"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#10] Un sogno

[#10] Un sogno 11/06/2010 05:52 #125

Periodo: Dicembre 2008 - Gennaio 2009

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:18 #314

Un sogno di icarothelight

Ieri ho sentito un soffio
ed era soltanto ieri.
Mi ha sfiorato i capelli
mi ha toccato la pelle
è entrato in me
ed ha sconvolto il mio cuore.


Chiuse gli occhi e cominciò a contare. Uno, due, tre…
L’estate l’avvolgeva profumando di sole ogni cosa. Una brezza di vento caldo lo colse d’improvviso. Una benedizione in tutta quell’afa. Udì distintamente i passi allontanarsi alla sua sinistra. Poi come da copione (possibile che non avesse capito, che ormai non avesse mangiato la foglia?) il suono degli zoccoli sulla scalinata che portava al piano superiore, per ingannarlo e fargli credere che stesse salendo su.
Dodici, tredici, quattordici… Ora i suoni della natura avevano preso il sopravvento, ma lui sapeva benissimo dove Lara si era andata a nascondere. Completò la conta e si girò d’improvviso, con uno sguardo d’attore consumato. La recita continuava! Si diresse con passo deciso verso la cantina e la raggiunse in un baleno, sorridendo non appena scorse la porta. Era aperta… anche se di poco. Entrò e la scoprì lì, con un dito in bocca ed il viso colpevole di chi è stata colta con le mani nel sacco.
“Trovata!” la canzonò, entrando in cantina e chiudendo la porta. Lara l’osservava con l’aria di chi la sa lunga. I suoi 11 anni sfidavano questa consapevolezza. “Mi sono stufata di questo gioco…” proclamò con aria afflitta, poi mutando espressione “ mi trovi sempre troppo in fretta…” L’osservava tramando chissà cosa. Matteo era vestito di un costumino blu scuro, infradito e null’altro. Il sole della Calabria, non permetteva troppe concessioni nelle prime ore del pomeriggio. La sua pelle era ormai coperta quasi completamente dall’abbronzatura.
“Tirati giù gli slip”
La frase di Lara echeggiò per qualche istante nella cantina senza alcuna risposta poi Matteo senza pensarci troppo, come guidato da una forza oscura si spogliò bisbigliando: “Voglio che lo fai anche tu però” ma non riuscì a concludere la frase che bambina s’era già dileguata, lasciandolo solo con le sue nudità.
In un attimo si rivestì ed uscì dalla cantina, mosso da profonda delusione. La luce opaca del grande lampadario di casa Belletti lo accolse. La donna poco più che ottantenne ripeteva a cantilena la stessa domanda: “Allora piccolo Matteo, mi fai sentire come suoni?” Lui stringeva forte le mani di sua sorella Lara,tremando. Quella donna gli aveva sempre fatto paura. Un terrore inspiegabile, ma reale come poc’altro. Cercò lo sguardo della sorellina come per avere una conferma, un benestare. Lei gli sorrise lasciandogli la mano. Si avvicinò al pianoforte mentre la donna gli faceva spazio, con un sorriso stampato in volto. Si sedette sullo sgabello e cominciò a suonare le prime note di Per Elisa, tremando e sbagliando ripetutamente le battute. La donna lo avvicinò cingendolo da dietro. Gli prese le mani e cercò di guidarlo ad una più attenta esecuzione. Ma quella stretta non faceva che confonderlo. Aumentava lentamente e si sentiva sempre più in trappola. Come se la vecchia lo stesse bloccando lentamente per magari poi cucinarselo, nel grosso pentolone che spuntava dal tavolo della cucina.
“Lasciamiiii!” Urlò con tutto il fiato che poteva e divincolandosi dalla presa corse fuori dalla stanza, mentre la donna anziana l’osservava sbigottita e Lara lo seguiva cercando di fermarlo. Ma il piccolo uscì dalla stanza ed il parco di casa era lì ad attenderlo. L’inverno non gli aveva impedito di scendere con il suo pallone sotto il braccio. Aveva finito da poco i compiti e Marco sarebbe arrivato a breve. Si erano sentiti da balcone a balcone, urlando esageratamente come amavano fare. Una voce alle spalle lo colse di sorpresa:
“Matto!!! Matto!!! Matto!”
Il solito ritornello di Giorgio. Non conosceva benissimo quel bambino, ma gli aveva sempre fatto simpatia. Gli piaceva chiamarlo così e lui lo sopportava. Non si era mai sentito preso in giro.
“Facciamo una partita?”
“Non credevo ti piacesse giocare a pallone!”. Aveva sempre pensato che quel ragazzino gracile, fosse nato unicamente per far battute e prendere in giro bonariamente gli altri bambini. In verità non ricordava di averlo mai visto toccare un pallone.
“Va bene! Giochiamo! Ma sto aspettando Marco… quando arriva gioco con lui!”
Giorgio si era rivelato un avversario di tutto rispetto. Stavano giocando uno contro uno, usando le panchine del parco come porte. Avevano deciso che avrebbe vinto chi arrivava prima a dieci ed il risultato vedeva Matteo in vantaggio per 9 a 8. Proprio lui aveva il pallone tra i piedi ed attendeva la prima mossa dell’avversario. Appena Giorgio si mosse, lo superò con un tunnel e volò via verso il gol del 10 a 8. Ma il ragazzino da dietro vistosi per perso lo spinse vigorosamente, facendogli perdere l’equilibrio, costringendolo così a crollare contro la panchina. L’impatto fu durissimo. L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi, fu un uomo su una sedia a rotelle che gli si avvicinava in gran fretta.
“Matto!!! Matto! Matto!!!”

