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[#7] L'ultima volta che ti ho vista volare
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ARGOMENTO: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare

[#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 11/06/2010 05:43 #122

Periodo: Luglio 2008

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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:19 #278

L'ultima volta che ti ho vista volare di gensi

Appena rientrato in Italia, mi ritrovai una chiamata da parte degli uffici centrali.
Era il nuovo capo del personale, assunto da meno di tre mesi, il Dott. Carloni ad avermi cercato. Aveva per me una notizia e, come tutte le notizie, aveva lati positivi e lati negativi.



- Allora, Sig. Castelli, ho una notizia per lei…
- Dica pure Dott. Carloni, speriamo sia positiva.
- Secondo il mio personale punto di vista si, poi però dipende dal suo. Una delle nostre storiche hostess sta per avere il 2° figlio. Proprio in virtù del suo primo le era stato concesso, tre anni or sono, di poter effettuare esclusivamente la tratta Genova – Roma, ovviamente full day senza trasferte all’estero. Inizierebbe con il primo volo delle otto meno cinque e rientrerebbe con l’ultimo da Roma intorno alle venti e quindici. Noi avremmo dunque bisogno di una sostituzione di un anno circa, una persona come lei, che parta da Genova e ritorni in città con l’ultimo volo. Ovviamente, cerchiamo qualcuno vicino così da evitare, noi di avere ulteriori spese, e, a chi effettua la tratta, di rientrare a casa. Cosa ne dice? La ricerca è abbastanza urgente e necessiterei di una sua risposta definitiva entro domani. Comincerebbe il mese prossimo. Ha il mio cellulare aziendale?
- No. Dica pure, registro e domani le faccio avere la risposta.
- Ok, 339…….



Fu un pensare per l’intera, residua, giornata. Dopo tre anni in giro per il mondo, molti legami si erano naturalmente indeboliti e, nonostante qualche flirt soprattutto nei paesi dell’est non avevo radici da nessuna parte. Però, l’idea di tornare ad avere un “lavoro normale” e rientrare a casa tutte le sere mi stuzzicava, anche per avere il tempo di sistemare un po’ di faccende arretrate che, negli ultimi tre anni, avevo per forza di cose trascurato. Poi, poter tornare a stare in famiglia, tutte le sere e con la certezza di esserci durante le imminenti feste, aveva fatto si che la mia decisione divenisse definitivamente positiva.
Il giorno successivo chiamai il Dott. Carloni e comunicai la mia scelta. Sembrò felice e, soprattutto, sollevato. Dal tono di voce pareva quasi che io fossi “l’ultima scelta” come se già altri avessero rinunciato a quest’opzione. Forse perché, pur avendo orari più umani, la paga era la metà e questo pesava non poco.



Era passato un mese da quando avevo cominciato a viaggiare sulla linea Genova – Roma. Mi ero finalmente abituato agli orari, e, a parte i ritardi e gli scioperi più o meno periodici, riuscivo ad essere a casa dei miei genitori per la cena e a passare il dopocena o con loro o, di tanto in tanto, con qualche amicizia ricucita dalla vicinanza.
Era però, soprattutto, la seconda settimana che notavo una giovane ragazza, sempre seduta entro le prime cinque file dell’aereo.

Era semplicemente bellissima. I capelli tagliati poco più lunghi di un caschetto, una piccola frangia sempre curata sulla fronte e neri, nerissimi. Gli occhi di un colore non paragonabile. A prima vista chiari e, solo dopo una dettagliata osservazione, si scoprivano marrone-verdi. Una bellezza sensuale ma mai volgare, intrigante ma sempre ingenua.
Se stava seduta sempre lì davanti, un motivo doveva esserci. Nelle prime file infatti soprattutto su questi voli di linea, siedono politici, imprenditori e dirigenti di importanti aziende. Lei doveva sicuramente essere una dell’ultima categoria anche perché, la spilletta che portava appuntata alla giacca era di una nota società italiana.

Per otto mesi, la vidi scendere a Genova il martedì e il giovedì. Sempre con lo stesso volo d’andata mentre, il ritorno, era quasi sempre dopo pranzo. Altre volte, probabilmente, prese l’ultimo volo Genova – Roma, sul quale io, non c’ero.

A me piaceva moltissimo, avevo passato otto mesi ad osservarla. Facendo sempre più giri del solito per il solo vezzo di carpirne dettagli quali il nome. Sembravo tornato ad essere un bambino che cerca di capire tutto del mondo delle donne. Lei era meravigliosa, ma sempre indaffarata.

Un martedì, nell’iniziare della stagione estiva capitò però l’imprevisto. Facendo il mio solito servizio la ragazza, mi fermò.

- Scusa se disturbo proprio te ma avrei bisogno di una piccola consulenza.

Le labbra si spalancarono di felicità e non per la falsa gentilezza che uno steward è obbligato a tenere con i viaggiatori.

- Dica pure signorina.
- Lei è di Genova vero? Perché sono mesi che la vedo su questo volo ma non l’ho mai notata sull’ultimo Genova – Roma, o sbaglio?
- Esatto, giusta intuizione.
- Io dovrei fermarmi qui questa notte. La società di viaggi mi ha già prenotato l’albergo ma io odio queste sistemazioni tutte uguali, queste catene di hotel create a cloni. Mi hanno messo al Jolly Marina, lei che ne pensa?
- La verità?
- Si, la prego.
- Porta con sé solo il nome. E’ nell’area portuale di Genova, la classica trappola per turisti. Inoltre, con questo caldo, non può neanche aprire la finestra se non vuole essere asfaltata dal tanfo di acqua stagna del porto.
- Davvero?
- Purtroppo si, Genova offre molto di meglio, ma voi romani spesso perdete occasione per esplorare la città. Genova si sa, va esplorata.
- E allora mi dica, dove potrei alloggiare? Io qui a Genova conosco poca gente, quasi tutti colleghi e non ho assolutamente voglia di disturbare e, soprattutto, di parlare di lavoro anche fuori dall’ufficio. Mi capisce vero?

Presi coraggio. Era un chiaro invito, almeno così mi disse il cervello. E poi di li a meno di un mese, avrei terminato la sostituzione.

- Capisco perfettamente. Io, questa sera, sono libero e, per giunta, domani ho il turno di riposo.
- Beh, è perfetto! Almeno non farò la figura della “romana”.

Sorrisi compiaciuto della battuta che mi aveva ricambiato.

Finalmente anche il suo viso si illuminò. Come se avesse trovato un alleato.

Ci scambiammo i contatti e attesi per l’intera giornata che arrivasse sera. Avevo prenotato il ristorante, elegante ma non di lusso giusto per non fare la figura di quello che non ero. In fondo, ero pur sempre uno steward. Naturalmente però, sul mare. Nel frattempo avevo anche progettato un piccolo tour della città per il giorno successivo, giusto per far conoscere alcuni dei luoghi meno famosi, prima della seconda cena e, nel dopocena, lo spettacolo che una passeggiata sul mare può offrire. Soprattutto, quando la passeggiata, è quella di Nervi.

Alle sei, puntualmente, mi chiamò. Le chiesi di dirigersi verso l’aeroporto perché, io, fino alle otto e mezza non sarei rientrato.



Fu tutto bellissimo. Senza altri aggettivi. Mai un programma risultò tanto azzeccato.

L’unico neo fu la mia mancanza di coraggio. Parlammo tantissimo ma non mi addentrai mai in discorsi proibitivi né m’informai sul suo stato sentimentale. Lei, d’altronde, fece altrettanto. La seconda notte poi, cambiò albergo, come da mie indicazioni.

Il mattino dopo, alle 7,30, eravamo entrambi all’aeroporto, pronti per il viaggio a Roma. Passò un mese e non la vidi più. Non osai neanche contattarla impaurito dal fatto che, forse, il programma era stato perfetto solo per me.

La collega era pronto a rientrare e, per me, fu come una boccata di ossigeno poter ricominciare a solcare i cieli del mondo. Ero deluso da me stesso anche se non volevo ammetterlo.

Era il 1° agosto quando squillò il cellulare durante uno scalo a Bangkok. Un messaggio…

Saranno passati due mesi dall’ultima volta che ti ho visto volare. Che fine hai fatto? Il mio lavoro su Genova è terminato ma tu, da Roma, non ci passi più? Io pensavo ti fosse piaciuta la mia compagnia, scusami se ti ho disturbato, magari sei fidanzato. Io invece, dopo quella giornata, ho capito finalmente che stavo commettendo dei grandissimi errori. Mi farebbe davvero piacere poterti ancora sentire. Un abbraccio

e mai, in vita mia, sentii così forte il bisogno di rientrare il prima possibile in Italia. Impiegai l’intera giornata per scrivere le parole del messaggio di risposta.



Ora sono a Fiumicino, per l’ennesima volta.

“Chissà se verrà a prendermi e chissà come sarà vestita per l’occasione.
Sono matto, mi sono di nuovo innamorato. Ora come farò a volare?” pensai.

Poi quella bellezza sensuale e ingenua, quel vestito, elegante ma non troppo, distrusse ogni pensiero.

