"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#6] Fino in fondo

[#6] Fino in fondo 11/06/2010 05:40 #121

Periodo: Maggio - Giugno 2008

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gensi
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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:07 #267

Fino in fondo di gensi

Uno scrive, scrive, scrive….

Ma che cavolo si scrive?

Io sono anche uno di quelli. Passo il tempo a scrivere, forse perchè non fumo, forse perchè non amo bere il caffè, forse solo perchè, qualcosa, nella vita lo dobbiamo fare.
Uno può pensare tantissimo ma, prima o poi, tutto quel pullulare d’immagini e suoni lo deve pur mettere in pratica.
Tre anni fa, facevo fatica a darmi un motivo della mia partenza. Più che altro, il motivo principale, quello che faceva da fondamenta alla mia idea si era sgretolato. Immaginavo di tutto allora, chiuso nel mio antro di pessimismo dove niente e nessuno poteva entrare davvero.
Tre anni fa cercavo stimoli, cercavo entusiasmo. Mai più pensavo di trovarli così, quasi per caso.
Esattamente come oggi che mi esalto per il mio nuovo Football Manager 2008, tre anni fa, nel ricercare se fosse uscito (e con che nome) mi sono imbattuto in Hattrick. Un gioco, prima; un passatempo, poi; una comunità, una piccola società dove ogni giorno cerco di dare il meglio di me visto quanto ho ricevuto oggi.

Incredibile, pioveva anche quella mattina di sabato. Alla posta, messi da parte quei pochi risparmi di chi ancora non lavorava, andavo ad acquistare la mia prima carta di credito ricaricabile. In effetti ne avevo già una della banca dei miei, ma quella, era solo per non portarsi contanti in giro, in una città come Genova e su internet non andava bene.
L’unico scopo di quella carta era pagare il supporteraggio per quel sito. Un contributo. Loro dicevano “per non avere niente in più che delle “opzioni” che non ti facevano vincere”. Per chi, appunto, lo viveva solo come un gioco, a cosa serviva pagare per non avere nessun vantaggio? Anche perchè, il sogno di tutti appena cominciato, è quello di arrivare in serie A e vincere. Lo capisci solo quando sei dentro che non è solo un sogno vano, ma è un sogno del tutto inutile. Hattrick è qualcos’altro.
Io non lo scopro certo oggi. Ma, se mi guardo alle spalle, non posso che rendermi conto della potenza di fuoco di questa comunità.
Tre anni fa, appunto, ero ancora uno studente universitario disilluso dall’amore. Poco dopo, mi ritrovavo a essere un disilluso e basta. Neanche più studente, neanche più innamorato. Usato, senza una vera meta, senza un vero obiettivo. Disoccupato, in cerca di lavoro, qualunque esso fosse.
Forse è stato un bene non aver passato la selezione per quella fabbrica dopo la visita del lavoro. Forse, le coincidenze, di tanto in tanto, ti cambiano la vita.

La svolta però, non venne tanto da Hattrick, ma dalla stessa Università. Una borsa di studio/lavoro all’interno della stessa e, un posto, offerto miracolosamente e gratuitamente da uno di quegli amici veri. Non li senti sempre e li vedi ancora meno ma, quando servono, ci sono sempre e non ti deludono mai.

Nel giro di un mese, io e Hattrick ci siamo costruiti un nuovo futuro che, oggi, 23 novembre 2007 sfocia in questo scritto. Come dicevo all’inizio perchè scrivo non si sa. Forse perchè ora le cose mi piacciono per ciò che sono, vedo l’equilibrio e posso finalmente dedicarmici.
Prima un lavoro, il primo, vero, inaspettato, di quelli che fa curriculum.
Subito dopo Hattrick e la sua comunità che mi offriva una stanza che, ancora oggi, dopo più di un anno e sei mesi mi ospita.
Ad oggi, Hattrick e la sua comunità, mi ha il dato anche il mio secondo lavoro ancora più interessante e stimolante del primo nonostante tutto; il primo con un contratto a tempo indeterminato.

Hattrick, la mia forza, il mio coraggio ma soprattutto la gente che mi vuole bene, mi hanno ridato Genova.
E, Genova, quella città che tanto mi ha temprato, mi ha restituito finalmente l’amore della mia vita. Dopo tanti sacrifici e sofferenze. Ma questo è un capitolo troppo bello e non può essere messo così, miseramente, al fondo di questo scritto.

Merita uno spazio tutto suo che c’è, dentro, nell’intimo, dedicato tutto per noi.

Io sono felice, davvero, tanto.

Non posso che ringraziare chi, questa felicità, me l’ha concessa. Questo basta; non c’è bisogno di altre parole che sarebbero solo vetrina che io non voglio più per me stesso. Non me ne frega più niente di farmi vedere. Sappiate che sono felice e, vi assicuro, per me, in fondo, questa è la cosa più bella del mondo.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:09 #268

Fino in fondo di marcoslug

Mi chiedono: cosa fai nella vita?
Lo spingitore di carrelli.
Come sarebbe a dire?
Lo spingitore di carrelli… colui che gestisce interamente l’equilibrio della situazione-carrelli in un supermercato. Quando vedo che ci sono troppi carrelli parcheggiati nel supermercato, ne prendo una colonna e la sposto nel parcheggio sotterraneo. Quando i portacarrelli del parcheggio sotterraneo sono troppo pieni, faccio il viceversa. Hai presente quei tizi che guidano quei serpentoni di ferro che sbandano a destra e a sinistra? Non è mica facile sai, ci vuole destrezza… e poi è un lavoro di responsabilità…
Lo… spingitore di carrelli…
Esatto, proprio lui.
Ah.

Mi chiedono: e ti pagano bene?
Mi pagano il giusto, io ci vivo e questo mi basta.
Sì, ma di preciso quanto?
Non lo so, davvero, mi fanno l’accredito sul conto. Non mi sono mai preoccupato di vedere quant’è di preciso, davvero.
Ma lo conosci il detto «fate soldi, se potete in maniera onesta, se no comunque»?
Si, lo conosco, ma non lo condivido.
I proverbi andrebbero sempre seguiti, sono perle di saggezza popolare.
Ma non è proprio un proverbio, è una frase di Orazio…
Sul serio? Non conosco questo Orazio, ma ha detto una cosa sacrosanta.
È un poeta, un poeta latino.
Ah.

- Io non riesco a parlare con le persone; appena cerco di aprirmi un po’, loro mi guardano strano e troncano la discussione.
- Le persone sono cattive perlopiù…
- No, io penso che le persone siano buone… solo che spesso non hanno voglia di ascoltare quello che gli altri hanno da dire, di andare fino in fondo.
- E tu?
- Io adoro ascoltare, approfondire, esplorare il diverso, lasciare che gli altri mi istruiscano. Per fortuna ci sono altre persone così…
- Ah sì?
- Sì, almeno una posso dire di averla conosciuta… Si chiama Maddalena. L’ho incontrata una sera in metro e abbiamo cominciato a parlare così, dal nulla. Siamo rimasti lì per ore, abbiamo fatto credo tre volte su e giù tutta la linea. Un unico discorso in continuo fluire, senza praticamente pause.
- E poi?
- E poi ci siamo innamorati. Ci incontravamo tutti i giorni almeno un paio d’ore, e parlavamo, e visitavamo gli angoli più nascosti della città, e ci baciavamo a lungo, e mangiavamo cambiando regolarmente ristorante e cucina, e passeggiavamo lungo il fiume. Ci siamo amati, per due splendidi mesi.
- E poi?
- E poi lei se ne è andata, sparita nel nulla, così come mi era apparsa quella sera in metro.
- Mi dispiace… forse Maddalena non era così speciale come credevi, forse anche lei è una di quelle persone che non ama andare fino in fondo…
- No, io non credo, per me resta una persona bellissima… io non porto rancore, solo che sono un po’ in pena per lei…
- Immagino… su Dario, ora non parlare più, non ti affaticare…
- Ma… ma come conosci il mio nome?