Matteo si accorse che stava sognando. Ma nell’oblìo sapeva benissimo che quel sogno era vero. Si svegliò bruscamente e si alzò sul letto. Le lancette dell’orologio segnavano le due e dieci. Andò in bagno e rimase per qualche istante allo specchio a guardarsi.
Si risvegliò verso le sette con un’idea precisa di cosa avrebbe fatto. Si diresse in bagno per la solita doccia di prima mattina, ma non potè non guardarsi ancora allo specchio. La piccola cicatrice sopra il sopracciglio destro era il ricordo del grande spavento di ormai 19 anni prima.
Appena salito in macchina armeggiò sul palmare. Trovò indirizzo e numero di telefono. Da quanto tempo non vedeva il signor Belletti? Troppo, si rispose. Inserì la prima e si avviò. Non sarebbe però andato subito a trovarlo. C’era ancora una cosa che doveva fare. Entrò nel negozio poco dopo.
“Desidera signore?”
“Mi servirebbe lo spartito di Per Elisa.
“Beethoven?”
“Proprio lui. Gentilmente potrebbe farmi una confezione regalo?”

E’ durato
come un fruscio d’ali
come un battito di ciglia
poi è sparito.

Quel soffio era la mia giovinezza
il mio vero ed unico sogno
ora è passato,
ed era soltanto ieri.
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:18 #315

Un sogno di gensi

La città non è certo affare per i palati fini. La vera città la puoi annusare solo sugli autobus e sui tram affollati dell’ora di punta dove gli anziani e le facce strane si mischiano in un pout pourri d’autore.
Certe mattine, a 20 anni, le tue prime volte da solo e senza regole, ti girano per la testa strani pensieri. Soprattutto se passi ore intere su questi mezzi di trasporto. Inevitabilmente si finisce a pensare. Chi sono, dove sto andando, cosa farò…
Quella cariolata di domande esistenziali sono come uno zaino pieno di piombo. Si appiccicano sulle spalle e non si ha neanche la forza di togliere gli spallacci. Ci si abitua, quasi che quel piombo fosse da sempre stato con noi. Poi ci si affeziona e si ha paura di trovare una risposta vera. Vorrebbe dire lasciare quel fardello lì ad altri ed essere liberi. Perché?

Proprio in una di quelle tante mattine, probabilmente complice un film visto la sera prima, un lampo mi attraversò il cervello.

…e se ci provassi? Se va bene sarebbe la svolta…potrei godermi meglio questa vita deludente. In fondo cosa ho da perdere? Ci vuole una svolta, ci vuole. Così proprio non ha più senso andare avanti. Bisogna credere nei sogni e questo potrebbe essere quello valido.

Era il 22 dicembre. Mi diressi prima in un negozio di giocattoli e poi all’Upim non troppo distante da li. Poi, feci un giro di perlustrazione. Tutto filò liscio a convincermi ancora di più che la mia idea non era solo frutto di una pazzia momentanea ma qualcosa di concreto. Anzi, sotto sotto, qualcosa di giusto per me che credevo ancora alla favoletta che tutti dovessero avere le stesse possibilità.

