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ARGOMENTO: [#8] La panchina

[#8] La panchina 11/06/2010 05:47 #123

Periodo: Settembre 2008

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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:29 #290

La panchina di Befrag

Mi avvicino al luogo dell’incidente con passo incerto, cercando di allungare il collo oltre il capannello di gente che si è radunata per vedere. E’ sempre così, tutti vengono attirati dalle visioni macabre e raccapriccianti di una disgrazia, tutti profetici lanciano alla folla moniti del tipo “L’avevo detto che era pericoloso…”, “Erano anni che dicevo che non era sicura…”. Finalmente il muro umano si apre un attimo e riesco a vedere…la scena è quella già vista tante volte. La parte posteriore dell’alfa 147 grigia è intatta, le quattro frecce inserite attirano ancora di più l’attenzione, come un cartello luminoso che indica al mondo, venite a vedere cosa ho combinato. Sull’asfalto i segni della frenata sono ben visibili, neri come la pece e lunghi, molto lunghi. Mi viene da pensare a quanto cavolo andasse il disgraziato a bordo dell’autovettura, poi lo vedo seduto su un muretto con la testa tra le mani e capisco da come ondeggia che deve aver alzato un po’ il gomito. Un copione già scritto, una storia già vista. I pezzi del puzzle stanno piano piano andando al loro posto e mi sento pronto per il resto. Gli occhi si muovono lenti ma inesorabili e vedono la vittima. Il cuore mi salta un battito…non posso credere a quello che vedo…NO! urla la mia mente…no, non lei ti prego. Le ruote con i costosi cerchi in lega le hanno spezzato le gambe e ora lei è adagiata in una posizione innaturale, con il resto della macchina che la schiaccia e mi fa capire che non c’è più nulla da fare. Nella mia testa si susseguono mille ricordi e, ricordando quante volte mi sono intrattenuto con lei, una lacrima furtiva scivola sul mio viso incredulo. Nel corso degli anni, le persone del luogo, ma anche passanti occasionali, avevano instaurato con lei un rapporto profondo. Le vecchiette del paese amavano stare con lei per dare da mangiare agli uccellini la mattina presto, i ragazzi, dopo aver giocato al parco, si fermavano a fare merenda in sua compagnia, gli uomini la domenica sera stavano con lei parlando della giornata calcistica appena trascorsa. Tutti le volevano bene e tutti prima o dopo avevano goduto della sua compagnia. Io stesso mi intrattenevo con lei dopo la corsetta mattutina e anche la sera, quando io e Francesca portavamo a passeggio Raffaele nella sua carrozzina. Povero Raffaele, mi viene da pensare, potrà conoscerla solo attraverso le foto e i racconti che gli faremo. Finalmente arrivano i mezzi di soccorso e dopo qualche momento, mentre il carro attrezzi porta via l’auto incidentata e lei viene messa nel sacco nero, mi rendo conto che non è un sogno, capisco che non la rivedrò mai più.
Noto una bambina accanto a me e l’espressione del suo visino mi dice che la disgrazia l’ha toccata quanto me. La conosco bene, abita nel mio stesso palazzo, così mi chino per avere il viso all’altezza del suo.
“Non preoccuparti Eleonora, sono sicuro che ora lei è in paradiso con gli angeli, posata su una bella nuvoletta. Scommetto che anche Gesù, di ritorno da una delle sue passeggiate adorerà riposarsi sulla nostra vecchia, amata panchina.”
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:36 #291

La panchina di Gabomarciogabe

Mi sembra strano vedere il mio posto in panchina così desolatamente vuoto, dopo averlo occupato per così tanto tempo. Se fossi un po’ più vicino penso che potrei tranquillamente distinguere il segno delle mie terga su quel legno umido e ghiacciato. “Quer pulciaro der presidente potrebbe almeno montarci un tettuccio su ’sto schifo!” aveva detto una volta mister Giorgini mentre tutte noi riserve cercavamo di ripararci con i K-way dal nubifragio che si era abbattuto sul campo da gioco durante il derby con l’Almas. L’inverno era decisamente il periodo peggiore per star seduti in panchina, anzi, su QUELLA panchina. Io però lì sopra ci stavo anche in primavera, autunno ed estate. Insomma, tutto il campionato, tranne che in qualche amichevole in cui il mister mi permetteva di sgranchire un po’ le gambe. Oppure entravo sempre verso la fine del secondo tempo, chiamato sempre dalla stessa frase dell’allenatore: “Scaldati che adesso entri”, che lui finiva pensando tra sé e sé “…tanto questa partita è persa” o “…tanto con un vantaggio simile non ci riprenderanno mai”. Come avrete capito, sono un giocatore abbastanza scarso, ufficialmente ala destra, ufficiosamente centro-panchinaro. Quanto lo odiavo quel pezzo di legno. Mi ricordo una volta in cui, preso da un’impeto di rabbia per un gol subito a tempo ultrascaduto, diedi un calcio a una delle gambe di quell’ignobile mobiletto e la spaccai in 2. Se l’avessi dato in partita al pallone, probabilmente avrei tirato un bolide da non meno di 100km/h. Certo, con tutta probabilità non avrei centrato la porta, ma tant’è… Invece mi ruppi il terzo metatarso del piede destro. Terzo metatarso del piede destro. Ci misi un po’ a imparare questo scioglilingua.
Oggi però la panchina era parecchio decimata, dopotutto gli infortuni sono molti in questa parte della stagione, anche a causa del campo di allenamento in pessime condizioni. “Quer pulciaro der presidente potrebbe assumere qualcuno che se occupi de ’sto cazzo di campo”, aveva detto mister Giorgini. Fatto sta che a causa di 2 giocatori che si erano slogati la caviglia in allenamento e altri 3 a casa con l’influenza, in panchina eravamo solo in 3, più l’allenatore con le sue imprecazioni. Si stava larghi, è vero, ma con quel tempo da lupi non mi avrebbe fatto schifo avere qualche altro panchinaro vicino a fare un po’ di calore.
A venti minuti dalla fine esce per infortunio Marcheselli, guarda caso proprio ala destra. Tra un’imprecazione e l’altra il mister pronuncia la fatidica frase “Scaldati, che adesso entri”.
Era la prima volta che entravo in campo sul risultato di 1-1. Prendo posizione sulla destra e comincio la mia partita. Dopo qualche minuto mi arriva palla. In teoria dovrei passarla, ma questo potrebbe essere l’unico pallone che toccherò in tutta la partita. Allora, invece di passare, mi giro e scatto prendendo in controtempo il terzino avversario. De Roberti è già in area pronto per l’incornata, mentre il centrale difensivo scala a coprire su di me. Senza pensarci cambio piede per trovare spazio per il tiro. Provo un sinistro a girare. La palla entra.
Che sensazione strana, raramente vedo il campo, ma oggi ho addirittura segnato. Non sono felice, mi sento semplicemente strano. Poi mi giro e guardo la panchina. Il mio posto è vuoto. Lo indico con un dito per rendermene conto meglio, perché neanch’io ci credo. Questo è ancora più strano.
Vinciamo 2-1 e a fine partita un giornalista di una tv locale mi prende da parte per intervistarmi: “Ed ecco l’uomo dalla partita, entri a venti minuti dalla fine, discesa irresistibile e gol con tanto di dedica. A proposito, per chi era? Per il mister, per un compagno in particolare o per la panchina in generale?”
“Per la panchina, era per la panchina”.
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:39 #292

La panchina di gensi

…davanti al mare stanno i poeti
perché è più grosso di tutta una stanza…


Continuava a girovagare nel labirinto del mio cervello quel ritornello. Una canzone scritta molti anni prima da un mio compagno delle superiori. Un ritornello che, probabilmente, conoscevamo noi due soltanto.

In effetti il mare era lì proprio davanti ai miei occhi. A destra la città si snodava tra palazzi aggrappati alla montagna, grattacieli in formato europeo, navi in partenza e la Lanterna che cominciava a dare i primi segnali di luce.
Le chiamano chiatte. Sono pezzi di umanità aggrappati al fondo del porto, pezzi d’umanità in mezzo al mare. Sulle chiatte alcune panchine dove, chi ha tempo, ci passa la pausa pranzo, ci porta la donna sulla quale far colpo, si porta un buon libro per farlo sfogliare dal vento o, una birra, con il semplice gusto di dimenticare un passato storto.

2 anni prima circa…

“Pronto Melina, mi ha telefonato Carlo due minuti fa…gli si è fermata la macchina in centro perciò non ti preoccupare se non mi trovi in casa..nel giro di un’oretta dovrei essere di ritorno. Se non sei troppo stanca comincia a preparare un po’ di cose così all’alba partiamo…”

“Ok ricciolino..io tra 10 minuti sono lì..ti saluto che sto entrando in galleria…ciao.”

Inconsapevole di cosa stesse succedendo mi vestii in tutta fretta e incontrai Carlo. Quel suo vecchio Peugeot rosso sangue era li ormai stanco di percorrere le salite e le discese di Genova. Come non biasimarlo.

Non c’era più nulla da fare. Provammo a rianimarlo ma fu tutto lavoro vano.

Lo spostammo poco più in la, in un parcheggio così da togliere l’ostacolo lungo la strada e accompagnai Carlo a casa. Poi mi diressi verso la mia.

Già il fatto di trovare tutte le luci spente mi stupì non poco.

“Strano”, pensai….

Le mie paure si concretizzarono quando, infilando la chiave nella serratura, notai che era ancora chiusa come l’avevo lasciata io.

Brutto segnale.

La casa era ancora vuota e nulla era stato mosso.
“Dov’era Melina? Aveva detto 10 minuti…”, mi rigirò per la testa.

Provai a telefonare ma la vocina del suo gestore continuava ad ammonirmi e a farmi presente che, quel cellulare, era o spento o non raggiungibile.

Un brivido percorse l’intera lunghezza della mia schiena. Pensavo male d’istinto ma non volevo proprio farlo. Possibile? In un’ora cosa cavolo poteva essere successo?

Squillò il cellulare…un numero strano.

“Cazzo!” Fu l’unica cosa che riuscii ancora a pensare.

La mia fu una corsa folle sullo scooter. Sembravo una di quelle palline impazzite che girano dapprima a destra e poi a sinistra senza una spiegazione completamente logica. Girano e basta esattamente dove piace a loro.

All’ospedale ad accogliermi fu il fratello di Melina in lacrime.
A me avevano detto solo di correre in ospedale.
Solo lì dentro scoprii la triste verità.
Melina era morta. Un TIR, forse un colpo di sonno, aveva schiacciato l’auto contro la galleria. Quando l’ambulanza era arrivata lei era ancora viva ma, nel viaggio, non aveva resistito, spirando.

Il mio mondo era crollato. Definitivamente spirato via con lei.
Melina era il centro del mio universo.
Avevo scelto lei da sempre e con lei era venuta Genova, la laurea, il lavoro, la famiglia e, finalmente, il primo vero viaggio assieme visto che quello di nozze lo avevamo rimandato per un imprevisto.