Maddalena piange silenziosamente lacrime agrodolci, piegata su una gonna di lino sgargiante che poco si intona con il momento. L’ambulanza avanza sostenuta verso il pronto soccorso più vicino, e vista dall’interno sembra l’abitacolo di un’astronave che viaggia a regime supersonico; la sirena, nella sua bitonalità, è un essenziale e appena invadente sottofondo.
- Pensa che sia grave? – chiede Maddalena con la voce rotta all’infermiere baffuto che con invidiabile nonchalance sta tamponando la ferita.
- La ferita è innegabilmente profonda, lei si immagini un coltello a serramanico di dieci centimetri nel costato… per i balordi che fanno queste cose non ci sarebbe pena sufficiente, bastardi… Per fortuna che lei è arrivata subito dopo sul posto e ci ha chiamato immediatamente… E poi il ragazzo ha tempra e coraggio, vede?, non ha perso i sensi…
- Ma non mi ha nemmeno riconosciuto…
- Quello è normale signorina, sia fiduciosa… L’emorragia è abbondante, ma mi sento di escludere che la lama abbia toccato alcun organo vitale.
- Hai sentito, Dario? Ci sono buone speranze!

E io continuo: sai anch’io sono un poeta…
Ah sì?
Sì, non come Orazio però, io mi diverto a giocare solo un po’ con la parole.
Tipo? Dimmi un piccolo verso che hai composto.
Cercavo un dolore, ho trovato un conforto.
Ma che stupidaggine! Come si può voler cercare di proposito un dolore? Con tutta la sofferenza che c’è in giro per il mondo. Ma figuriamoci!
La sofferenza alle volte è una specie di bisogno dell’organismo, lo diceva un romanziere francese.
Davvero?
Sì, Marcel Proust.
Ah.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:10 #269

Fino in fondo di vaisecco

Il fragore della pioggia scrosciante lo confondeva, gli faceva perdere le tracce di chi stava inseguendo.
Ma ora sapeva dove si trovava! L’aveva visto entrare in quel vecchio magazzino abbandonato, cercando disperatamente un riparo in cui riscrivere un destino già segnato.
E sapeva anche che non era armato.
Fin da bambino quel testone si era ostinatamente schierato dalla parte di quegli sfigati che nella vita sarebbero sempre rimasti a nutrirsi di speranze e poco più perchè di soldi non ne avrebbero mai visti.
“Cavoli suoi!” pensò mentre scrutava il pavimento sporco del deposito in cerca d’impronte bagnate. Aveva cercato di farlo entrare nel mondo di quelli che contano, voleva che continuassero insieme quel percorso di vita cominciato da che vennero alla luce insieme.
E quel testone non aveva accettato quel meraviglioso invito, anzi! L’aveva tradito… lui e tutti gli altri! E ora la sua banda era stata beccata e lui si era fatto prendere dal panico e aveva sparato alla giovane cassiera in banca. Un ultimo, disperato, gesto nel quale aveva gridato al mondo quanto fosse determinato a non cedere.
Era riuscito a fuggire, ma sapeva che era questione di tempo prima che i carabinieri risalissero a lui e lo gettassero in cella per chissà quanti anni, considerando che quella ragazza allo sportello era probabilmente morta.
Non aveva scampo. Ma gli restava da fare un’ultima cosa… punire quel traditore!
Era sicuro che fosse stato lui, gliel’aveva detto che lo avrebbe fatto se non avesse desistito. Diceva che l’avrebbe fatto per lui. “Per ME???” pensò. “Ipocrita…”
E quanti sogni avevano fatto insieme, i due compari cresciuti all’ombra delle stesse rocce. In principio nulla fra di loro sembrava distinguerli, entrambi volevano uscire da quella mediocrità.
Basta con i vestiti rammendati e pasti disgustosi, basta con il vedere la ragazza che ti piace sfrecciare sul sellino della moto nuova di zecca regalata da papino al figlioletto crumiro nullafacente!
Eppure alla prima vera occasione per cambiare le loro vite gli aveva voltato le spalle, confermando di essere uno sfigato che non sapeva dare un’impronta diversa alla propria esistenza.
I suoi pensieri si spensero non appena trovò le impronte che stava cercando. Le seguì velocemente, senza sforzarsi di evitare di far rumore perchè tanto era l’unico armato lì dentro… E infine lo trovò, chiuso in un angolo senza uscita.
Eccolo il traditore! Non sembrava spaventato: disarmato, lo guardava dritto negli occhi, quasi fosse fiero del destino a cui stava andando incontro.
Per un interminabile attimo quello sguardo fiero si posò nel profondo della sua anima, in quella parte remota in cui la follia non era ancora arrivata, e si sentì spogliato delle sue convinzioni…
fu solo un’esitazione, poi sospirò e decise di finire ciò che aveva iniziato, ormai era tardi per tornare indietro… doveva andare fino in fondo!
Fece fuoco.
Lentamente la pistola gli scivolò dalle dita così come la vita gli sfuggì dal corpo, sempre sotto gli occhi disperati del suo amico traditore.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:10 #270

Fino in fondo di natureboy

L’ambulanza era appena arrivata al Massachussetts General Hospital, le sirene ancora spiegate. Non si era fermata del tutto, che lo sportello posteriore si spalancò di botto, e schizzò fuori un manipolo di infermieri e dottori, che spingevano con frenesia e rapidità un lettino ospitante un uomo in condizioni disperate. In breve l’uomo fu scortato all’interno della vasta sala operatoria, già adibita per l’operazione imminente.
Una settimana dopo, Sam Hennings era di nuovo in grado di parlare e di interagire con il mondo. Ma, ancora non lo sapeva, niente sarebbe più stato come prima…
Sua figlia Marion lo accarezzava dolcemente sulla fronte, le lacrime che scorrevano sul suo bel viso. Sam la fissava, e dal suo sguardo carico di tristezza e disperazione, capii che tutto stava andando come temeva. Non aveva bisogno di chiedere come fosse andato il colloquio con il primario Grady, Non aveva una grande importanza per lui. Il responso gli era chiaro. Lo aveva sotto gli occhi. Ed era una sensazione assai strana…
Le fitte lancinanti al petto perpetuavano in maniera assillante la mattina del 15 marzo, quando Sam, posato il quotidiano su una sedia vicina, si chinò di lato per cercare di far defluire i dolori. Proprio in quel momento Grady irruppe nella stanza con aria diplomatica. Aveva un voluminoso fascicolo fra le braccia. Una volta resosi conto del suo visitatore, Sam fece per tornare nella sua posizione originaria. “Non si preoccupi signor Hennings, stia pure comodo”, fece il primario, “Ho saputo con piacere che sua figlia si sposa il mese prossimo”. Sam lo squadrò con sguardo inespressivo, e disse: “Già. Avanti dottore. Mi dica quello che devo sapere. Sono grande e vaccinato. Ho bisogno di essere informato su tutto”. Grady capii che temporeggiare era inutile, e che il suo paziente era pronto per ricevere quella notizia. Fece schioccare le labbra, e, dopo essersi schiarito la voce, partì con il monologo stereotipato per quelle situazioni. Un’ora dopo, Sam era di nuovo solo nella stanza. Ora sapeva tutto, ma ciò non cambiava il suo umore. Tutto stava per finire. Tutto quello per cui aveva lavorato incessantemente e che aveva sperato si realizzasse stava per svanire in una nuvola di fumo. Guardando fuori dalla finestra, vedeva il sole splendere nel cielo, farsi beffe di lui. E capiva che la sua vita era stata solo un affannato annaspare verso l’inesorabile conclusione. E quella conclusione ora si apprestava ad arrivare…

Le settimane scorrevano. Sam rifiutava di lasciare l’ospedale, benché la figlia spingesse per riaverlo con se a casa. Ma lui era irremovibile. Considerava il suo ritorno fra le mura domestiche come una nuova fonte di tristezza e malinconia, un rinnovato pretesto di sofferenza. Non ne aveva più voglia. Oramai era condannato, niente era più importante. Aspettava solo la fine…
Ma quel giorno tutto cambiò.
Nella sua stanza quella mattina le infermiere avevano ingombrato l’armadio e il letto adiacente al suo con un paio di valigie e capi d’abbigliamento spuri. Sembrava che fosse arrivato un nuovo compagno di stanza.
Infatti, verso mezzogiorno, i dottori scortarono un tizio addormentato e ancorato a miriade di flebo sul letto accanto a quello di Sam. L’individuo sembrava appena aver subito un’operazione, e Sam intuì che quello non aveva più chance di lui di cavarsela.
Con il passare dei giorni, il nuovo arrivato riuscì finalmente a riprendere conoscenza. “Credo di essermi addormentato” fu il suo primo commento alla nuova situazione. Si chiamava Steve Sellers, e gli era stato diagnosticato lo stesso male di Sam.
Un pomeriggio Sam, il quale rifiutava continuamente di rivedere i suoi cari, si finse addormentato quando Marion irruppe nella stanza con un carico di vivande.

