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ARGOMENTO: [#9] Homo homini lupus

[#9] Homo homini lupus 11/06/2010 05:50 #124

Periodo: Ottobre - Novembre 2008

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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 09:54 #302

Homo homini lupus di vaisecco

Marco era una persona buona. Una di quelle che, se trovano un portafoglio smarrito, cercano voracemente il proprietario per restituirglielo e se vedono una carta per terra la raccolgono e la buttano nell’apposito contenitore della differenziata… insomma, era un perdente.
Aveva imparato che la gente rispettata era quella che rimaneva in piedi dopo una rissa, quella che aveva al proprio fianco una pin-up, che indossava il golfino di cachemire e le scarpe di Prada.
Quando il distacco dai suoi coetanei cominciò ad essere evidente, per un po’ fu fiero di non essere una di quelle persone che si preoccupano di apparire piuttosto che di essere. Passata quella fase, ora era schifato di essere “un fiore nel deserto”, come suo nonno era solito definirlo quando lui si lamentava della mancanza di ascendente fra i suoi coetanei.
Non aveva qualità che conquistavano, per cui non faceva proseliti e le sue amicizie erano poche e “sfibrate”.
C’era solo una cosa in cui eccelleva: guidare più velocemente possibile qualsiasi mezzo, dal trattore dello zio al motorino della sorella, passando per il kart che il nonno gli aveva regalato quand’era bambino.
La favola di principino dei motori e brutto anatroccolo in tutto il resto durò per qualche anno, finchè il nonno buono non raggiunse gli angioletti in paradiso e la sua eredità se la sperperarono i diavoletti rimasti sulla terra.
Niente più gare col kart, troppo costose!
E quindi niente più principino, solo brutto anatroccolo.
Nella era la sua sorella maggiore. Era decisamente il suo antipodo: egocentrica, narcisa, e di bell’aspetto.
Aveva poca voglia di star dietro a suo fratello, ma gli restava vicino perchè Marco non si tirava mai indietro quando c’era bisogno di aiutarla economicamente.
Le sue forme procaci mettevano d’accordo tutti, dal postino al riccone attempato, perciò il suo target includeva una gran varietà di personaggi diversi uno dall’altro. Fra questi, il più accanito era Max, un uomo ormai prossimo alla cinquantina, con una Porsche come biglietto da visita e un figlio per bagaglio avuto in un lontano incidente di gioventù.
Prese a frequentare il bar in cui lavorava Nella e, fra un discorso che faceva ed un altro che le origliava, si fece un’idea sul tipo di preda che stava inseguendo.
Nella era una persona astuta, l’immagine che restituiva a chi la osservava era di una donna sensibile, attenta alle tensioni del fratellino e intenzionata a sostenerlo.
Perfino Marco non era certo che lei lo stesse sfruttando, fu quindi impossibile per Max accorgersi di questo visto che la sua osservazione di Nella si fermava ad altezza tette…
Data la vocazione della sua preda all’accudire il fratellino con la faccia da sfigato, Max si gettò a capofitto su questa vulnerabilità e prese a passare del tempo con Marco, cercando di guadagnare punti con la sorella di lui.
In uno di quegli inutili discorsi venne a sapere che da ragazzino Marco aveva fatto qualche gara kartistica, e con ottimi risultati.
L’avvoltoio scese in picchiata e afferrò la sua preda nel momento in cui disse, a voce alta per essere certo che sentisse, “ragazzo, ti andrebbe di fare un giro in pista su uno dei miei bolidi?”
Max aveva un immenso show room di auto sportive e la possibilità di farne provare una a Marco in alcuni circuiti convenzionati con la sua attività.
Nella, che non vedeva l’ora di liberarsi dell’ombra del fratellino triste, sorrise a quell’idea.
Aveva sperato in qualcosa di più concreto, tipo una proposta di lavoro… un arricchimento del fratello avrebbe comportato, di conseguenza, anche qualche soldo in più per lei.
Ma la felicità che quella proposta avrebbe portato a Marco l’avrebbe esulata dal sopportare le sue paranoie quotidiane per un po’.
Decise quindi che era comunque una bella notizia.
Dallo sguardo di Nella, Max sentì che aveva detto la cosa giusta al momento giusto!
Marco aveva tanti difetti, ma non quello di essere scemo, e capì perfettamente che non era lui l’obiettivo di quelle attenzioni.
Provò disgusto nel constatare una volta in più che nessuno sapesse fare un gesto gratuito. “Homo Homini Lupus!”, avrebbe detto suo nonno.

E venne il giorno del test, in un circuito Toscano. Max aveva preparato tutto meticolosamente: albergo di lusso, stanza vicino a quella di Nella (ovviamente invitata), champagne nel frigobar, preservativi di svariati gusti… ah, anche la “911 Carrera 4S” che avrebbe provato Marco con tanto di adesivi rosa shock, il colore che Nella preferiva.
Mentre Marco scese in pista fra l’indifferenza più totale, Max planò su Nella; ben presto però fu disturbato da un suo addetto ai box il quale lo avvisava che Marco stava girando costantemente due secondi al giro sotto il record della pista che apparteneva a Nicola, il suo collaudatore…
“DUE SECONDI???” tuonò!
Passò qualche secondo prima che il suo sguardo si distogliesse dall’immagine di lui vestito da team manager seduto su una montagna di soldi e si riposasse sul suo addetto, quindi si voltò e, rivolgendosi a Nella, le disse: “Tuo fratello è davvero un fenomeno! Com’è già che si chiama?”

Quindici giorni dopo Marco era già su un altro circuito, questa volta a provare una “911 Turbo” preparata appositamente dal reparto corse interno della concessionaria.
Max questa volta faceva sul serio!
Si era portato al seguito anche Nicola, così avrebbe comparato la prestazione del ragazzo con la sua.
Nicola e Marco avrebbero girato a parità di condizioni, utilizzando un treno di gomme a testa.

A fine giornata il verdetto del cronometro fu impietoso per l’esperto collaudatore: 2,6” dietro sul miglior giro, addirittura 3,3” sul passo.
L’avvoltoio aveva preso due prede in un colpo solo!
Sfoggiando il suo miglior sorriso, si vestì d’ipocrisia per andare a complimentarsi col suo assegno circolare, questa volta ricordandosi perfino il suo nome.
La giornata per Max si concluse con la prospettiva di innalzare i suoi profitti affidando un’auto da corsa a Marco, lo sfigatello velocissimo che gli avrebbe fruttato parecchio e che l’avrebbe portato alla fresca e splendida Nella, pressapoco dell’età di suo figlio.
La giornata di Marco invece si concluse con una conversazione fuori dall’autodromo, in compagnia di una persona che lo aveva osservato attentamente…

Tre giorni dopo Max si presentò a casa di Marco armato di un sorriso ancora più sfavillante di quello che gli aveva donato la volta precedente. Nella valigetta portava il contratto che avrebbe permesso a Marco di correre per la squadra che aveva intenzione di costruire attorno a lui.
Non lo accolse però la situazione che si era prospettato.
Marco non lo aspettava, ma certamente non gioiva della sua visita.
“Ragazzo, ho una cosa per te che ti cambierà la vita!” disse entusiasta Max. “Vorrei che tu…”
“Lascia perdere, ho trovato di meglio” l’anticipò un glaciale Marco.
“Ma come, è così che mi ringrazi dell’opportunità che ti ho concesso?” replicò infuriato Max!
“Prima mi sfrutti per metterti in vetrina, e poi ti vendi al miglior acquirente? Senza nemmeno prima parlarne con me?!?”
Marco, che al contrario di Max mostrava un distacco dalla situazione al punto che sembrava non si parlasse di lui, disse semplicemente: “Ho passato tutta la vita a disprezzare persone ciniche ed egoiste come te. Trascorrere un po’ di tempo insieme mi ha aiutato a realizzare quanto fossi in torto. Hai ragione, devo ringraziarti…
E ora vattene, non mi servi più.”

Lasciando Max senza parole, sentì di non essere più un perdente.
Il lupo aveva finalmente imboccato la strada giusta.
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 09:54 #303