Tornai a casa che erano già le sette di sera. Il tempo di cucinare, vedere il telegiornale, due tette, due culi e programmai la sveglia per la mattina seguente.

Alle otto e trenta ero già sveglio nonostante la sveglia fosse puntata per le nove. Diciamo che la mia proverbiale freddezza, quella notte, avevo fatto cilecca. Il pensiero continuava a ronzare a ciò che sarebbe successo. Ripetevo mentalmente i movimenti, ripassavo le battute e cercavo il più possibile di valutare tutti gli imprevisti che sarebbero potuti accadere.

Alle dieci e trenta ero dentro. Stranamente c’erano solo due clienti una molto più anziana dell’altra. Senza fare il giro puntai dritto all’unica cassa aperta nel mentre sfoderai la mia Beretta e la puntai verso l’alto.

“Fermi tutti! Questa è una rapina”, urlai.

Scavalcai il bancone.

“State tranquilli, se non fate movimenti strani non vi succederà niente. Due minuti e sarà finito tutto. Tu invece ti vuoi muovere con quella cassa?”

La donna corpulenta seduta sullo sgabellino aveva il terrore dipinto negli occhi. Le avevo puntato la pistola sulla fronte e lei si era subito scostata ed aveva aperto il cassetto. Non avevo la precisa idea di quanto potesse avere lì. Per me era comunque più che sufficiente. Il mio obiettivo era fare tutto il più in fretta possibile.

Arraffai alla rinfusa le banconote e riscavalcai il bancone con il mio sacco pieno.

Ero fuori…cazzo ero fuori e ce l’avevo fatta…Era durato anche meno di due minuti…

…non riuscii neanche a godermi la situazione che un uomo in divisa intimò di fermarmi. Mi assalì il panico. Cosa potevo fare? Era ancora abbastanza lontano ma se non facevo qualcosa mi avrebbe sicuramente raggiunto. O forse sparato, chissà!

Mi buttai in mezzo alla strada e non appena la prima macchina si fermò puntai la mia pistola giocattolo contro il parabrezza. La 60enne che era a bordo scese con il viso pallido quasi quanto il colore dei suoi capelli. Entrai in fretta e furia, misi in moto, schiacciai il pedale a fondo per partire a tutto gas quando…
…cazzo era una microcar. Nella fretta di scappare non mi accorsi del madornale errore che avevo commesso. Questa scatoletta faceva massimo i 23 chilometri orari! Cazzo, cazzo, cazzo! L’uomo in divisa, salito nel mentre su di una volante, impiegò meno di 30 secondi a sbarrarmi la strada. Rimasi al posto di guida, impietrito.

A quel punto aveva davvero senso continuare a scappare?

Presi dal sacco una manciata di banconote accartocciate da 500 euro, me le infilai in tasca e cominciai di nuovo a correre. Senza meta, senza più voltarmi.
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:19 #316