Resasi conto che il padre stava riposando, la ragazza poggiò il vassoio sul tavolo e uscì con aria afflitta, asciugandosi gli occhi inondati di pianto. “Ma perché continui a fingere?” chiese Steve, “quella povera ragazza vuole solo il tuo bene. Perché le arrechi questo ulteriore dispiacere, negandole la gioia di guardarti negli occhi?”. Sam, con il volto scuro, disse “mia figlia deve imparare a costruirsi una nuova vita. Deve saper ricominciare anche senza di me. Perché quando me ne andrò lei non deve soffrirne”. Steve si alzò, poggiandosi sul gomito “Ma ne soffrirà eccome! Avessi anch’io una figlia come la tua… Purtroppo io non ho una famiglia… Non ho nessuno, per colpa degli errori che ho commesso nella mia vita. Ma ti invidio, perché puoi condividere questo momento con qualcuno. E non capisci che ciò ti farebbe star meglio. Invece ti ostini a non volere l’aiuto di nessuno, quando mai ne hai avuto più bisogno di ora. Esci fuori, lascia questo ospedale. Vivi il resto della tua vita fino in fondo. Non lasciarne immotivato neanche un momento di essa. E morirai felice”. Steve sorrideva, e quel suo sorriso bonario aveva aperto il cuore di Sam. Questo abbassò il viso ingrigito dalla malattia, e si guardò le mani. Aveva sbagliato tutto. Quel perfetto sconosciuto accanto a se lo aveva aiutato a uscire da un tunnel senza via di scampo.
Era vero, la sua vita non era ancora finita. E forse il meglio doveva ancora arrivare…
Alzò gli occhi umidi verso il cielo fuori, e guardò il sole ancora una volta. Brillava splendente, e riluceva di una luce intensa, che dava forza. Pensò a Marion. Si doveva sposare fra un mese. Non doveva assolutamente mancare.
Allora Sam sorrise, si alzò, e allargate le braccia disse “Sono vivo!”. E uscì, arrancando nella scia illuminata dai raggi splendenti.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:11 #271

Fino in fondo di icarothelight

Giorno Cinque. Lo stomaco tambureggia l’assurdo motivetto ormai da troppo tempo. La vista sfoca le cose ed annebbia i colori. Non vuole svenire ancora. Svenire può voler dire non svegliarsi più. L’uomo in mutande sa che il tempo sta per scadere e che l’unica cosa da fare è andare fino in fondo. Nessun viaggio premio per lui oramai. Questo è chiaro.

A qualche ora di distanza una donna attende la sua risposta incollata ad un apparecchio telefonico. “Pronto?” “ Ciao sono io… vieni allora? Dai aiutami, sai che sono negata per trovare le vie…” “Ma che palle… tutto sto casino per un orecchino…” “Non fare la stronza! Te l’ho già detto che è un suo regalo!””E va bene… passo a prenderti fra un’ora, speriamo che vada tutto bene…magari ci scappa un altro giro” Risatine sciocche.

Giorno Uno. L’uomo in mutande, si dà una grattatina e si dirige verso il bagno. Le donne sono appena andate via. Due pollastrelle neanche tanto male per essere delle quarantenni. Soprattutto la bruna. Non fa in tempo ad entrare in bagno perché si ricorda che deve rispondere ad un sms, quindi ritorna in camera da letto e prende il cellulare. Mentre digita il suo messaggio, comincia a giocare con un orecchino che gli fa ciao da sotto le lenzuola, simpatico ed involontario cadeau di una delle due donne. Rilegge ciò che ha scritto: Ciao bello! Si ti confermo che me la spasso, non tornerò prima di 3 mesi, ma chissà potrei anche non tornare più… Ride compiaciuto e lascia cadere orecchino e cellulare sul letto. Prende al volo invece la banconota da 500 euro che sta sulla sedia e la annusa compiaciuto. In tre mesi chissà quanti soldi avrebbe potuto fare. Era una prospettiva più che allettante. E così con un sorriso idiota stampato in faccia e vestito solo di un paio di mutande, il nostro uomo entra in bagno. Il pisello gli pulsa impaziente ansioso di liberarsi. Succede quasi sempre dopo la sue prove d’amore. Senza pensarci troppo e senza alcun motivo logico, infila tra le labbra la banconota e comincia a svuotare la vescica. Ma in attimo accade qualcosa… Uno starnuto prepotente ed improvviso gli provoca una scossa in tutto il corpo. Rischia di cadere e per cercare un appiglio aziona lo sciacquone. Si accorge solo dopo poco che la banconota gli è volata via dalla bocca e gira nel vortice dell’acqua in attesa di scomparire per sempre.
Merda! Urla Ma porco cazzo! Rincara. Purtroppo la frittata è fatta e di uova non ne è rimasto nemmeno l’odore… o forse…
Guarda bene e scopre che il vortice è finito. La banconota presumibilmente ormai sta giocando con qualche pesce ma in verità non è proprio così. Gli pare di vederne un lembo incollato nel fondo dello scarico. Per un attimo crede sia la sua mente a vederla ma dopo poco si convince di ciò che gli comunicano gli occhi. Le 500 euro sono ancora lì dopotutto, basta solo affondare la mano ed il gioco è fatto. Non ci pensa su e allunga il braccio. Entra con tre quarti del suo arto nell’acqua che poco prima aveva banchettato con la sua stessa urina, ma adesso quel lembo di banconota pare non esserci più. Allunga ancora il braccio e finalmente gli pare di toccare qualcosa! Fa un ulteriore sforzo ma le dita non sembrano in grado di aggrapparsi al prezioso biglietto, che rimane incollato alla porcellana del sanitario. L’uomo sbuffa stizzito e decide di abbandonare la tenzone. Ma qualcosa non va per il verso giusto. Il braccio non torna più indietro. E’ impossibile liberarsi dalla strettoia in cui è affondato. Non scherziamo si dice ma sa bene che nessuno sta scherzando. Il suo braccio è assolutamente bloccato nello scarico del cesso.

Giorno due. Allora cerchiamo di capire la situazione: il nostro uomo è
in mutande, inginocchiato a terra nel proprio bagno ed è bloccato, abita in una villetta isolata ed ogni volta che tenta di liberare il braccio, un dolore indicibile gli fa toc toc nel lato destro del corpo. Non mangia e non beve da due giorni e non ha alcuna idea di come fare per uscire da questa situazione.

Giorno tre. L’uomo comincia a patire la fame, si sta indebolendo ed ha quasi rinunciato a provare a liberarsi. Il cellulare ha squillato un paio di volte ed almeno tre sms gli sono arrivati. Dubita che riuscirà a sentirlo più, probabilmente s’è scaricato e la speranza che qualcuno passi a trovarlo è l’unica che di tanto in tanto non l’affossa nella melma della rassegnazione. Ogni tanto piange, piangere lo fa sentire meglio, non sa spiegarselo ma è così. A volte pensa a quant’è strana la vita: morire dopo aver scopato due belle quarantenni ed essersi fatto pagare 500 euro, con un braccio incastrato nel cesso di casa e nessuna possibilità di liberarsi… quanti non vorrebbero una morte del genere?