Tanto valeva vivere e smettere di scappare.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:20 #279

L'ultima volta che ti ho vista volare di marcoslug

– Papà!? – uno strattone.
– Papààà!? – uno strattone ancora più forte.
– Eh? Chi c’è? Mi arrendo… mi arrendo, chiunque tu sia… – rispondo io con tono supplichevole, la bocca ancora impastata di saliva rappresa.
– Papà, sono io, Alessia.
– Oh stellina, sei tu! Che bello svegliarsi con la tua voce! Dimmi tutto…
– Niente… la mamma dice che devi alzarti e vestirti alla svelta, perché fra dieci minuti esatti bisogna uscire.
– Dì alla mamma che non ci sono problemi: mi alzo, mi vesto ed entro dieci minuti esatti sono pronto. Non ci sono problemi… dillo… alla mamma…
– Ok… – risponde non troppo convintamente la piccola Alessia, veicolando la sua spontanea ma legittima sfiducia nei miei confronti in un’espressione accigliata e severa. Di quella severità che, se messa in mostra da un bambino, serve solo a farti capire quale fragile e torbido essere sia tu, e quali pure e giuste e inattaccabili creature siano invece loro. I bambini.
– Ehi, ma almeno il bacino del buongiorno lo dai a papà tuo?
– Ok…
Alessia mi lascia un’umida impronta di sé sulla guancia sinistra; ho solo il tempo di incassare questa piacevole iniezione di affetto che la vedo sculettare via verso il bagno.
D’improvviso una fitta acuta al collo mi segnala che il mio corpo – ahimé – è in corso di risveglio. Dormire sul divano non è solamente una punizione a livello disciplinare, ma una vera e propria umiliazione fisica. Come se le lotte saliva-mista-sudore con il copridivano e il puntuale torcicollo del giorno dopo fossero alla stregua delle frustate di un violento padre al figlio appena un po’ ribelle.
Raccolgo le residue forze e, con il sentimento del figlio appena un po’ ribelle punito e umiliato, mi vesto, senza aver cura di saggiare l’odore che le mie ascelle emanano. Una camicia stropicciata, un paio di raccapriccianti calzini in filo di Scozia, i jeans a vita alta compiacevolmente demodé. Ci sono giorni in cui non ti interessa avere un buon profumo e un buon aspetto: oggi è uno di questi giorni.
Alzo lo sguardo e mi accorgo che Patrizia è entrata nella stanza, bella e fiera come non lo è da tempo, con la sua folta chioma rossa liberamente adagiata sulle spalle. Si muove decisa per la stanza, a raccogliere gli oggetti più improbabili da ficcare nella borsa più improbabile – una specie di scrigno semirigido a forma di conchiglia –, in quell’operazione che solo le donne sanno fare con così tanta dedizione e così tanta tenacia. Vorrei rivolgerle parola, ma un po’ il vuoto mentale, un po’ quel briciolo di coscienza che mi è rimasto, me ne sto in silenzio. Tutto quello che mi riesce di fare è osservarla morbosamene, e più mi compiaccio della sua bellezza, più montano dentro di me livore e gelosia. Muoio all’idea che nel giro di poche ore non sarà più mia moglie. Muoio annegato nel mare della frustazione, sollecitato da ammalianti sirene che incitano all’autodistruzione. Mi ributto sul divano per non svenire in modo tragicomico.

L’ultima volta che ti ho vista veramente felice con me era in quella stradina dietro il duomo di Amalfi, fitta fitta di case. Passeggiavamo mano nella mano; con l’altra io reggevo un sacchetto stracolmo di limoni – che poi, appena torniamo a casa, facciamo bottiglie di limoncello per tutti gli amici, dicevi. Tu invece con la mano libera indicavi di volta in volta gli scorci di mare che i minuscoli spazi tra una casa e l’altra lasciavano ogni tanto intravedere, e ridevi di gusto. E mi regalavi preziosi distillati di amore, limpidi come il mare che si intravedeva aldilà delle fitte case.
Doveva essere la nostra felice vacanza per il nostro terzo anniversario di nozze, ed effettivamente lo è stata. I problemi sono arrivati dopo, al rientro nella indolente e corruttrice vita quotidiana della nostra mai poco odiata Firenze, dove il troppo fare e il troppo lavorare si sposano con il poco vivere.
Non ci sono state bottiglie di limoncello prodotte amorevolmente e neanche album fotografici sfogliati tra le risate, ma litigi e incomprensioni, incomprensioni e litigi. Litigi sempre più furiosi e incomprensioni sempre più laceranti. E un’amante da me abbordata per il gusto della sfida, e sempre più frequentemente posseduta per il gusto della carne e la potente attrazione del morbo. Avevo deciso di tornare ad un’esistenza più serena, ma è proprio vero quel detto che mio padre ha pronunciato anche in punto di morte: la merda che puzza è quella che si appiccica di più al culo. Avevo deciso di riprovarci con te e ci sarei forse riuscito, se non fosse stato per la telefonata di un’amante troppo gelosa.
– Pronto?
– …
– Pronto, chi parla?
– Cercavo… cercavo Paolo – una voce femminile tremolante e allo stesso tempo decisa – tu immagino che sia la moglie…
– Sì, sono sua moglie. Tu dimmi chi cazzo sei, altrimenti riattacco all’istante.
Chi è stato attaccato, oltre la cornetta, è il sottoscritto. Con feroce rabbia e comprensibile sdegno. A nulla sono valse le mille richieste di scuse e le altrettante promesse di redenzione, se non a conquistare tre settimane – ventitre giorni per l’esattezza – di permanenza sullo scomodo divano, che si sarebbero tramutate in un sonoro vai-a-quel-paese se non fosse stato per Alessia. Devo dirlo: sono un uomo fortunato dopotutto. Che non ha pagato ancora niente, dopotutto, per il suo essere fortemente un coglione.

– Ehi Paolo, ti senti bene? – vedo Patrizia che mi fa aria con un rotolo di scottex, tentando di rianimarmi.
– Sì sì, sto bene, scusami… è stato solo un calo di zuccheri, sai, il caldo…
– Il caldo…
– Sì, il caldo e diciamo tutto il resto… ma… ma Patty, dobbiamo proprio farlo? Penso sia inutile che ti ripeta che sarei disposto a mettermi seduta stante in ginocchio di fronte a te.
– È del tutto inutile infatti. Dai, alzati e datti una sciacquata al viso che c’è giù la tata di Alessia che sta già aspettando.

La targhetta dorata è in bella mostra sulla porta fatta di un legno, che ad occhio e croce giudicherei pregiato. Stampati su di essa, in un carattere elegante e piuttosto arzigogolato, nome, cognome e titolo onorifico dell’avvocato Luigi Carraresi, il numero uno tra i divorzisti in Toscana a sentire i più informati. L’avvocato Carraresi ci apre in bello stile, con un’accoglienza degna della sua parcella. È un uomo paffuto sulla quarantina, non troppo viscido per la categoria che rappresenta tutto sommato, perfino gradevole se non fosse per un alito preprandiale lievemente pesante. E per uno che ti deve parlare per una mezz’ora abbondante converrete che la qualità del suo alito è una discriminante abbastanza forte.
I minuti che seguono sono per me di una angoscia indescrivibile e di un’aggressione ai limiti del soffocamento. Il Carraresi che legge con voce stentorea le mille clausole del contratto di divorzio, Patrizia che mi ammicca con il fare di un’imprenditrice che sta appena concludendo una importante join venture, il Carraresi che declama domande retoriche, Patrizia che ammicca al Carraresi…
Sento che i miei nervi stanno cedendo definitivamente, ma infine mi sento chiamato in causa…
– Allora signor Sabatini? – mi urla in faccia l’avvocato.
– Allora Paolo? – rincara Patrizia.
– Allora che? – rispondo stupito ad entrambi.
– La firma, devi mettere la firma in calce… – i due in coro.
– Oh merda… – mi lascio sfuggire io, mentre con un gesto meccanico afferro la penna offerta dal Carraresi. Mi esce una firma stranamente chiara e regolare, tanto da farmi quasi vergognare di aver manifestato una tale lucidità in un momento del genere. Poi sento un pugno allo stomaco, secco, che mi fa deglutire senza motivo. Il bel castello, l’unico castello di carte della mia vita che con pazienza e amore mi sono costruito, è crollato tutto insieme, per effetto di una leggera e all’apparenza innocua brezza marina. Mi alzo di scatto ed esco dall’ufficio, senza avvisare i miei due compagni di affari. Alessia sta giocherellando con il Nintendo DS su una panchina appena fuori, la tata più che interessata ad intrattenere la bambina sembra interessata ad intrattenersi con il videogioco. Le lancio uno sguardo d’intesa; la ragazza mi fa ok con il pollice destro e con la mano sinistra afferra subito la console della bambina.
– Andiamo papà? Dove mi porti?
– Ti porto alle giostre, Alessia.
Ti porto alle giostre, Alessia. Te le farò provare tutte, fino a spendere tutti i soldi che ho nel portafogli. E domani ti riporterò, e le riproveremo tutte. Insieme. E poi ti lascerò fare quanti giri vorrai sulla giostra più bella, quella dove i bambini possono mettersi nei mezzi più impensabili, e girare vorticosamente. So già che tu sceglierai l’astronave, perché sei una bambina pratica e ambiziosa. E allora girerai e girerai su quella astronave blu, e io ti guarderò orgoglioso mentre divertita colpirai con il raggio laser i mezzi degli altri bambini. Io ti vedrò volare, e in te rivedrò il sorriso di tua madre. Quel sorriso che ho perso per sempre.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:21 #280