Un sogno di marcoslug

– Dimmi, vale più un sogno o una certezza?
– Prego? – si lascia sfuggire del tutto spontaneamente Anna, sorpresa alle spalle da una domanda tanto bizzarra quanto inaspettata. La voce, poi, le è del tutto sconosciuta, ma innegabilmente è piacevole, calda.
– Prova a rispondere, mia cara Anna…
– Ma… come fa a conoscere il mio nome? Io… io… ma che vuole che ne sappia? Sto solamente facendo la spesa in un supermercato! – il tono di voce di Anna, pallida trentacinquenne che i più definirebbero bruttina, si è impennato via via, seguendo l’onda emotiva del ragionamento interno, e la stessa Anna, nel suo incontrollato reagire, si è impennata tutta, come un cavallo imbizzarrito irritato dalla cattiva postura del fantino. Ma nonostante lo scotimento del corpo non ha potuto fare a meno di notare con ferma attenzione le qualità estetiche del suo misterioso interlocutore: un uomo innegabilmente affascinante, virile e delicato allo stesso tempo.
– Eh eh, mia cara, la risposta è semplice: un sogno! Io ad esempio ho la certezza che i tuoi occhi siano bellissimi, li vedo e me ne compiaccio, ma sogno il tuo corpo sodo e ambrato coperto solo da una sottoveste trasparente, e questo sogno è decisamente più forte.
– Ah… la… la ringrazio – balbetta Anna, restando per una manciata di secondi completamente inebetita.
– Il nasello…
– Eh?
– Il nasello, presumo tu stessi prendendo la confezione di nasello; lo preferisci sempre al merluzzo.
– Ma come fa a saperlo?
Dal reparto surgelati della Coop di Piazza Leopoldo, Anna e l’affascinante uomo si spostano nel piccolo bilocale di lei e, il tempo di un tè frettolosamente sorseggiato, franano sul letto a una piazza e mezzo che Anna frequenta quasi sempre solitaria fin da quando era una timida e lentigginosa studentessa liceale. Fanno sesso, e a lungo; complice la voglia forzatamente repressa di lei e la mirabile prestanza di lui. È un vigoroso tambureggiare di vivide e selvagge vibrazioni.
– Meraviglioso!
– Ti è piaciuto, cara?
– Sì, da morire – da morire… proprio da morire; che se non fosse per quel rigolo di sangue violaceo che lentamente scende dal fianco di Anna sembrerebbe un’espressione innocente. E invece, dato il contesto, assume un che di ironico e beffardo, dato che Anna, a morire, ci sta andando sul serio.
Il coltello a farfalla riposa accanto al corpo di lui, sporco appena appena in punta, tanto è stata veloce l’entrata-e-uscita, ed è sorprendente notare come sia più corto, manico compreso, del pene ancora eretto che l’affascinante uomo esibisce orgoglioso, sul letto a una piazza e mezzo della pallida e ingenua, fu, Anna.

L’autobus numero venti procede a balzelli e brusche frenate, come al suo solito. E Carmen, come più o meno da tredici anni a questa parte, se ne sta in piedi nella parte anteriore a guardare persa fuori dal finestrino, che tanto sa che un posto a sedere, prima che lei scenda, non si libererà mai.
– Stai in piedi così il tuo bel profumo si spande ancora meglio? – l’affascinante uomo lascia solo il tempo a Carmen di sospirare che subito rincalza – Piacere Loris, Loris Cantagalli. Ma tu puoi semplicemente chiamarmi…
– Loris?
– Amore. Puoi semplicemente chiamarmi Amore.
– Ah… – Carmen sgrana gli occhi dallo stupore, ma non è solo stupore, c’è anche una componente di stanchezza. Quella stanchezza che precede lo sbadiglio e accompagna il suo quotidiano ritornare da lavoro.
– Stanca?
– Uhm.
– Stanca di tutta la routine, vero? Perché una settimana non passa mai, ma i mesi, i mesi interi, volano. I mesi, gli anni, se hanno tutti lo stesso dannatissimo copione, volano via. Puff, non fai in tempo ad accorgertene che diventi già bella che quarantenne, eh?
– Dio se hai ragione… Ma lo sai a chi assomigli?
– Hugh Jackman forse?
– Esatto! L’attore che è in Australia, un film recente…
– E tu chi saresti, Nicole Kidman?
– Ah ah ah, magari!
Carmen e Loris ridono di gusto, se la intendono. E Carmen, mentre parla e gesticola e si commuove sull’autobus prima, per la strada poi, nel suo monolocale ben arredato dopo ancora, sembra proprio che abbia il sorriso della Kidman. Peccato che la Kidman in Australia non finisca morta dissanguata per una taglio provocato all’addome da un coltello a farfalla, corredato da altri gustosi ricami vaginali, mentre lo splendido sorriso è impastato ancora dello sperma di Hugh Jackman.