Homo homini lupus di icarothelight

Carlo stava lì a guardarli… sorridendo e singhiozzando.
Non era una grande scena certo. Almeno non dal loro punto di vista! Ma quante altre volte “la scena” l’aveva visto soccombere? L’aveva osservato ritirarsi con la coda tra le gambe? Giusto che la vita accendesse la sua bilancia. Un po’ a me un po’ a te! Non è così che si dice?
Giocava freneticamente con il rotolo di nastro isolante. Alzava l’indice e disegnava cerchi rapidi. A volte gli volava dalle mani… ma lui pronto e scaltro in un balzo lo raccoglieva e tornava ad osservarli…
Visto che non mi fotte nessuno? asseriva con lo sguardo.
Loro erano Beatrice Dainelli, Franco Oprendi e Gianmarco Goretti. In poche parole, i perdenti. Quelli per i quali bisognerebbe fare il tifo. Perché– Carlo Floscio era il diavolo. Colui che aveva parcheggiato la ragione in doppia fila ad un orario che era chiaramente quello di punta.
Stavano a testa in giù. Appesi per i piedi ad una grossa corda legata al sostegno del soffitto del suo grande garage. Solo Goretti abbozzava un pianto, gli altri parevano ancora increduli, come se fossero in una grossa bolla di nulla, in attesa della sveglia.
Cazzo!
Esclamò il diavolo. Cazzo! Dite qualcosa adesso! Porca puttana spiegatemi meglio! Ne avete l’opportunità. Ho voglia di sentire ancora una volta le vostre puttanati! Carletto vostro VUOLE sentire le vostre scuseeee. L’ultima parola fu quasi cantata. Il suono che ne uscì fece finalmente esplodere la bolla.
Io… io…. Non so chi lei sia, blaterò la donna, le chiedo solo di lasciarci andare… non si metta nei guai…
Carlo ebbe un improvviso mutamento del viso ed il pianto che ne seguì fu per loro sconvolgente. Come se avesse appena pugnalato uno dei tre.
Aiutoooooooo! Si mise ad urlare Goretti .Qualcosa di veramente assordante. Qualcuno mi senteeee????
L’esplosione che ne seguì mise fine al trambusto. Il volto dell’uomo fu letteralmente cancellato dal fucile a canne mozze, che ancora fumava nelle mani di Carlo.Brandelli di volto dipinsero come un quadro astratto il volto di Oprendi che riuscì a dire solo Merda! Mentre la donna, chiuse gli occhi e sembrò cominciare a pregare.
Dunque signori… ricominciò il diavolo. Capisco bene che voi non sappiate chi sia io…o si dice chi sono io? Va beh… a chi importa l’italiano? Dicevo, voi non mi riconoscete? Nessun problema a crederlo… voglio aiutarvi… mi chiamo Carlo Floscio ed ho sostenuto un colloquio nelle vostre ditte. La Limparta per quanto riguarda lei signora Dainelli e la Costruitola per quanto concerne lei caro il mio signor Oprendi…li additò entrambi, asciugandosi le lacrime che ancora facevano capolino.
Avrei voluto raccontare queste cose anche al direttore del personale della Biotemic, ma come avete potuto vedere il signor Goretti è stato vittima di un piccolo inconvenienti.
L’errore nel pronunciare quell’ultima parola accese una lampadina nella testa di Oprendi, accompagnando un brivido. Si ricordava di quell’uomo…
Ora si ricordava!
Bhè inutile dirvi di come nessuno di voi abbia avuto fiducia in me… nel mio curriculum! Il vostro “ci faremo sentire” è risuonato in me come “Noi vogliamo morire!” e vorrei tanto potervi accontentare… ohh certo… vorrei propri…
Ancora un brivido per Oprendi mentre la donna invece pareva distaccata, isolata in un qualche canto straziato di preghiera.
Ma sono un bravo ragazzo e voglio darvi una possibilità… quella che non mi avete accordato voi… ehm dicevo… il primo che di voi si ricorderà la mia data di nascita… avrà in salvo la vita…voglio essere buono… sapete ho deciso di chiuderla qui, la mia vita intendo. Oggi! E voglio farvi questo regalo… quindi mi sembra giusti dare ad uno di voi quest’opportunità…
Oprendi ebbe un sussulto. Si ricordava di quell’uomo… per gli errori di pronuncia e per il fatto che aveva notato che compiva gli anni il giorno dopo il compleanno di suo figlio. Il 20 dicembre! Il venti dicembre!!! Se non era come fare sei al superenalotto, poco ci mancava! O no?
Allora signora Dainelli, che mi racconta…? Quando cazzo sono nato? Continuava a giocare con il nastro… il fucile era posato per terra,… almeno per ora.
La donna ruppe il silenzio e cominciò a piangere… tra un’onda e l’altra chiese pietà… annunciò propositi di assunzione e frasi poco comprensibili. Fu zittita in un baleno con lo stesso metodo che tanto produttivo si era rivelato con Goretti.
Il venti dicembreeeee urlò improvvisamente Oprendi. Venti dicembre, sei nato il venti dicembre! Il viso era una strana composizione di sangue e materia grigia. Un quadro di un qualche pittore maledetto…
Boom! Rispose Floscio… e la “cannonata” mise fine alla vita dell’uomo sbraitante.
Sbagliàti, mi spiace. Sussurrò al cadavere appeso,
Appoggiò il fucile e prese a frugare il portafogli dell’uomo trovando la carta d’identità… lesse con attenzione la data di nascita ed abbozzò un sorriso.
Tornò a casa, compilò un curriculum, con la nuova data di nascita e andò a farsi una doccia.. Pensò che a breve avrebbe avuto un nuovo colloquio…Mentre l’acqua calda lo rilassava il giusto, Rise al pensiero che il gioco stava per ricominciare.
Quindici ottobre, canticchiò, quindici ottobri
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 09:55 #304

Homo homini lupus di Filhendil

“Mmm, buone, che sono?”

“Salsiccie piccanti” mi rispose mio nonno avvicinando il suo volto al mio con un bel sorriso.

D’istinto venne da ridere pure a me, ma quel gesto si fermò a mezz’aria come se mancasse di slancio. Con i miei occhi avevo infatti incrociato i suoi e sembrava non fossero sintonizzati con la sua bocca. Erano velati di una malinconia che a fatica riuscivano a celare.

Avevo dieci anni.

Dopo i miei ricordi si confondono,quasi spariscono. Resta soltanto quello che vidi quando due ore dopo,insieme a mio padre,eravamo passati da lui quasi per caso, per riprendere un giocattolo rimasto lì dalla domenica prima. Si sa che le bizze a quell’età sono un fatto d’onore.

Poi il solaio della sua casa di campagna, una scala per orizzontale, una trave, una corda, un cappio, le sue gambe che penzolavano vuote, ballando un requiem.

Da allora sono passati quindici anni. Ogni tanto mi sforzo di ricordare quegli ultimi istanti,il momento in cui lo salutai quel giorno. Ma ho solo dei bagliori,mai la scena torna vivida a dipingere i miei dolorosi pensieri. Mi chiamo Matteo ma per tutti i miei amici sono Teo. Non ho una ragazza,vivo ancora con i miei,frequento Ingegneria all’Università di Bologna. Descrivere se stessi certe volte è molto difficile,ma per farlo penso sempre alla scena di una volta, in una pizzeria fuori città con il mio migliore amico. Le classiche serate dove vuoi per l’intimità fra due persone che si vogliono e si conoscono bene,vuoi per l’alcol che scioglie l’essenza stessa della personalità,si finisce sempre per provare a fare discorsi seri.

Gli chiesi quasi di getto:”Il momento più basso della tua vita?”

“Oddio, non è mica facile dirtelo. Comunque forse è quando hanno tenuto mio padre in carcere per due giorni. Rircordi la storia della denuncia contro l’ospedale? Mi sono sentito crescere tutto insieme, non ero pronto a diventare l’unico uomo di casa.”

Quell’ultima frase mi lasciò un segno quasi indelebile sulla pelle. Non fui neanche in grado di rispondere alla domanda sul momento più basso della mia vita. Il mio pensiero correva diretto verso i miei genitori.

Sono una categoria particolare, unica, perchè non ne esistono mai di uguali fra sè. I miei ad esempio,quando mi hanno avuto non erano di certo in grado di saperlo fare. E a distanza di venticinque anni la situazione è rimasta tale in una sorta di gigantesca autogestione familiare. Mio padre è buono,comprensivo,sa almeno stare al tuo fianco nei veri momenti di difficoltà. In silenzio,provando a spendere solo le parole necessarie, ma trovandole di rado. In sostanza è un debole. Mia madre invece è l’esatto opposto. Forte al livello da apparire prepotente,superba,egoista. Avrei voluto conoscere mio padre da giovane e scovare quello che era rimasto del suo vecchie essere,prima del farneticante lavaggio del cervello a cui l’aveva sottoposto mia madre negli anni con la sua parlantina,i suoi sbalzi d’umore,gli attacchi d’ira e la sua spasmodica necessità di sentirsi dare ‘la ragione’.

L’aver ragione. Curioso interesse in un ambito ristretto come quello familiare. Ma per lei che viveva di apparenza,di giudizi degli altri, quella era la sponda sicura dove posarsi forte del suo niente.

Ho scritto che sono uno studente di Ingegneria,ma è una piccola bugia. Da un anno non lo sono più. La passione sempre più forte per scrivere mi ha alla fine spinto a cambiare facoltà,indirizzo, obiettivi. Quando ho firmato il mio passaggio a giornalismo mi sono sentito bene. Per la prima volta vivo dopo tanto tempo. Fuori dal torpore e dall’annichilimento che si respira nelle cinque stanze di casa mia come fosse impregnanto nelle pareti,nell’aria stessa.

Peccato però che mia madre non l’abbia presa allo stesso modo.

“Eccola la più grande vergogna della mia vita,la punizione per i miei sbagli. Ma che bravo. Due esami per laurearti,la tesi già scritta,tuo zio che non vede l’ora di prenderti a lavorare. Ma lo sai che costruisce case in mezza Emilia? E invece tu che fai? Lo scrittore… Ti ci vedo col tuo libro sottobraccio mentre passeggi sotto le due torri e guardi quelli che il successo l’hanno davvero avuto, nella vetrina di Feltrinelli”

“Sei tu che hai reso tutto impossibile. T’incazzavi se non passavo un esame,mi davi del fallito,mi tenevi il muso per mesi… e ti vergogneresti di me?”

“Marco” – rivolta a mio padre inerme di fronte all’ennesima litgata – “Lo senti il signorino? E’ colpa mia se ha smesso. Ma il vestirti bene, andare tutti le volte a cena con gli amici,non aver lavorato neanche un minuto nella tua vita,quello ti stava bene? E guarda come hai ridotto tuo padre,gli hai dato la delusione più grossa della sua vita, proprio ora che si deve operare”

Già, l’operazione di papà. Un’ernia discale. “Niente di preoccupante. E’ giovane,non avrà problemi a rimettersi” c’aveva detto sorridendo il suo chirurgo. Una faccia diversa però da quella che aveva un mese dopo uscendo dalla sala operatoria. “Le radici dei nervi erano molto infiammate,c’era un edema. Purtroppo temiamo di aver reciso un nervo. Lo terremo in coma farmacologico per alcuni giorni per fare degli accertamenti.”

Ma le cose erano precipitate. Una reazione all’anestesia,un’embolia polmonare,il coma vero. La certezza che dalla vita in giù non avrebbe più mosso un muscolo. Quando io e mia madre varcammo per la prima volta la porta della terapia intensiva ci fissammo turbati: già l’improvvisa necessità di convivere da soli ci spaventava,poi riaffioravano i ricordi della lunga degenza di mia nonna in quel posto. E ferivano.

Almeno lo facevano con me. Avevo dieci anni. Rimase lì per circa sei mesi. Morì due mesi prima che anche mio nonno decidesse che era giunta pure la sua ora.