E poi quei due anni così veloci, passati tutti di fila a costruirci il nostro piccolo futuro. Con tutto sistemato eravamo pronti a partire… invece…

2 anni dopo circa.

Oggi sono qui, su questa panchina e vedo le navi da crociera partire.
I portelloni si aprono, caricano auto e TIR, imbarcano le persone e poi si chiudono. Suonano e partono. Tornano e ricomincia il giro.

La Bibbia in mano perché è l’unico libro che riesco ancora a leggere. Non ha asterischi, non ha rimandi, non ha clausole contrattuali nascoste. Ti ripete che dobbiamo vivere per morire e che moriremo per vivere per sempre.

Non ho stimoli per lavorare, non ho più una casa e adoro la strada.

Il pensare di fare qualcosa solo per me mi ferisce. Io lavoravo per Melina e me, avevo una casa per noi due e ora che sono solo non m’importa di niente. Aspetto soltanto di morire per vivere per sempre. E che senso ha lavorare se poi dobbiamo morire? Lavorerò per Melina quando vivremo per sempre….

Ora inganno il tempo e i giorni che passano.

Di tanto in tanto dipingo un cuore su qualche muro della città e scrivo dentro “Melina & Riccio” così che tutti sappiano chi eravamo e chi saremo.
Recupero bambole e fiori e li appendo. Una volta sulla nave Italia, una volta sul portone del Municipio, un’altra sul Ponte Monumentale. E scrivo di nuovo Melina & Riccio dentro un cuore così che lei legga e sorrida nel vedermi ancora romanticamente innamorato.

Mi chiamano matto, barbone, psicopatico.

Io sono Riccio e cerco la formula che mi permetta di contare quanti giorni ancora mi separano da Melina.

Potrebbe essere domani se solo volessi. Ma non voglio rischiare. L’amo talmente tanto che non voglio fare incazzare Colui che comanda e, per evitare problemi, aspetto che mi venga a prendere. Tanto ha scritto che arriva. Tanto vale aspettarlo.

Così, finalmente Melina, saremo pronti a partire. Io difatti la mia valigia la porto sempre con me. La vedi Melina? C’è anche quel pantalone che mi hai regalato e che ti piace tanto. Lo tengo qui, sempre pulito, perché non si sa mai…magari si parte proprio domani. E io sarò bello in ordine tutto per te amore mio.

Aspettami Melina, arrivo.
Il tempo di contare i giorni e farò della mia vita di nuovo un senso.
E ci baciamo ok?
Me lo dai lo stesso un bacio, vero? O pretendi che mi faccia prima la barba sennò ti pungo?

“Papà, papà…che cosa ha quel signore? Parla da solo…”
“Vieni via! E smettila di indicare”

“Non si preoccupi signore. Sono Riccio e parlo col mare da questa panchina. Mai e poi mai avrei creduto che, il mare, potesse diventare un alleato così fidato, saggio e sincero. Sa, per uno nato tra le montagne…vuole provare?”

Troppo tardi. Il signore in giacca e cravatta aveva già strattonato il bambino lontano di li.

“Melina, che palle però…potevi dirmelo prima…mi organizzavo meglio…”



“Riccio? Si può sapere che cavolo stai facendo davanti a sto computer? Muoviti che è tardi…”

“Niente Melina, ero sul sito che scrivevo….

“Sempre a giocare stai? Con sto sito del cavolo. Prima o poi vedrai se non lo faccio staccare sto internet…non serve a niente…Ma quand’è che cresci?”

“Arrivo, arrivo”

Chiavi, cellulare, macchina e di nuovo una stupida spesa in uno stupido ipermercato.

Melina era ancora viva…

Beh, magari se penso di scrivere il tempo passa più in fretta.

La noia, l’abitudine, la fretta ci avevano letteralmente divorato.
E mi auguro non capiti a nessuno di voi.
È una trappola troppo comoda da avere la forza di abbandonare.

Vigliacco.
Era più onorevole dipingersi come il barbone di quella panchina.
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:40 #293

La panchina di icarothelight

Il mondo si presentò agli occhi di Davide e non potè dare segnali migliori. La giornata era assolata, ma dalla finestra della camera trapelava un venticello, che mitigava il calore in maniera ottimale.
Non aveva dormito molto quella notte, anzi forse era più giusto dire che non aveva proprio chiuso occhio. L’adrenalina l’aveva letteralmente investito, eludendogli qualunque possibile riposo. Ma era giusto così, perché oggi era IL GIORNO. Si alzò, balzando come un grillo dal letto e in un lampo fu a lavarsi la faccia in bagno. La testa imprigionata in un unico pensiero mentre lottava con il tubetto del dentifricio e sempre ancorata alla medesima parola, mentre sceglieva la maglietta da indossare.
Scese le scale di corsa e raggiunse i suoi che già erano in cucina per la colazione.
“Ecco il nostro ometto!” Lo accolse suo padre, con un sorriso che sapeva di buono. Come una grande coperta calda.
“Mmm, era ora che ti svegliassi, stavamo pensando che volessi rinunciare…” proseguì scherzando la mamma.
L’odore del caffè salì prepotentemente nella stanza e Davide si chiese per un attimo se la vita potesse dare ancora di più. Fece una smorfia divertita alla mamma che valeva una risposta e si accomodò in tavola per divorare i suoi biscotti con il latte.
Osservò il padre con occhi luccicanti, occhi che sbranavano tutto ciò che osservavano.
“Papi… non sto più nella pelle. E’davvero un’ emozione unica… possibile che tu, non l’abbia mai potuto fare?”
“Te l’ho già detto Noce, è un qualcosa di raro e solo pochi possono avere tale privilegio. E’ davvero stupendo ti abbiano chiamato…” I suoi occhi non lasciavano trasparire alcuna emozione. Del resto suo padre (come sua madre) era sempre stato così, seppur molto premuroso.
“Uffa basta con questo Noce, non mi piace quando mi chiami così! Lo sai bene!” il suo sbuffo era divertito. Oggi nulla poteva dargli veramente fastidio.
“Dai su non perdere tempo” lo incalzò la madre “Bevi il tuo latte che siamo un po’ in ritardo…”

Dopo circa mezz’ora erano tutti e tre in viaggio verso il Palazzo Storico di Roma, dov’erano stati convocati. Davide continuava a chiedersi come sarebbe stato, mentre mamma e papà, mano nella mano, osservavano il mondo con aria assorta e in un qualche modo preoccupata.
L’uomo che li accolse all’ingresso, non poteva avere meno di 80 anni, aveva un grosso sorriso di benvenuto e di sicuro era un nonno di cui esser fieri.
“Buongiorno a tutti e lui… credo sia Davide Stramberi, il nostro ometto fortunato!” Gli porse la mano tremante e rugosa e la stretta che ne seguì fu vigorosa ed intensa.
“Ora se mi permettete… devo dividervi dal vostro bimbo… voi potete assistere tranquillamente dalla stanza numero 18… ha un grande specchio che dà sulla sala principale, dove ehm… Davide..giusto? … potrà finalmente bearsi del suo grande privilegio…”
Mamma e papà quindi riempirono il piccolo dei soliti dieci, quindici baci rapidi e si diressero verso lo stanzone indicatogli dall’uomo anziano, continuando per qualche secondo ad osservare il bimbo, sorridendogli.
“Ed eccoci qui..ora tocca a te! Vieni pure.”
Il vecchio lo prese per mano e lo diresse verso una porta argentata. Osservò un piccolo schermo di cristallo e poco dopo la soglia si schiuse, accompagnata da un bip breve ed incisivo.
Entrarono ed in lontananza finalmente la vide.
Era come i suoi gli avevano sempre raccontato, ma averla lì a pochi metri era un qualcosa di bizzarro ed indescrivibile. Qualcosa nel suo petto decise che era l’ora delle danze.
“Allora piccolo Davide, puoi andare e starci per non più di 15 minuti… se dovessi avere qualche problema o improvvisamente dovessi sentirti male… non ti preoccupare. Noi siamo qui e ti monitoreremo ininterrottamente.” Chiuse con un sorriso rassicurante ed un occhiolino e si dileguò.

Ed eccolo finalmente il gran momento… Davide si avvicinò con rispetto ma non resistette troppo e con un gran balzo ci salì sopra.
L’odore inedito e così flebile lo raggiunse come una carezza. In un attimo vide un uomo avvicinarsi e chiedergli se si era perso, poi un bambino della sua stessa età gli domandò se volesse giocare a pallone con lui, una ragazza ed un ragazzo gli si sederono accanto e cominciarono a baciarsi, mentre una vecchina, con una strana busta (di plastica?) spargeva pezzi di pane in giro per la stanza. Un altro uomo gli chiese se gli piacessero le caramelle.
‘Davvero era così la vita 2000 anni fa?’ si domandò allibito ‘La gente si sedeva su questa panchina (e chissà quante altre ce n’erano) e faceva queste cose?’
I suoi pensieri furono improvvisamente rapiti da un rumore assordante che proveniva dal soffitto ed in un attimo fu circondato da un enorme tubo d’acciao dalle dimensioni esatte della panchina di legno (l’ultima esistente nel loro mondo). Un gas denso e di colore violaceo lo investì senza preavviso ed il piccolo si assopì sdraiandosi per intero sul suo nuovo giaciglio. Tutto fu rapido ed improvviso. Ma nulla andò storto.