L'ultima volta che ti ho vista volare di vaisecco

Eri terza in partenza.
Davanti le due francesi con a bordo i due francesi, appena dietro la tua gemella.
Non c’era tanta concorrenza quel giorno, ma quelle due davanti facevano paura.
Ti eri già trovata in mezzo a loro tre anni prima a Digione; una ti era scappata, ma l’altra era stata dietro! E le botte che aveva preso sicuramente ancora se le ricordava…
Questa volta dietro c’era la tua gemella a coprirti le spalle, c’era margine per far meglio.
Pronti, via!
La prima delle francesi, quella davanti a tutti, tentava di scappare. La seconda, dopo tre curve, era già dietro.
Passavano i giri, ventisei lunghe tornate, e anche lo strappo con la prima veniva ricucito.
Dietro la tua gemella ti seguiva come un’ombra, come se foste state unite da una corda invisibile lunga solo pochi metri, perchè mai oltre quella misura vi eravate allontanate.
A dieci giri dalla fine anche la seconda delle francesi capitolava.
René era fermo alla curva Tarzan nel fumo di una turbina che bruciava dalla coda della sua Renault.
Finalmente eri tu quella davanti!
Tu, la rossa n° 27. Quella vera, quella di Gilles.
Ma qualcosa non stava andando come avrebbe dovuto… un meccanismo fragile nel cervello del pilota che sedeva sulla gemella che t’inseguiva si era inceppato… le tue spalle ora erano coperte dall’ombra di una grande lama che dentro di esse avrebbe voluto conficcarsi… Dapprima non ci volevi credere, non ci potevi credere! Pensavi volesse giocare. Come sorelline che giocano in giardino a chi arriva prima alla porta di casa, voi giocavate a superarvi fra le curve della pista la cui ubicazione poco dista dalla città che vi ha dato i natali.
Quasi 2000 cavalli insieme che scalciavano e galoppavano nel sole primaverile di Aprile.
Poi ti sei resa conto… e hai iniziato a scappare! Scappavi a tutta, scappavi più veloce che potevi, ma la gemella armata di pugnale si avvicinava!
E poi accadde. All’interno, al fondo della discesa, si prendeva la tua posizione nonostante il cartello “Slow” più volte sbandierato dai box, nonostante non avesse dovuto andare così. Ti superava e avrebbe voluto farla sua quella corsa, il pugnale ancora sporco di sangue… ma tu eri ferita, non spirata. In fondo alla tua rabbia c’era ancora tanta voglia di volare, di prendere quota verso il traguardo e verso la vetta di quel campionato che non avevi mai vinto.
Al penultimo giro ti lanciavi all’esterno di una curva per giungere all’interno di quella successiva. La stessa in fondo alla discesa in cui eri stata pugnalata poco prima, la stessa che ti restituiva la possibilità di suturare l’emorragia.
Non c’era difetto nella tua azione, la “28? non aveva potuto far niente per resistere al tuo sorpasso.
In questo momento tutte le cose erano tornate al loro posto, al posto in cui avrebbero dovuto essere. Era stato necessario inveire contro la sorella, affrontarla per riprenderle il gioco destinato a te. Ora però tutto era in ordine. Non poteva più cambiare niente, il box indicava chiaramente di congelare le posizioni. Il tuo pilota, l’anima del tuo motore, alzava il piede soddisfatto per aver rimesso le cose a posto.
Ultima tornata… sfrecciavi davanti ai box fiera della tua forza… quella è stata l’ultima volta che ti ho vista volare davanti a tutti… il giro dopo Didier e la tua gemella ti portarono via la vittoria insieme alla tua fratellanza.
Due settimane dopo il tuo coraggio perse la sfida con la sorte.

RIP Gilles. Da lassù continua questa corsa con la tua rossa, e stavolta fatela finire come doveva finire.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:22 #281

L'ultima volta che ti ho vista volare di Natureboy

Mosca volgeva al crepuscolo. La gente cominciava a rincasare, temendo la gelida audacia del freddo tipico di febbraio. Acceleravano il passo stringendosi nelle pellicce di montone, confortati dal pensiero di una calda stufa pronta a scongelare le loro povere ossa…
Pavil però andava in controtendenza. La sua ansietà lo costringeva a girovagare senza meta, così assorto nei suoi pensieri che nemmeno badava ai chilometri macinati. Era andato tutto storto ultimamente. Le sue speranze per un futuro luminoso si erano dissolte come neve al sole. Aveva lottato una vita contro mille avversità per guadagnarsi quel posticino al giornale locale, e l’esserci finalmente arrivato lo aveva fatto sentire protagonista di un sogno. Un pomeriggio aveva finalmente terminato il suo primo articolo, quando il telefono aveva cominciato a trillare inferocito. Pavil aveva tranquillamente alzato la cornetta senza avere la più pallida idea di chi fosse o che cosa volesse. Dieci minuti dopo aveva messo giù. Lo sguardo annebbiato lanciava invocazioni d’aiuto per ogni angolo della stanza. Era stato licenziato in tronco. Il direttore lo aveva scaricato per una colpa che lui non aveva mai commesso. Lo aveva etichettato come il responsabile della fuoriuscita di informazioni top-secret sui conti in nero dell’azienda. Era assurdo tutto ciò. Pavil non aveva mai nemmeno sfiorato quell’archivio. Eppure le prove arrivarono. Filmati, di certo taroccati, di lui che indagava senza posa in schedari proibitivi. La voglia di portare quella massa di imbroglioni in tribunale era stata smorzata dall’improvvisa decisione della moglie di lasciarlo per un presunto tradimento. Non era valso a nulla cercare di spiegare che quella ragazza era solo una vecchia compagna di banco che non vedeva da parecchi anni. Purtroppo la moglie lo aveva beccato proprio nel momento in cui l’amica si gettava al collo di Pavil, nel tentativo di suggellare l’incontro con un marchio indimenticabile. E così ora lui stava per lasciare la capitale, insieme ai ricordi e alle delusioni, nel tentativo di organizzare una nuova vita. Svoltò in uno stretto vicolo dall’aspetto desolato. Non c’era nessuno lì, se si faceva eccezione per un vagabondo disteso per terra, con, davanti ai piedi, un lurido piattino per l’elemosina, rigorosamente vuoto. In fondo si poteva scorgere uno squallido pub, dall’aria un po’ tenebrosa. Pavil, nell’istante in cui era rimasto fermo per osservare la via, aveva avvertito tutta la potenza del gelo moscovita, e quindi decise di entrare nel locale per farsi servire un bel scaldabudella. “Brav’uomo, fate la carità ad un povero vecchio congelato. Non supererò la notte se non mi aiutate…”, sussurrò il vagabondo. Pavil, che aveva sempre nutrito una forte antipatia per il mondo dei senzatetto, fece finta di non sentire, e superò l’uomo senza curarlo di uno sguardo. “Siate maledetto, bastardo! Arriverà il momento in cui noi, poveri diavoli, ci prenderemo la rivincita! Spero che la vostra vodka vi vada di traverso!” sbraitò l’uomo, finchè Pavil non lo udì più, una volta entrato nel locale. Era un luogo davvero orrendo. Pavil ordinò da bere e sedette ad un tavolo vicino al palco dove si esibiva una donna. Sorseggiò il suo drink ammirando con sguardo perso le nudità di quella. Aveva un che di familiare…

Con un tonfo, il bicchiere cadde sul tavolo, rovesciando un terzo della sua mistura. L’aveva riconosciuta. Samantha…
Quanto tempo era passato. Non riusciva a credere ai propri occhi. Come si era ridotta la donna che una volta incantava la platea danzando con soave leggiadria sulle note dei più grandi musicisti di tutti i tempi. Era durante uno dei suoi spettacoli che Pavil l’aveva vista la prima volta. E ne era rimasto subito estasiato. Quanta dolcezza nei suoi movimenti, quanta delicatezza nelle sue movenze, quanto sentimento nel suo sorriso… Seguendo con trasporto tutti i suoi passi aveva sentito l’amore scoppiare dentro di lui, e non aveva atteso altro che poterla incontrare. L’aveva aspettata per ore all’esterno del teatro, e, quando lei era uscita, stava piovendo a dirotto. “Mi permetta di accompagnarla”, aveva esordito lui. Samantha era rimasta interdetta per un momento, ma subito aveva accettato le avances di Pavil, e insieme avevano cenato quella sera. Il ragazzo aveva subito capito di aver incontrato la persona giusta, che condivideva gran parte delle sue passioni. Il suo cuore era stracolmo di felicità e tenerezza quando osservava le sue morbide labbra scandire dolcemente candide parole. Ed era difficile per lui rimanere concentrato sul discorso. Quella notte l’avevano passata insieme, ed era stata la notte più magica e sensazionale della sua vita.
Avevano passato quasi un mese insieme, un mese che Pavil non avrebbe dimenticato mai. Ma un giorno Samantha scomparve, senza lasciare alcuna traccia di se…

Seduto al tavolino del bar, Pavil ripensava ai momenti tristi successivi a quell’inattesa separazione, provando un dolore che si era improvvisamente risvegliato dopo tanto tempo. Samantha si sganciò dal palo, e cominciò a passare per i tavoli per riscuotere le mance e per soddisfare le esigenze di qualche focoso cliente.
Subito si ritrovò davanti a Pavil.
Samantha, gli occhi sgranati, era immobile del tutto nuda, se si escludevano gli stivaletti neri, davanti al suo vecchio ragazzo, senza alcun accenno ad un movimento. Pavil quindi allungò una mano in tasca e ne estrasse una banconota che infilò nel cestino della ragazza. Samantha scoppiò in lacrime fissando la banconota cadere sul mucchio. “Perdonami Pavil, non pensare male di me. Questa è la mia nuova vita. Non mi cercare più. Non pensare più a me. Dimentica questo incontro”. E filò via. “Aspetta Samantha!”, urlò Pavil. Ma un uomo robusto sbucò dal buio in fondo alla stanza e afferrò Pavil per il torace. “I molestatori non sono accetti in questo locale”, e condusse bruscamente il ragazzo verso l’uscita. Pavil non fece opposizione, ancora sotto shock per l’amaro incontro. Cominciò a ripercorrere la via, nella testa ancora le tristi parole di Samantha, quando un dolore tremendo trafisse il suo fianco. Il vagabondo che aveva incontrato prima di entrare nel locale adesso lo stava accoltellando furiosamente. “Brutto bastardo! Salutami l’inferno quando ci arriverai! Lo hai deciso tu. Adesso ci verrai con me!”. E scappò via, lasciando la sua vittima distesa sulla neve, grondante di sangue.
Mentre sentiva la vita scivolargli via dal corpo, Pavil ripensò a tutti i suoi fallimenti e a tutte le sue sconfitte. Con le lacrime agli occhi il pensiero volò verso Samantha, primo amore della sua vita. Ancora la vide danzare serena sul palco del migliore teatro di Mosca, volando nei cieli della sua felicità, dove le nubi ancora non potevano arrivare…
Il buio oramai invadeva la sua mente, e l’ultima cosa che vide fu il sorriso di lei, luminoso come non mai. Poi tutto svanì, e la neve ricoprì i suoi pensieri, imprigionandoli nell’oblio.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:23 #282