Ma non erano i singoli eventi a tornare dolorosi,era il ricordo delle continue sfuriate di mia madre al nonno. “Ma ti avevo detto di prendere il tè deteinato,lo sai che non può berlo questo?” “Non hai neanche settant’anni, vieni dalla campagna più profonda? Senza una donna al tuo fianco non sai neanche rifarti il letto?” “Lo vedi come sei? Ce la fanno vedere due volte al giorno per un quarto d’ora e tu arrivi con mezzora di ritardo?”

Mio nonno rispondeva sempre allo stesso modo:”Scusa”. Mai si sognava di dire la verità. Che lui deteinato non sapeva neanche che significasse. Che no,quando stai con una donna quarant’anni e lei ti fa mamma poi non sai rifarti il letto. E che la corriera,quel giorno s’era rotta a metà strada.

Passarono i minuti,i giorni,i mesi. Mio padre migliorava poco,ma da tempo era di nuovo lucido. La depressione, l’incontineza erano però un peso che non sopportava. Mia madre lo caricava,lo spronava. Poi tornava a casa,mi cucinava un piatto di pasta,si sedeva di fianco a me accendendosi una sigaretta. E sfogava tutta la sua rabbia contro il suo unico figlio. Il colpevole. Non di qualcosa in particolare, bastava inteso genericamente.

Una sera,stanco e frustrato,le detti uno schiaffo. Forte,su una guancia. Lei alzò gli occhi per fissarmi. Ci vidi la malinconia che celavano pure quelli di mio nonno, quindici anni prima.

E d’improvviso tornai al giorno in cui se n’era andato,stavolta ricordavo tutto. Io in camera che attaccavo figurine sull’album,lui che si piegava e mi prendeva le mani.

“Nonno, perchè te e la mamma litigate sempre”

“Non preoccuparti amore. Vedi,gli uomini sono perfetti per esseri soli. Ma quando devono stare insieme arrivano i problemi. Perchè ognuno ha le sue esigenze e pensa ai suoi problemi. E non importa essere fratelli,figli e genitori,staremmo sempre meglio in solitudine,tutto qui…

…Ma tu non litigare mai con la mamma, promesso?”
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 09:55 #305

Homo homini lupus di Redmister

“Credi sia cosi la fine?” chiese Alexander Blears girandosi la penna tra le dita delle sue giovani mani, facendosi quasi scappare un sorriso malizioso sulle labbra ancora sporche di sangue.
Non importava la risposta, l’ultima ragazza rimasta seduta al bordo della stanza buia guardava con occhi persi le sue amiche, aspettando, silenziosamente, il suo turno.
“Non aver paura, è solo acqua”
Era solo acqua quella che scorgeva fuori dalla finestra, le tenebre oscuravano la vista e il tintinnare delle gocce sul cemento ricopriva ritmicamente il rumore sordo dei passi pesanti di Alex, che si muoveva da ormai un ora avanti e indietro per il perimetro della stanza.
Il vento si alzava da ovest, sbatteva violentemente sui tetti dei palazzi vicini e sussurrava parole inconprensibili, il fumo dai camini delle abitazioni ricopriva l’odore di campagna che vagava nell’aria dalle colline sovrastanti.
Sara Twist, dai suoi occhi lacrimanti e dall’animo perso guardava il suo ragazzo impugnare il coltello con la stessa mano tremante con la quale ha ucciso la sua migliore amica, Jennifer Road e una sconosciuta
malcapitata nell’abitazione per le pulizie.
“Credi sia giusto come e’ andata?” chiese Alexander con un tono di sfida, senza guardare Sara.
Il suo giocherelleio con il coltello continuava da diversi minuti, quasi con l’intenzione di far sentire la sua lama sfiorare la penna che teneva ancora con poca decisione sulla sinistra.
La pioggia era costante, e il camminare continuo di Alex non accennava a interrompersi.
Poi il silenzio, tutto si fermò, il vento sembrava ammutirsi e la pioggia batteva senza far più rumore.
“Ti lascerò andare” disse Alexander guardando per la prima volta negli occhi la sua ragazza.
Un’ ombra passò da sopra la finestra.
“Te ne andrai da qui.” continuò fermando la lama dal movimento continuo.
Poi scoppiò una risata.
“Ti lascerò 1 minuto per cercare di scappare”

“Non ci sono ostacoli, è come un gioco, ti piace giocare sara?
Perchè sei ancora li ferma? perchè non corri? perchè non scappi da me?
Ecco brava, fuggi via, non inciampare cara, hai solo 35 secondi Sara.
Non urlare, non aver paura, non soffrirai un granchè, corri, Sara, corri.
Hai solo 20 secondi, hai ancora un piano da fare.. Saraaa…Saraaaaa…
Sto per arrivare Sara, hai 10 secondi, apri quella fottuta porta, vai, esci…
Corri via fuggi… ops!”

“Ancora incerte le cause dell’errore del cecchino del corpo dei carabinieri che ha ucciso, ieri notte, la 16 enne Sara Twist tenuta in ostaggio da un rapinatore.
Quest’ultimo era infatti stato accerchiato dalle tettoie vicine con i bersaglieri piu preparati del corpo militare poliziesco, ma quando la giovane fu per qualche ignoto motivo rilasciata dall’aggressore
il cecchino ha aperto il fuoco colpendola in pieno e uccidendola all’istant..” Click.

“mille, milleuno, milledue,milletre.”
“Grazie signor Rainman”
“Grazie a lei, e ottimo lavoro signor Blears.”
“Oh, e’ stato un piacere, un vero piacere.”
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 09:56 #306

Homo homini lupus di Gabomarciogabe

Il capitano Charles Debussy era steso sul letto, nella camera degli ospiti della casa del nonno. Stava ripensando agli ultimi giorni passati col nonno Charles senior e al fatto che di lì a poco sarebbe dovuto tornare a casa. Fu una vera fortuna che il Comando di Polizia Temporale gli avesse concesso una vacanza-premio nella casa paterna, in Francia, nel 1939. Di più: fu il coronamento di un sogno. Già, perché fin da quando era piccolo, suo padre, Ambroise Debussy, gli aveva sempre parlato del nonno come di un eroe di guerra, benché non fosse mai stato un soldato. In realtà morì poco prima che la guerra scoppiasse, proprio nel ’39, ucciso da un ufficiale nazista. Ironia della sorte, pare che venne freddato proprio con la pistola che aveva comprato per difendere lui e la sua famiglia, una Beretta calibro 9 corto. Ciò che però rese leggendaria la sua figura al giovane Charles fu il motivo per cui venne ammazzato: il padre gli aveva infatti riferito che l’ufficiale nazista gli aveva sparato perché lui si era rifiutato di consegnargli un taccuino contenente una lista di suoi clienti ebrei. Egli aveva infatti una piccola fabbrica tessile e nel paese in cui viveva, Croix d’Orient, al confine con la Germania, vi era una nutrita comunità di Ebrei, molti dei quali erano suoi clienti. Il capitano Debussy aveva sempre pensato a suo nonno come a un eroico Schindler e il suo sacrificio influenzò molto il suo carattere e le sue scelte di vita. Aveva sempre condiviso quel gesto, per questo aveva deciso di entrare in polizia e, quando gli venne data la possibilità di entrare nel neonato corpo di Polizia Temporale, non ci pensò 2 volte ad accettare.
Aveva condotto ricerche maniacali sulla morte del nonno, per capire quanto c’era di vero nei racconti del padre e quanto invece era pure e semplice leggenda. Non fu facile all’inizio reperire le informazioni di cui aveva bisogno per il semplice fatto che la sua famiglia si era trasferita in America subito dopo la morte di Charles senior e poco prima che l’Europa venne sconvolta dalla Seconda Guerra Mondiale. Lo stesso Charles Debussy era di nazionalità statunitense, ma i genitori, entrambi francesi, avevano fatto sì che imparasse la lingua dei suoi progenitori. Ciò fu molto utile quando, giovanissimo, si recò per la prima volta in Europa, proprio a Croix d’Orient, per conoscere le sue radici. Lì conobbe molti amici del suo povero nonno che gli raccontarono molto della sua vita e della sua tragica scomparsa. Fu infatti grazie a loro che venne a sapere della pistola con cui venne ucciso. Ma, soprattutto, fu grazie a loro che venne a sapere il nome dell’uomo che sparò: Hans Kreuzberg. Inutile dire che per lui quel nome divenne sinonimo di “Satana”, di “Male”. Voleva trovarlo, dovunque si fosse nascosto e vendicare il parente ucciso. Le sue ricerche furono tanto ossessive quanto vane. Quell’uomo poteva benissimo essere morto in guerra, o aver cambiato nome. Ammesso sempre che si chiamasse davvero Hans Kreuzberg. Fatto sta che non trovò mai nessuno che rispondesse a questo nome.
Quando gli venne concessa la vacanza-premio per conoscere il nonno tanto ammirato, decise di comprare una Beretta calibro 9 corto e di portarla con sé nel viaggio nel tempo. Si giustificò con i suoi superiori dicendo che probabilmente avrebbe avuto bisogno di difendersi, viste le condizioni socio-politiche dell’Europa all’epoca, e che non poteva portare con sé la pistola laser per non modificare il passato. Inutile dire che la motivazione vera era un’altra: voleva uccidere l’assassino di suo nonno e voleva farlo con la stessa arma di quest’ultimo. Voleva vendetta.
Quando incontrò Charles senior, nel ’39, lo riconobbe subito, tanto era simile a suo padre da giovane. Si presentò come cliente alla sua fabbrica e tra i due nacque subito un gran feeling. Tant’è che lui lo invitò a stare per un po’ a casa sua, trattandolo come uno di famiglia. Era esattamente come lo aveva sempre immaginato: cordiale e socievole, ma con fermi principi morali. Il capitano Debussy lo ascoltava con gli occhi carichi di ammirazione, mentre parlava di libertà, di opposizione alle politiche totalitarie naziste che avevano preso piede in Germania, di quanto erano importanti per lui la patria e la famiglia. Furono giorni intensissimi per il giovane Charles, era come se avesse realizzato tutti i suoi sogni, semplicemente conoscendo il suo unico eroe, fin da quando era bambino.
Ora però la vacanza era quasi terminata e il capitano, disteso sul suo letto, pensava al piano d’azione. Già, perché non aveva scelto dei giorni a caso per andare a trovare il nonno, ma esattamente la settimana in cui venne ucciso! La tragedia si sarebbe dovuta consumare verosimilmente tra oggi e domani, ma c’erano alcuni particolari che non quadravano. Infatti, nei giorni precedenti, non aveva mai visto né sentito parlare né del famoso taccuino, né della pistola. Oltretutto, del fantomatico Hans Kreuzberg non c’era traccia. Cominciò a pensare che forse né il taccuino né la pistola fossero mai esistiti e anche “Hans Kreuzberg” poteva essere un nome di fantasia. Tuttavia una certezza rimaneva: suo nonno era morto ammazzato.
Si alzò dal letto e cominciò a vagare per la casa. Sua nonna era uscita, suo padre dormiva beato nella culla e suo nonno faceva altrettanto nella sua camera da letto. Passò davanti allo studio di Charles senior e, dalla porta socchiusa, ebbe modo di vedere la scrivania. Ebbe un sussulto quando vide che su di essa c’era un taccuino! Entrò senza fare troppo rumore, si avvicinò al tavolo e prese in mano il quadernetto. Era tutto vero! Il taccuino esisteva davvero e lui l’aveva in mano!
In quel momento sentì una voce familiare alle sue spalle: “Vedo che finalmente l’ha trovato. Come può notare, esiste davvero.” Era suo nonno. “Sa, all’inizio stentavo a crederci, ma evidentemente non mi sbagliavo sul suo conto. Ho capito chi è lei, sa?” Gli occhi del capitano Debussy cominciarono a diventare rossi di lacrime, ma non si girò. Restò di spalle con il taccuino ancora in mano.
“Devo dire che lei parla un ottimo Francese” proseguì Charles senior “ma si sente dall’accento che non è di queste parti. Ho notato anche che lei possiede una Beretta calibro 9 corto. Bella pistola, ne avevo una anch’io, ma l’ho venduta pochi giorni prima che ci incontrassimo.” Già, la pistola. Il capitano poteva sentire il suo freddo metallo nella tasca interna della giacca, proprio all’altezza del cuore. “Strano, però”, riprese il nonno “pensavo che voi nazisti aveste in dotazione delle pistole tedesche. Mah, magari lei usa quella perché è qui in incognito. Fatto sta che non c’era nessun motivo perché lei venisse qui personalmente a controllare se avevo la lista, l’avrei consegnata domani, secondo gli accordi. Voglio dire, non è la prima volta che vi do i nomi di questa gentaglia, anzi, sono contento che ripuliate il mio paese da questa feccia. Per me potete anche ammazzarli tutti, sono pessimi clienti e come persone non sono meglio. Certo, come avrà notato in famiglia dico tutto l’opposto, ma capisce bene che un Francese come me non può schierarsi apertamente con la vostra causa, dico bene? Peccato, perché la condivido in pieno. Il mondo sarebbe migliore una volta liberato da questi esseri di razza inferiore. Comunque, visto che ormai non ha più senso mentire, che ne dice di dirmi il suo nome, il suo vero nome?”
“Hans Kreuzberg”.
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 09:57 #307