L’uomo anziano stava consegnando alcune lastre ai genitori di Davide, quando la madre chiese ancora:
“Quante speranze ci sono che il mio bambino venga risvegliato?”
“Inanzitutto mi spiace doverle ricordare che ehm.. Davide giusto?… non è suo figlio… e poi signora le ho già detto che la ricerca sta facendo passi da gigante. L’ibernazione a gas ha una durata massima di 50 anni… Forse nel giro di qualche decennio, troveranno la causa dei decessi improvvisi. Noi tutti lo speriamo tanto, anche se è un problema che ci tocca lateralmente.” La sua voce assunse un timbro metallico ed il suo volto tornò ad essere quello originale. Ammasso di ferri e microchip.
“Le assicuro che è la cosa migliore in questo momento, mancano solo altri due bambini dei 15 ancora viventi nel nostro pianeta e finalmente i decessi potranno essere debellati.Un mondo senza esseri umani non è desiderato da nessuno.Questa è una cosa certa.”
Il padre di Davide prese la mano della donna e con un saluto abbandonarono il vecchio robot custode.
Insieme uscirono dal Palazzo Storico con un passo decisamente troppo svelto. I due si guardarono spesso mentre tornavano a casa. Nei loro occhi per la prima volta, qualcosa sembrava tradire un’ emozione.
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:41 #294

La panchina di Mike975

Sento una frenata,poi il colpo violento e il dolore che fluisce nelle mie viscere…un caos infernale si crea intorno a me…sto morendo…e l’ho voluto io.
Mi sento fortemente in colpa nei confronti dei miei genitori…loro mi sono sempre stati vicini nei momenti disperati di questa vita;e’questa la sofferenza piu’intensa ora, non il dolore fisico che pur mi sta annientando.
Sono riverso in strada,obnubilato dalla confusione e dall’impatto…ascolto…sirene in lontananza,gente che accorre trafelata,mi sembra persino di intuire chi e’ il conducente della macchina che mi ha investito;lo riconosco dalla voce particolarmente concitata…mi fa pena.
Si dice che quando si sta per morire la vita passa tutta davanti in un attimo…beh io posso confermarlo in parte…non tutta certo ma i momenti cruciali si.
Ed io ricordo…

Sono un bambino e per sicurezza tocco la zigrinatura,tipo dentini di una sega…mi danno fiducia e mi calmano l’ansia.
Li ha fatti mio padre questi dentini,nell’estremita’ destra della panchina,prima che il legno verde cada nel vuoto.
Li ha disegnati per me,incisi ad arte per marcare la mia amata panchina,personalissimo punto di partenza in questo giardino a cento metri da casa mia.
Ora mi alzo,vado a destra…circa tre passi,tocco il vecchio albero,ci giro intorno,altri 5 passi e sono sullo scivolo,salgo e scendo un po’ di volte,poi 4 passi a sinistra e via sull’altalena a dondolare sempre piu’ forte.
“Mammaaaa dai mi spingiiii?”urlo…e immancabilmente poco dopo ecco la spinta che mi fa volare sulle ali dell’entusiasmo genuino di un bimbetto di 5 anni.

Sempre su quella panchina…sono un ragazzo che sta studiando per crescere e diventare uomo;mi godo il calore del primo sole di primavera che scalda dolcemente insieme alle melodie del mio inseparabile ipod.
Assaporo forte il profumo dei fiori del “mio” giardino che riprendono a vivere e li distinguo nelle loro fragranze muovendomi solo con il capo…mantenendo ferma la mia mano sui dentini della panchina.
Poi arrivano i miei angeli custodi,i miei genitori che mi salutano,anzi urlano un saluto per superare la barriera delle cuffie che mi isola completamente dal mondo;salto subito ad abbracciarli…hanno in mano qualcosa…e’ il mio regalo di compleanno…faccio 18 anni…

Sono un adulto ormai,il babbo e’ mancato da poco;sulla panchina,alla sinistra,avverto le foglie del triste autunno posarsi sul dorso del mio pugno chiuso mentre le dita strette della mano destra serrano fino a farsi male i dentini che mi ricordano fortemente papa’…le lacrime scendono copiose, ora non c’e’ piu’… mi alzo ed inizio a correre per la stradina che conosco a memoria…sfioro un passante che mi lancia epiteti che non comprendo,cado,mi rialzo,piango..piango…piango.

Ieri e’ morta mia madre,se ne e’andata dopo tante sofferenze a luci spente…mai un lamento con me,solo miele per la mia amara vita.
Lei e mio padre erano tutto per me,il mare e la montagna,l’alba e il tramonto,le sfumature e i colori decisi della mia vita.

Oggi…
Appoggio il bastone che stamattina mi hanno consegnato insieme al cane istruito ad hoc sul percorso giardino-casa,lo lego per non fargli fare la fine del suo “proprietario per un giorno”.
Mi siedo su questa logora panchina e stringo forte i dentini sempre piu’ smussati…so che ci sono…per altri sarebbero solo piccole asperita’ del legno;poi la smetto di pensare,tanto ho deciso…il percorso e’ quello…contati sono circa venti secondi,a quest’ora non ci si puo’ sbagliare,il traffico e’intenso lo so…lo sento scorrere.
Mi alzo,conto i passi concitatamente,giro a sinistra, batto un cinque con il vecchio albero adiacente al marciapiede per darmi fiducia e subito sono in strada…l’ultima cosa che sento e’ il guaito del cane…
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:42 #295

La panchina di vaisecco

L’orologio segnava le 10.20.
Non poteva essere così presto! Forse, nel ritardo di quelle lancette, si mascheravano volutamente quelli accumulati dai treni che giungevano in stazione.
Passò una vita intera prima che riguardasse di nuovo l’orologio: 10.22.
Nel suo disorientato senso della ragione abbozzò un sorriso autocritico per il nervosismo che non riusciva a trattenere, quindi cercò inutilmente di rilassarsi.
Stava ripassando mentalmente la scena che di lì a breve l’avrebbe investito, quasi come se facesse già parte del passato.
Un passato in cui lei era sempre stata presente e futuro, fino a quando la strada della realtà aveva deviato bruscamente da quei sogni che non aveva mai smesso di vivere, come se fossero l’unico contatto rimastogli per non perderla.
Eppure ora stava per arrivare; ancora qualche eterno minuto di attesa e sarebbe scesa da un treno sgangherato che solitamente trasporta migliaia di persone e che, in quest’occasione, ne stava trasportando una sola circondata da un insignificante altro migliaio.
Fece altri due o trecento passi avanti indietro sotto a quell’orologio, poi osò consultarlo: 10.26.
“Ci siamo, si va in scena!” pensò leggermente ad alta voce.
Si cacciò una caramella in bocca, di quelle impossibili da gustare perchè dopo pochi secondi ti restituiscono una bocca anestetizzata dalla menta e ti lasciano quella sensazione di difficoltà nel respirare.
L’urlo del treno in arrivo gli accentuò quel senso di stordimento che l’aiutò a sopravvivere in quel momento. Quindi risorrise, consapevole che un buon psicologo avrebbe avuto molto da analizzare in quella mente paranoica.

(alcuni anni prima…)

“Ely, dimmi tu che cavolo dovrei fare allora?!?
Hai idea di cosa provi ogni volta che ti chiamo e il tuo telefonino spento mi fa capire che sei con lui? Non ti senti ipocrita a dire di amarmi e poi farmi questo???”
“Non essere crudele, ti prego, conosci quanto me la situazione…non è facile Ale…”
“Che non sia facile ho cominciato a sospettarlo da quando prendo Tavor per spegnere il cervello almeno un paio d’ore al giorno!”
“Gli è appena mancato il padre, proprio non me la sento di fargli questo ora… cerca di capirmi, non mi ha fatto niente di male. Anzi, sono io che devo farmi perdonare troppi torti!”
“Quindi vedi qualcosa di sbagliato in due persone che si amano?”
“Dai, lo sai… abbi ancora pazienza un po’, troverò il modo di sistemare la situazione.”

(alcuni anni prima meno qualche mese…)

Tlic Tlic! Come ogni mattina dell’ultimo anno, la prima cosa che fece una volta sveglia fu accendere il telefonino. L’sms arrivò puntuale come sempre e l’emozione di leggere ciò che lui le donava della sua notte insonne si fece prepotentemente varco fra la sonnolenza.
Senza nemmeno lavarsi il viso prese in mano il cellulare e lesse: “Sei e resterai sempre la mia Regina, ma ormai è chiaro che hai scelto un altro Re…non posso vivere per sempre in panchina, mi faccio da parte. Ti amo.”
Non riuscì a trattenere un sospiro, quindi si avviò furtivamente verso il bagno a lavarsi il viso umido.

Di sfuggita si accorse che l’orologio segnava le 10.31. Ma come cavolo aveva fatto ad arrivare vivo fino a quell’ora?
E caspita, quella caramella che si era ficcato in gola era esageratamente potente, avrebbe fatto fatica perfino a parlare! “Okey, okey, niente panico!” si ripetè in testa, “non ho più 16 anni!”
Cercò con lo sguardo il grande display che indica i binari per arrivi e partenze, quindi realizzò che quella stazione aveva solo due binari e di quel display non c’era traccia.
Infine, con un rumore acuto, il treno si fermò e la gente che trasportava iniziò a fare scalo.
L’avrebbe riconosciuta? E lei a lui? Sarebbe stato meglio fuggire finchè poteva?

Mentre i pensieri si sovrapponevano si accorse di essere accanto ad una panchina e si lasciò cadere su di essa insieme al peso delle sue angosce.
In fondo aveva aspettato trent’anni, poteva rimandare ogni decisione di qualche secondo…
S’incuriosì nel leggere una scritta sul muro… “tua per sempre”… quanta ipocrisia, come si può promettere qualcosa che non si può mantenere? In fondo anche lei le aveva detto più volte che…
“Ciao.”
“….Ciao… Elisa……tutto bene? Cioè, com’è andata il viaggio?”
“Non saprei…bene…è molto che aspetti?”
“Un po’. Circa trent’anni.”
“Io…ne abbiamo già parlato…mi dispiace, non saprai mai quanto!”
“Ti trovo bene?”
“Anche tu…ehi, ti è passata l’acne? Dai…insomma…che sogno rivederti!! Se non fosse per quel contratto…”
“Marco?”
“E’…è finita da un pezzo…non è andata come credevo…”
“Mi dispiace, credo”
“Acqua passata, il futuro mi ha riservato l’incontro con un uomo migliore, e ora sono felicemente sposata”
“Bene”
“E tu?”
“Beh…non sarebbe giusto dire che sono infelice. Ho una donna che mi ama e mi rende felice, un piccolino arrivato tardi che continua a farmi sentire giovane e Anna che mi da’ grandi soddisfazioni…”
“Si, scrive molto bene tua figlia… non conosco la mamma, ma direi che ha preso dal papà!”
“Non direi, altrimenti ora farebbe il magazziniere e non starebbe rischiando di pubblicare un libro!”
“Rischiando? Guarda che è sicuro! Il libro mi ha entusiasmato, un racconto intensamente struggente che potrebbe avere perfino un seguito al cinema!! Guarda che ha il tuo stile, se non l’avessi riconosciuto… devi essere proprio fiero di lei!”
“In questa vicenda io che ruolo ho?”
“Non so, potresti farle da manager… o semplicemente da papà… e in tutto questo magari trovare lo spazio per perdonare il più grande sbaglio della tua adolescenza…”
“Non sei mai stata uno sbaglio. Ogni attimo non è stato mai sbagliato, sprecato, scontato, ma è valso una vita intera perché ha consacrato ciò che provavamo.
Il rimpianto è che sarebbe potuta andare diversamente, ma mi cullo nell’illusione che non sarebbe stato sempre come miticizzo nella mia mente. La realtà mette di fronte ostacoli di quotidianità duri da superare senza lasciar qualcosa per strada. Quindi, paradossalmente, la nostra storia potrebbe essere ancora più bella perchè finita.”
“Sono felice che tu lo pensi… per quel che può valere, i rimpianti li ho anch’io, ma sono felice per quel che c’è stato e lo tengo stretto fra i miei ricordi. Lì siamo ancora felici.”
Si alzò, e si strinsero in un interminabile abbraccio.
La voce nell’altoparlante avvisò l’arrivo a breve di un nuovo treno.
Guardò le lancette dell’orologio, 11.04.
“Devo andare, tua figlia sarà nel mio ufficio fra poche ore…”
“Ricorda…”
“Si, sarò muta come un pesce con lei, lo sai!”
“…che rimarrai per sempre la mia Regina. Trattami bene la mia principessa, buon viaggio.”