Giorno quattro. Siamo dalle parti della follia. L’uomo comincia a parlare da solo. Urla, canta, piange e spesso le cose si mischiano. Per la prima volta comincia a fare i conti la sua unica salvezza. Il dolore ha raggiunto vette consistenti, ma a volte pare assuefarsi alla rassegnazione. Il fisico è uno straccio, ha bevuto un paio di volte, facendo uno sforzo sovrumano dal bidet vicino, allungando la sinistra e portando il più velocemente possibile la mano verso le labbra. Ma di acqua ne arriva pochissima ed il dolore che riceve in cambio lo costringe a smettere. Alza ancora lo sguardo verso la finestra e ciò che può finalmente liberarlo l’osserva. Si domanda per l’ennesima volta che ci faccia lì e se davvero sarà la sua salvezza. Ma forse è solo al sua mente a farglielo vedere.

Giorno cento. L’uomo passeggia tranquillo in un pomeriggio autunnale. La brezza che soffia deve ancora crescere e farsi vento. Gli pare di riconoscere la donna che gli viene incontro tenendo un ragazzino per mano. Lei lo riconosce e il suo volto è sbigottimento allo stato puro.
“Oh mio Dio, salve! Come Va? Ne è passato di tempo…” Gli orecchini che indossa non sono quelli che lui ricorda.
“Abbastanza bene grazie” le risponde senza nemmeno fermarsi. La donna rimane immobile per un po’ e sta per rimettersi in cammino quando finalmente lo nota. L’uomo che si allontana ha qualcosa di sbagliato. Il braccio destro è sbagliato. Come se fosse lungo la metà.

Giorno cinque. Le donne arrivano finalmente all’abitazione dell’uomo, ma qualcosa non va per il verso giusto. Vedono l’ambulanza, i barellieri correre e capiscono che qualcosa è successo. La lei senza orecchino guarda l’amica e fa un cenno con la testa. Andiamo via vuole dire. L’amica fa inversione e l’auto scompare.
“Cosa pensi sia successo?” domanda la donna al volante, la risposta che riceve ovviamente non può aver centrato il bersaglio.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:12 #272

Fino in fondo di maxmara

Seduto sul Pont de Grenelle sembro la copia di me stesso.
Alle mie spalle la Statua della Libertà, alta sulla Senna.
Tutti pensano sia la copia di quella di New York, sbagliando; lei scrolla le spalle e resta qui, nel cuore di Parigi, con la sua torcia in mano. Ci diamo le spalle ma abbiamo tante cose in comune.
Chissà se sono davvero la copia di me stesso, o se quella che sta qui ora, seduta sul ponte, è l’opera originale. Mi rendo conto che sì, probabilmente questo sono io: la copia era invece il me stesso bellimbusto, ben vestito, sbarbato, con la valigetta 24 ore e mille impegni in agenda, il me stesso che non doveva chiedere mai, semplicemente perchè sapeva, e aveva, già tutto.
Tutti ora pensano che sia la copia di me stesso, sbagliando; io scrollo le spalle e resto qui, nel cuore di Parigi, con la mia bottiglia in mano.
Parigi di sera è mille luci, è un turista dopo l’altro che mi supera tenendo per mano la fidanzata, ora dicendo “He’s a fucking spanish, I think“, ora commentando “boof, les italiens!“. Parigi è una brezza pungente che penetra tra le ossa ma non raggiunge mai il cuore, è una bionda stupenda che ti dà indicazioni sorridendo, e dopo averla salutata ti rendi conto di non averla nemmeno ascoltata, ma solo ammirata, esplorata.
Parigi è una Renault che ti strombazza, ride e va, è una Citroen che ti intontisce con i suoi fari abbaglianti. Proprio vedendo quelle luci così forti e così vicine ripenso a un po’ di anni fa, alla strada verso casa di notte, alla curva del Passo del Cavallo, in cui di giorno si ferma il “pulmino” della scuola e di notte si fermano le luci.
Ripenso a quanto stavo male dopo aver saputo che i miei genitori non si erano mai amati, che i viaggi di famiglia erano quelli verso la Svizzera per fermare uno zio che voleva far abortire la compagna, che essere impeccabili agli occhi del paese era il detergente migliore per ripulirsi la coscienza. Ripenso a Luna, a quanto mi aveva fatto male perdere il mio rapporto con lei proprio in un momento così duro.
Sentivo di essere giunto fino in fondo, davvero, e ogni serata fuori, ogni bicchiere che bevevo, ogni sigaretta che aspiravo mi graffiava, mi consumava le fondamenta. Ma più mi demolivo e più sorridevo, perchè una sbronza è come una testata, fa male solo il giorno dopo. Di solito.
Era diverso invece quella sera, la sera dei 9 gin lemon per vincere la sfida, delle cuscinate in vicolo Mazzini, di Luna che baciava un africano. La strada verso casa non era mai stata così grigia, l’asfalto aveva sempre avuto un altro aspetto. Quella sera invece era tutto così brutto che il Passo del Cavallo, quella curva verso destra dove finiscono le luci, sembrava la destinazione ultima, la migliore, di un viaggio durato vent’anni.
Spinsi a fondo il pedale dell’acceleratore della mia punto grigia 1.1 a benzina, la feci arrivare a 140 km/h prima di poter vedere in lontananza un pilone di cemento, l’ultima costruzione illuminata prima del buio. L’ultima volta che guardai il contachilometri vidi i 150; poi, per sfiga o per fortuna, quando era quasi troppo tardi sterzai verso sinistra.
Non era troppo tardi; tra sgommate e stridìo di freni mi infilai in una stretta strada senza uscita, che si stendeva dritta davanti a me. Dopo 100 metri ero già fermo, pallido forse, tremante di sicuro.
Avevo tagliato la curva a 150 km/h: se fosse passato qualcuno lo avrei sicuramente ucciso. Avevo puntato un pilone di cemento: se non avessi sterzato bruscamente mi sarei sicuramente ucciso. Feci inversione, andai a casa ai 35 all’ora, e il giorno dopo non fu poi così male. Andai a scuola a prendere parte a una squallida simulazione di terza prova.

Dopo un po’ di studio pomeridiano uscii, mentre il sole se ne andava già. Un buon whiskey, per il gusto di berlo; percorrere di nuovo il Passo del cavallo fu un modo per superare le mie paure.
Due mesi dopo mi diplomai con 83; tre anni dopo terminai il primo triennio dell’università, con 110 e lode. Mi iscrissi alla laurea specialistica, pioniere del 3+2, ma trovai un’occasione d’oro sul lavoro e mollai gli studi.
Iniziò un bel periodo professionale, fatto di tante fatiche per fare esperienza e di una rapida e verticale ascesa verso i piani alti. Bevevo un bicchiere di vino, o una grappa, ma solo per il gusto di farlo, per godermi la vita. I problemi che avevo avuto per un po’ di mesi, grazie a Dio, me li ero risolti così come me li ero creati. Da solo. O forse, appunto, “grazie a Dio”, anche se dubito che esista davvero.
“Tu farai strada, ragazzo” mi disse il mio capo, colui che mi aveva voluto al suo fianco per poi convincermi a spiccare il volo da solo.Aveva avuto ragione, in un certo senso.
Ho percorso 1100 Km per arrivare a Parigi, a piedi e a tratti in treno. Ho mollato il lavoro e lo stress continuo che ci portiamo dietro nella nostra vita quotidiana. Ho messo nel mio zaino alcuni vestiti, un computer, l’ipod e dei soldi.
Non ho fatto una scelta radicale, dici?
Può essere. So solo che ora posso navigare su internet la domenica mattina ai Jardin Luxembourg, posso ascoltare “No surprises” dei Radiohead sul Pont des arts, sapendo che però Parigi è sempre una sorpresa. Posso dare 50 euro all’artista che mi fa il ritratto nei pressi di Montmartre, e se voglio posso pure spendere 800 euro per le due puttane del Sexodrome di Pigalle, anche se valgono un milionesimo delle ragazze fantastiche che mi sorridono mentre percorro Avenue des Champs-Élysées.
Poi, una volta stanco, andrò a lavorare per qualche mese anche qui in Francia; non per bisogno, solo per fare qualcosa di diverso. E’ questo il bello della mia condizione, è per questo che sono orgoglioso di me, per essere riuscito a riprendermi quando ero arrivato fino in fondo.
In fondo come a questa bottiglia di Dom Perignon.
Mi alzo e saluto la Statua della Libertà, a cui so di essere legato a doppio filo.
E’ ora di comprare un’altra bottiglia.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:13 #273