L'ultima volta che ti ho vista volare di simcam

“We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band,
We hope you will enjoy the show,
We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band,
Sit back and let the evening go.”
(The Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band)

“And although its always crowded,
You still can find some room.
Where broken hearted lovers
Do cry away their gloom.”
(Elvis Presley, Heartbreak Hotel)

Il martello mi colpisce dritto sulla testa, sfondandomi il cappello a cilindro e facendomi finire a gambe all’aria. Steso lì per terra posso quasi vederti, lassù, nascosta nella penombra.
Vengo calpestato da un’oca, una scimmia e un elefante. Non mi fanno male, se ve lo state chiedendo. Quelle bestie hanno più tatto di molti cristiani di mia conoscenza. Ma ai bambini piace vedermi contorcere dal dolore e dalla paura.
Ora mi alzo e mi sistemo il cappello, ma è bucato e continua a cadermi sul viso. Sento gli zoccoli di un cavallo, mi sta per piombare addosso. Alzo le braccia e l’uomo sul cavallo mi afferra, sistemandomi dietro di sé, schiena contro schiena. Grido di paura mentre afferro la coda del cavallo per non cadere. È finzione. Saprei cavalcare anche in piedi se solo voi lo voleste. Ma voi non volete questo da me.
Attaccato lì, ho giusto il tempo di alzare lo sguardo per qualche attimo e vederti ancora, attraverso il buco del cappello. Tu stai lassù, in attesa del tuo momento, e mi starai guardando soddisfatta del lavoro che sto facendo.
Ora il cavaliere mi prende e mi lascia al centro della pista. In realtà mi lancia, ma io so come non farmi male. Proprio come mi hai detto tu una volta. «Sono sicuro che ti risolleverai, perché tu sai cadere senza farti male».
L’occhio di bue mi inquadra. Mi tolgo il cappello dalla testa e allargo le braccia. Eccomi, sono qui, guardatemi tutti e rimanete in silenzio, mentre io vi presenterò i nostri artisti migliori.
Guardate questa donna, vedete come piange? È la donna più buona del mondo e vuole bene a tutti. E per questo piange sempre, ininterrottamente, poiché sa che, prima o poi, moriremo tutti e la lasceremo sola. A meno che non muoia prima lei. Ma questa cosa non la consola.
E i gemelli siamesi li vedete? Due teste nello stesso corpo. Ed entrambi amano la stessa donna. Ma lei ama solo quello di destra e quello di sinistra è costretto a vedere mentre loro si baciano. E quando fa l’amore con lei, sa bene che lei lo sta facendo con l’altro.
Ed ora guardate la domatrice innamorata della sua tigre. Considera quella bestia come suo marito da quando si è mangiata suo… marito.
L’uomo con la cicatrice più grande del mondo. Togliti la camicia e mostrala a tutti. Un giorno cercò di strapparsi il cuore per non soffrire più, e per poco non ci riuscì. Per fortuna lo fermarono in tempo. Dovettero ricucirlo tre volte perché continuava a togliersi i punti, finché non usarono il filo più resistente del mondo.
Dietro di lui, la donna che guarda sempre verso est. È da lì che se ne andò l’unica persona che abbia mai amato, e da allora continua a guardare da quella parte, in attesa del suo ritorno.
Guardateci tutti e fateci sentire il vostro applauso. Vogliamo solo sentirci apprezzati.
Tra poco entrerà lui e ti presenterà come la stella dello spettacolo. Volerai sopra di noi e ci lascerai a bocca aperta ad ammirarti. Lo odierò per come pronuncerà il tuo nome e odierò te per come lo guarderai. Odierò quando mi dirai che è così e che mi risolleverò.
Ma ora sono al centro della pista; sono il sole e tutto mi gira attorno, come un sogno bellissimo.
Sono accecato dai flash, mentre le lacrime vere si mischiano a quelle disegnate.
Gente, io ho finito. Ora vado.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:24 #283

L'ultima volta che ti ho vista volare di icarothelight

Sentì finalmente la porta aprirsi. Successe così, come nulla fosse, dopo 859 giorni di attesa. Rimase immobile a fissare il castello di carte che aveva appena completato, mentre i passi di corsa lo raggiungevano da dietro. Poi la mano che gli si posò sugli occhi ne fu la conferma, li chiuse come sempre e l’oscurità che lo raggiunse fu la cosa più bella che potesse capitargli. Il bacio sulla guancia destra, fece sgorgare di getto le lacrime, poi di nuovo passi di corsa, via a scappare. Mancava una cosa al rituale e quindi aprì gli occhi. Pregò Dio fosse come sempre.

Trenta minuti prima il ragazzo era seduto, nella propria camera a rileggere la lettera che aveva appena terminato. Come ogni martedì di ogni fine mese degli ultimi 2 anni, gli era venuta di getto, senza mai fermarsi un attimo, come fosse in uno stato di semi-inconscienza. Gli occhi fissarono le parole e lesse in silenzio:

Cara Polly,
eccomi qui, come ogni mese a ricordarti. Più passa il tempo e più mi meraviglio di quante cose riesco a ricordarmi di te. Oggi per esempio, mi è tornato in mente il gioco che facevamo quando io ero in camera a fare castelli con le carte da gioco. Ricordi vero? Tu che all’improvviso aprivi la porta, m’impedivi di vedere mettendomi la tua mano destra sugli occhi (ma oggi te lo posso rivelare, io ci vedevo sempre! La tua mano era troppo piccola!), mi davi un bacio e poi correvi via, non prima di avermi mandato in rovina l’enorme castello che stavo cercando di terminare… io quindi mi alzavo di scatto e cercavo di acchiapparti per farti il solletico e faticavo non poco a prenderti! Svicolavi con grande rapidità!
Questo gioco lo facevamo spesso. Ricordi? Era meraviglioso vederti ridere all’infinito e pregarmi di smettere di farti il solletico! Polly il tempo qui sembra non passare più. La vita è così vuota senza te. Se tu, quel giorno, anziché agitarti su quel maledetto ponte fossi rimasta immobile…
Il ricordo non è poi così vivo e come una punizione continuo a scrivertelo all’infinito in tutte queste lettere, perché non devo dimenticare. Eravamo insieme a mamma e papà, era il 22 dicembre e si giravano i negozi, per i vari regali di Natale. E’ bastato un secondo di disattenzione, che ho sentito la mamma urlare “Polly! Polly! Giù di lì! Subito!”. Eri sul grande ponte che sovrasta il fiume Derrin. Ti agitavi come se stessi per prendere il volo ed urlavi: “Miki guarda so volare! So volareeee!”. Io ti guardavo con il sangue ipnotizzato nelle vene e non so come, riuscii a dirti (ma non ho mai saputo se tu mi avessi sentito): Stai attenta!
Poi tu scivolasti, il tuo corpicino di splendida bimba di sei anni volò per quasi 70 metri, prima di essere trascinato via per sempre dalle acque del fiume. Non ti trovò mai nessuno. Le ricerche ossessive più andarano avanti più c’invecchiarono di secoli. Non ti rividi mai più, Polly, ma dentro di me, so che tu sei ancora viva! C’è in me la convinzione che in qualche maniera tu potessi davvero volare! E sei volata finendo da qualche parte nel mondo… cercandoci e non trovandoci più.

Torna presto. Ti aspetterò sempre,
tuo fratello, Miki.

Finito di leggere, posò la busta sulla finestra della stanza. Poi spalancò tutto. Poco dopo il vento la portò via nel buio, come sempre in tutti quei mesi. Con gli occhi colmi di lacrime, ma che sembravano volerle trattenere…prese il mazzo di carte e cominciò:
Le prime due carte si diedero un bacio, poi le altre due… e dopo poco il castello era lì a guardarlo. Fu allora che successe… la porta che si apre, i passi di corsa, la mano sugli occhi, il bacio ed ancora i passi che corrono via…gli mancava giusta una sola conferma…

Aprì gli occhi e vide le carte sparpagliate sulla scrivania. La gioia lo colse d’improvviso che gli parve di morire. Corse fuori dalla stanza urlando: Polly! Sei tu!!! Scese velocemente le scale e vide la piccola fargli marameo con la mano, cercò di afferrarla, ma non riuscì al primo colpo. La felicità aveva raggiunto l’apice dell’impossibile. Ci ritentò una seconda volta, ma quando pensava di avercela fatta, la bimba fece un movimento innaturale, gli scomparve dalla stretta delle braccia e cadde a terra, colpendo in pieno lo spigolo del tavolino di rovere, con la testolina. Un rivolo di sangue comparve rapidamente dalla fronte di Polly e d’improvviso tutto tornò a mettersi a posto nel suo cervello. Polly che corre, scivola, batte la testa, la corsa in ospedale con mamma e papà, i dottori che dicono quella parola: coma. Le giornate interminabili, nell’attesa che la sorellina si svegli…il senso di vuoto lasciato. Non c’era stato nessun ponte alla fine. Era così che Polly se n’era andata… per colpa sua! Se non l’avesse rincorsa, lei…
Eppure qualcosa non tornava: possibile che l’episodio del ponte non fosse mai accaduto? E se realmente fosse davvero successo, come si era concluso? I pensieri correvano all’impazzata, verso ogni angolo della mente, quando improvvisamente Polly si alzò, toccandosi la testa. Il sangue incredibilmente era svanito. La bimba lo salutò con la mano e si alzò in volo, uscendo dalla finestra del grande salone. Miki rimase immobile per qualche secondo. La testa cominciò a tambureggiare, ma uno strano sorriso gli dipinse il volto. Una smorfia assurda in un volto pieno di lacrime! D’improvviso sentì l’impulso di correre al telefono. Compose il numero senza conoscerlo. Semplicemente le dita andavano da sole. La voce che rispose, era una voce inconfondibile.
“Mamma! Sono io! Sono Miki!!”
“Oh mio Dio Miki, ma come hai fatto a chiamarmi???”
“Mamma! Voglio sapere come sta Polly!”
“Miki, figlio mio, mi sembra impossibile! Tua sorella è uscita dal coma! Proprio stamattina! I dottori gridano al miracolo! Ma tu come stai? Com’è possibile che…”