La vide salire sul treno che l’avrebbe riportata nella grande città, senza vederle le lacrime che le rigavano il viso. Correva verso il suo ufficio in cui c’era ad attenderla sua figlia, ignara di tutto e desiderosa solo di vedere materializzato il sogno di diventare finalmente una scrittrice.

Quando il treno sparì dalla sua vista si risedette sulla panchina, con lo sguardo perso negli intrecciati meandri della sua mente. Finalmente l’aveva rivista! Forse era cambiata, ma se così era non l’aveva notato. Anzi, ora che ci pensava era convinto di aver parlato con la ragazza che aveva conosciuto oltre trent’anni prima. Strana la vita… come poteva essere così desideroso di vederla e allo stesso tempo tanto innamorato di sua moglie? Quella meravigliosa donna che le aveva dato due figli, di cui uno stava andando a conoscere colei che avrebbe potuto essere sua madre.
Fosse stato per lui di certo lo sarebbe stata…come avrebbe aiutato Anna a pubblicare il suo libro perché avrebbe dovuto essere uno scrittore famoso e rispettato.
Che casino! Aveva mancato uno dopo l’altro i suoi obiettivi, pregustandone il sapore per poi digerirne solo l’amaro gusto del fallimento. Una vita passata a sognarsi protagonista e a risvegliarsi comprimario, una riserva fra i titolari che campaggiavano nello scenario delle sue aspirazioni.
Resistette alla tentazione di sprofondare nell’angoscia…poi il suo sguardo ritrovò la realtà e finalmente sorrise a se stesso.
Aveva lottato come meglio poteva per conquistare le proprie ambizioni: molte non le aveva raggiunte, ma sarebbe stato peggio non averci nemmeno provato!
In fondo era sempre meglio una vita in panchina, pronti ad entrare in campo, che rinunciare a giocare.
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:42 #296

La panchina di natureboy

L’ora del crepuscolo andava lentamente eclissandosi, e il Central Park salutava placidamente i suoi ospiti, volgendo loro un caloroso arrivederci. Era tutto sommato una bella giornata, se si escludeva quel crudele venticello che irrigidiva la temperatura e la manteneva costantemente sotto i 10 gradi. Ma le stelle che trapuntavano la volta celeste e il sole che cedeva il passo alla luna inchinandosi educatamente, non riuscivano a trasmettere questo senso di tranquillità e placidità anche nel cuore di John. Camminava ancora piano lungo i viali tortuosi, osservandosi i piedi senza vederli realmente. Aveva ancora nella testa le crudeli parole di Tanya, accompagnate da qualche saltuario lancio di soprammobili, che lo intimavano a lasciare immediatamente lei e la piccola Aurora. La colpa? Beh, diciamo che non era proprio stato corretto nell’ultimo periodo. Si era sempre dichiarato un uomo tutto d’un pezzo, con un grande senso di dovere verso la famiglia e verso la patria, proprio come gli aveva sempre inculcato suo padre. Mai un tradimento, mai una scappatella: amava solo sua moglie. Tutto questo fino a quel maledetto 13 gennaio. In ufficio era appena arrivata la nuova stagista, una donna tutte curve e sensualità, che aveva fatto perdere il senso della sobrietà a tutti i colleghi di John. Ma lui invece, nonostante avesse apprezzato suo malgrado le rotondità e le movenze della bella Gloria, non aveva ceduto alle facili impressioni. Aveva un onore e una posizione da difendere, per Diana! Non si sarebbe lasciato abbindolare da un lento ondeggiare di glutei…

Gloria, già dopo una settimana e mezza, aveva sedotto tutto l’ufficio. Mancava solo un nome al suo taccuino, il più importante, quello del direttore: John Craiger. Aveva subito avvertito un certo distacco da parte del suo superiore fin dal momento in cui aveva messo piede nel suo ufficio. Riuscire a catturare il suo cuore e tutto quello che c’è intorno era il suo obiettivo di sempre. Si sarebbero aperte davanti a lei innumerevoli nuove occasioni. Ma quando voleva qualcosa, niente poteva redimerla dal pensiero ossessivo di ottenerla: questa era la vera qualità di Gloria.
Con il passare del tempo ci era finalmente riuscita. Il cuore austero di John era stato sciolto come burro sulla piastra. Ora pendeva dalle sue labbra… e anche da qualcos’altro. L’ultima mossa era quella di separarlo definitivamente dalla moglie. Per cui una telefonata sibillina sarebbe stata quello che più si addiceva al suo scopo…
Naturalmente la reazione di Tanya era stata tremenda, e questo fatto porta il nostro John a camminare per i viali ben curati del Central Park senza una meta né un’idea che lo aiutasse a superare questa intricata situazione. Non aveva idea di dove passare la notte visto che a casa era ben voluto quanto un terrorista afghano. Per un istante aveva pensato a Gloria. Lei di certo lo avrebbe accolto calorosamente…
Fu costretto a schiaffeggiarsi sonoramente per scacciare questo pensiero infame. Sbuffò e si guardò intorno: erano rimaste poche persone oramai ed era diventato quasi del tutto buio. I suoi occhi si adagiarono su una panchina nelle vicinanze. Non sarà stata il suo letto comodo in Neibolt Street, ma per una notte avrebbe certamente fatto al caso suo. Si adagiò lentamente su di essa e notò con disapprovazione che la panchina era veramente scomoda. Aveva delle sgradevoli protuberanze al centro e la ruggine la faceva da padrone sui lati. D’altro canto era l’unica possibilità: le altre panchine erano già state occupate dai rispettivi barboni, che naturalmente avevano un occhio di riguardo nello scegliere le migliori. Si raggomitolò su se stesso e constatò che la temperatura adesso era scesa ben sotto i 10 gradi. Sarebbe stata una notte difficile. I suoi pensieri lo martellavano sonoramente e gli impedivano di prendere sonno, sommati ai dolori di schiena che già si erano installati in lui. Fu nel momento in cui pensò alla piccola Aurora, e a tutto il male che stava subendo per colpa sua, che si assopì repentinamente, allontanandosi dal gelo del parco di notte…

… … … din… … …don… … … era la pendola della cucina… … segnava mezzanotte…
John era seminudo vicino al tavolo, senza la benché minima idea di come ci fosse arrivato. Portava solo le mutande e un paio di guanti che aveva ricevuto per Natale da sua madre. Nella stanza aleggiava una cupa nebbiolina rossastra, innaturale, dato che di solito la cucina rigettava direttamente nel punto in cui il sole ardeva più copiosamente. Si incamminò verso la porta per cercare di spiegare questo ambiguo cambiamento di luogo. Una volta giunto nel lungo corridoio notò che la cucina alle sue spalle era svanita di colpo, lasciando posto ad un freddo strato di parete incrostato di umidità. Qui invece il buio dominava, contrastato solo da una lieve foschia azzurrognola. John si avviò, e camminando notava che le dimensioni del corridoio si allungavano ad ogni passo, come in preda ad un effetto ottico. Un lieve rumorino, come di un respiro asmatico cominciò ad invadere le sue orecchie. All’improvviso si sentì come osservato, e d’istinto prese ad accelerare il passo. Finalmente una porta davanti a sé. La varcò. Un urlo gli lacerò i timpani. Guardando nella stanza vide una scena assai raccapricciante. Un uomo era lungo disteso per terra, riverso sulla schiena. Era completamente nudo, e mancava del pene e dell’anulare sinistro. John si avvicinò lentamente, e quando vide il volto del cadavere si sentì accapponare la pelle. Era lui. Improvvisamente voltò la testa verso il camino e vide una scritta a caratteri cubitali, tinta di nero: “TRADIMENTO”. John rimase a fissarla ammutolito, ma in quell’istante il corpo accanto a lui prese vita e si alzò in piedi. Si contorse e si dimenò, fino a cambiare forma e dimensioni: era Tanya. Anche lei mancava dell’anulare sinistro. Aveva uno sguardo vuoto e nella sua espressione si leggevano dolore e tristezza. Rimasero a fissarsi senza proferire parola. Ad un tratto Tanya scattò all’indietro, come risucchiata da un tornado. Scomparve dietro una porta, e di colpo John si vide nell’atto di attraversarla, ma senza aver mosso un muscolo. All’interno di quella stanza vi erano due persone. La prima, quella più riconoscibile era una bella donna nuda e piacente. L’altra era talmente nell’ombra che John non riuscì a metterla a fuoco. Gloria si avvicinò a lui e lentamente gli sfilò i guanti. Poi le mutande, finchè non furono nudi uno di fronte all’altro. John non resistette alla tentazione, e con il pene indurito e ben diritto, afferrò Gloria per le cosce e cominciò ad abusarne. Alle spalle della donna però una luce verdognola si accese improvvisamente e John vide l’altra sagoma nella stanza: Aurora, vestita di bianco, e con un’espressione profondamente addolorata. Allora John cacciò un urlo e spinse lontano Gloria. Ma la bella segretaria ad un tratto si trasformo in un’orrida figura con le corna e denti acuminati. Dalla sua bocca usciva sangue verde. Fece un salto all’indietro e afferrò Aurora per la gola. La bambina non fece opposizione, e il collo le si spezzò…

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!