Fino in fondo di Efri77

Non è certo la prima volta che Alessandra si trova in una situazione come questa, inginocchiata davanti un uomo incontrato poco prima, la camicia aperta, i bottoni sparsi sul pavimento come a segnare la zona di suo dominio, il reggiseno abbassato ad evidenziare ancor più forma e grandezza del suo seno. A pochi centimetri dalla sua bocca il sesso dello sconosciuto incredibilmente eccitato e rigonfio. E’ tutta la sera che provoca quel poveretto, del resto.
Come già detto non c’è nulla di strano rispetto alle sue abitudini, per quanto discutibili quelle s’è scelta Alessandra. Stasera però è una serata speciale e visto quell’uomo dalle movenze affascinante e dal fisico prestante non gli ha più tolto lo sguardo, ammiccante, di dosso. Quando con il bicchiere freddo dello spumante servitole s’è fiorata il seno, così da far apparire il suo capezzolo inturgidito nella trasparenza indotta, il suo oggetto del desiderio è presto giunto al suo cospetto.
E’ la sua grande sera, per la prima volta Alessandra è davvero una donna completa, per la prima volta non si sentirà dire nel momento più intimo “e quel coso cos’è?”, per la prima volta tutta la sua femminilità, che da sempre è dentro di lei non sarà umiliata, vanificata dal suo corpo. Poco importa se il suo chirurgo ha prescritto riposo assoluto subito dopo l’intervento, per la prima volta vuole sentirsi davvero Alessandra, fino in fondo.
Chissà che direbbe quell’uomo sapendo che anche lei era nata con un corpo più o meno simile a quello, forse scapperebbe schifato, forse no, ma di certo farebbe finta di non conoscerla, l’indomani, incontrandola per strada. Ma ora l’ha lì davanti, con i pantaloni abbassati, il pene eretto e con le mani a guidare gli spostamenti della sua testa.
Il suo nuovo corpo freme di desiderio nell’attesa di sentirsi possedere e così vogliosa era davvero una visione ancor più eccitante. Alessandra vorrebbe che quegli istanti durassero per sempre, vorrebbe poter urlare l’emozione che ha dentro, urlarla a tutti quelli che l’hanno conosciuta da giovane, che l’hanno presa in giro, che l’hanno rifiutata o trattata come una malata. Se solo tutti potessero vederla in quel momento.
Incomincia, così, a leccarglielo lentamente dalla base verso la punta in modo molto scenico, come se avesse davanti centinaia di spettatori e in modo da prolungarne il lieto momento, ma la pressione sul suo capo va aumentando di pari passo al desiderio di lui. Alla fine, rilassando la muscolatura del collo, abbandona la bocca all’altrui volere ritrovandosi dopo pochi secondi, e soprattutto molto prima del previsto, cosparsa del piacere maschile.
Incavolata e delusa tornerà tra poco a casa, ma distesa tra le lenzuola capirà d’esser davvero donna, con tutto quello che questo vuol dire e incomincerà a guardare il cellulare nell’attesa di un sms.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:13 #274

Fino in fondo di Hansolo75

Guidavo piano, non sapevo dove stessi andando ma volevo farlo piano. Schiacciavo il pedale dell’acceleratore con addosso solamente un piccolo rivestimento di morbida gomma nera che mi ero cucito attorno al piede, perché qualcuno mi aveva rubato le scarpe nello stupido motel dove avevo dormito per l’ultima volta in un vero letto. Design minimal norvegese. Potenziale nome – La grotta zen.
L’avevo presa dal retro di una carrozzeria. Per qualche dollaro mi ero offerto di portar via del ferro vecchio che avrei poi usato per delle mie sculture, così avevo raccontato. Me l’ero messa e mi ci ero trovato bene, si stava comodi ed erano due giorni che tenevo questa strana nuova calzatura ai piedi. Avevo inserito dei piccoli anelli in metallo lateralmente, per garantire un po’ di passaggio d’aria. Ci avevo anche fatto il baffo della Nike con un gessetto bianco. Non era molto traspirante, a dire il vero, ma il mio progetto di vita non riguardava in modo particolare la traspirazione dei piedi.

21 dollari e una .45 in tasca, sulla Interstate 69 diretto a sud, verso il confine. Nient’altro che una linea su una cartina geografica, nient’altro che un’illusione, come il movimento. 24 fotogrammi al secondo stampati nella mente e rubati dall’archivio del karma. Sentivo il ticchettio della macchina da presa. Ci avevo fatto l’abitudine. Gli angeli avevano scritto la sceneggiatura e mi volevano mandare in una bara a ritirare il premio come migliore attore al prossimo festival di Cannes. Li avrei fregati. Ci avrei mandato loro. Non ci sono mezze misure. La realtà è un trucco. Illusione del movimento, anche su una Oldsmobile Four Four Two del 1978, con motore 403 in³ V8. Rubata. Una macchina che avrei potuto definire solamente con una frase – l’assenza di décor eletta a sistema di trasporto.

Un tempo ero un ragazzo felice, mi bastava la promessa dell’estate per credere che il mondo fosse un posto ogni giorno migliore. Seguivo il baseball. Avevo tante figurine, ricordavo le statistiche dei giocatori e mi sembravano certezze inequivocabili. Battuta – destro, Lancio – destro, Scuola – University of California, Scambiato al 20mo draft. Nel 1989 ha firmato il suo primo contratto professionistico il 9 giugno per i Dodgers. Apparizioni sul diamante, palle fuori, corse create, battute vinte, media di battuta, percentuale di giochi offensivi portati a termine, percentuale di basi rubate. Cose così mi accompagnavano per mano nei profumi della stagione più calda. Un’occasione di felicità, un percorso incerto in cui l’unico compito sarebbe stato quello di scoprire il meglio di ognuno, passo dopo passo.

Che cos’è successo quindi? Ecco, diciamo che un giorno ho finito per inciampare sullo sgambetto che mi ha fatto il peggio di chiunque. Percentuale di sogni infranti: cento per cento.

Attraversavamo il Lone Star State e ogni tanto ai lati della strada le bandiere con la stella solitaria del Texas ricordavano che c’era un posto al mondo in cui l’amicizia veniva difesa con i proiettili. Un angolo sotto al sole in cui le chiese erano state costruite a forma di enormi palazzetti dello sport. Con la promessa che prima o poi l’apocalisse sarebbe passata per saldare i conti con chiunque aveva lasciato in sospeso il proprio spirito da qualche parte, fuori dalle luci elettriche colorate e dalle voci amplificate dei predicatori.
Fuori dalle comunioni fatte con i popcorn, santificati all’olio di girasole. C’era una punizione per chiunque non avesse cercato di essere l’MVP di Dio.

Seduta sul tettuccio dell’auto lei continuava a scattare foto con la reflex digitale, cercava innegabilmente di immortalare la troupe. Ogni tanto le facevo il solletico e mi scalciava, dicendomi – Non ho mai visto tante vacche da quando me ne sono scappata la prima volta di casa e sono finita in autostop fino in Oklahoma. Certo, quella volta ero più giovane, non avevo nemmeno tredicianni. L’Oklahoma è un posto proprio assurdo. Puoi capire perché Kafka ci ha fatto finire il suo romanzo Amerika.
- C’eri andata apposta?
- Sì, volevo vedere com’era..
- E quand’è che hai letto Kafka?
- L’estate scorsa. Ho rubato il libro nella biblioteca-camper che veniva al sabato nel mio quartiere. Mi piaceva il titolo. Con quella K messa lì e il sottotitolo.. “L’uomo che sparì”.
- Quindi adesso quanti anni hai?
- Tu quanti me ne dai?
- Tu quanti ne vuoi?
- Ne vorrei sempre nove. Perché me lo chiedi?
- Perché quello che mi hai appena detto mi ha fatto pensare.
- Ne ho meno di sedici.
- Allora mi hai mentito quando hai detto che avresti potuto guidare..
- Avevo un’altra scelta? non mi avresti mai portata via. Comunque so guidare. L’ho già fatto altre volte. Il mio ex ragazzo una volta ha rubato un’auto e abbiamo guidato fino a farla finire in un fiume.
- Ecco, allora ti farò guidare solo quando saremo in mezzo al deserto.