Homo homini lupus di marcoslug

Brillano. I loro occhi brillano. E smodati ghigni ondeggiano a mezz’aria, che visti dal basso sembrano tante piccole lune in un cielo che ancora non vuole arrendersi al tramonto. Martino arretra come un gambero, assaggiando le ruvidità dell’asfalto di Via Gambati, mentre lo zaino regolare-Invicta perde pezzi: matite, pagine di libri evidentemente già precarie, una gomma, un compasso, residui di merende non finite di consumare, ma soprattutto… matite. Verdi e celesti.
- Bu!
- Paura eh?
Sì, paura. Quella sana, incontrollabile, paura che non è solo l’avvisaglia del pericolo, ma il segno tangibile che il pericolo è lì, bello grosso, e ti sta investendo a tutta velocità. Scende una lacrima, e poi un’altra, fluidamente lungo il volto contratto, a confondersi con il sudore già copioso di suo.
- Che fai, piangi bamboccio?
Martino non riesce a rispondere, è più forte di lui. Ma uno sprazzo di lucidità si fa improvvisamente largo e una domanda prende forma nella mente ottenebrata dal dolore, mentre tutto il mondo intorno comincia a girare senza controllo in un walzer impazzito di voci e colori: ma perché lo fanno?

Vanessa guarda morbosamente lo schermo del suo computer, aspettando impazientemente che qualcuno la contatti, qualcuno o qualcosa, che magicamente appaia una finestra di chat privata. E mentre l’attesa la consuma, osserva stranita un banner che fa capolino sulla destra dello schermo: Digitalize Your Life. E ne conclude che tutto sommato è uno slogan carino e vagamente catchy.
E poi eccolo: Miracolo82. Il nickname? Uno schifo. La foto? Non male, decisamente non male. Specie quel pizzetto curato che fa molto uomo-in-carriera.
Seguono fuoriose battiture, abbreviazioni, pause di riflessione e pause di circostanza, iperboli da chat e frase sconnesse, e tonnellate e tonnellate di espressioni facciali virtualmente riportate.
- Ma tu…che fai nella vita insomma?
- Il recruiter.
- Il recru-che?
- Vabbè, lascia fare… cosa vuoi che ne sappia una commessa da quattro soldi!
- Ehi! Piano con le parole, altrimenti…
- Altrimenti che?
- Altrimenti…
- Dai, scherzavo…
- Ambè.
- Senti, ma tu, insomma, che ne pensi di me?
- Penso che sei caruccio e…
- E…?
- … e che ci potremmo incontrare, per conoscersi s’intende.
- Quando e dove?
- Domani, se puoi. A casa mia, se ti va bene.
- A meraviglia!
- Ma mi lasci il tuo numero di cellulare? Non vorrei che poi tu mi scappassi…
- Te lo scrivo subito… Però domani mattina ti chiamo io da lavoro, vai tranquilla.

- Mamma?
- Eh? Che c’è Martino?
- Fanno male…
- Fa’ vedere… no, sono solo due piccoli lividi alle ginocchia. Quante storie che fai!
- Mamma…
- Eh?
Fa male.
Il suono del citofono rompe il silenzio di un tranquillo pomeriggio, in un tranquillo appartamento al terzo piano, di una tranquilla via di Firenze, zona Rifredi.
- Cazzo-cazzo, è in anticipo! Nonnaaa non ti agitare, è per me!
Vanessa rovista nella farmacia di casa e nella foga dei movimenti le si smaglia la calza viola, venti denari.
- Cazzo-cazzo-triplo-cazzo… Porca… Ah eccolo finalmente, maledetto…
Torna in salotto, a passi rapidi, mentre il citofono si fa sentire ancora, ma ormai è un suono familiare, che scandisce quasi piacevolmente la concitazione del momento.
- Nonna, il tuo cerotto per il cuore.
- Gr… azie, Vanessa. Ma devo metterlo ora?
- Ora!
I venti secondi canonici di attesa, giusto il tempo di aprire il portone giù.
- Buonanotte Nonna. Non è una questione personale, lo sai, è che mi serve casa libera giusto per un po’.
Buonanotte Nonna, fai buon viaggio con la tua razione abituale di Fentanil. Ma ritorna, ritorna dopo.
Un altro trillo, stavolta la porta di casa. Vanessa è caduta in uno strano stato contemplativo, si è scordata delle calze rotte, ma l’improvviso rumore acuto la risveglia. Chiude la porta del salotto, lancia un ultimo sguardo alla specchiera, orgogliosamente ricambiato, e con un slancio atletico spalanca la porta. Ma non c’è nessuno? E nel pianerottolo neppure?
- Ehi? C’è qualcuno? Miracolooo?
- Bu!
- Oddio…
- Paura eh?
Sì, paura. Ma era più ansia, impazienza, il timore che qualcosa di positivo potesse svanire. Vanessa divora con gli occhi la sua preda telematica: non male, decisamente non male. E nell’apprezzare le viene spontaneo mettere in mostra il suo già abbondante seno e contrarre la sua già sottile pancia. L’aspetto, l’aspetto tutto, trasuda vitalità e famelico appetito, e gli occhi, gli occhi grandi e verdi di Vanessa, i suoi occhi… brillano.

Il vento che prima smuoveva appena le lenzuola intrise del sesso a lungo consumato, ora si è fatto più violento, tanto da sbattere le persiane e aprire un varco verso il mondo esterno: fuori è buio. Martino si accorge che la tipa, sì insomma Vanessa, sta ancora dormendo: è il momento buono per sgattaiolare via. Poi, come succede nei film, si sente un rumore sordo provenire da un’altra stanza della casa, e con esso un mugolio di persona, presumibilmente anziana. Via via, meglio evitare inutili complicazioni.
Martino è un tipo strano, trova i suoi momenti di maggiore lucidità proprio quando è messo sotto pressione dagli eventi. Ed ora, nel suo momento lucido, si chiede se il numero di cellulare che ha scritto di getto il giorno prima in chat non sia per caso di qualche suo amico. E convintosi del contrario, non può che rendersi conto di un’altra cosa: che forse solo ora, proprio ora, proprio ora che un luminoso bagliore stilla dai suoi piccoli ma fascinosi occhi, ha capito perché lo si fa.
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 10:00 #308

Homo homini lupus di gensi

Bisogna trovarsi sul letto di morte pochi istanti prima di morire per capire che l’odio speso per un’intera vita non è servito a nulla. Anzi, ha solo complicato ulteriormente la situazione e, mentre io vivevo senza un obiettivo, cullato dal tutto che vale niente, qualcun altro invece viveva il proprio progetto chiaro, preciso, quasi perfetto.