John cadde dalla panchina, abbracciato dalla potente gelata invernale. Era solo un sogno. Ancora sudato e palpitante si rese conto che non aveva mai fatto un incubo del genere nel letto di casa sua. Questo lo lasciò sgomento e impietrito. Dopo un paio di minuti si alzò da terra e si chinò per prendere il cappotto che gli era caduto nel sonno. Notò all’improvviso che all’altro capo della panchina c’erano degli oggetti. Un paio di guanti. Quelli…
Afferrandoli con la gola secca voltò le spalle a quel luogo misterioso, e pensò “Credo sia meglio andare in albergo…”
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:43 #297

La panchina di Redmister

“Forse e’ ora di avviarsi” si disse Jack Craimer osservando la luna piena gonfiarsi oltre il velo nero delle nuvole.
L’aria era ormai autunnale in quella sera di settembre.
Il vento continuava a spifferare e passare tra i capelli ricci dell’uomo, non aveva freddo.
Sembrava quasi presto, Jack pensava fosse appena calata la notte ma fu un rumore inconfondibile a fargli salire l’agitazione.
Din… Don…
Il passo di Jack aumentò all’improvviso.
Din… Don…
Non poteva crederci, era gia mezzanotte.
Iniziò a preoccuparsi sul serio.
“Non posso crederci”
“Non posso crederci” continuò a ripetersi camminando, quasi correndo verso una meta ignota.
Il paesaggio era quasi completamente deserto.
A circa 100 metri da lui c’era una grossa chiesa gotica e man mano che Craimer camminava il sbattere della campana si faceva piu forte.
“Non è possibile”.
Si fermò di colpo.
Si era appena accorto di un innegabile verità.
Attorno a lui non c’era praticamente nulla.
Si girò di scatto cercando di ripercorrere con la mente la strada che aveva fatto da quando la macchina si era fermata inspiegabilmente.
Non vide assolutamente nulla.
La notte era ormai troppo fitta, sembrava un manto gigantesco che avvolgeva graziosamente la zona circostante.
Si accorse infine di essere solo.
Il suo stomaco fece un grugnito, si sentì come abbandonato dal mondo.
Cercò di seguire la scia della luna per ricavarne un po di luce, ma una nuvola coprì anche quell’ultima fonte di luminosità.
Disperso e rassegnato Jack si rimise a camminare. Alla cieca.
“Non e’ possibile” continuava a ripetersi.
“Cosa dirò a Jennifer?” “Certamente se gli racconto di questa cosa mi butta fuori di casa, un altra volta…!”
“Non posso crederci, maledizione!”
L’occhio abituato alla penombra cercò disperatamente un sentiero, sotto le sue scarpe in cuoio si rese conto di essere su uno sterrato.
“Ci vorrebbero gli infrarossi” “Maledizione..!”
Il monologo di Jack Craimer proseguì per quasi due ore.
La luna si era fatta alta nel cielo e lo smoking ridotto a un brandello di un unico pezzo premeva dolorosamente sulla pelle sudaticcia.
Non importava piu nulla, voleva solo dormire.

Jack chiuse gli occhi sedendosi nel vuoto.
Incredibilmente, anzichè cadere qualcosa sostenne il suo peso.
Era seduto, ora sdraiato, su una panchina in legno abbandonata nel nulla in chissà quale paese.
Chiuse gli occhi, finalmente vedeva i colori.
Un immagine continua, come una pellicola mandata in modalità fast passava nella sua mente.
Si vedeva da bambino, poi da grande, vedeva le sue prime parole, vedeva il suo primo bacio,
il suo primo amore, la prima volta.
Sorrise poi al mantello dell’oscurità, si sentiva caldo, qualcosa lo riscaldava…
Il sogno continuò.
Vide il matrimonio con la sua Jennifer.
Erano felici, lei, bionda splendente con il suo abito bianco e lui, ricciolo con l’inconfondibile profumo che lei amava tanto e, il suo smoking, che indossava anche ora su quella panchina.
Passò tutto molto velocemente, i suoi ricordi erano sempre piu nitidi.
Lo sfondo cambiò all’improvviso.
Uno schermo gigantesco, bianco, con il cursore immobile verso l’inizio della pagina.
Jack lo fissò per qualche secondo.
Non riusciva a vedere cosa ci fosse intorno, vedeva solo lo schermo bianco quasi fastidioso ai suoi fragili occhi verdi.
Poi il cursore iniziò a muoversi, scriveva, qualcosa di incomprensibile e forse indecifrabile.
“Jack Craimer”
Aprì gli occhi, o almeno tentò di farlo.
Non stava piu dormendo, lui era sveglio e stava vedendo ancora lo schermo.
Il cursore si mosse nuovamente.
Ebbe come una sensazione di vuoto, non respirava piu in maniera regolare.
“Jack Craimer” ripetè lo schermo.
La frase iniziò a moltiplicarsi decine e decine di volte, era come tornato in modalità fast.

“Jack Craimer
Jack Craimer
Jack Craimer
Jack Craimer
Jack Caimer
Jack Craimer
Jack Craimer
Jack Craimer
Jack Craimer
Jack Caimer”

Si sentì come impotente, cercò allora di urlare con tutto il fiato che aveva in corpo, poi cercò di agitarsi e di correre.
Non sentiva piu nulla, solo il suo orecchio intercettò il rumore della panchina che ancora teneva il suo peso scricchiolare.
Il mantello dell’oscurità si era fatto piu vicino, sembrava di essere in grado di toccarlo.
“Un momento… allora sono sveglio!”

Una voce profonda gli risuonò nella mente.
“Jack Craimer”
Sembrava la voce di un prete o qualcosa del genere, sentiva gente pregare e piangere.
Eppure, si disse, la vecchia chiesa l’aveva passata da ormai diverse ore.
Un urlo di una donna esplose nel silenzio, la vista tornò colorata.
Un cerchio di persone vestite in smoking erano attorno a una lapide.
Era in un cimitero.
Si cercò tra la folla, doveva esserci perchè quella era la sua vita, doveva esserci per forza.
Un senso di panico prese il comando nella sua testa.
“COSA DIAVOLO STA SUCCEDENDO?!”
“COS’E’ QUESTA STORIA”
“DOV’E MIA MOGLIE”
Nessuno sembrava sentirlo.
Ancora una volta, una voce profonda si fece largo tra i suoi pensieri
“Jack Craimer”
Jack si guardò disperatamente lo smoking, anche lui era in smoking, anche lui era vestito in nero, non poteva, non doveva…
Un altra volta la voce irruppe nella sua testa, stavolta piu convinta e decisa.
“Jack Craimer”
“CHE C’E” rispose stizzito.
“Jack Craimer”
“Jack Craimer
“Jack Craimer”
“COSA?” rispose alla sua testa ormai in preda alla follia.
Guardò la lapide ormai da vicino, si, ne era sicuro.
1964 – 2008
Vedeva il futuro forse, o almeno cercò di convincersi di questo.
Erano solo nel 2006 com’era possibile essere arrivati nel 2008 in una sola notte?
Jack rise, stava delirando, probabilmente la stanchezza…
“No” disse una voce profonda sotto di lui.
Era la panchina, la panchina parlava
“Sono impazzito”
“No” insistette la panchina tuonando
“Sono posseduto” rispose Jack piangendo
“No”
“Jack Craimer”
“Tu sei morto.”
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:43 #298

La panchina di Filhendil

Il cielo era buio nella vecchia stazione e sebbene la stagione promettesse un clima ben diverso non faceva particolarmente freddo. Sembrava che la profonda oscurità fosse stata bizzarramente assegnata solo a quell’angolo di mondo e che per mitigare quest’insana idea fosse stato deciso di addolcire quella sensazione di perdizione con un vento leggero, quasi soffice, che sembrava sibilare tra i vagoni arrugginiti ed i binari lunghi e ammutoliti come un bambino a cui si ordini il silenzio.

Un uomo stava camminando con passo stanco, affaticato, incurante del fatto che, al di là del suo totale disinteresse, in quel momento la natura non si era certo fermata e molteplici forme di vita portavano a termine il loro tradizionale e continuo ciclo di vita. Non era forse così? Non si preoccupava certo di tutto questo e con andamento ancor più lento, come fosse una pedina di una scacchiera che deve essere mossa con cura per evitare lo scacco matto, cercò un modo per sconfiggere la noia.

Si girò più e più volte scegliendo accuratamente una panchina sulla quale posarsi quasi fosse un’ape che cerca accuratamente il fiore su cui poggiarsi dolcemente, pronta a prendersi la sua energia ed i suoi colori. Non aveva fretta e dopo essersi seduto con grandissima calma, sollevò la manica del suo cappotto e controllò l’ora. Rimase immediatamente stupito da quel gesto: mai niente prima di allora gli era parso così distante. Ebbe la sensazione in quel momento di veder tendere tutti i muscoli della sua mano e di poterli volontariamente controllare dall’esterno con i fili di una marionetta, come se il suo corpo per un attimo non gli fosse più appartenuto.

Si mise ad osservare ciò che lo circondava, guardò mura annerite come pece sulla chiglia di una nave, vide le pietre che stanno sotto i binari e gli venne da pensare ai vecchi treni a vapore che si nutrivano di carbone. Destarono la sua attenzione le poche luci del posto. Sembravano tenui, timide, quasi non volessero arrecare eccessivo disturbo. Gli fecero venire in mente che potevano avere la stessa intensità delle insegne luminose di quei vecchi locali americani di Memphis o New Orleans, visti un tempo in fotografie o cartoline altrettanto passate. Posò l’occhio sui carrelli abbandonati. Gli parvero epiche diligenze.

Si era messo a fare metafore. Non lo aveva mai fatto prima. Assaporò un senso di benessere, ma ritenne che non si sarebbe quasi sicuramente ricordato di tutte queste immagini in futuro. Anzi, certamente non lo avrebbe fatto, anche perchè intorno a lui i segni di un degrado oramai inarrestabile parevano emergere in ogni scorcio. Fu allora che si accorse di essersi completamente sbagliato: quel luogo profumava di qualcosa che era stato profondamente vissuto, sapeva d’esperienza, era così caotico ed energico che nel suo momento di stasi finiva per essere rimesso repentinamente in corsa nella ruota di un mondo in movimento.

Pensò che fosse meraviglioso e per aumentare la sua concentrazione su tutto ciò che lo circondava decise di cambiare panchina. Preferiva che il suo nuovo posto d’osservazione fosse meno in vista, quasi a creargli una sorta di nascondiglio da cui poter studiare senza essere visto. Vide quella nascosta tra i platani che abbellivano le mura scalcinate della stazione e la ritenne perfetta. Pensò che il loro fruscio, simile a musica, avrebbe creato la giusta atmosfera alla sua miglior prospettiva. Era finito in un autentico quadro.

Una volta appoggiate le sue stanche membra su quello che un tempo doveva essere stato un oggetto di legno ben dipinto e lavorato, ma sul quale già si notavano i segni dell’incedere delle ore, provò una piacevole sensazione calpestando col piede le foglie secche che si mischiavano ai piccoli pezzetti di sverniciatura che erano caduti per terra dalla panchina. Ebbe un momento di stanchezza e probabilmente s’addormentò.

Sta di fatto che iniziò a rivivere le storie dei viaggiatori passati per quella vecchia stazione solo apparentemente così cupa. Dedusse subito che era un luogo in cui tutti i sentimenti potevano facilmente trovare albergo e magari germogliare, ma vista la natura comunque transitoria del posto, essi apparivano talmente lisci da essere difficili da afferrare e soprattutto pronti a volare via come un soffio che si dissolve nell’aria. Tutto ciò non lo rincuorò, ma continuò a sognare, sempre che di un sogno, troppo reale in effetti per poterlo essere, si trattasse.

Sentì il rumore aumentare improvvisamente intorno a sé e vide sullo sfondo, in lontananza, una ragazza con un fazzoletto bianco in testa salutare un soldato fresco ed imberbe da sembrare d’aver affittato il proprio corpo insieme con l’uniforme stessa. Fu sicuro che fossero i primi anni Quaranta. Pensò all’interno dei suoi stessi pensieri come a volersi isolare o proteggere e si disse che quell’amore poteva essere rischioso e non portare i frutti sperati.