In realtà l’avevo rapita io, se così si può dire, alcuni giorni prima, a Indianapolis. C’eravamo scontrati in un centro commerciale e lei era lì con tutta la famiglia, il fratello più piccolo aveva la canotta dei Pacers di Reggie Miller. Questa era stata la prima cosa che avevo notato, i suoi erano i classici abitanti dell’Indiana, più bianchi del bianco e pieni di efelidi come un campo di grano era pieno di insetti quando scendeva la sera.
Lei aveva i capelli sugli occhi, una maglietta bianca stretta stretta e dei pantaloncini di jeans con una toppa dei Metallica che diceva Kill’em All.

Ero entrato improvvisamente nel suo camerino mentre era da Gap. Prima ci eravamo semplicemente scambiati uno o due sguardi. Strani. Lei non aveva nemmeno gridato, mi aveva guardato storto e dopo un po’ aveva chiesto.
- Secondo te come mi sta?
Era una camicetta rosa.
- Il rosa non ti sta proprio ‘a pennello’.
- Ecco, per questo non mi vestirò mai di rosa per il matrimonio di Mary-Beth.
Solo un paio d’ore dopo, quando eravamo già in fuga, scoprii che Mary-Beth era sua sorella e che il suo nome era Lily Maia. Ai suoi piacevano i nomi lunghi e articolati. Di suo aveva aggiunto Dolores y Desperada.
- Secondo me staresti meglio con una bella maglia nera con su scritto “I loves you all but I gotta pull the trigger”.
- E dove potrei trovarla?
- Io me la sono fatta da solo.
- E dove ce l’hai?
- Ce l’ho qui, – le dissi, tirando fuori una specie di cosa appallottolata.
- Ah, e cosa ci tieni dentro?
- La mia pistola.

La trasparenza come direzione, l’eccentricità come motivo futile, il tempo come compagno e la natura come bagaglio. Il cielo è da sempre privo di angoli. Lei scatta la fotografia a un cartello che indica l’uscita, “Exit”, a cui qualcuno ha aggiunto con lo spray “For Never Land Turn Left. For Now Here Land Turn Turn Turn”. Facendo il verso a una canzone dei Byrds.

Eccoci, stiamo arrivando. Non teneteci troppo vicino. Non attraversate il nostro cammino. Abbiamo un grande messaggio d’amore. Non stiamo andando da nessuna parte però proveremo ad arrivarci in tempo. Una fermata dopo l’altra, nel calore del mattino. Andremo fino in fondo. Perché il grande teatro naturale dell’Oklahoma si è solo spostato, ancora un po’ più a sud e ancora un po’ più a ovest e un giorno ci arriveremo.
Solo per chiuderci dietro la porta del tendone.
Solo per fare fuoco ovunque.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:14 #275

Fino in fondo di simcam

Dlin dlon.
Suonò il campanello della reception una prima volta senza ottenere risposta. Questo sarebbe stato sufficiente a rovinargli l’intera giornata. Riflettendo su questa sensazione, pensò che nessuno poteva rovinargli la giornata senza pagarne le conseguenze per i prossimi dieci anni.
Dlin dlon, dlin dlon, dlin dlon, dlin dlon…
Un giovane portiere arrivò di corsa, ancora intento a sistemarsi i pantaloni.
“Chiedo scusa, aveva bisogno?”.
“No! Volevo solo farti sentire quanto sono bravo a suonare questo coso. Non lo avevi capito?”.
“Le chiedo scusa, ero…”.
“Se permetti rinuncio volentieri alla tua storia. È possibile parlare con Gustave o con chiunque conosca un po’ di educazione in questo albergo?”.
“Tommaso Rinaldi! – disse ad alta voce un elegante signore di mezza età, accogliendo a braccia aperte il cliente – È un onore riaverla a Parigi”.
“Gustave! Non sapevo che volessi far fallire il tuo albergo assumendo scimmie da circo”.
“Che ci vuoi fare? Durante il Roland Garros pare impossibile trovare personale per coprire tutte le richieste. Solita stanza, vero?”.

Roland Garros. Parigi era pronta ad accogliere le schiere di appassionati del grande tennis nel migliore dei modi. Anche il clima pareva volesse partecipare per rendere tutto perfetto, rendendo l’aria tiepida e profumata. I più romantici avrebbero descritto quell’atmosfera come “il luogo e il momento ideale per innamorarsi”. Così l’avrebbe descritta Youlia Janovic, giovane promessa del tennis mondiale, appena scesa all’aeroporto De Gaulle, se solo avesse trovato le parole per esprimere questa sua sensazione. Ultimamente però non le era data l’opportunità di godersi i piaceri della sua età, troppo impegnata a correre di città in città, tra una riga e l’altra di un campo da tennis.
Chi era insensibile invece a queste sensazioni, era senz’altro Tommaso Rinaldi, la sarcastica penna della prestigiosa rivista Tennis Internazionale. I suoi editoriali erano sempre attesi con trepidazione da tutti gli appassionati di questo sport, e con paura dagli addetti ai lavori, preoccupati di ritrovarsi citati nei suoi articoli mai particolarmente positivi ma, purtroppo per loro, spesso sinceri. Era questa la caratteristica che aveva reso famoso Rinaldi.
Non fu il tennis giocato a farlo emergere. Dotato di una tecnica elegante, il tennista Rinaldi non riuscì mai a superare il suo unico limite, la tenuta mentale, tanto da essere soprannominato braccino dagli amici, sciolta da tutti gli altri. A questo punto della sua carriera giornalistica comunque, nessuno di loro avrebbe mai rivelato questo segreto neanche sotto tortura, troppo spaventati dall’idea di finire sulla graticola del prossimo numero di Tennis Internazionale.

Proprio l’ultimo numero della rivista, uscito pochi giorni prima dell’inizio del torneo, suscitò grande clamore per come Tommaso Rinaldi aveva apostrofato la grande stella del tennis femminile mondiale. “Pittoresca e volgare, Jasmine Stubbs sembra stendere le sue rivali più con la volgarità che con i suoi potenti colpi, degni comunque del martello di un metalmeccanico. Lavoro per altro consigliato dagli astri il giorno della sua nascita. I suoi urletti orgasmici, il vezzo di alzarsi il gonnellino e l’abitudine di scendere in campo truccata, la fanno assomigliare ad una peripatetica a zonzo per il campo da tennis”.
Capirete che apostrofare prostituta la nuova numero uno del tennis, provocò nell’ambiente un terremoto paragonabile soltanto a quello di un paio d’anni prima, quando lo stesso Rinaldi commentò la vittoria a Wimbledon dello spagnolo Lopez descrivendolo come “lo zappatore che distrussè il giardino della regina”. Questa volta, in molti pensarono che Rinaldi si fosse spinto troppo oltre, ma dovettero ammettere che l’interesse per il tennis era aumentato, anche per merito di quel giovane giornalista dalla penna affilata.
L’entourage della Stubbs arrivò comunque battagliero alla conferenza stampa, annunciando querele per diffamazione e, soprattutto, un nuovo look per la numero uno del mondo. “Vorrà esibirsi al Moulin Rouge” – fu la replica di Rinaldi, intervistato da un giornale locale.