65 anni prima…10/09/2003

Milano Malpensa

Avevo appena fatto il check-in e mi aspettavano 14 ore di viaggio per raggiungere Cuba. Avevo già lavorato in altri villaggi, prima in Egitto e poi in Grecia ma, anche se lontano da casa, non mi ero mai sentito dall’altra parte del mondo. Stavolta invece la sensazione era proprio quella. Come se di colpo lasciassi tutto. I miei amici mi salutarono per l’ennesima volta. Il calore non poteva essere lo stesso della prima. Ormai anche loro si erano abituati ad avere la mia compagnia ad intermittenza.

Due mesi dopo…

Havana

Cuba è un posto magnifico. Soprattutto se non sei cubano. I comfort del villaggio non ti fanno pensare a come sia la vita fuori da questa mura, lontano da questa spiaggia dorata. Gli stessi vacanzieri, con il loro carico di allegria e spensieratezza ti fanno star leggero, in pace con il cuore e con la mente.
Finché non ho incontrato Ana.
Ana mi ha letteralmente cambiato la visione dell’isola. Mi ha messo davanti agli occhi il perché tutti i cubani se ne vogliono andare da quella terra. Mi ha fatto riscoprire il valore della parola libertà. Quella sensazione che noi adagiati spesso diamo per assodata.
Mi ha fatto visitare meglio la città. Tutta la città e non solo le zone turistiche. Alcuni quartieri li dovevi per forza girare con lei e startene ben zitto se non volevi essere derubato di tutto. La cosa più pittoresca fu il quartiere “cinese”. Le case orientali, i ristoranti cinesi, persino le persone vestite con i kimono. Peccato che fossero tutti cubani che parlavano spagnolo. Fu una sensazione stranissima. I cinesi se ne erano andati da un bel pezzo dall’isola e non erano rimasti che “fossili” adottati poi dagli abitanti locali.

Ana non mi aveva solo cambiato la visione dell’isola.

Ero partito per divertirmi e, ammetto, sia in Egitto che in Grecia avevo scoperto che tutte le dicerie sui villaggi turistici non erano solo luoghi comuni. Era tutto vero. Orde di donne e uomini partivano con un unico obiettivo: divertirsi. Poi, con il passare delle mie prima esperienza capii che divertirsi era per il 95% delle persone una sola ed unica cosa: scopare.
La gente veniva nei villaggi per quello. Soprattutto le donne di 30 e più anni. Ciò che nel Belpaese poteva essere bacchettato dai moralisti qui, nel villaggio, era lecito consumare. Mai nella mia vita avrei pensato di dover dire “stasera non ho voglia di scopare” e di rintanarmi in camera per non essere assaltato da chissà quale arpia. Eppure non ero chissà che figo. Anzi, pure “nano” dall’alto del mio metro e sessantacinque. Ma li poco importava. Soprattutto in Egitto che era un villaggio “famoso” per i single. Qui a Cuba molto meno visto che era pieno di coppie. Ma, ogni settimana, la single di turno (magari la 18enne figlia o la 40enne moglie in cerca di uomini “alternativi”) capitava.

Con Ana appunto, cambiò tutto. Mi innamorai di lei in pochissimo tempo. Al punto che si trasferì nel villaggio con me. Lì, lei, già ci lavorava. Faceva l’istruttrice di acquagym e delle altre attività in piscina. Però finito di lavorare tornava a casa della madre assieme al fratello non molto distante di lì.

Mi innamorai totalmente di lei quando, sotto le feste di Natale, prima mi regalo il DVD di un cantante locale (che per un cubano equivale ad essersi speso metà di quello che guadagna) e subito dopo quando, una sera, entrò nella doccia solo per “lavarmi” meglio. Ero il suo “bambino”…

Un anno dopo…10/09/2004

Genova

Subito dopo Natale ero dovuto tornare in Italia. Scadeva il mio visto, avrei dovuto rifarlo ma, a quel punto, il mio pensiero era un altro. Volevo portare Ana in Italia con me. Quei 10 giorni senza di lei, così lontano, mi distrussero il cuore. Stavo morendo senza di lei. O ottenevo i documenti per lei oppure ripartivo io e me ne restavo a Cuba per sempre. Senza di lei proprio non ci potevo stare. In 25 giorni riuscì ad ottenere ciò che mi serviva per lei. Ripartii così per Cuba e due giorni dopo ripartimmo per l’Italia. Un mese era il suo permesso per stare qui. Riuscimmo a prorogarlo per altri due fino ad arrivare a oggi.

Proprio oggi, all’interno del Municipio, ho detto si ad Ana e lei ha detto di si a me. Per tutta la vita.

Tre anni dopo…10/09/2006

Genova

La madre di Ana era stata male. Sicuramente stare a Cuba non le avrebbe fatto bene. Io ed Ana avevamo trovato una casa ed entrambi un lavoro. Io in regola, lei no agli inizi fino al passare dei termini di legge quando lei divenne in tutto per tutto regolare in Italia. Ripartì tutto il giro per avere un nuovo permesso, stavolta per la madre. Questa volta fu più difficile. Ci vollero quasi due mesi. Ma poi arrivò il giorno. Partimmo prima noi fino a Cuba anche per salutare il fratello che, nel frattempo, si era messo a lavorare anche lui nel villaggio. Due giorni dopo ripartimmo per Genova. Io, Ana e la madre.

Cinque anni dopo…10/09/2008

Genova

Il fratello finì in un brutto giro. Da quello che riuscii a capire dai discorsi di Ana con la madre rischiava seriamente di finire in carcere. Il carcere, soprattutto a Cuba, non era certo un piacevole luogo di riposo. Dopo 4 mesi, anche il fratello di Ana arrivò in Italia.

Sei anni dopo…10/09/2009

Genova

Con Ana le cose andavano sempre peggio. Non c’era più intimità. La madre era insopportabile e il fratello una vera testa di cazzo.
Una sera, tornando da lavoro, trovai due borse davanti alla porta. Proprio la notte prima avevamo discusso animatamente. Mi stava cacciando di casa. Ero talmente avvilito che non ebbi nemmeno una reazione di orgoglio. Ero un uomo annullato, completamente succube del suo potere al punto che anche questa sua scelta mi sembrò sensata e razionale.
Il piano si era completato. Sei anni dopo lei mi aveva fottuto in tutto e per tutto. Il suo egoismo allargato era la cosa che più mi faceva incazzare.
Passai i primi tre mesi a casa di mio fratello poi, finalmente, mi decisi a svoltare pagina e a ricostruirmi una vita. Odiai l’amore per il resto dei miei 60 anni. Ebbi rapporti occasionali ma mai più legami fissi. Ogni donna mi ricordava in qualche modo Ana e finivo per odiarla. Ana invece la odiavo con tutto me stesso ogni giorno di più. Quando svoltai pagina cambiai volutamente città così da non vedere, sentire, sapere più nulla di lei e di quello che fu. In buona parte ci riuscii e la mia vita trascorse tranquilla.

Oggi, 10/09/2069

Cosenza

Tra poco sarò morto. Il mio male è incurabile. Tanto ormai ho 85 anni. Cosa altro vuoi che mi metta a vedere. Chi se ne importa. Solo una cosa continuo a pensare in questa settimana. Ho odiato Ana per tutta la vita così come ho odiato le donne. Io stesso però ero partito per “scoparmi” il più alto numero di donne possibili. Non vedo l’ora di morire per un solo motivo. Chissà come giudicherà Dio il mio egoismo e chissà se mai saprò come ha giudicato l’egoismo allargato di Ana? Io ho dovuto essere sul punto di morte per capire che, in fondo, le mi ha amato a suo modo, con un obiettivo preciso mentre io l’amavo e basta. Forse è questo il giudizio, maledetto Dio, sei veramente un incredibile genio sarcastico. Com-pli-men..