L’immagine gli diede presto un leggero senso di turbamento, forse perché la considerò un semplice stereotipo ed allora come la pallina che scorre in una roulette, repentinamente, quasi a creare un’immagine riflessa dei sentimenti che lui riteneva crescessero in quel luogo, cambiò ciò che aveva visto. C’era ora una famiglia, una moglie ben vestita e con un elaborato chignon, un marito indaffarato chiuso all’interno di un lungo impermeabile nero simile ad un mantello e due bambini dalla faccia molto allegra. Gli imponenti bagagli che si portavano dietro lasciavano intendere che fossero in procinto di partire per una vacanza.

Gli sguardi dei bambini lasciarono nell’uomo appoggiato sulla panchina una leggera smorfia di brioso entusiasmo stampata sul volto. Sarebbe stato bello aver potuto usare un fermo immagine per catturare quel momento. Lo stesso uomo ebbe per un attimo la sensazione d’osservarsi dall’esterno. Gli provocò giovamento. Nelle risate e nelle corse dei bambini ebbe una sorta di ritorno indietro negli anni, a bordo di una macchina del tempo che si nutriva di quella gioiosa essenza che solo il saper essere delle volte un po’ infantili può dare e far capire.

Non ebbe il tempo di potersi immaginare dove fossero diretti perché in quel momento rivide il piccolo chiosco della stazione con la faccia grigia del barista che serviva caffè bollenti ad altrettante facce cupe e sfumate. Sembrava che gli avventori del piccolo bar avessero i tratti del volti resi meno definiti dall’inebriante profumo che usciva dalle tazzine fumanti. Una serie di personaggi tutti uguali e con lo stesso futuro prossimo: quello di prendere un treno.

L’immagine forse a tratti un po’ comune lo fece scuotere e probabilmente lo avrebbe pure allontanato da quel viaggio nell’esperienza dei viaggiatori, se in quel preciso istante non avesse sentito le risa e le grida estasiate di un gruppo di bambini di una comitiva che si recava in gita scolastica a vedere le bellezze artistiche della città della vecchia stazione.

La bellezza genuina dell’immagine, pari ad un’iniezione d’adrenalina, terminò presto il suo effetto e fu sostituita dalla convenzionalità di un’idea: un gruppo di ragazzini ancora troppo giovani per potersi impegnare in un ideale ed una serie d’insegnanti troppo adulti per poter credere ancora in quell’ideale. L’ineluttabilità del destino ed il pensiero dell’assenza di un’età dell’oro lo turbarono profondamente e pensò nuovamente, quasi fosse una parete di vetro su cui appoggiarsi ad ogni fermata del filo conduttore delle proprie convinzioni o dei propri dubbi, al simbolicità del treno come unico comune denominatore per la miriade di uomini presenti, mentre intorno i platani sembravano custodire gelosamente la sua mente.

O stavamo veramente parlando soltanto di parti ed elementi di un sogno? Fu nuovamente ad un passo dal perdersi in quel turbinio di sentimenti ed esperienze vissute, se non fosse stato colpito, quasi fosse lo schema rigoroso di un copione cinematografico degli anni 30, dalle urla dei venditori ambulanti di giornali. Parlavano di tutto: politica, cronaca, sport, mondanità. Si accorse di non essere attratto dal senso delle notizie quanto dalla varietà di cui esse stesse erano composte. Capì che tutte quelle emozioni erano divenire, movimento utile soltanto a non generare cambiamento ma a dare ritmo e carburante al regolare flusso del tempo.

Aveva appena passato la porta che lo riammetteva nel mondo che gli stava attorno. E doveva entrare in fretta perché di certo nessuno l’avrebbe atteso. Non era possibile farsi prendere per mano ed essere condotto all’interno perchè era tutto troppo veloce. Fu così che effettivamente parse svegliarsi da quello strano sogno. Gli aveva lasciato un ricordo flebile ma pure adesso sentiva che lo stava trascinando nelle sue azioni. Con la differenza che ora lo faceva soltanto tramite un input interiore legato alla sua memoria e senza più avvalersi della non-coscienza. Capiva che la stazione, col suo incedere caotico, aveva finito col trasformarsi in un serbatoio di sentimenti e di sensazioni: era come se chiunque partisse vi lasciasse una piccola eredità di se stesso. E lui in questo momento assaporava questa varietà di emozioni regalatagli dal suo sogno.

Controllò l’orologio e vide intorno a sé che molta gente stava lentamente animando la desolazione e la solitudine che regnavano nel posto prima che iniziasse la sua avventura nell’immaginazione. E quella curiosa percezione. Aveva ancora un po’ di tempo prima della partenza del treno e decise di avviarsi verso il chiosco alla fine del vialetto di platani che delimitava l’ingresso nella stazione. Ordinò un caffè, passò le mani intorno alla tazza per riprendersi parte del calore che la notte gli aveva rubato e avvicinò la bocca al bordo per sorseggiarlo con calma.

Fu preso alla sprovvista quando il fumo della tazzina gli accarezzò la faccia fin quasi a nascondergliela. Ebbe in quel momento una puntura all’interno del suo corpo. Gli stava comunicando qualcosa. Sentì di dover finire in fretta il caffè ed incamminarsi, con passo ben diverso a quello avuto al suo arrivo, verso il suo treno. Vide che era puntuale e pensò che sarebbe giunto in tempo a destinazione. Mentre s’avvicinava al portellone aperto si mischiò alla fiumana di gente. Era quello il messaggio. Tutti insieme, senza identità o senza un nome, ma ognuno con qualcosa dentro che lo rendeva almeno un po’ unico. Salì le scalette e si sedette su una delle poltrone, cercando nei volti degli altri una sorta di apparente complicità. Come se avessero contribuito insieme a qualcosa più grande di loro lasciando in quel luogo una parte di se stessi. Poi si addormentò.

Solo a quel punto la locomotiva partì ed abbandonò la vecchia stazione.
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:44 #299

La panchina di marcoslug

Colin ticchetta sulla sua Smith-Corona portatile…

- Allora… grazie!
Colin la guarda di traverso, con un’espressione di sorpresa (ingiustificata) mista a devota ammirazione. E in effetti lei è, come dire, bella. Semplicemente, apertamente, bella. Di quella smodata solarità, capace in un solo attimo di mangiarsi tutti i cieli grigio-pallidi di fine giugno, quando ancora l’estate non ne vuole sapere di uscire schietta, lassù, sopra i tetti della Queen Mary.
- De nada!
Quando il livello di disagio è alto e l’autocontrollo scarseggia, si lavora sempre di espressioni precostituite fintamente brillanti. E Colin, Colin Hopwood da Fishguard, è un esperto di espressioni artificiosamente poco brillanti. Il primo della classe.
- No, è che ti ho visto parecchio preparato a lezione… e io ho avuto un periodaccio, sai… guai in famiglia che sono dovuta ritornare in Italia per un periodo, problemi amorosi, la tipa che mi affitta la camera che di punto in bianco mi ha chiesto cento sterline in più… così, da un giorno all’altro, tipo che oggi, sabato, le pago il normale affitto e domani, domenica, mi fa il discorso delle cento sterline in più, ma ti pare?
- No, effettivamente…
- … e insomma mi capisci che se sommi tutti questi fattori, chiamiamoli problemi va’, uno i corsi mica riesce a seguirli tanto bene…
- Sì, ti capisco perfettamente…
- … e io ti ho visto parecchio preparato a lezione…
- Ti ringrazio, ma…
- … e mi sono chiesta, dentro di me: se chiedessi a quel ragazzo biondino, tanto preparato, gli appunti? Detto fatto, te li ho chiesti… ho fatto male? Li fotocopio e te li riporto subito, giuro.
- No, hai fatto assolutamente bene… li presto volentieri i miei appunti, sono per il libero diffondersi del sapere! – segue risata fintamente brillante.
- Ho fatto bene davvero? Guarda, non so come ringraziarti… Ah, io sono Angela comunque…
- Hai fatto bene, sicuro, vai tranquilla… Angela.
- … ora il problema sarà studiarla questa benedetta materia – segue risata brillante e vagamente sensuale – ok gli appunti, ma ora devo davvero mettermi sotto…
- Ce l’hai tu un postosicuro?
- … devo studiare mattina e pomeriggio questa settimana, speriamo di capirci qualcosa… eh? Che hai detto, scusa?
- Intendevo: ce l’hai tu un posto dove puoi concentrarti e sentirti al riparo da tutto?

Tic tic tic…

Il Vicky Park nelle tarde mattinate di fine giugno è ancora più amabile che in tutti gli altri periodi dell’anno. Uccelli cittadini che fischiettano allegri, venti intermittenti, maglie di cotone, grandi distese di verde chiaro, gonne estive che si agitano dolcemente e che si disperdono nel tutt’uno verde, e una luce fioca ma assidua che filtra dove gli alberi si fanno più radi e che, di riflesso, illumina il Bathing Pond, nobilitandolo.
- Ecco il mio postosicuro!
- Ma… ma è una panchina!
- Sì, diciamo che, apparentemente, è solo una panchina.
Angela, Angela Rossi da Cassino, ride divertita. Ride ma non capisce. Non capisce il sottile e lunare mondo di Colin, ma ride lo stesso. Ed è ancora più bella. E si abbandona su quella che per lei è una semplice panchina di legno scuro. Ma sta bene, perché Colin il biondino gallese è carino, non fosse strano, ed è di quella simpatia rassicurante, e perché il Bathing Pond visto da quella normalissima panchina ha dei colori bellissimi, quasi acquerellati. Ed è ancora ancora più bella.
- Ti piacciono i Radiohead? – chiede Colin con discrezione.
- Altrochè! Le canzoni più cupe non tanto, ma tendenzialmente li adoro…
- Domani suonano qui al parco. Hanno già montanto il palco nell’arena, secondo me più tardi provano qualche canzone. Se hai voglia, potremmo aspettare un po’…