Camminava per le vie dell’impianto tennistico, Tommaso Rinaldi, assaporando il gusto della fama. Sentiva gli sguardi della folla, li vedeva parlare e sorridere nel raccontare di aver visto il “terribile” Rinaldi.
L’uomo che tutti temevano aveva dimenticato le sue fragilità ed ora poteva godersi la vita che aveva sempre immaginato, malgrado non avesse mai pensato seriamente a che vita avrebbe veramente voluto.
Tommaso Rinaldi si sedette ad un tavolino della terrazza vip; da lì poteva vedere tutti i campi, mentre i tennisti erano già in azione per il primo turno. Proprio sotto la terrazza stava giocando la giovane Youlia Janovic. Ne aveva sentito parlare bene, e proprio per questo pensava a lei come ad un prossimo bersaglio per la sua rubrica. Francamente trovava queste nuove leve dell’est europeo tutte uguali, nel gioco e nella vita. La guardò giocare, cercando di individuarne qualche difetto o caratteristica irritante ma fu sorpreso nel trovarla sorprendentemente graziosa, elegante nel suo modo di arrabbiarsi per una palla sbagliata ed emozionarsi invece per un colpo riuscito. Rinaldi si ritrovò ad ammirare quella ragazza che stringeva quegli occhi così diffidenti, persa nei suoi pensieri mentre decine di tifosi l’acclamavano dopo la vittoria. Come avrebbe potuto Rinaldi parlarne male?
Si affacciò dalla terrazza per poterla vedere fino all’ultimo secondo, mentre lei rientrava negli spogliatoi.
“Sbaglio o quello è uno sguardo di ammirazione? Pensavo che Tommaso Rinaldi non potesse trovare aspetti positivi in qualcosa. O addirittura in qualcuno” disse un ragazzo dalla folta chioma bionda, avvicinandosi a Rinaldi.
“Andrea Carraro? Non mi dire che hai superato le qualificazioni?”
“Ovviamente no, ma potevo perdermi le più belle feste dell’anno? Cosa vuoi che ti dica, amico mio, ne è passato di tempo da quando eravamo due promesse del tennis. Io provo ancora ad arrangiarmi sui campi, ma vedo che tu hai sbancato in fretta. Niente male per uno che chiamavamo braccino e… lo sai come ti chiamavamo anche? Beh, comunque credo proprio che prima o poi seguirò il tuo esempio. Forse hai ragione tu, la cattiveria paga. Sono sicuro che qualcuno potrebbe addirittura darmi dei soldi per farmi scrivere la vera storia del terribile Rinaldi”.
“Già. Magari qualcuno potrebbe anche interessarsi a te. Prima o poi. Non ti rimane che imparare l’ortografia e sei a posto”.
“Non perdi mai il gusto alla battuta?”.
“Non lo era. Ma quando ne farò una, te lo dirò. Così capirai la differenza”.
“O magari saranno interessati a sapere che il terribile Rinaldi si è squagliato per una giovane tennista dell’est…”

Youlia Janovic passò il resto della mattina tra conferenze stampe e incontri con gli sponsor. Non era brava in queste situazioni e veniva sempre rimproverata per questo. Spesso rispondeva svogliatamente alle domande o interrompeva le frasi a metà, disturbata dalle ovvietà e dalla sensazione di perdere tempo prezioso. Ma così era la sua vita e le sembrava impossibile poterne uscire. Il pubblicò però voleva una nuova stellina da acclamare e da buttare contro la volgarità della fortissima Stubbs, e non apprezzava quei lunghi silenzi, tanto che qualcuno mormorò che forse la ragazza fosse sì brava e bella, ma anche poco intelligente.
E si sa che le voci, soprattutto quelle cattive, passano veloci di bocca in bocca, arrivando fino alla giovane Youlia, per niente pronta a sopportare anche questo. Così se ne scappò via, decisa a lasciar perdere tutto, anche il tennis, se comportava questo. Camminò tutto il giorno per le strade di Parigi, meravigliata da tutto e da tutti, finalmente felice.
“Pensavo che le giovani promesse del tennis non lasciassero mai il campo da tennis” le disse qualcuno alle sue spalle.
Youlia si voltò di scatto, preoccupata come fosse stata sorpresa a rubare.
“Tu sei quello del giornale, vero? Quello che ha detto quella cosa… Mi ha fatto ridere, sai? Anche io pensavo la stessa cosa. A dire il vero lo pensavamo tutti! Come fai a essere sempre così acido però?”.
“Mi basta raccontare la verità. Di solito è facile trovare qualcosa di brutto”.
“Perché per il bello bisogna cercare”.
Rinaldi rimase sorpreso. I preconcetti che si era fatto su di lei veniva demoliti uno dopo l’altro e si sentì spiazzato nel vedere che lei non provava nessun timore a rivolgersi apertamente a lui, senza paura di finire magari sul prossimo numero di Tennis Internazionale.
Passarono la giornata insieme. Non fecero niente di speciale, in realtà. Niente che se venisse raccontato su un libro possa essere di qualche interesse per il lettore. Ma che resta indimenticabile per chi l’ha vissuto.

Il giorno dopo Youlia tornò al tennis con uno spirito nuovo. Giocava sorridendo e alzando di tanto in tanto lo sguardo verso quella terrazza. Qualcuno trovò addirittura il tempo di scoprire a chi erano rivolti quegli sguardi; il resto lo fece Andrea Carraro, in un’intervista in cui, lottando contro verbi e congiunzioni, raccontò dell’improvviso rammollimento del glaciale Rinaldi, sciolto d’amore per la giovane stella del tennis.
L’intervista scosse l’aria parigina come neanche il temporale che si stava per abbattere sulla città poté fare. Youlia non trovò la cosa così terribile e continuò a cercare Tommaso per tutto il giorno. Tommaso Rinaldi evitò di rispondere a tutte le sue telefonate, preoccupandosi soprattutto di smentire e di farsi vedere in pubblico con qualche bella ragazza. Rinaldi sapeva che il pubblico voleva da lui il sarcasmo e la vena polemica e temeva che questo cambiamento lo avrebbe allontanato da tutto quello che aveva conquistato fino ad allora.

Le giornate passarono veloci. Ottavi, quarti, semifinali. L’attenzione del pubblico per la nuova star del tennis innamorata, ma gli occhi di Youlia tornarono a stringersi diffidenti. Del nuovo look della Stubbs pareva non interessarsi nessuno.
Youlia e Tommaso si incontrarono nei corridoi dello stadio centrale del Roland Garros. Lui rimase per la prima volta nella sua vita senza parole, confuso su come comportarsi. Lei gli parlò con le lacrime agli occhi. Gli chiese di scegliere. Scegliere di essere se stesso fino in fondo, accettarsi per quello che era e per quello che provava, anche davanti a tutti. Anche contro tutti.
Tommaso cercò di giustificarsi, di farle capire il perché delle sue scelte. Cercò di raccontarle del suo passato, della sua fragilità. Ma per Youlia esistevano solo loro due, tutto il resto era solo un ostacolo alla loro felicità e lei avrebbe voluto spazzarlo via come quando affrontava le avversarie sul campo.
Si salutarono velocemente, senza tenerezze, portati via dai loro impegni.
Youlia Janovic perse malamente la semifinale, proprio quando tutti si aspettavano l’ultimo scontro contro la Stubbs. Tommaso Rinaldi rispose al suo editore che tutte quelle voci erano infondate e che il suo prossimo editoriale sarebbe stato proprio sulle giovani atlete dell’est, tanto forti nei colpi e quanto fragili mentalmente. Un pezzo sarcastico come sempre.

Youlia lesse l’articolo qualche giorno dopo sull’aereo che la stava portando a Londra per il torneo di Wimbledon. Rinaldi tornò in albergo, salutò Gustave e gli disse che sarebbe rimasto ancora qualche giorno a Parigi. Salì in camera, si chiuse in bagno e aprì tutti i rubinetti. Nessuno doveva sentirlo. Si guardò allo specchio e si lasciò andare a un pianto dirotto.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:14 #276

Fino in fondo di Paphiopedilum

E d’un tratto…
scivoli giù.

Il cielo che si allontana lo intuisci solo dal concetto stesso di caduta,la volta celeste è così enorme da non subire cambiamenti di sorta per qualche metro di vuoto oltre le tue mani protese al basso.
Hai il tempo di fotografare frammenti di attimi spezzandoli per sempre e mentre fai tutto ciò un ginocchio sbatte contro una pietra appuntita, un quarzo forse…un quarzo con una punta di sangue,ora.
“AHI!!”dici.

O pensi?
difficile dirlo mentre precipiti alla velocità della tua sorpresa e tutto si mescola senza dare appigli alle certezze.

“AH-AH-I-I” senti.
L’eco non inganna e capisci di aver davvero usato parole e vocali.
Sorridi stranamente.