Piii
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 10:01 #309

Homo homini lupus di Hic-sunt-leones

Si svegliò di soprassalto,sudato e sporco. Era bendato,ma almeno non aveva più mani e polsi legati. Si levò la benda, ci mise un po’ prima che gli occhi si riabituassero a quelle condizioni di luce fioca, che filtrava da una porta incastonata alla parete. Esaminò l’ambiente con circospezione:si trovava in una angusta cella quadrata con pareti di roccia, senza alcuna finestra. Il soffitto era pure di roccia,e perdeva umidità sottoforma di goccioline che si staccavano andandosi a schiantare sul duro pavimento irregolare in pietra. In un angolo scorse una scodella con dell’acqua. Era arso dalla sete,ma non toccò il liquido trasparente. Con un gesto brusco rovesciò il contenuto della scodella e la riposizionò in modo che le gocce che cadevano dal soffitto potessero riempirla nuovamente. Non capiva dove si trovava,né perché. Poi, con gli occhi sempre più abituati alle incerte condizioni di illuminazione presenti nella cella, notò un foglio appeso alla pesante porta in acciaio rosso incardinata nella roccia,e lesse.
Benvenuto a questo gioco, di cui ora fai parte, e da cui non puoi più sottrarti.
REGOLE DEL GIOCO
Ci sono 4 celle.La cella di fronte alla tua è occupata da un violento stupratore recidivo,quella alla tua destra da un assassino sadico,quella alla tua sinistra da un usuraio senza scrupoli.E poi c’è la tua cella.Qual è il tuo abominio?Tu lo sai benissimo.
Tutte le celle danno su un’unica sala circolare.Al centro di questa sala saranno disposte quattro armi.Solo armi da taglio:un’ascia da guerra,una spada lunga,un tridente da combattimento e una mazza ferrata.
Non appena le porte in acciaio si apriranno attraverso un comando a scatto controllato elettronicamente, sarete tutti contro tutti.Solo uno vincerà.Vince chi sopravvive,uccidendo gli altri.Chi non combatterà o cercherà di fare il furbo,verrà ucciso comunque.Se vuoi salvarti la vita,uccidi gli altri,e sarai libero.Il prezzo per la tua libertà è l’annientamento di 3 rei,lurida feccia di questa malata società.Di 4 ne resterà soltanto 1.La tua libertà passa per l’altrui morte.
Ebbe appena il tempo di chiedersi quale mente malata e demente potesse aver concepito tutto ciò, quando la serratura della sua cella scattò, con un rumore sordo, improvviso. Aprì la porta e vide la sala centrale, con in mezzo, per terra, le armi indicate. Con terrore vide che la porta della cella di fronte alla sua era spalancata, ma nessuna traccia del suo occupante. Percepì un’ombra avvicinarsi da destra, e un urlo arrivare da qualche parte. Ebbe appena il tempo di abbassare la testa che con uno schianto la mazza ferrata ammaccò la porta della sua cella. Si tuffò nel centro della stanza, e allungò un braccio alla ricerca di un’arma; serrò il pugno attorno ad un pesante manico in legno e bronzo. Aveva preso il tridente. L’urlo che aveva sentito proveniva dalla cella dell’usuraio, che ora sembrava piangere; la sua porta pareva chiusa. Lo stupratore recidivo era tornato alla carica con la terribile mazza ferrata; gli si scagliò contro, ma lo fece indietreggiare estendendo le braccia con in pugno il tridente. Era un’arma lunga, buona per tenere la distanza. Improvvisamente la porta alla sinistra dello stupratore si aprì, e un’ombra calò con tutto il suo peso contro il portatore della mazza ferrata, che cadde a terra di schianto, trascinandosi nella caduta l’uomo che lo aveva buttato giù. Nella lotta di corpi che seguì, la quarta porta si aprì e ne uscì l’assassino, che si diresse verso il centro della stanza, dove brandì l’ascia. I suoi gesti erano sicuri, misurati, glaciali. Alzò l’ascia e la fece calare con violenza sui due corpi che lottavano per terra. Si udì un rumore sordo, e un grido osceno subito dopo. Non esitò oltre:col tridente in pugno si lanciò all’attacco,ma l’assassino si volse di scatto e si buttò di lato per evitarlo.
Da terra un braccio alzò la mazza ferrata che gli lacerò il piede facendolo ruzzolare a terra, perdendo la presa del tridente. Il terrore più nero si stava impossessando di lui. Da terra udì altri sibili causati dai fendenti dell’ascia da guerra, seguiti da un orrendo rumore di ossa schiantate e di carne maciullata, e ancora, e poi le grida cessarono. Allungò la mano e si rimpossessò del tridente, mentre l’assassino continuava a brandire l’ascia lorda di sangue scuro. Lungo tutta la lunghezza della lama dell’arma c’era una poltiglia sgocciolante, brandelli di carne e di altro materiale organico devastato dalla ferocia dell’uomo che aveva ora di fronte, che a sua volta era completamente imbrattato di sangue. Dove prima c’era un groviglio di corpi che combattevano ora c’erano due corpi mutilati e immobili, e un miscuglio di umori. Erano morti entrambi, prima lo stupratore, solo successivamente l’usuraio. Uno dei due era quasi spezzato a metà, l’altro non aveva praticamente più la testa, e nemmeno il braccio destro. L’assassino si diresse verso il centro della stanza e prese anche la spada lunga. Più di tenere il tridente puntato contro l’assassino, nella speranza di tenerlo il più lontano possibile, proprio non aveva idea di cosa fare. E soprattutto non aveva la ferocia e la forza necessarie per tenere testa a quel macellaio. Si sentiva svenire. La vista e l’odore del sangue, e quella situazione infernale sarebbero bastate e far perdere i sensi a chiunque. Ma era l’istinto di sopravvivenza a tenerlo aggrappato alla vita in quella stanza maledetta. Cautamente fece due passi all’indietro, in direzione della sua cella. Con orrore si accorse che le porte erano tornate a richiudersi ermeticamente, con i pesanti cardini saldamente incastrati nella roccia. Tutte e quattro le porte che conducevano alle celle erano ermeticamente chiuse. Non aveva scampo, doveva affrontarlo. Non si accorse neppure del piede che sanguinava, ferita dovuta a chi gli aveva rivolto contro la mazza ferrata da terra. Non sentiva nulla, nelle vene gli scorreva solo adrenalina e fifa, fifa allo stato puro. L’assassino provò un paio di assalti, ma lo tenne a distanza col tridente, un terzo assalto, ma allungò ancora il tridente e stavolta gli ferì di striscio il braccio che portava l’ascia. L’assassino indietreggiò, e lui cominciò a sentirsi più sicuro, meno alla sua mercè, aveva l’arma più lunga, poteva sfruttare questo vantaggio. Si fece minaccioso contro l’assassino, che indietreggiò senza mai smettere di fissarlo negli occhi. Aveva un ghigno beffardo dipinto sul volto, sembrava si stesse divertendo. Provò a caricare, d’impeto, tutto ad un tratto. L’assassino corse indietro e gli lanciò contro l’ascia. Dovette abbassarsi per evitarla, ma la cosa gli fece perdere slancio e soprattutto il controllo del tridente, che si puntò contro il duro pavimento di pietra, incastrandosi tra le fenditure delle rocce. Non poté quindi evitare di cadere, rinculando all’indietro, disarmato. L’assassino non esitò un attimo a ridurre le distanze, e a prodursi in un fenomenale affondo con lo spadone. Da terra potè fare ben poco, provò a difendersi con le mani, ma furono trapassate facilmente, la dura e affilata lama morse le molli carni e lo trapassò da parte a parte. Prima che la vista gli si offuscasse del tutto vide l’assassino recuperare l’ascia per alzarla con entrambe le mani sopra la testa…

“Eugenio, è pronto da mangiare, non te lo ripeto più, scendi immediatamente!”.
“Arrivo mamma, arrivo, uffa!” gridò Eugenio appoggiando i raffinati controller della console sulla scrivania della sua camera. Scendendo le scale non potè non pensare a quanto geniale, giocabile e realistico fosse quel videogame della Electronic Arts, “Homo homini lupus”. Non vedeva l’ora di rigiocarci, aveva un conto in sospeso con l’assassino di quel livello.
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 10:13 #310

Homo homini lupus di Mike975

“Ecco a lei la busta signor Salvatore”
“Cos’e'?”
“Quello che avevamo concordato,segua le indicazioni che le ho messo insieme alla chiave;e’ tutto a posto”
“Veramente?!?Non ci speravo piu’”disse con la voce rotta dall’emozione il signore cinquantenne dall’aspetto simpaticamente scavato.
“Eppure l’avevo rassicurato…mi sarei impegnato anche fino alla fine dei miei giorni se necessario”
“Si si lo so,ma avevo perso la speranza a dir la verita’ e mi ero quasi rassegnato”
“Bene ora la devo proprio salutare…”
“Un attimo,il suo compenso…”
“Li tenga lei i soldi, li usi per divertirsi e dimenticare….addio”
E una lacrima affioro’ sul viso rugoso dell’uomo ,iniziando un percorso tortuoso…come la vita della sua fonte.
Ansioso il signor Salvatore comunico’ tutto alla moglie che in un pianto misto gioia inizio’ quello che oramai aveva disperato dal poter fare;prese tutto l’occorrente e carico’ la macchina.
Seguirono le indicazioni ed arrivarono davanti ad una casetta solitaria.
Finalmente i due coniugi si stavano apprestando a varcare la soglia della loro personalissima felicita’.

Mi chiamo xxxxx,faccio l’investigatore privato e sono un ex capitano dei carabinieri.
Nella mia vita lavorativa nel ros (Raggruppamento Operativo Speciale) ho sperimentato sulla mia pelle quanto l’animo umano puo’ cadere in basso per egoismo,cupidigia,intolleranza,collera ecc.
“La condanna inflitta non e’ mai proporzionata all’offesa”ho sentito varie volte e mi sono detto…”perche’ non provvedere?”
Ho deciso quindi di far prendere alla mia vita una strada diversa;mi sono licenziato dall’arma ed ho iniziato a fare da solo,seguendo un mio codice morale.
Caso per caso valuto se consegnare il delinquente alla giustizia ordinaria o alla giustizia sommaria di chi ha subito per colpa sua un dolore.
I soldi per i miei clienti non sono mai un problema e non perche’ sono ricchi…tutt’altro,sono io che molte volte non mi faccio pagare,soprattutto se ritengo il caso quasi un mio dovere;sono tante le persone che si sono iniziate a servire di me, l’unico investigatore che ti fornisce il delinquente “chiavi in mano”.
Un giorno mi si presentarono davanti un signore e una signora che quasi piangendo mi raccontarono la loro storia.
Erano liguri e la loro figlia era stata da poco uccisa a Sanremo;il loro racconto fu struggente e particolareggiato.
Mi dissero chiaramente chi era stato ad uccidere la figlia,come quest’ultima si fosse fatta soggiogare in una storia d’amore senza via d’uscita.
Il problema vero mi dissero, era rappresentato dalla polizia;non potevano rischiare che quell’uomo finisse nelle mani pulite della giustizia italiana che con una seminfermita’ mentale avrebbe risolto tutto.
Appurato che l’omicida probabilmente era lo stesso che aveva con modalita’ simili ucciso un’altra ragazza,accettai il caso.
Quella che sembrava soltanto una gara di velocita’ tra me e la polizia si rivelo’invece una difficile ricerca durata due anni in cui la mia vita si congelo’ per dedicarsi solo a questa ossessione.
Nei momenti piu’ duri pensavo agli occhi tristi di quei genitori e non ho mai mollato finche’ un giorno riuscii ad individuarlo e a prenderlo facendolo addormentare con del narcotico.
Resistetti alla tentazione di riempirlo di botte e,dopo averlo legato ad una sedia in un appartamento affittato per l’occasione,consegnai la chiave al signor Salvatore.