Il Bar Consigli in fondo a via Massaia già in primavera viene arricchito da una mezza dozzina di strategici tavolinetti posizionati all’esterno, in modo da far godere ai clienti i primi convincenti raggi di sole. Donata siede ad uno di questi tavolinetti, un paio di larghi Ray-Ban e una bandana a fiori le conferiscono vagamente un’aria da diva hollywoodiana svogliata e poco curata, prima che il chirurgo estetico faccia il suo puntuale lavoro di restauro.
– Permette? Posso offrirle qualcosa? – chiede in modo persuasivo l’affascinante uomo.
– Mi dispiace, ho già ordinato – risponde prontamente Donata.
– Ma io posso offrirle altro.
– E cosa?
– Un sogno. Un sogno eterno.
Donata ha un crampo allo stomaco, in linea con la sua tendenza a somatizzare subito qualsiasi sensazione negativa. La parola eterno ha suscitato in lei un enorme effetto-bowling: è bastato un leggero tocco della boccia che tutti i birilli – tutte le schede, le foto, i profili psicologici accuratamente tracciati, le testimonianze… – tutti sono saltati in aria ricadendo sdraiati e ora lentamente e ordinatamente stanno scivolando in fondo alla fossa. Dunque era questo il modus operandi del Killer del Poggetto: abbordare donne sulla quarantina, scapole e lontane dall’essere attraenti, regalare loro il sogno di un incontro insperato ed eternare questo sogno, così, uccidendole, nel modo più silente possibile. Ancora coinvolta in un turbinio di birilli e induzioni logiche, Donata riesce miracolosamente a scorgere con la coda dell’occhio un rigonfiamento sotto i jeans dell’uomo all’altezza della coscia destra, grande quel tanto da poter sembrare la sagoma di un coltello a farfalla lungo diciotto centimetri. Con uno scatto lucido e felino Donata afferra i polsi dell’uomo e li ammanetta quasi contemporaneamente; poi tira un calcio rabbioso allo sgabello dove egli è seduto, facendolo rovinosamente cadere di muso.
– Loris Cantagalli, bastardo schifoso, ti dichiaro in arresto! Sono l’Ispettrice Donata Pollastrini.
Il Cantagalli tossisce parole incomprensibili, poi la sua voce si fa più chiara – Oh… finalmente!
– Ma che cazzo dici, razza di stronzo?
– Finalmente si è spento il mio sogno. Non nel modo in cui avrei voluto, ma per ogni sogno che finisce c’è spazio per un altro… Mi dica Ispettrice, per lei vale più un sogno o una certezza?
– Oh Santo Cielo!
Donata si abbandona sul tavolo sconsolata, e mentre i suoi uomini portano via il docile Cantagalli, lo stomaco piano piano le si allenta, intiepidito dal sole fiorentino di un normale pomeriggio di aprile.
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:20 #317

Un sogno di Natureboy

Eccola… Bella come non mai… I biondi capelli splendenti rilucevano di un chiarore celestiale… I luminosi occhi azzurri emanavano dolcezza e candore… Le labbra morbide, carnose come pesche, ardenti di passione, erano semiaperte, lasciando intravedere il bagliore dei denti…
Un coro d’angeli accompagnava la visione di Rebecca, meravigliosa come sempre e di più, ma così incredibilmente vera. Gordon la osservava incantato, beandosi di lei, sorseggiando a fiotti il suo splendore. La donna che aveva sempre desiderato era lì, davanti a lui. E desiderava solo lui. Lo capiva da quella luce nel suo sguardo luccicante. Gordon non riusciva a spiegarselo come mai finalmente Rebecca fosse riuscita a notarlo. Era tutto così assurdo…
Provava un’ardente passione per lei ormai da molti mesi; inizialmente aveva creduto fosse stata una normale cotta, ma con il passare del tempo si era reso conto che il suo non era un semplice invaghimento, ma vero amore. Aveva cercato di nascondere tutto, e ci era riuscito anche molto bene. Il suo rapporto con lei era fondato su una bella amicizia, sincera e leale. Ma solo un’amicizia… Non poteva esimersi dal sognarla tutte le notti, desiderando fortemente che fosse sua, sua soltanto, e di nessun altro. Ma la realtà era ben altra cosa. Rebecca non aveva occhi che per Greg, un tipo bello come il sole, ma scarso di intelletto. Vederli mentre si baciavano e si abbandonavano alle coccole, mortificava profondamente Gordon. Si sentiva come emarginato, come escluso da una gioia che anche lui avrebbe voluto tanto assaporare. Non provava particolare simpatia per Greg, ma non l’odiava. Era troppo buono per poter odiare qualcuno. La tristezza e il senso d’abbandono erano più forti. Dimenticarla era difficile, impossibile per Gordon. L’amore era stato spietato con lui, più crudele della morte…
E ora invece Rebecca avanzava verso Gordon, soave e splendente, vogliosa di lui. Non poteva essere che un sogno, ma voleva goderselo ugualmente fino agli sgoccioli. Ormai era di fronte a Gordon, e il ragazzo la contemplava estasiato. Rebecca sorrise, e in quell’istante Gordon capì che non era un sogno, ma la realtà: come poteva essere finto un gesto di cotanta dolcezza! “Baciami Gordon, baciami finché hai fiato nei polmoni, finché il tuo cuore non cesserà di battere” disse Rebecca, con una voce stentorea ma in un certo senso eterea. Gordon allora la abbracciò tremante, non osando far scivolare le mani troppo in basso, per paura di violarla. Le labbra si avvicinarono. Rebecca chiuse gli occhi, ora sembrava davvero un angelo. La sua bocca era proprio lì, difficile a crederlo. Gordon aveva la mente completamente ottenebrata, era incapace di qualsiasi gesto o pensiero. In quel momento capì che doveva fare solo una cosa: congiungere le sue labbra con quelle di Rebecca, creare un aureo filo conduttore indissolubile e perpetuo, mescolare sapori e sentimenti, creare un unico omogeneo corpo armonioso… Era troppo vicina, ormai non poteva più tirarsi indietro… Vedeva tutti i pori del suo viso, sentiva il profumo sublime della sua pelle…