Tic tic tic sulla Smith-Corona Classic 12 colore celeste…

Angela addolcisce l’ambiente, già placido e tiepido di suo, con il suo inglese pastoso; Colin ascolta a metà, rapito dal sinuoso muoversi delle labbra di Angela più che dal suono delle parole. Poi il suono sincopato di una batteria. Poi un giro di basso familiare. La voce inconfondibile di Thom Yorke attacca con piglio aggressivo: just as you take my hand.
- È una canzone dell’ultimo album… – urla quasi Colin, accovacciato sulla panchina, con le gambe incrociate.
- Sì sì, la conosco! Fico!
Si sente che è una prova. La canzone procede spigolosa e ha volutamente un che di improvvisato e di non registrato. Ma proprio per questo è ancora più trascinante e vera. Colin pensa di non essere mai stato così in simbiosi con il mondo: nel suo postosicuro, con una delle sue canzoni preferite che riecheggia nell’aria, con una meravigliosa ragazza al suo fianco. In realtà, però, non ha il tempo di pensare, perché sono solo briciole di tempo rubate all’estasi. Ma l’impressione è quella.
- Come si chiamaaa?
- La canzone? Jigsaw falling into place!
Jigsaw falling into place… i pezzi del puzzle cadono dappertutto e non c’è niente da spiegare, niente da temere. C’è solo da abbandonarsi, lasciarsi andare al flusso… bussare ad ogni porta e chiedere «è permesso?». E se non è permesso, entrare lo stesso.
- Fico-fico! – Angela ondeggia con la testa, e con lei i suoi riccioli latini – lo sapevo che eri un tipo tosto, biondino! Vieni qua!
Colin si avvicina senza paura, per la prima volta consapevolmente brillante. Sono quaranta centimetri più o meno, quaranta centimetri di aria sopra la panchina scura, ma sembrano un’infinità, perché le note dilatano lo spazio oltre che il tempo. E Colin non può fare a meno di notare, sempre in quell’inezia di tempo rubata all’estasi, che un’infinità di punti lo sono davvero.
Colin bacia Angela, Angela bacia Colin. Ed è un bacio avido che tutto afferra e tutto prosciuga, e che si inerpica insieme alla canzone su scale cromatiche mai viste, su pezzetti di troposfera mai sondati. The beat goes round and round… È una commistione di intenti, di speranze, di voglie male indirizzate, di mondi diversi. Colin tocca le morbide forme di Angela, Angela lascia che la mano scivoli maliziosamente sul corpo di Colin. Mentre la canzone sembra non finire mai; o forse è ricominciata dall’inizio? The beat goes round and round…

Colin ticchetta sulla sua macchina da scrivere vintage, comprata per sfizio, ma rapidamente entrata nella sua élite affettiva. Adora scrivere, fissare le sfuggevoli emozioni attraverso il meccanico ticchettio del suo ferrovecchio preferito. Adora ancora di più farlo su una panchina lungo il Bathing Pond del Vicky Park. La sua panchina. Quella panchina su cui due giorni prima è andato in scena lo spettacolo più bello della sua vita, Colin Hopwood attore protagonista. Perché i postisicuri non tradiscono mai.
Colin sorride e, mentre un’espressione di contagiosa ilarità gli bagna il viso, ripone la Smith-Corona nell’astuccio. Colin non finirà di scrivere la sua storia, perché se uno deve fissare le emozioni tanto vale selezionare le migliori, no? Mentre si alza in piedi, lo sguardo gli cade sulla tracolla ancora appoggiata sulla panchina. La stessa tracolla che il giorno prima, dopo la performance dei Radiohead (o le due?), dopo il bacio appassionato e gli strusciamenti, dopo gli occhi chiusi per non volerci credere, e dopo l’«ora devo proprio scappare!», ha trovato mezza aperta e raffazzonata, più o meno nella stessa posizione. Con più o meno cento sterline che mancavano dal portafogli.

Colin bacia con lo sguardo la panchina di legno scuro e comincia a correre, veloce, fuori dal parco, e poi giù a sparire nel sottopassaggio della metropolitana di Mile End, la macchina da scrivere sottobraccio. E mentre corre tra la gente indifferente, pensa che la vita è come un puzzle. E che prima o poi troverà tutti i pezzi per completare almeno la cornice.
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:45 #300

La panchina di maxmara

Mi ero affezionato a quella panchina grigia di Lane Park ai tempi delle superiori.
Non marinavo la scuola al bar o in sala giochi, come tutti i miei coetanei. Mi sentivo interessante, quasi colto, e passare la mattinata a leggere al Parco era l’ideale per dimostrarlo anche agli altri. La mia fama di intellettuale della scuola raggiunse rapidamente ogni angolo, ogni strato sociale: a volte qualche ragazzo mi contattava per una fuga insieme a me, per vedere l’effetto che fa, altre volte lo facevano le ragazze, per dimostrare al mondo il loro interesse per i maschi di una certa caratura morale. Ad un certo punto la mia fama di letterato alternativo divenne così trasversale che anche i miei genitori scoprirono che passavo le mattinate al Parco invece che a scuola. Temevo chissà quali punizioni, e invece no, erano così lusingati dalla curiosità della gente per il loro figlio acculturato che si limitarono a redarguirmi a parole. “La tua passione è lodevole, ma la puoi coltivare anche di pomeriggio, non puoi non andare a scuola”.
Alternai le mie mattinate: qualche volta al Parco, come preferivo io, qualche volta a scuola, come volevano loro. E poi al Parco il pomeriggio. Mi innamorai di una panchina in particolare. L’unica da cui potevo scorgere il sole nei miei dopo-scuola acculturati, l’unica su cui scorreva la linfa vitale che scaldava la mia primavera. Era una panchina grigia, in alluminio, diversa da tutte le altre di legno di Lane Park. Fu anche per questo che scelsi lei: anch’io mi sentivo, in un certo senso, diverso dagli altri. Continuai a leggere su quella panchina per anni, a volte tra me e me, altre addirittura aggiungendo l’audio, convinto che la panchina grigia avesse voglia di ascoltarmi. Con il tempo iniziai a coltivare molti altri passatempi in quel mio piccolo angolo di paradiso: hobby costruttivi a volte, distruttivi altre. Era una zona poco frequentata, ma questo le dava un tocco di fascino in più: osservare i passanti diventava qualcosa di meglio, molto meglio del continuo tran-tran della vita metropolitana. I miei passatempi continuarono per anni, con poche ma notevoli emozioni. Fu però un giorno in particolare a condizionare la mia vita, anche se continuò ad andare come, a volte, era già capitato.
Dieci mesi prima di quel giorno si sedette al mio fianco una bella morettina sui 23 anni, un paio meno di me. Aveva un vestitino tendente al grigio ciccioli e un fare, se così si può dire, da donna di classe. Su quella panchina grigia di Lane Park sembravamo accoppiati da qualche divinità caciarona e godereccia, dall’Opi del nostro secolo: lei col suo caratteristico vestitino, quasi in tinta con la panchina, e io col mio gessato grigio, che mi conferiva un fare da suino, ma se così si può dire, perlomeno da suino altolocato. La bella e la bestia, forse, la Dea e il suino, di sicuro. Mi avvicinai come si fa nei musei: con soggezione, timore e paura di attirare l’attenzione di qualche guardiano.
“Bello Bukowski, piace molto anche a me”
Sbocciò un grande amore in un momento.
“E’ la prima volta che lo leggo, mi fa schifo”
“Vero, ma mentre lo leggi non riesci più a smettere”
Iniziò così una strana conversazione che ci portò a scambiarci i numeri di telefono.

Da quel giorno l’amai. L’amai e basta. L’amai come si ama una porchetta dopo 5 giorni di digiuno, come il bagno in mare dopo 4 ore di beach-volley. Come la doccia calda dopo una corsa nella neve. Ho creduto per tanto tempo che nessuno avrebbe potuto comprendere le mie manie, infatti le ho sempre tenute per me; come la mia abitudine di alzare il volume dell’autoradio di 5 livelli alla volta, o di puntare la sveglia sempre a orari con 0 o 5 come ultima cifra dei minuti. Cerco sempre di fare un numero pari di passi su una stessa piastrella, o di attraversare la strada pestando solo le righe bianche: a volte mi muovo come uno storpio e non saprei proprio come spiegarlo a una ragazza. A lei invece lo dissi, e la sua risposta mi disarmò: “Lo so, lo faccio anch’io”.
E’ stata lei a farmi capire che tante delle cose che faccio sono normali, e che non sono mai stato diverso dagli altri: “Le tue sono solo paranoie”. Passammo insieme dieci mesi indimenticabili. Poi finì tutto. La trovai a letto con un altro, in un giorno come tutti gli altri. Urlai e me ne andai. Lei mi chiamò, mi chiese scusa, ma il mio cuore conosceva solo lacrime. Le lasciai solo una speranza, la trattai come uno dei miei passati, distruttivi, passatempi.
“Vediamoci alla panchina grigia di Lane Park, alle 16”.
Non so spiegare cos’avesse di particolare quella giornata. Era nuvoloso come spesso in quel periodo, non c’erano più le rondini ma i piccioni non se ne andavano mai. I bambini giocavano lontano da me e io stesso mi sentivo distante. La ammazzai con una ferocia inaudita, come solo gli animali sanno fare. L’avevo fatto altre 6 volte su quella panchina, prima, anche se solo 3 cadaveri sono stati ritrovati. Ho scontato i miei 35 anni per i 4 omicidi, gli altri 3 ovviamente li ho taciuti.
Mi avvicino a piccoli passi, tra la folla di guardie e fotografi e poliziotti, a quel varco verso la libertà che i non prigionieri chiamano porta. Il mio compagno di cella, quando stavamo per salutarci, mi ha detto che, seppur invecchiato e ingrassato, sono rimasto sempre io.
Varco la porta. Alzo gli occhi al cielo, abbagliato da una luce che per 35 anni mi aveva baciato solo a piccole dosi. Sono sempre io.
“Taxiiiii!”
“Dove la porto, signore?”
“Alla panchina grigia di Lane Park… C’è una cosina che vorrei fare…”
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Re: [#8] La panchina 13/07/2010 09:45 #301

La panchina di Hic-sunt-leones

Derek non aspettava che quel momento durante le giornate come quella, tutta nuvole e cielo blu a sprazzi, che si vedeva e si nascondeva in mezzo a quelle coltri di panna montata. Contava i secondi, i minuti e le ore, le scandiva con calma, sapendo che ogni secondo che passava lo avvicinava al suo mondo, al fare la cosa che più di ogni altra gli piaceva e gli dava un senso di pace e benessere, che mai riusciva a provare in altri modi. Era preciso, metodico e con una memoria ferrea. Nella ferramenta di famiglia si occupava dell’inventario, e non gli serviva scriversi nulla. Sapeva tutto, contava tutto, a memoria, senza possibilità di errore. Era un fenomeno. 18984 viti, 76988 rondelle, 44073 chiodi in acciaio, 23201 chiodi in ferro, 1897 ganci, quelli andavano riordinati. Lo aveva detto a suo padre. Erano le 16.42 e 26 secondi. Tra 17 minuti e 34 secondi sarebbe potuto uscire. Alle 17 in punto Derek si mise il giubbetto e disse al padre:‘esco. Ritorno a casa alle 19.30 e 00 secondi’. Suo padre lo guardò e sorrise,annuendo lievemente col capo,quasi rassegnato a quella frase, ma felice di poterla sentire dal suo Derek. ‘A dopo, a cena ci sono i broccoli’. Derek uscì. Amava i broccoli e tutto quello che era di colore verde. Il solo pensiero lo rallegrò e rese ancora più dolce la camminata verso il suo traguardo. Con i suoi lunghi passi leggeri si incamminò per raggiungere la sua base, il suo rifugio. Novantacinque, novantasei, novantasette, novantotto… sarebbe arrivato una volta fatti i soliti 1488 passi, possibilmente mettendo i piedi nel punto più vicino a quello dove li aveva messi la volta precedente, con lo sguardo basso e senza dare alcuna confidenza a chicchessia.