La mia sorpresa fu enorme nel vedere i titoli dei giornali il giorno dopo la consegna della chiave…dicevano piu’ o meno cosi’.
“Si consegna spontaneamente alla polizia assassino di Sanremo”
“Entra in commissariato e racconta come ha ucciso la fidanzata”
“Dopo due anni confessa l’assassino della commessa di Genova”
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 10:15 #311

Homo homini lupus do Efri77

Da “Il disagio della Civiltà di S. Freud
L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. (…). La civiltà deve fare di tutto per arginare le pulsioni aggressive dell’uomo. (…)
Non ci si può sottrarre all’impressione che gli uomini di solito misurino con falsi metri che aspirino al potere al successo alla ricchezza e ammirino queste cose negli altri ma ottovalutano i veri valori della vita.

Dalla Sentenza n.1974 del 1960 TRIBUNALE CIVILE e PENALE di MILANO
…Imputati…dell’Unità del 5 maggio 1959 un articolo dal titolo “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono”, portante notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico e precisamente la sussistenza di un grave pericolo ”per la esistenza stessa del paese di Erto a ridosso del quale si stava costruendo un bacino artificiale di 150.000.000 mc. d’acqua che un domani erodendo il terreno di natura franoso potrebbero far sprofondare le case nell’acqua”.
Fatto e diritto… E’ falsa la notizia non rispondente al vero, sia che con essa si ammetta un fatto inesistente,o se né dinieghi uno esistente,esagerata è, invece, la notizia che contiene un quid pluris rispetto la verità, mentre può definirsi tendenziosa la notizia che, pur fondamentalmente vera, viene posta in modo fazioso e partigiano, si da risultare deformata. Nella specie, nell’articolo in questione, non si ritrovano notizie né false, né esagerate, né tendenziose…

Dal Gazzettino del 22/04/1969
…Pietro Matteo Corona, messo comunale e guardia boschiva di Erto, conosceva il Toc come le sue tasche. Fu lui ad accorgersi per primo che si era aperta una grande fenditura. L’ultima volta, ci andò il 7 o l’8 ottobre, per incarico del vice Sindaco, e notò sprofondamenti e voragini: i « Quando la strada sprofondava, l’Enel Sade mandava due operai a ripararla. Mi arrab¬biai con l’assistente De Pra, perché si facevano immediatamente rattoppare i danni, men¬tre era meglio non occultarli, in modo che si vedesse il pericolo. Ma De Pra si strinse nelle spalle ». …

Quel giorno, il fiume
Ero ancora piccolina, quell’anno. Fu mia madre a svegliarmi presto, molto prima del solito urlandomi “prendi il bastone più lungo che trovi e corri al fiume, svelta”. Cosa si stava per fare lo capii poco dopo, ma il perché successe tutto quel finimondo lo compresi solo molti anni dopo, più di quanti vi possiate immaginare.
Ci si mise sopra i ponti e con i bastoni piantati nel letto del fiume si rastrellavano, si scandagliavano le sue acque. Due, tre persone per palo perché quel giorno la corrente era davvero forte e l’acqua incredibilmente alta.
Sarà stata la mia vena romantica, ma fino allora avevo sempre guardato a quel fiume come a qualcosa di puro, a qualcosa che portava ricchezza, lavoro, possibilità a tutta la mia gente. Quando i miei genitori mi sgridavano correvo lì, l’acqua fresca calmava sempre i miei pensieri infuocati e la corrente mi regalava la fantasia di poter fuggire lontano prima o poi.
Ma l’acqua, quella maledetta mattina d’ottobre, era marrone, puzzolente e inquietante.
Gli uomini ai bordi tiravano a riva il più possibile di quanto il fiume portava. Quel giorno, tra i resti di mobili, biciclette, vestiti, tra i resti di un mondo intero, vidi per la prima volta nella mia vita dei cadaveri, quelli del Vajont portati dalla piena del fiume fino in pianura.
Pensai a quando mamma, piena d’amore, mi portava al cimitero a trovare la nonna scomparsa e misi tutta la mia energia per dare agli abitanti di quel paese, lontano e quasi sconosciuto, almeno la consolazione di una tomba dove pregare.
Ora, con quarantacinque anni in più, so di dover diffidare più dell’uomo e della sua vanità, della sua sete di denaro e potere, che della natura e delle sue manifestazioni, ma ancora non ho la forza di tornare al fiume da sola.

Da Narcomafie del 06/06/2002
Alcune persone che hanno perso diversi parenti e sono state liquidate con quattro soldi dallo Stato denunciano donazioni mai arrivate a destinazione, finanziamenti miliardari piovuti (e che continuano a piovere) su aziende non coinvolte nella tragedia, storie di bimbi rimasti orfani truffati dai genitori adottivi a cui erano stati affidati con leggerezza dai giudici. I superstiti denunciano che, grazie a cavilli legali, a 600 vittime non è stata versata una lira di risarcimento. Qualcuno chiede, quasi piangendo, che si faccia qualcosa per ritrovare i resti di un familiare o di un parente. Chiede perché non si sia mai fatto nemmeno un tentativo per recuperarli. Altri ancora parlano del disinfettante canceroso buttato a sacchi sui cadaveri e si domandano se abbia qualcosa a che fare con le numerose morti per tumore avvenute dopo la tragedia. Qualcuno ricorda le casseforti delle banche mai ritrovate da una ditta a cui era stato dato il compito del recupero e le polizze assicurative e le pensioni dei morti mai pagate agli eredi perché mancava la documentazione. Noi giornalisti rimaniamo a bocca aperta. Il Vajont non è, dunque, la storia di un passato lontano: si trascina ancora oggi, tra carte bollate, denunce, progetti di ristrutturazione urbana, complessi industriali che nascono e muoiono con soldi che ancora riportano ai morti e alla distruzione di allora. Il tutto nella totale indifferenza degli organi di informazione.

“Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa”. Tina Merlin
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 10:15 #312

Homo homini lupus di simcam

“Me ne dai un altro? Giusto per chiudere degnamente questa giornata di merda”, disse l’uomo seduto davanti al bancone allungando la mano con il bicchiere verso il barista.
“Hai detto la stessa cosa dieci minuti fa. E dieci prima ancora. La vedi quella cosa rotonda sopra la mia testa? È un orologio. E quando la lancetta più piccola punta così verso l’alto non lo fa perché si è eccitata vedendo il tuo brutto muso ma perché mi indica dove sta la mia camera da letto, proprio qua sopra. Ora ti darò un altro bicchiere e questo lo offre la casa, ma poi ti alzerai e te ne andrai via dritto filato, ok?”.
“Ok Peter, prometto che è l’ultimo”.

Peter era un uomo tarchiato e basso, sui quarant’anni, di cui più della metà passati dietro quel bancone e aveva passato da tempo il periodo in cui rimaneva aperto fino a tardi per consolare ogni povero cristo che si infilava nel suo bar, vogliosi di bere per dimenticare i loro problemi e di raccontare per ricordarli.
Problemi che avevano quasi tutti gambe lunghe.
L’uomo bevve il suo bicchiere tutto d’un sorso e posò il bicchiere troppo forte, guadagnandosi un’occhiataccia da Peter. Aprì il portafogli e cominciò a guardare le banconote cercando di distinguerne scritte e colori.
“Facciamo che mi dai due di queste e andiamo a pari – disse Peter estraendo due banconote – Ed ora esci che devo chiudere”.
L’uomo se ne andò barcollando, accompagnato da Peter che non vedeva l’ora di chiudere a chiave la porta e non vedere più anima viva per almeno dodici ore. Stava per dare un doppio colpo di mandata alla porta quando vide, illuminato solo dalla luce della luna piena, un uomo alto e magro che, dietro i cassonetti, rovistava in cerca di qualcosa.
Peter rimase a fissarlo per qualche minuto, colpito da quell’uomo praticamente nudo. Nudità che ne facevano risaltare l’aspetto magro e scavato, mentre i capelli lunghi gli scendevano fino alle spalle. Tutto questo avrebbe fatto sembrare un barbone disperato chiunque si fosse trovato in quelle condizioni, ma non lui. Non era per niente sporco e i suoi movimenti erano comunque eleganti, seppur trasparisse imbarazzo e timore che qualcuno lo notasse mentre rovistava nell’immondizia.
“Che stai facendo?” chiese Peter avvicinandosi a lui.
L’uomo si spaventò voltandosi di scatto. Peter rimase sorpreso dalla giovane età dell’uomo o, sarebbe meglio dire, del ragazzo, visto che non gli avrebbe dato più venticinque anni, nonostante una barba incolta copriva parte di quel volto pallido.
“Non sembri un barbone… che stai cercando?”
“Infatti non lo sono. Mi… hanno derubato, cercavo dei vestiti” rispose il ragazzo.
“Non è una zona in cui accadono questo genere di cose… dove sarebbe successo?”
Il ragazzo allungò il braccio e indicò il parco.
“Dentro il parco? E che ci facevi dentro il parco a quest’ora?”
Il ragazzo non rispose e tornò a rovistare nei cassonetti cercando di tirarne fuori una coperta, o almeno quello che ne rimaneva.
“E smettila di toccare quello schifo, vuoi farmi venire il vomito? Vieni dentro al bar, ti darò qualcosa per coprirti e potresti telefonare alla polizia…”
Peter guardò bene la reazione del ragazzo alla parola “polizia”, sicuro che gli stesse nascondendo qualcosa.
Il ragazzo prese la coperta e se l’avvolse attorno alle spalle.
“A questo punto è inutile chiamare la polizia. Era buio, non sono riuscito a vedere nulla”.
“Beh… almeno entra, bevi qualcosa e poi te ne vai”.
Questa volta il ragazzo accettò l’invito, guardando attentamente che nessuno fosse nelle vicinanze.

Una volta che il ragazzo entrò nel bar, anche Peter osservò che nessuno fosse lì vicino.