La donna si svegliò di colpo nel mezzo della notte. Un rumore l’aveva destata. Guardò al fianco del letto e vide il libro per terra. Strano modo di svegliarsi. Prese il volume, ne lesse per la milionesima volta il titolo: L’ULTIMA VOLTA CHE TI HO VISTA VOLARE di Miki Barison. Era il libro che aveva scritto suo figlio, dopo che la piccola Polly era finita in coma a causa di una brutta caduta nel salotto di casa. Fece un sorriso misto ad una tristezza incolmabile. Qualcosa la portò ad alzarsi e ad andare verso il telefono. Fece il numero e attese.
“Ospedale psichiatrico di Corben, Infermiera Brighton, dica pure.”
“Infermiera! Sono la signora Barison, mi scusi tanto se la disturbo così nel mezzo della notte… ma volevo chiederle un favore…”
“Signora! Ho avuto oggi la notizia! Sono felicissima per la piccola Polly! E’ davvero una cosa bellissima! Scommetto che vuole che vada a controllare come sta suo figlio vero?”
“Grazie mi farebbe un grande favore”
Attese qualche minuto in linea e poi la voce dell’infermiera tornò a conversare:
“Signora! Non so come dirglielo! Suo figlio sta piangendo! Ha il volto sorridente, come se avesse visto qualcosa . La prima volta in questi due anni e mezzo che lo vedo così. E’ davvero un buon segno!”
La mamma di Miki era ormai un fiume di lacrime, quando balbettò: “E’ da quando ha tentato il suicidio buttandosi da quel dannato ponte, che aspettavo questo momento, non mi sembra vero…” Ma forse non lo disse. Lo pensò e basta.

Mise la cornetta giù e tornò in camera da letto. Il cuore non aveva nulla di ritmico. Per un attimo pensò che poteva tranquillamente morire in quel preciso istante. Poi osservò il letto vuoto. Arnold, suo marito, non c’era più da qualche mese. Con le lacrime che non volevano saperne di smettere, andò verso il comodino e cominciò a frugare nel cassetto. Ci mise qualche secondo a trovarle.
Si sedette e cominciò ad accostare le carte a due a due. Continuò così finchè non ebbe finito.
Ridendo via via con maggior impeto pensò che la vita fosse meravigliosa.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:25 #284

L'ultima volta che ti ho vista volare di pizzonia

La cena procede normalmente. A capo tavola c’è il mio futuro (?) suocero, alla sua destra la moglie, alla sua sinistra Sara, la mia ragazza e accanto a Sara me ne stavo io. Buono il primo, entrino i secondi, deliziosa la sacher torta ( a proposito mia madre la ringrazia per lo zuccotto: era veramente speciale, lei è una bravissima cuoca, signora Meloni, sà? Dovrebbe fare la pasticcera, ci ha mai pensato?) e prepariamoci al peggio.
Il peggio è quando prendiamo il caffè, che uno se lo vorrebbe godere quel cazzo di momento e invece. Invece il futuro (?) suocero ci mette sempre uno dei suoi commenti che possono essere di due tipi: riguardanti la situazione politica (eh lì chi se ne frega, tanto io sono ateo dichiarato in chiesa e nell’urna e quindi rimango sul vago ma mostrandomi interessato) e allora mi aspettano 10 minuti di sproloqui sulle tasse, il governo, l’università (che era molto più difficile ai SUOI tempi, e ci mancherebbe, tutto era diverso ai SUOI tempi, ma quanti cazzo di anni ha? 800?), la fecondazione medicalmente assistita e quei pagliacci dei politici. Oppure. Oppure mi aspettano delle considerazioni personali. Cioè sulla mia persona.
FFFFFFFFFfffffffffff (sospiro di rassegnazione).
Oggi, purtroppo, si è deciso per le considerazioni personali. Il sadico, d’altra parte è professore di matematica, alzi la mano chi conosce un professore di matematica che non sia sadico, perverso e abominevole, il sadico, dicevo, parte sempre con una domanda generale o pseudoinnocqua: allora Nicola (dice il mio nome calcando eccessivamente l’accento sulla i, ora che ci penso lo storpia quasi, lui dice proprio nIiicola) come va in questo periodo?
E io rispondo, 9 volte su dieci: “Bene, signor Meloni”.
Ed è li che lui mi si fotte. Sposta l’alfiere nel buco lasciato dai miei pedini e mi dà scacco: “Dici bene perché hai trovato un nuovo lavoro?”. Faccio un mezzo sospiro, sposto il peso all’indietro andando a sbattere contro lo schienale della sedia. Copro il re con il cavallo: “Ancora niente di definitivo ma ho portato il curriculum a ben tre agenzie di lavoro interinale (non è vero sono stato al bar a giocare a briscola/21, affanculo te e la tua visione di come dovrebbero essere i giovani) e mi hanno detto che ci sono buone possibilità”. A questo punto il sadico arrocca e va sulla difensiva: “A quali agenzie lo hai portato?”. Qui sono io che mi concedo di avanzare baldanzoso con la mia regina e la sparo là: “Adecco, Mainpower e Quanta”, o beccati questa. Sorride, il sudicio. Un sorriso che non mi piace per niente. Guarda verso sua moglie e sorride ancora, il maiale. “All’Adecco ci lavora Fabio, il figlio del nostro amico Giovanni, se vuoi posso dirgli di avere un occhio di riguardo per il tuo curriculum”. Fottuta la mia regina (ma dove cazzo te ne vai regina di merda, stattene un po’ nella tua reggia, mi fai fare delle figure ridicole che me le ricordo tutta la vita). “Non importa che si disturbi, ne hanno talmente tanti di curriculum che magari lo hanno già buttato via”. Ma il bastardo ha deciso di darmi scacco matto e non si arrende tanto facilmente. Muove la torre in avanti: “Magari lo hai anche visto, Fabio, un ragazzo moro, bassino, con i capelli corti e gli occhiali, lo hai visto?”. “Veramente no, sa io ho portato i curriculum alla Mainpower e alla Quanta mentre all’Adecco li doveva portare Alessio, il mio amico”.

“Ah (risorride, il piccolo Hitler, ma che cazzo c’hai da sorridere), quindi non sai se lo ha portato veramente?” ecco dove volevi arrivare, ignobile copia del più ignobile degli uomini, a screditarmi, a prendermi in giro davanti a Sara. Vaffanculo signor velavevodettoiochequelloeraunfannullone, VAI A FARE IN CULO. “No, non intendevo questo, solo non l’ho risentito e non so se ci è passato o no”, e con questo, dipendesse da me, la finirei qui, sta cazzo di partita a scacchi, pari e patta, stallo.
Pi greco r, questo è stato il primo soprannome che gli ho appioppato appena l’ho visto camminare, curvo in avanti ma con la testa ritta tanto da sembrare il pi greco (la r stava per rompicoglioni), invece vorrebbe continuarla questa partita e vincerla, lo vedo nel suo sguardo alla Evilenko, che vorrebbe vincerla MA, all’improvviso, come un segno del destino, come se la Provvidenza avesse voluto darmi in mano qualche altra fiches da giocare, dopo averne perse già abbastanza, ecco che suona il telefono. Approfitto magistralmente del momento per declamare al popolo intero: “Arrivo un attimo in bagno”.
Chiudo la porta del bagno e respiro profondamente. Scuoto la testa, non può andare avanti così, neanche mio padre mi rompe così i coglioni per il lavoro. Mentre sono in bagno mi accorgo che mi scappa veramente. Afferro una rivista sopra il termosifone, mi slaccio i pantaloni e mi siedo sul cesso. È il classico giornale di pettegolezzi che la moglie del mostro legge quando non ha di meglio da fare e, vivendo con un essere del genere, di questi momenti ce ne devono essere molti. Sfoglio qualche pagina mentre l’intestino svolge chiassosamente la sua funzione.
All’improvviso Elisabetta Canalis si materializza davanti a me.
Sul giornale, non proprio davanti a me.
Vestita come sempre, cioè mezza nuda, è ritratta in varie “pose artistiche”. Ora cosa ci sia di artistico in una a pecora davanti allo specchio io non lo so (almeno mettetegli un pennello in mano) ma il mio uccello, molto sensibile all’arte in tutte le sue manifestazioni, percepisce quest’arte, la fiuta e si raddrizza ben benino. Sarei anche tentato di farmi una bella sega nel bagno del simpatico padrone di casa e intanto, cullandomi in questa idea, me lo accarezzo delicatamente, quando all’improvviso sento un ronzio forte e deciso venire non so da dove. Mi guardo in giro terrorizzato e vedo uscire da dietro il termosifone un enorme calabrone. Panico totale: caccio un urlo orribile, scatto in piedi, metto la rivista a protezione della faccia e scappo verso la porta, la apro il più veloce possibile e me la richiudo dietro. Il tutto in 1 secondo e tre centesimi, cronometrato, record del mondo. Ti è andata bene, direte voi. Mi è andata bene un cazzo. Quando mi giro vedo che, accorsi dall’urlo e dal frastuono che ho fatto chiudendo la porta, sono arrivati Satana, sua moglie e la figlia. La Canalis cade dalle mie mani e finisce per terra e noto, anche con un po’ d’orgoglio non lo nascondo, che lo sguardo dei tre è rivolto verso il mio uccello artistico. Loro, profani, magari non capiscono d’arte e pensano a una normale erezione procuratami da ex velina seminuda. Non sto lì a spiegarmi.
“C’è un calabrone nel bagno: è enorme”.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:25 #285