Amava più della sua stessa vita quel ragazzo, nonostante le dure prove che la vita aveva loro riservato, ed era fiero di come Derek era cresciuto. L’autismo è una brutta bestia, e non è conosciuta una cura universale in grado di risolvere questa patologia. Ogni soggetto reagisce in maniera diversa, e troppe sono le variabili da tenere sotto controllo. Ma dopo diversi anni di fatiche un po’ di esperienza si sentiva di averla acquisita. Erano lui e Derek, uniti e insieme nelle traversie della vita. Stasera avrebbe preparato i broccoli, anzi, a dire la verità erano già pronti perché aveva imparato durante i fine settimana a cucinare per tutta o quasi la settimana successiva, vista la scarsezza di tempo durante la normale settimana lavorativa a causa del lavoro in ferramenta e dell’extra “lavoro” costituito da Derek con le sue problematiche. Da quando Lisa, sua moglie, se ne era andata piantandoli lì in asso, il padre di Derek non aveva neppure avuto il tempo di pensare ad un’altra donna, né tantomeno ne sentiva il bisogno ora, amareggiato e stizzito com’era contro il mondo femminile. Non appena Derek uscì dal negozio sentì la solita fitta allo stomaco, dovuta all’ansia di sapere suo figlio, giovane, ingenuo e inerme, nel mondo esterno, fuori dalla sua protezione. Ma non poteva né doveva costringerlo in quattro mura,altrimenti lo avrebbe reso prigioniero. Questo lo sapeva,ma la paura gli potesse capitare qualcosa lo attanagliava ogni volta che Derek si allontanava anche di poche centinaia di metri da lui.

Suo padre si raccomandava sempre di non parlare con gli estranei. Nella sua città Derek pensò che era pieno di sconosciuti. Conosceva solo un po’ la Signora Swindlehurst e il suo gatto persiano bianco Fatty,molto pigro e indolente,che amava ciondolare sul davanzale della finestra della casa in mattoni rossi della Signora Swindlehurst. Poi conosceva Milky il gelataio,che gli offriva spesso una pallina di pistacchio,il gusto preferito di Derek,era verde del resto.

Poi conosceva a malapena qualche cliente del negozio del padre, per esempio il signor Worthington, che però gli era antipatico da morire perché aveva un cappello di stoffa arancione che Derek detestava.
Non poteva vedere l’arancione, era proprio un colore che non accettava, così come le carote e le zucche. Le zucchine invece erano speciali. Non conosceva molte altre persone, tutti gli altri erano sconosciuti. Ma eccolo quasi arrivato, la meta era là, ancora 19 passi e l’avrebbe raggiunta. Vi si fermò davanti, tirò fuori dalla tasca del giubbetto un pezzo di stoffa bianco, tagliato la mattina stessa da una vecchia canottiera del papà, e il flaconcino d’alcool che teneva sempre con sé. Qualche goccia della sostanza rosa e via con la pulizia della seduta. Ora la panchina era pronta. A dire il vero ormai a furia di pulirla con l’alcool prima di sedervi sopra Derek la aveva lievemente scolorita nell’esatto punto in cui vi si sedeva, ma era l’inevitabile personalizzazione di quella che considerava la sua panchina. Verde smeraldo, con 6 assi orizzontali in metallo, uno schienale possente e alto, molto più di quello delle altre panchine, 4 gambe sottili ma molto solide, di cui una lievemente più verde delle altre. La ‘sua’ panchina. Vi si sedette in modo composto, la schiena eretta, attento a non toccare eccessivamente lo schienale. Ora era nel suo mondo, e ci si tuffò dentro senza pensarci un attimo.

Era in cantina che stava sistemando una vecchia bici per un amico quando udì un rumore sordo provenire dall’esterno. Non ci fece più di tanto caso, sembrava un rumore qualsiasi, di come ne esistono tanti in città, e tornò a concentrarsi sul cambio della mountain bike. Doveva spicciarsi perché tra non molto Derek sarebbe rientrato, puntuale come solo lui era in grado. Doveva riscaldare i broccoli e preparare la tavola, avendo cura di cancellare ogni traccia di sporco che potesse esserci, anche se Derek avrebbe sicuramente provveduto a pulirsi personalmente le posate per la cena. Non per mancanza di fiducia, ma proprio per una fissazione sui microbi e la sporcizia. Non potè trattenere un sorriso pensandoci.

Cominciò a contare le nuvole, a calcolarne i volumi, a confrontarle tra loro. Ricordava perfettamente tutte le nuvole che aveva contato in cielo negli ultimi 3 anni. Sapeva però che d’inverno c’erano poche possibilità di vederne tante perché la sera scendeva prima, rendendo nero il cielo. Ma in ogni caso era in grado di calcolare una media utile per calcolare anche col buio quante nubi transitassero in cielo, in base alla velocità delle stesse e del tipo di giornata che c’era, più o meno nuvolosa che fosse. Ma in quel momento era maggio, e le giornate duravano abbastanza a lungo per permettergli di vedere, contare e calcolare i volumi delle bianche nuvole che si rincorrevano in cielo fino quasi a sera tardi. Lasciava vagare lo sguardo nelle immensità del cielo, concentrato sul candido gregge di pecore che lo costellava, contando ogni singola pecorella come fa chi cerca di prendere sonno. Allo stesso modo Derek ne ricavava un senso di quiete e benessere che lo rigenerava. E soprattutto si imprimeva in mente i numeri e le forme delle nuvole che vedeva, e molto spesso le sognava.
Tra poco sarebbe ritornato a casa, sapeva perfettamente quanto ci impiegava per rientrare e quindi sapeva di essere sul punto di dover lasciare il suo mondo e la sua panchina; la ferrea concezione del tempo lo richiamava all’ordine, aspetto imprescindibile nella sua vita. Per fortuna lo aspettava un piatto di verdi broccoli! Non ebbe però il tempo di spaventarsi né di capire cosa stesse succedendo, sentì soltanto un grandissimo botto, e poi il buio.

Il padre di Derek alle 19.30 e 01 secondi cominciò a preoccuparsi seriamente. Non potè fare a meno di associare il rumore che aveva sentito in cantina all’inspiegabile ritardo di Derek. Com’era possibile che non fosse ancora rientrato, proprio lui? Dalla cantina molti rumori cittadini normalmente non si sentono, se aveva sentito quel botto doveva essere stato qualcosa di grosso, magari un incidente. Cosa? Pure le sirene? Ma che sta succedendo? Il padre di Derek era ormai agitatissimo, si infilò di volata le scarpe e uscì fuori, e cominciò a correre, qualcosa non quadrava, lo coglieva dai rumori della città, da una sottile colonna di fumo che gli pareva venisse dal parco. Non può essere, Derek, Derek, Derek…
Continuando a correre sibilava tra i denti il nome di suo figlio, come se potesse servire a tenerlo vicino a lui, a proteggerlo, a salvarlo. Ma che andava dicendo? Sarà successo qualcosa e Derek probabilmente sarà stato fermato da qualcuno vista la situazione d’emergenza. Ma poteva essere davvero così? Corse a perdifiato lungo i marciapiedi e tagliò spericolatamente alcune arterie stradali piuttosto frequentate, ignaro dei pericoli a cui andava incontro lui stesso con la sua corsa disperata. Derek Derek Derek, cosa fai Derek, sto arrivando Derek, sto arrivando! Il fumo si fece più denso, e anche i rumori che provenivano proprio dalla zona del parco. Ma che diavolo era accaduto? Giunse al parco scontrandosi con un ragazzo in bici, ma entrambi quasi si ignorarono, lo spettacolo che si apriva alla loro vista era semplicemente apocalittico: in mezzo alla strada che si apriva nella parte sud del parco quel poco che restava di un’automobile stava fumando e lanciava le ultime fiamme nell’aria resa pesante e scura dal fumo, tutto attorno altre auto erano state danneggiate dall’esplosione, e a molte l’allarme strillava a vuoto, rendendo ancora più angosciante il quadro generale. Delle persone erano stese a terra, ferite, alcune immobili. I vetri dei primi piani del palazzo di giustizia che si apriva sulla strada erano finiti in frantumi. Le ambulanze stavano arrivando da ogni dove, così come i vigili del fuoco. C’era un fuggi fuggi generale, scene di panico, isteria, nevrosi. Il parco sembrava essere stato perlopiù risparmiato dallo scoppio, ma la zona più a ridosso della strada fece gelare il sangue nelle vene al padre di Derek. Alcuni cespugli erano letteralmente saltati in aria e avevano lasciato un solco spettrale sul prato verde del parco, mentre dei rami di una possente quercia che forniva ombra in quella zona del giardino erano caduti pesantemente al suolo. Ma fu la vista della panchina a terrorizzarlo. Rovesciata, ammaccata e fumante. E Derek? Dov’era Derek? Si avvicinò con il cuore che gli stava martellando il petto, nel panico. Sotto la panchina c’era qualcuno, Derek!

Rialzò con grandissima fatica la panchina contorta e vi trovò sotto Derek, steso a faccia in giù… lo rigirò lo scosse, lo abbracciò mentre le lacrime inondavano il suo viso ‘perché Derek, perché, no Derek non lasciarmi, non puoi, Derek…’ singulti possenti e ravvicinati lo scuotevano da capo a piedi, si sentiva perduto, finito. Non potè fare a meno di cacciare un ululato di rabbia e frustrazione, inveendo contro la crudeltà di questo destino… ‘non stringermi papà’… la voce flebile di Derek… ‘Derek, stai bene, Derek! Scusami scusami, non ti stringo più, stai bene Derek?’ Suo padre avvicinò il palmo alla guancia del figlio, che si appoggiò lievemente e rispose ‘sì…ma la panchina non mi voleva più…’. Il padre non potè trattenere un sorriso in mezzo a tutte le lacrime che stavano fluendo incontrollate sul suo volto. ‘No Derek, questa panchina ti ha salvato la vita’.

UN MESE DOPO
Suo padre aveva comprato al comune una panchina nuova per il parco, facendosi lasciare in cambio quella semi distrutta dall’esplosione. La aveva sistemata, e con un senso di gratitudine incredibile si accorse di un paio di schegge di metallo trattenute dallo schienale. Quella panchina aveva davvero salvato la vita a Derek. Lo schienale era un po’ storto, e non mancavano altri segni della battaglia combattuta, ma dopo averla riverniciata di verde, ben rispettando l’alone lasciato dalle pulizie della seduta di Derek, sembrava nuova fiammante. La sistemò sul retro, al posto di un piccolo capannone per gli attrezzi che aveva abbattuto per fare spazio al nuovo acquisto in casa.
L’estate era ormai alle porte, e le giornate erano talmente lunghe che Derek poteva veramente contemplare a lungo il cielo e le sue nuvole, seduto comodamente su quella che ormai era a tutti gli effetti la sua panchina.
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