“Bevi questo. Ti riscalderà” disse Peter versando del whisky in un bicchiere.
Il ragazzo prese il bicchiere e cominciò a berlo a piccoli sorsi.
“E così ti hanno derubato dentro il parco?”
Il ragazzo annuì con la testa senza smettere di bere.
“Ti avranno ferito…?”, chiese Peter stringendo leggermente gli occhi, come un giocatore di poker che vuole decifrare ogni più piccolo dettaglio dalla faccia del rivale.
“No, perché?”
“Perché hai delle macchie di sangue su quello che resta dei tuoi pantaloni. O è tuo oppure li avrai feriti tu… non sei d’accordo?”
“Come le ho detto non ricordo nulla” disse il ragazzo appoggiando il bicchiere sul bancone.
Peter gli riempì nuovamente il bicchiere, nonostante non fosse ancora finito.
“Oramai non ci si può più fidare di nessuno. Esci a fare due passi, magari stai portando fuori il tuo cane lupo per fargli fare i suoi bisogni…”
“Come dice?” interruppe il ragazzo sgranando gli occhi.
“Che magari stavi portando il tuo cane a fare pipì. Ho detto così.”
“No. Sì… sì è andata così. Stavo portando fuori il cane e probabilmente mi avranno colpito da dietro, perché non ricordo più nulla”.
“Ora speriamo che il tuo cane non morda nessuno… sarebbe un peccato se domani mattina qualcuno si trovasse con delle ferite di cane. Se non peggio…”
Il ragazzo si strinse nella coperta, imbarazzato dalle domande e dagli occhi del barista.
Peter allungò il bicchiere verso il ragazzo, invitandolo a bere ancora, poi si diresse verso la porta. Il ragazzo lo osservò attentamente, mentre i suoi occhi ormai non riuscivano più a nascondere l’inquietudine che quell’uomo gli provocava.
“Sono in notti come queste che accadono le cose peggiori… non trovi?” disse Peter chiudendo la porta d’ingresso a chiave.
“Perché dice?” rispose il ragazzo con la voce tremante.
“Perché c’è la luna piena. Ed è in notti come questa che a certa gente spuntano strane voglie. Insieme ad artigli e a peli sulla schiena. Dico bene?”
“Non la sto più seguendo…”
“Sì che sai di cosa parlo, non è vero? Ho notato subito certi piccoli dettagli… gli occhi gialli, le unghie ancora lunghe, per di più sporche di sangue”.
Il ragazzo cercò di nascondere le mani dentro la coperta.
“Ma non ti preoccupare, il tuo segreto è al sicuro con me. Ognuno ha i suoi ‘piccoli’ segreti. Non sei d’accordo con me?”
“Credo di sì”.
“E allora lascia che mi avvicini a te… non mi hai ancora detto il tuo nome…” disse Peter il vampiro, camminando verso il ragazzo, mentre un paio di canini spuntarono tra le sue labbra.
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Re: [#9] Homo homini lupus 13/07/2010 10:16 #313

Homo homini lupus di natureboy

Tim Collins era sui binari polverosi, le pistole nelle fondine, la sigaretta fra i denti . Il treno sarebbe arrivato da un momento all’altro, e si sarebbe fermato proprio davanti a lui. A quell’ora ormai Steve doveva essere riuscito a liquidare le guardie sul convoglio, grazie al suo geniale travestimento da controllore. Era l’occasione di una vita… Questo colpo rappresentava per lui la El Dorado tanto agognata dopo oltre 15 anni passati fra rapine a misere diligenze e soggiorni forzati a Fort Defiance. Era arrivato il giorno della sua rivincita…
Il treno arrivava sbuffando, e subito Collins capì che era andato tutto bene: infatti quello aveva cominciato a frenare molto prima di quanto avrebbe fatto normalmente, una volta visto un ostacolo sui binari. Si fermò ad una decina di metri da lui. Collins gettò il mozzicone per terra e si avvicinò cautamente abbassando il cappello sugli occhi, tenendo in ombra la sua espressione di rabbiosa euforia. Il portellone del macchinista si aprì di scatto. “Sali Tim! Non abbiamo molto tempo! Uno dei guardiani ha mandato un telegramma allo sceriffo di Denver”, esclamò Steve, con il solito volto barbuto e unticcio. Non era un problema per Collins: quel giorno niente sarebbe andato storto. “Lega i macchinisti, io nel frattempo vado a mettere la dinamite alla camera blindata”. Collins attraversò qualche scompartimento, osservando divertito l’espressione terrorizzata degli sporadici passeggeri. Arrivò alla camera blindata. Davanti ad essa c’erano due guardiani legati fra loro: uno di loro aveva perso conoscenza e sanguinava dal capo. “Brutti balordi! Salvate almeno Mick, non vedete che ha bisogno di cure?”, inveì l’altra guardia. Collins scrutò con disprezzo i due: “Non è affar mio, amico”. “Dannato figlio di coyotes! Che tu sia dannato, non avrò pace finchè non…”. BANG. Lo sventurato tacque all’istante, con un foro in mezzo alla fronte. Mentre sussultarono i palpiti degli altri passeggeri, Collins vide Steve riporre la pistola nella fondina, e dire “Sbrighiamoci Tim! Come te lo devo dire che non c’è più tempo?!”. “Oggi niente può fermarmi”, replicò Collins, e, posta davanti alla camera blindata la dinamite, accese la miccia, scappando con il compagno nell’altro scompartimento. Il fragore dell’esplosione invase la sua mente, era il magico suono del cambiamento e della vittoria. La camera blindata era stata aperta. I due fuorilegge vi entrarono e fissarono stupiti il suo contenuto: in quel vagone c’erano migliaia di dollari! “YAAAEEEYYY!!!!!! Ce l’abbiamo fatta Tim!!! Siamo ricchi!!!”, esultò Steve. Collins conservava ancora quell’espressione di giubilo, e in un certo qual modo, i suoi occhi lanciavano fiamme. In breve i due svaligiarono il contenuto del convoglio, e fecero per andarsene, quando avvertirono uno scossone che sorprese anche tutti gli altri passeggeri.
Il treno era ripartito.
“Per la barba di Giosafatte!”, sussultò Steve, “è ripartito questo bestione! I macchinisti si devono essere liberati”. Collins non proferì parola, ma sfoderò le due Colt e si avviò di gran carriera verso la sala macchine. Arrivato vicino alla porta, intravide una guardia ferita ad un braccio incitare i macchinisti ad alimentare il treno. Poveri illusi, non sarebbe servito a niente…

Scattò alla sua sinistra e fece fuoco sul militare, che non fece in tempo a scansarsi. “Adesso ascoltatemi bene, brutti bifolchi. Fermate immediatamente il treno, se non volete accompagnare all’inferno questo disgraziato”. Lo aveva detto a bassa voce, ma fu come se lo avesse urlato a squarciagola, tanto i due uomini erano intimiditi. Steve arrivò un attimo dopo con i sacchi pieni. Estrasse la pistola. “Adesso vi ammazzo!”. “FERMO STEVE!”, urlò Collins per la prima volta, e l’aria tutta sembrò paralizzata dal terrore. Steve abbassò lentamente la pistola osservando con timore quasi reverenziale il compare, ma non disse nulla, e osservò il treno fermarsi in mezzo al deserto. Collins afferrò uno dei sacchi e salì sulla finestra. Era sul punto di scendere, quando disse “Ah! Mi ero dimenticato di premiarvi per la vostra gentilezza”. Sparò sui due macchinisti con una velocità e una freddezza devastante. “Ahahahahahahah!!!!!!!!”, esultò selvaggiamente Steve, e seguì Collins fuori dalla finestra…

“Saranno più di duecento mila dollari, Tim!”, sostenne Steve, letteralmente fuori di sé dalla gioia.
Avevano percorso alcune miglia per allontanarsi dal luogo della rapina, che ora brulicava di militari. Ora erano soli in un luogo desolato nel bel mezzo di un canyon. Steve, seduto per terra come un neonato che gioca con le sue bambole di pezza, estraeva il contenuto dalla sua borsa e il suo pugno stringeva mazzette da diecimila dollari l’una. “Non mi sembra ancora vero Tim! Il colpo è riuscito anche meglio di quanto avessimo immaginato! Ora tutto questo è solo nostro!.
“E’ solo mio vorrai dire”.
Steve alzò bruscamente il capo e vide Collins in piedi con la pistola sguainata. Gli occhi erano in ombra, il cappello li copriva quasi interamente, conferendo al suo viso ancora quell’espressione di folle eccitazione. “Co-cosa?”, balbettò Steve completamente spiazzato. “Mi dispiace Steve. Ma la nostra collaborazione finisce qui. Non ti lascerò andare in giro a spiattellare ai quattro venti quello che io ho compiuto quest’oggi. Nessuno deve sapere che sono stato io a svaligiare il convoglio. So già che la tua inettitudine mi porterebbe grandi fastidi. Beh, di problemi né ho avuti anche troppi nella mia vita. Ora è arrivato il momento di godere”. Steve aveva gli occhi sgranati, e sentire quelle parole gli permetteva di passare velocemente dallo stato di sorpresa a quello della furiosa collera più nera. “Stai scherzando Tim! Io ho liberato il treno da tutte quelle guardie e fermato il treno. Vuoi prenderti il merito di qualcosa che ho fatto io rischiando la pelle? Avevamo concordato che ci saremmo spartiti il malloppo. Sei solo un furfante!”. Collins iniziò a ridere sguaiatamente, e i suoi lineamenti si contrassero in orrida maschera deforme. “Quanto sei ingenuo, Steve. Credevi davvero che ti avrei lasciato sopravvivere dopo questo colpo? Conoscendo la tua doppiezza, mi avresti sparato alle spalle senza neanche pensarci due volte. Mi sono semplicemente attrezzato prima di te”. Steve fu scosso da un tremito d’ira, e fece per estrarre la pistola, ma Collins era pronto. Lo sparò senza pietà squarciando il silenzio del deserto. Steve cadde all’indietro con un buco al posto dell’occhio destro. Collins si avvicinò e raccolse la borsa lasciata dal compare. Gettò uno sguardo sul cadavere del complice con un mezzo sorriso. “ Te l’avevo detto che oggi niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi”. Non aveva il minimo senso del dispiacere. Quell’uomo non rappresentava nulla per lui. Agganciò il sacco insieme all’altro già attaccato alla sella e, salito sul cavallo, partì pacatamente, abbassando il cappello sugli occhi, e andando incontro al buio della sera…
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