Stranamente perchè non hai nulla di che sorridere,
stranamente perchè il tuo volto è deformato dalla gravità che ti viene addosso a cento chilometri l’ora pur stando ferma e ingrossandosi di accelerazione, pari un misto tra braccio di ferro e il ricordo di quando,bambino, pigiavi forte la faccia sulla vetrina dei negozi e facevi le boccacce…”la rana dalla bocca larga!” urlavano felici i tuoi amici divertiti da questo gioco.

Stranamente ridi.
Una risata è contagiosa anche quando si è soli e l’eco prende a sganasciarsi doppiandoti con tremendo ritardo e triplicandosi con sorprendente velocità e tu, dietro, a correre in loop coi tuoi 32 denti bianchi a ventaglio.
Lacrimi persino e ti piace pensare sia la troppa ilarità che ti fa bagnare appena anche i pantaloni, shorts marroni con tasche capienti, c’era dentro il portafogli ma ora si è sfilato e cade con te, aperto a tagliola che sembra ridere pure lui.

Lacrimi persino, stavi dicendoti.

Ma è per la polvere e per i minuscoli moscerini che muoiono al tuo folle passaggio ed è l’urina che si raccoglie dove la paura decide di dipingere i tuoi calzoni.
Piano piano recuperi la razionalità e questo buio somiglia alla notte che hai di fronte.

Non più il cielo, che ora guarda la tua nuca. Ti sei girato un paio di volte già e non hai più sfiorato pietre.
Chi può averti spinto?
Eravate in quattro a guardare giù e tu sei quello che più di tutti si è sporto oltre “l’esofago di Ade”, un profondissimo budello nella roccia che nessuno ha mai esplorato.
Non si vedeva nulla finchè una spinta ti ha fatto capire che non c’era nulla da guardare in quella notte senza stelle fatta a forma di tubo.

Perchè lo hanno fatto?

Forse tua madre, con il suo dolore discreto e imbarazzato causato dalla tua incapacità di starle vicino, praticamente dalla sala parto in poi. Forse Giacomo e le tue immagini della sua ragazza stranamente poco vestita nel tuo letto stropicciato di notte insonne.
Forse tuo fratello venuto a dirti grazie sul ciglio del baratro ed a spiegartene il perchè in questi pochi istanti pieni di lui e delle sue assurde richieste di aiuto e di implorazioni senza dignità…

Riscopri i tuoi errori metro dopo metro e comprendi le pessime premesse che hai donato al tuo karma da futura tenia.
Viene tutto a galla e non smette di affiorare, il male, hai buttato dinamite in mare e ora spuntano a migliaia pesci brutti senza testa che ancora muovono la coda come anguille disperate.
Galleggiano gli errori, ed il vento in questo tunnel verticale scompiglia i tuoi capelli senza aureola.
Precipiti da ormai 10 secondi.

Aspetti l’impatto.
Preghi che arrivi presto e ti disperi non sia avvenuto qualche secondo prima.

Volevi morire ridendo prima che, qualcun altro,
ridesse di te.
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Re: [#6] Fino in fondo 13/07/2010 09:15 #277

Fino in fondo di Hic-sunt-leones

Attendeva solo l’arrivo della processione per risolversi a fare quello che aveva deciso. Era l’ultimo tassello della sua costruzione mentale. Così avrebbe avuto maggiore impatto. Ormai era deciso ad andare fino in fondo. Lo aveva deciso in maniera repentina, folle, addirittura superficiale. Durante una giornata piovosa, quando, confinato nelle scolorite e scrostate pareti della sua stanza, in uno dei sui rocamboleschi viaggi mentali, si era prefigurato la scena che ora voleva vivere, mettere in atto. Un impeto giovanile, non ragionato. La decisione era stata quasi folle, ma la preparazione all’atto semplicemente maniacale, rigorosa, sistematica. Avrebbe aspettato l’esatto momento in cui la testa della processione si fosse trovata all’altezza del bastoncino di bambù da lui piantato sul ciglio del sentiero che conduceva al ponte in pietra.
La giornata era afosa, umida, immobile. Il sole era avvolto in un’ovatta di nuvole biancastre e grigie, slavate, che si confondevano con un cielo color ghiaccio sporco, opaco, velato. Non erano le condizioni di tempo che si era prefigurato nella sua mente, immaginando l’atteso momento, ma del resto queste erano tra le poche cose che Giovanni non poteva controllare direttamente. Era teso, aveva i muscoli contratti, pronto a scattare come una molla. La maglietta gialla indossata per l’occasione, la sua preferita, con disegnato all’altezza delle spalle un coccodrillo con le fauci spalancate nel tentativo di ingoiare un trattore, gli si era incollata alla pelle della schiena, completamente imperlata di sudore. Era in perfetto equilibrio, in piedi sopra il parapetto, con il viso rivolto all’abisso e il coccodrillo alle prese col trattore rivolto alla campata del largo ponte in pietra. Manteneva lo sguardo fisso alla sua sinistra nell’attesa di vedere le tuniche bianche della processione. Non riusciva a guardare di fronte a sé, e cominciava a pentirsi di quell’insano gesto.
Il tempo sembrava essersi fermato, cristallizzato in miriadi di piccoli momenti insignificanti: il volo di un’ape in cerca di fiori, il battito d’ali di una farfalla, l’agitata operosità di una formica, le goccioline di sudore che scivolavano sul corpo, il canto di un cuculo poco distante, il lento e impacciato muoversi delle nuvole grigie. Tutto era scandito lentamente, quasi a rallentatore. Giovanni ebbe la chiara visione di sé nel futuro, nell’atto che di lì a poco avrebbe compiuto: un brivido gli percorse la schiena, ma allo stesso tempo un moto di eccitazione si impossessò di lui. Ma eccolo, un lampo improvviso: sentì lo scalpiccio in lontananza, un coro di voci sommesse e vide una macchia bianca attraverso i pini marittimi che conducevano all’imboccatura del ponte in pietra. Erano arrivati, aspettava solo questo momento. Era all’apice.
Chiuse gli occhi, reclinò indietro il capo, e dai mugolii misti a espressioni di stupore che sentì provenire dalla sua sinistra capì che ormai era stato visto, e riconosciuto.
Allargò le braccia, trattenne il respiro, sentì il battito del suo cuore tambureggiare sulle tempie, incessante, gli sembrava di toccare l’eternità. E si lasciò andare in avanti, tenendo i piedi fermi sulla balaustra in pietra, inclinandosi sempre di più, fino a lasciarsi cadere, nel vuoto. Sentì l’aria fendersi sul suo volto, aprirsi al suo precipitare, la maglietta incollata alla schiena si riempì d’aria, man mano che prendeva velocità nella sua caduta. Aprì gli occhi, e vide il placido ruscello che scorreva sotto avvicinarsi implacabile, vide il cielo sotto i suoi piedi, e l’acqua sopra la sua testa, vide il verde degli alberi, e un turbinio di emozioni e pensieri lo avvolse completamente, quasi appannandolo. È finita pensò, ma continuò la caduta, fino in fondo.

Lo strattone gli tolse il fiato e gli fece male alle spalle e alla pancia, ma l’imbragatura aveva tenuto. Ora era stato scagliato in alto, e gli venne il mal di mare, la nausea, ora tornava giù e poi di nuovo su, a causa del movimento oscillatorio dovuto al materiale elastico che aveva assemblato nel creare la spessa fune che lo legava al ponte. A metà del secondo moto oscillatorio esplose una risata liberatoria di gioia e incoscienza. Prese a fare capriole in aria, girarsi e rigirarsi, salutando la miriade di teste che si erano accalcate sul ponte e che avevano seguito col fiato sospeso le pazzesche evoluzioni di Giovanni.

Suo padre glielo diceva sempre: “Un giorno ne combinerai una delle tue, e allora sarà la tua rovina, oppure ti cambierà la vita”. Questa volta la seconda. La fortuita visione di quel salto spettacolare quanto incosciente e pazzo da parte di un brillante imprenditore edile della zona, intento a pescare nei pressi del ruscello, cambiò per sempre la vita di Giovanni. Ci misero poco a mettersi in società, e Giovanni divenne presto un’icona di questo sport estremo. Avevano inventato il bungee-jumping.
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