L'ultima volta che ti ho vista volare di Efri77

Fa caldo. Le lenzuola, il cuscino, persino l’aria attorno è intrisa del mio sudore, che esce dai pori e sembra voler tornarmi dentro attraverso il respiro. Non posso dormire così, la stoffa si appiccica alla mia pelle ed ogni movimento che faccio il senso di schifo mi mette i brividi.
Ma il caldo è anche un fattore psicologico. Ricordo che quando ero adolescente per combattere il caldo estivo mettevo su della musica classica e – vi assicuro – dava una splendida sensazione di freschezza. Con lo Schiaccianoci di Tchaikovsky, poi, arrivavo anche a tirarmi su il lenzuolo! Poteri della suggestione. Ed ora? Ora ho solo il russare di mia moglie. Lei capace di dormire in qualunque circostanza, appoggia la testa sul cuscino e ciao, io ad ascoltare il suo concerto: sì sa che il caldo raddoppia.
Potessi almeno accendere il ventilatore, ma con gli acciacchi che ho alla schiena di mattina mi ritroverei quasi paralizzato. A volte mi occorrono anche 4, 5 ore per riuscire a addormentarmi e riposare un po’, ore in cui anche il tempo è stanco, viaggia lento e lascia spazio, troppo spazio, al pensiero, spesso alla rabbia, talvolta alla malinconia.
Ora però il russamento di mia moglie è talmente ritmato, perfettamente cadenzato, che quasi potrei assopirmi.
No, maledizione!
La sento prima sulla caviglia, poi sulla coscia, ne riconosco il sibilo e infine grazie al bagliore d’una macchina in rapido passaggio nella statale sotto casa la vedo passarmi davanti al viso in quella frazione di secondo.
Ora sento perfettamente il suo rumore, è così forte alle mie orecchie che di mia moglie ora nemmeno me ne accorgo. Con gli occhi, ove posso, con le orecchie altrimenti, seguo ogni spostamento e altrettanto rapidamente monta il mio nervosismo, Anche questa ci mancava, non la sopporto. Mi alzo e con un’agilità che stando a letto non credevo proprio d’avere, vado velocemente a recuperare la classica palettina: inizia la caccia!
Torno in camera. “Maledetta, dove sei?!”
Esploro ogni zona, lo sguardo cade sul viso di mia moglie e penso che a volte vorrei riuscisse a capire il peso che mi porto sulle spalle: il lavoro, il mutuo, i casini che ogni giorno sembrano accanirsi contro di me, contro di noi. Provo sempre a non farle mancare nulla, a farla contenta, a sorprenderla. Lei passa il tempo a lamentarsi di ciò che non ha ed io a tirarla su, a cercar di farla ridere, perché non si può gettare benzina sul fuoco, ma la notte lei dorme pacifica ed io mi tormento.

Eccola scappare verso il corridoio.
“Fermati, ci metterò anche tutta la notte ma non puoi sfuggirmi!”.
Mi metto quasi a correre ed entrato in sala faccio per colpirla, ma complice la semi oscurità, nel tentativo sbatto il gomito contro il tavolo da disegno. Il forte dolore mi ci fa piegare sopra e per qualche secondo rimango a lamentarmi con la fronte tra i molti progetti che alla rinfusa ne coprono quasi l’intera superficie del piano di lavoro. Penso a quanti di quelli saranno scartati. E’ brutto lavorare sapendo che quasi sicuramente l’impegno di svariate ore sarà messo da parte senza nemmeno la soddisfazione di una valutazione accurata. Se poi sarò particolarmente fortunato l’architetto ci aggiungerà un bel paio di colonne, un soppalco e la sua firma sotto.
“Ecco brava, stai ferma lì che ti sistemo io”.
Chiudo tutte le porte della piccola entrata del mio appartamento, ma il braccio ancora mi duole e con la mosca bloccata qui posso anche andar fino in cucina a mettermi un po’ di ghiaccio sul braccio e prepararmi per darle il colpo di grazia.
Ho sete e ricordo che ho una bottiglia di Becherovka in frigo, presa per bere con gli amici nelle serate speciali, bevuta per due terzi in sette anni circa. Effettivamente di cose da digerire ne ho un bel po’, me la finisco in pochi sorsi direttamente dalla bottiglia, sorsi lenti, lunghi, intensi e il sapore di quello strano mix di erbe che ne è alla base mi resta in bocca, è come ritrovarsi sotto la pioggia in un temporale senza aver paura di bagnarsi ma con il gusto di vedere l’acqua inzuppare tutto il mondo attorno e con la speranza, bambina, che possa dilavare tutto ciò che non và.
“Eccoti qua” sullo specchio grande dell’entrata “l’ultima volta che ti ho vista volare il tuo rumore mi trapanava il cervello” e ora invece ad assordarmi i sensi è la mia immagine riflessa. Sarà il liquore, forse, ma penso che non voglio ridurmi come quanti appendono le mutande sporche alla coda del proprio pavone da passeggio.
“Sono più io nella merda, che te, mosca”.
L’unica cosa davvero da fare è puntare verso di me la paletta, sperando di riuscire a scapparle e a volare via, come una mosca.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:26 #286

L'ultima volta che ti ho vista volare di Hic-sunt-leones

‘Chiudi gli occhi’
‘Come scusa?’
‘Ho detto che devi chiudere gli occhi’
‘Ma… ok, va bene, ecco, ma che fai?’
‘Ti prendo la mano. Te la bacio anche. Tieni sempre gli occhi chiusi’
‘Mi fai il solletico, ma che fai…’
‘Ecco, ora puoi aprirli’
‘John, è splendido, meraviglioso…mh…’

31 luglio 2006
Il ricordo di quel bacio mi pervade. Continuo a pensarci, a riempirmi la mente di quell’attimo. Quel momento è stato semplicemente magico. Unico e irripetibile. I suoi gesti, i suoi tocchi, i suoi modi… l’anello. Me ne innamorai appena riaprii gli occhi. Era semplicemente l’anello per me. L’anello scelto dal mio uomo per me. Non avrei potuto mai trovarlo da sola, nè sceglierlo di pari bellezza. John sì. Mi conosceva, mi capiva, mi amava. Era l’uomo per me. E io ero la sua donna.
John non c’è più. Se lo è portato via un geyser in Islanda, un getto inaspettato e improvviso. Frattura cranica e coma per due giorni, prima che i dottori ne decretassero la morte cerebrale.
Era partito per i suoi studi di geotermia, adorava la Terra e quello che vi si nascondeva sotto. Quella stessa Terra che se lo è ripreso troppo presto. ‘Chi è caro a Dio è tra i primi ad andarsene’. Così dicono gli anziani. Comincio a credere sia vero, e terribilmente ingiusto. Maledetto Dio se hai permesso che ciò accadesse. Ma in fondo, chi è o cos’è Dio? È la stessa Terra che ha inghiottito il mio John, senza lasciargli scampo o possibilità di difesa. Così, dal nulla, dalle sue profondità un getto d’acqua bollente, improvviso, spietato. Contro un uomo inerme, scagliato sul duro suolo, che si è preso la sua linfa vitale.

La Terra. Enorme, estesa, massiccia, ubiqua e allo stesso tempo quasi invisibile, ignorata. La Terra domina invece. Comanda. In questo preciso istante, e tutte le volte che siedo in questa terrazza, mi si spiega dinanzi agli occhi un esercito di soldati agli ordini della Terra, che durante il giorno si volge al sole e lo segue, ma che al calare del sole torna a rendere omaggio alla sua padrona, inchinandosi ad essa. Centinaia di teste gialle incoronate, che amano e anelano al sole, ma che la Terra ha in pugno, trattenendole a sé e obbligandole a chinarsi ossequiose ogni notte. E il giorno dopo di nuovo la stessa danza, e non c’è modo di liberarsi dalla stretta possessiva e soffocante della madre Terra. È la loro vita e morte allo stesso tempo. In qualche modo, è una legge di Natura. Tutti noi ci finiamo sotto alla fine. E se non sotto, finiamo sparsi sopra di essa, disperdendoci nella sua immensità, magari tornando in circolo sotto qualche altra forma, o all’interno di dinamiche chimiche sconosciute.
Una lacrima mi riga la guancia, spengo la sigaretta in tutta fretta schiacciandola a colpetti veloci e nervosi sul posacenere. Devo soffiarmi il naso e sciacquarmi il viso, mi si sta intasando tutto. Il ricordo è una lama acuminata che lacera con metodicità chirurgica. Arriva ai nervi scoperti, indugia nei punti molli e taglia senza pietà.

Mi sono risvegliata tremante, accasciata sul pavimento della terrazza, con il viso umido e salato. Ho il taglio della mano destra sbucciato e dolorante. Ho perso anche l’ultimo lascito di John, per sempre. ODIO il mondo, ODIO la natura che si è rivoltata contro di me.