Qualcosa di umido profanava le labbra di Gordon. Si svegliò di soprassalto. Era Bra, la gattina che viveva con lui. Gordon la allontanò imprecando. Era deluso, aveva realmente creduto che quella fosse stata la realtà, l’aveva sentita così vicina… Ora ricordava perché si era addormentato: aveva avuto una grossa rivelazione quel pomeriggio. Rebecca e Greg si erano lasciati, e lei si era confidata proprio con Gordon. L’aveva sentita piangere al telefono, e questo lo aveva fatto soffrire come mai. Non sopportava che quell’individuo le facesse tanto male. Ricordò di aver avvertito nausea, e di essersi messo a letto nella speranza di guarirla. Ora stava molto meglio, ma il suo cuore pulsava ancora dolente. Guardandosi allo specchio decise che doveva prendere una decisione. Avrebbe detto tutto. Ma proprio tutto. L’avrebbe costretta a capire quello che gli provocava. Gordon tremò al solo pensiero, ma, ripensando alle lacrime di Rebecca, trovò una nuova forza trascendente, incomprensibile, che non aveva mai provato. “ Ce la farai vecchio mio”, sussurrò incitandosi. Accarezzò Bra e infilò la migliore giacca che possedeva. Si cosparse di profumo e, pettinandosi con cura, capì che forse quella era la volta buona. Aveva una strana sensazione, un sesto senso che di solito non lo ingannava mai. Era la sua sera. Uscì dall’appartamento ed entrò in macchina. “Arrivo Rebecca”, disse, e partì di gran carriera.
Era davanti a casa sua. Inchiodato sul sedile dell’auto, Gordon tremava emozionato. Pensò che avrebbe dovuto aspettare che il dolore di Rebecca si fosse sedato, che forse quello non era il momento giusto per una confessione. Ora come ora, non era più tanto sicuro di quello che voleva fare. “Forza Gordon, non perdere la pazienza. Dacci dentro!”, si incitò, e fece per uscire dalla macchina, quando la porta di casa si aprì. Era Rebecca. Con Greg. E si baciavano. Lo facevano con un nuovo vigore, come se si fossero riscoperti all’improvviso. Mentre si dirigevano verso la macchina di lui, non riuscivano proprio a staccarsi l’uno dall’altra. Gordon sentì come se stesse sprofondando in un abisso eterno. Tutta la forza che miracolosamente aveva trovato era svanita così come era arrivata. Non gli rimaneva che l’arido sapore amaro di un’illusione repentina. Rebecca sembrava felice. Gordon la guardava allontanarsi, e con lei capì che anche tutte le sue speranze erano definitivamente andate. Perdute per sempre. “Non smetterò mai di amarti Rebecca. Mai, neanche per un secondo”, sussurrò lievemente. Mentre Rebecca entrava in macchina, Gordon vide il suo sogno di sempre svanire e allontanarsi. Un attimo dopo non c’era più. Una lacrima solcò il suo viso. Con un gemito, mise in moto, e partì mestamente sulla via del ritorno…

