macchine passar li sotto, a tutta velocità, era una sensazione strana ma gradevole. Finito di desinare nell’anonimo self-service rivestito di laminato e plastica, ci avviammo nuovamente alla macchina.

Neanche 2 chilometri dopo, un olezzo indescrivibile cominciò ad infestare l’abitacolo. Sembrava di essere tornati nelle campagne piemontesi, in mezzo al letame, ma, invece, si era in mezzo agli appennini che separano Firenze da Roma. Partirono i lamenti e scesero i finestrini poco dopo. Tutti guardarono tutti e, poco dopo, mio fratello fu il primo indiziato. A quell’età era un vero e proprio panzerotto, con la testa rasata, tutto morbido da schiacciare. A quanto pare, ne aveva combinata un’altra delle sue. All’uscita dell’Autogrill, con una ciabatta di quelle da mare, aveva calpestato il ricordino di qualche simpatico cane. Non avevo detto nulla, per tutti i 15 minuti che intercorsero da quel momento fino alla rivelazione. Mio padre si fermo meno di un minuto in una piazzola di sosta. Fece scendere mio fratello e, la scesa, fu più comica che altro. Lui non voleva che buttasse le ciabatte, continuava ad insistere “basta tagliare un po’ la spugna qui!”. “Ma cosa dici!?” ribatteva mio padre “ci devi fare morire in macchina? Ma non potevi dirlo prima di salire?”.
Provò, in qualche modo a ripulirla con un fazzoletto ma, il risultato, fu più un danno che un bene. La cacca si era attaccata alla suola ma aveva anche sporcato il tallone di mio fratello. Alla fine decise, prese e buttò via la ciabatta per la disperazione di quest’ultimo.
Provò, in qualche modo a ripulirla con un fazzoletto ma, il risultato, fu più un danno che un bene. La cacca si era attaccata alla suola ma aveva anche sporcato il tallone di mio fratello. Alla fine decise, prese e buttò via la ciabatta per la disperazione di quest’ultimo.Rimase li, con un piede a terra, ripulito alla meno peggio e l’altro a mezza aria, disorientato sul da farsi. Non poteva continuare il viaggio con una ciabatta si e una no. Mio padre, risalito in macchina, ordinò a mio fratello di ributtare anche l’altra. Nel frattempo, era scesa mia madre, con le salviettine umidificate e aveva completato l’opera di pulizia almeno del piede.

Cominciammo a ridere, tutti, di gusto, compreso mio padre che non rideva quasi mai. Mio fratello risalì a piedi nudi sull’automobile. Fece un disegno della sua ciabatta puzzolente su di un quadernetto. Poco dopo si addormentò. Io continuai a guardarlo, pensai che avevo un fratello davvero comico, davvero speciale. Mi addormentai poco dopo anche io.

A risvegliarmi fu il sole, il cartello Basilicata barrato di rosso e quello Calabria subito sotto. Mio fratello era li, mi aveva disegnato così com’ero pochi minuti prima. Testa reclinata sulla spalla sinistra e rivolo di saliva che colava sulla maglia. Lo guardai e ci rimettemmo, nuovamente a ridere.
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