1 agosto 2006
Mi ero alzata in fretta correndo in bagno. Lavandomi la faccia con l’acqua fresca mi sovvenne di aver lasciato l’anello di John sul tavolino, accanto al posacenere. Tornando verso la terrazza intravvidi un battito d’ali e un baluginio sospetto allontanarsi dal balcone della terrazza.
NO, NON L’ANELLO, NO… NOOOO!!!!!!
Maledetta schifosa dannata gazza, torna qua, che cosa hai fatto, tu sia maledetta… maledetta…
Mi hai tolto quanto di più importante possedevo, per sempre.

25 dicembre 2007
Un altro Natale trascorre senza sussulti, nel piattume che ormai è la mia vita. Mia madre continua a dirmi che non posso andare avanti così, trascinandomi appresso le insoddisfazioni e l’apatia che coltivo nell’orto della mia solitudine; mia sorella mi grida in faccia che non posso vivere ancorata al passato e ai tempi che non ci sono più, e soprattutto alle persone che non ci sono più…
Anche John mi ha abbandonata. Non ho più il suo anello… Se solo riuscissi a farmene una ragione, sarebbe tutto più semplice. Glenn mi ha chiamata per farmi gli auguri, è sempre il primo in queste cose, da un po’ di tempo a questa parte. Mi chiedo cosa ci trova in me, senza contare che non ho proprio modo di pensare a lui, la mia anima è ancora sanguinante, la mia mente occupata da un uomo che non è più su questa stramaledettissima terra. Mi manchi John, che fine hai fatto, perchè? perché?

31 luglio 2008
Non ci credo ancora, non mi sembra vero, è meraviglioso, stupendo. John mi ha lanciato il suo segnale. Mi sono sentita pervadere da una forza nuova, interiore, come un fluido rigenerante ed energetico, che sprigionandosi dal di dentro mi avvolge completamente, irresistibilmente. È John, io so che è lui. Mi sento rivivere, riesco finalmente a percepire il presente, nelle sue sfumature diverse, sapendo che ha un senso, anche e soprattutto in relazione al futuro, a quello che potrà accadere d’ora in avanti. Ho ancora le guance rigate dalle lacrime che mi sono sgorgate copiose dagli occhi. Occhi che non credevano a quello che vedevano, e a quello che effettivamente è accaduto. Se non avessi la prova tangibile crederei di aver sognato il tutto, e di essermi sbagliata, magari preda dei deliri di una persona sola e depressa, incapace di reagire. Ora invece ho capito che devo combattere, scuotermi, ritornare a costruire qualcosa, a sentirmi viva, con tutto quello che ne può conseguire, senza paura di soffrire o di sbagliare. Devo riprendere ad emozionarmi, ad amare, a fallire, se questo significa riprendere a vivere, fino anche a patire, se servirà.
E’ un segnale di John, di riconciliazione, di distensione. Lui è con me, anche se non c’è più. Io lo so, lo ho sentito. Lui c’è, e mi ha fatto capire che sarà sempre con me da qui in avanti, e che non posso continuare a essere disperata e rabbiosa, ma devo iniziare a ricostruirmi una vita. John c’è ancora e sarà sempre con me, lo ho compreso ora. E devo andare avanti anche senza la sua presenza fisica. C’è un “poi” e un “verrà” a cui pensare, ci sono troppe cose da fare e da vedere ancora. Non devo e non posso fermarmi. Non sarebbe giusto, e non è quello che John avrebbe voluto per me.
Grazie John, ti amerò per sempre. Mi hai ridato la vita, mi hai ridato me stessa. Amore mio.

1 agosto 2008
Ero in piedi, sigaretta tra le dita, ad osservare i meravigliosi girasoli del campo di fronte alla mia terrazza, quando un fruscio sospetto mi ha fatto volgere di scatto.
Non ci credevo: eri tu, l’ultima volta che ti ho vista volare era due anni fa. Esattamente due anni fa. Alla fine sei tornata. Nel volgere di un attimo ti sei posata sul tavolo tondo in mezzo alla terrazza, un battito di ciglia e già eri di nuovo in volo, nelle immensità del cielo. Ma sul tavolo l’anello di John. Il mio anello. Me lo hai restituito, assieme alla mia vita.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:26 #287

L'ultima volta che ti ho vista volare di Maurocap

«Oh Dio!» Gridò Lucia.
Con un suono secco la porta della biblioteca andò in frantumi dalla maniglia in su ma resistette sui cardini e rimase chiusa.
«Che cos’è? Che cos’è?» Andrea aveva gli occhi fuori dalle orbite, con un filo di voce ripeteva all’infinito la stessa domanda. Ridotto com’era non sarebbe stato capace di far nulla da solo.
Il colpo seguente abbatté ciò che rimaneva della preziosa porta di legno massiccio. Per un attimo Lucia vide il bagliore metallico di un’arma dondolare nella penombra, poi fuggì verso l’altro lato della sala.
«Scappa Andreaaa!» Urlò.
Troppo tardi. Scorse il ragazzo ancora in piedi accanto alla scrivania paralizzato dal terrore dell’ombra che gli si era parata davanti. L’arma si alzò fulminea. «Cos’è…» Disse una ultima volta, poi la sua litania si spense con un gorgoglio.
Lucia raggiunse l’altra uscita, afferrò la maniglia con entrambe le mani e tirò, tirò con tutte le sue forze. La porta era chiusa a chiave. Un altro orribile colpo echeggiò nella stanza… Per Dio, era come al lavoro, come quando al reparto macelleria rifiniscono la carne…
«Andrea…» Piagnucolò.
Lei era la prossima. Disperata sferrò un calcio alla toppa e la sentì scricchiolare. Colpì ancora e ancora finché il vecchio meccanismo metallico cedette. A quel punto si lanciò con tutto il peso e la sfondò di spalla.
Proprio mentre cadeva in avanti sentì un oggetto pesante sibilare dietro di lei. Si conficcò nel montante facendo tremare tutto e Lucia non rimase lì a guardare cosa fosse. Lo sapeva. Arrancò alla cieca nel corridoio mentre l’uomo ansimava alle prese col suo attrezzo mortale. Un uomo? Sì, poteva essere solo un uomo perché i suoni gutturali che emetteva erano troppo rochi…
L’ascia, o mazza che fosse, era rimasta incastrata e stava faticando a estrarla. Questo le avrebbe dato un po’ di tempo.
Corse ancora aggrappandosi al muro. Il corridoio era privo finestre e non si vedeva niente. Con le dita incappò nell’interruttore della luce e quasi fece un salto all’indietro per lo spavento. Lo schiacciò una decina di volte, ma nulla accadde. Troppo preciso, troppo maniacale… Non si sarebbe mai dimenticato di un particolare come quello. Anche lasciarli al buio faceva parte del piano. Li aveva assaliti in silenzio, mentre dormivano. Paolo, Gianna e Marina erano stati sgozzati nel sonno e se lei e Andrea non si fossero svegliati per puro caso sarebbe accaduto loro lo stesso…
Andrea…
No, non poteva essere!
Tremò tutta, gli occhi le bruciarono perché non aveva più lacrime da versare.
Del legno si spaccò e un oggetto molto pesante cadde in terra. L’inseguimento era ripreso.
Un ostacolo improvviso la fece inciampare e batté la testa sullo scalino. Per fortuna era imbottito da quello spesso tappeto persiano altrimenti sarebbe di certo svenuta. Che luogo era? Dove portavano quelle scale? Non ebbe scelta, le salì a quattro zampe sentendo il fiato del mostro pochi passi più in basso. In cima individuò il riflesso dorato di un oggetto: lo riconobbe, era una di quelle orrende lampade disposte in tutte le stanze. La scaraventò giù per le scale, ma dopo neppure un metro urtò qualcosa. Dio, le era già così vicino? L’inseguitore, sorpreso, rotolò fino in fondo gridando di dolore, poi mentre lei chiudeva la porta sul pianerottolo i suoi passi rimbombarono questa volta furiosi.
Usò di nuovo l’ascia per devastare quell’effimero ostacolo. Lucia vide una timida luce azzurra filtrare da una porta a vetri e capì di esser finita nel solaio. Si precipitò verso quell’unica via d’uscita, la varcò con troppa forza mandandola a infrangersi sul muro e si ritrovò sul piccolissimo terrazzo al terzo piano.
Era in trappola.

Il tetto era troppo ripido, impossibile scalarlo a piedi nudi.
Tutto intorno la luna piena illuminava la notte in mezzo al bosco trasformandola in una strana versione in bianco e nero del giorno. Si vedeva bene anche in lontananza, se fosse stata là sotto avrebbe potuto fuggire senza problemi… Ecco che fare: forse aggrappandosi con le mani avrebbe potuto saltare senza…
Non ebbe il tempo di valutare altro. Si voltò e vide un’ombra massiccia che la fissava appena fuori di ciò che rimaneva della vetrata. Lucia piagnucolò, gemette alcune acute parole prive di senso mentre l’uomo avanzava piano verso di lei. Teneva l’ascia per una estremità facendo strisciare la lama sul pavimento. Era macchiata di nero, no, di sangue. Lentamente lei si aggrappò alla parete, salì con un piede sul davanzale e si ferì con qualcosa di acuminato, forse un chiodo, forse una scheggia di legno.
«No! Ferma!»
Una voce giovane e disperata.
Chi aveva parlato?
L’ombra fece un passo avanti.
«Non farlo!»
Un ragazzo, un adolescente. Ma non poteva essere!
«Ti prego…» Proseguì lui colmo di spavento.
Tirò su col naso come se stesse trattenendo le lacrime. Lasciò cadere l’ascia e protese le mani verso di lei chiedendo un abbraccio.
«Non farlo Alessia… Non lasciarmi da solo… Di nuovo!»
La sfiorò senza osare toccarla. Il suo puzzo era nauseabondo, un misto di urina e sudore. Ormai era le era addosso.
Lucia gli sferrò un calcio sul petto, respingendolo. Lui si sbilanciò, finì con la schiena oltre il bordo e per un attimo la luna illuminò i suoi enormi occhi folli.
Poi perse l’equilibrio e finì di sotto.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:27 #288

L'ultima volta che ti ho vista volare di maxmara

Clara vomitò, e vomitava da parecchi giorni, e si sentiva debole ed aveva la nausea. Luciano la guardava da lontano con aria disinteressata, con quegli occhi un po’ da pesce lesso, quasi alla Luciano Moggi, che più lei lo osservava e meno capiva cosa ci avesse trovato di affascinante, in lui.
Dopo qualche giorno che ci pensava Clara si chiuse in bagno, seguì le indicazioni e aspettò l’importante responso.
Non sapeva se essere sollevata o angosciata, felice o delusa.

Come un palloncino all’elio, che si alza, si alza, fino a non vedersi più. Clara voleva essere così, e alta e forte e dal carattere di ferro e pronta a fuggire via, come quel palloncino partito pochi secondi prima dalle sue mani. E alta e forte e bella si sentì quando si spostò qualche passo più avanti, avvicinandosi all’acqua, e andò a sfiorarla con l’alluce sinistro.
“Ehi, è fredda!” aveva detto.
E giù a ridere felice e serena e contenta e leggera come un palloncino all’elio, come se ci fosse effettivamente qualcosa di cui ridere in un piede freddo che riemerge dall’acqua. Ricardo la guardava e probabilmente non la capiva, o forse non la sentiva, o semplicemente la capiva a rimaneva lì zitto a farsi i fatti suoi. E lei lo guardava e rideva e non sapeva cosa pensasse lui, sapeva solo che voleva vivere la sua giornata di mare come non faceva da tanto tempo.
“La donna passa anni a cercare l’uomo ideale, poi le sembra di averlo trovato e fa di tutto per andargli incontro. Si plasma e si modifica e si autocrea come donna ideale, e lui poi si stanca e diventa una noia” aveva detto. Aveva detto: “ma io me ne frego e questa notte è ancora nostra, e quando viene il guardiano scappiamo nascosti tra i lettini come i dodicenni dalle mille paranoie e quando si fa l’alba ci scaldiamo sotto un telo puzzolente”.
E aveva detto: “adesso girati, non guardare, mi devo svestire”.
E Ricardo aveva capito, stavolta, e non aveva guardato; poi lei aveva detto: “girati” e lui aveva capito e si era girato. E lei era nuda, con un pugno di sabbia strofinato sul seno e, nella vita, un pugno di mosche moralmente in mano. E Ricardo capiva, sì, ma non capiva perchè lei l’aveva fatto girare dall’altra parte per poi farsi vedere nuda.
“Volevo farti una sorpresa” aveva detto lei.
E mentre il mare trascorreva la sua notte Clara correva, e correva così veloce che a Marion Jones sarebbero servite venti flebo, e correva così ostinata che sembrava Mitch in salvataggio a Malibù, o forse un Dio per come correva a pelo d’acqua. Ricardo la guardava e rideva e forse capiva, e la aspettava sul bagnasciuga. E Clara arrivò di slancio e si tuffò al suo fianco, gli sorrise e lo baciò.
E si baciarono con tanto trasporto che avrebbero incendiato un Oceano, annegato un’ alga, punto un cactus. Avrebbero svegliato un ghiro dal letargo con le loro risate, i loro gridolini e le loro mosse, e infatti svegliarono il bagnino-guardiano che, armato di torcia, iniziò la sua caccia. E Clara rideva e si fermava, chiudeva la bocca a Ricardo con una mano e lo baciava per tenere occupate le labbra e non ridere più. E quando lo stava baciando da venti minuti il bagnino non c’era più e c’erano solo i lettini e milioni di stelle e un mondo splendido, da non lasciarsi sfuggire. E Clara andò di corsa verso il bagnasciuga e si fermò a guardare Ricardo che correva per raggiungerla, e rideva e non capiva cosa gli dicesse Clara. La fissava con quegli occhioni che l’avevano stregata e rimasero faccia a faccia per mezzo minuto, circa, fino a quando lei gli saltò al collo e lo baciò di nuovo.

Fecero l’amore una volta, e poi un’altra, con le onde che ritmicamente bagnavano la schiena a Clara e che ritmavano ogni movimento della coppia.
Poi fu luce, un’anziana che passeggiava in spiaggia e la consapevolezza di dover tornare alla vita di tutti i giorni.

E Clara aveva trovato finalmente la forza di scappare, alla ricerca di un mondo che non la spingesse giù. Un posto di lavoro in Svezia e la certezza che in fondo la propria vita la si può sempre salvare, anche tirandola per i capelli. E l’aereo era prenotato e le ore che la separavano al decollo erano ora 6, ora 4, ora 3. Stava per volare via, come quel palloncino all’elio che aveva sognato di imitare, un paio di anni prima, poco più. Stesso palloncino, stessa spiaggia, stesso mare, Clara che rideva e si sentiva leggera e correva come un’indiavolata sul bagnasciuga. La inseguiva Alessia, con la sua corsa incerta ma già impostata, con la sua voglia di crescere e di spaccare quel mondo che la sua mamma aveva deciso di rinnegare. E Clara continuò la sua corsa sul bagnasciuga e si fermò a guardare Alessia che correva per raggiungerla, e rideva e non capiva cosa le dicesse Clara. La fissava con quegli occhioni che l’avevano stregata da subito e rimasero faccia a faccia per mezzo minuto, circa, fino a quando Clara se la porto al collo e la baciò di nuovo.
E poi le aveva fatto fare una bella giravolta in aria ed era stata quella l’ultima volta che l’aveva vista volare, prima di lasciarla per sempre alle cure di Luciano. Aveva guardato ancora Alessia e i suoi occhi enormi che nulla avevano da spartire con quelli di Luciano, suo marito. Si era girata per la prima volta verso di lui e una lacrima le scendeva lungo il viso e gli aveva detto: “Tieni la bambina, io sono pronta, corro in aeroporto, ciao Luciano”.
E ciao anche a te, Alessia.
E ciao, Ricardo.
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Re: [#7] L'ultima volta che ti ho vista volare 13/07/2010 09:28 #289

L'ultima volta che ti ho vista volare di Redmister

C’e vento fuori, eppure fa caldo.
Il sudore mi cola dalla fronte e penso ad incidere un ultima riga.
Sembra tutto cosi banale.
Echeggia ovunque il tuo respiro, il vento non è nient’altro che il tuo alito sul mio collo.
Quanti momenti passati, quanti momenti invece ora andranno dimenticati.
La nostra poesia è l’ultima cosa che mi rimane di te e ora, è cosi difficile separarsene.
La stringo in ogni momento, quel dannatissimo foglio ormai ha piu impronte che inchiostro.
Ti hanno portato via da me, sono cosi triste adesso.
Ogni giorno sembra l’ultimo, mi pervade la voglia di farla finita ogni secondo ma devo tenere duro.
Lo devo fare per te.
Abbiamo condiviso tanti di quei momenti, che ora vivere sembra inutile.
Quanti anni, Anna, quanti anni ancora dovrò pensarci?
Quante lacrime devo versare su questa dannatissima lapide prima che possa riuscire ad andare avanti.
Questa collina, dove ora riposi, ti ricordi quanto tempo ci ha fatto passare insieme?
Qui ti ho conosciuta quando eri ancora alle prese con la maturità.
Qui siamo cresciuti insieme.
Qui ti ho salutata l’ultima volta..
E ora tutto finisce qui.
C’e odore di erba fresca, il caldo rende tutto piu pesante e probabilmente meno poetico.
Sarebbe molto piu convincente se descrivessi una collina innevata segnata dal solco delle mie lacrime.
Invece sono qui su quest’erba a parlare con te.
Il cielo è limpido oggi, so quanto ti piaceva guardare in alto.
Il volo è sempre stata la tua passione.
Non saresti dovuta partire Anna.
Perche non mi hai dato ascolto.
Non dovevo perderti cosi.
Non dovevo permettere che succedesse.
Eri sempre sorridente, avevi un fuoco dentro.
Non dovevo permettere che si spegnesse cosi.
Avrei dovuto difenderti.
Si sta alzando il vento.
Ormai il sole è rosso, sembra quasi di vivere in un mondo fiabesco.
Guarda le nuvole Anna, oggi hanno una forma particolare.
Voglio farti un regalo prima di partire.
Forse non tel’ho detto, anchio me ne sto andando, non so quando ritornerò.
E’ strano, fanno 30 gradi e mi sento gelare.
Tremo.
Ho paura.
Perche non sei qui a consolarmi?
Che buffo.
Una farfalla si è appoggiata proprio sulla nostra poesia.
Dovresti vedere come mi guarda.
E se fossi proprio tu, Anna.
Perche non mi rispondi?
Prima di andarmene voglio farti un ultimo saluto.
Un addio, in ricordo di noi.
Sono al mare ora, guarda il cielo, e’ stellato.
E’ cosi magico, sembra fatto apposta per noi.
Questa bottiglia porterà il nostro amore nel mondo.
Il mare e’ cosi infinito.
Ecco, guarda quella nuvola, sembra proprio una farfalla.
C’e un pezzo di me e di te in questa poesia, Anna.
Stiamo di nuovo insieme, per sempre.
Sto per andare.
Ci dobbiamo salutare.
E’ cosi buffo, posso dire di averti vista.
Sembra non finire mai questo momento.
Ancora quella farfalla, e’ ancora qui.
Ciao Anna.
Ora tocca a me.
MI butterò con te Anna.
Mi butterò con questa bottiglia stretta tra le mani.
In ricordo di noi.
Perche ora salterò con te.
Questa, sarà l’ultima volta che ti vedrò volare.
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