Eccolo lì, di nuovo a casa. Sembrava essere passato un secolo da quando se ne era andato venti minuti prima. Senza nemmeno spogliarsi, si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona. Bra si avvicinò lentamente, e gli si acciambellò sulle ginocchia. Gordon la guardò fare le fusa, e cominciò ad accarezzarla dolcemente. “Tesoro mio, siamo ancora tu ed io. Solo tu ed io…”. Bra miagolò lievemente arrocchita dal piacere delle coccole, mentre Gordon piangeva in silenzio.
E sempre in silenzio, lentamente, i primi raggi solari spuntarono attraverso le tende, illuminando pigramente il viso stanco del giovane, rischiarando il suo cuore spezzato.
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:20 #318

Un sogno di vaisecco



Lei. Finalmente. L’ho inseguita per tanto, troppo tempo…
Quanti momenti passati a bramarla, studiando nel dettaglio ogni gesto insignificante che potesse permettermi di conquistarla.
Si è fatta desiderare, com’è tipico delle belle donne.
Lei, preziosa, sembrava farsi raggiungere per poi fuggire via, ancora una volta.
Chi di noi non c’è mai passato? Quando decidi che è quella giusta per te, non puoi esimerti dal gettare anima e corpo nell’impresa.
E, spesso, gli sforzi fatti sono proporzionali alle occasioni mancate.
L’ultima volta che c’incontrammo era un fresco pomeriggio di fine estate.
Quanta emozione trapelò dal mio stordimento… lei mi sorrise beffarda, forte del suo ascendente che calamitava a se i miei
pensieri, inesorabilmente.
Quindi tirò dritto per la sua strada, cieca dinanzi alla mia prostrazione e fiera del suo cinismo.

Sono passati due mesi, ora la situazione è del tutto diversa.
Lei continua a sorridermi, ma senza più l’intenzione di sfuggire. Anzi, si avvicina, mi accarezza sfiorandomi, mi lancia segnali che mi fanno capire che staremo bene insieme.
“Eri un sogno… ma dalle tue ceneri sta prendendo forma la realtà.”
VIII, sto arrivando!!

(Precisazione: per VIII s’intende una serie di hattrick, gioco manageriale di calcio online da cui i fondatori di questo blog provengono. Nel contensto, la squadra dell’autore è stata promossa dalla serie IX alla serie VIII dopo averla sfiorata nell’estate precedente)
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:21 #319

Un sogno di Gabomarciogabe

“Ciao.”
“Ciao.”
“E’ già passato il 777?”
“Non lo so, sono arrivata da poco.”
“Ci mette sempre una vita ad arrivare, meno male che non ho mai fretta. Finita la scuola, finiti gli impegni. Però è strano, non c’è mai stato il Tevere a viale America… E’ un sogno vero?”
“Sì, è un sogno. Te lo dico subito, nessun finale a sorpresa. Questo non è uno dei tuoi racconti.”
“Strano però, ora che l’ho capito non dovrei svegliarmi? O magari posso cambiare il sogno come voglio…”
“No, non farlo!”
“Perché?”
“Il sogno non muore se lo riconosci, ma se provi a cambiarlo. Il sogno vive di irrazionalità, lontano dalla logica. Si sveglia quando la mente dorme. Ti guida in un mondo tutto suo, tra gli anfratti del subconscio, nel buio che la ragione non riesce a illuminare, tra emozioni e stati d’animo, senza seguire un filo logico. Lascialo scorrere. Non pensare se mi vuoi bene.”
“Ok…
Senti, ma… Io non conosco nessuna ragazza di colore. Chi sei tu, come ti chiami?”
“Chi sono io? Non mi riconosci? Sono stata la tua compagna per così tanto tempo… Mi chiamo Solitudine.”

“Certo che sono proprio belli i tramonti qui a Villasimius. Da piccolo, in vacanza, venivo ogni sera qui sulla spiaggia a salutare il sole. E’ uno spettacolo bellissimo.”
“Già…”
“Senti, ma… Io non conosco nessuna ragazza bionda con gli occhi azzurri. Chi sei?
“…”
“Ma che fai, piangi?”
“Perché hai deciso di lasciarmi? Non mi ami più?”
“Cosa??? No, ma che dici, io ti amo ancora. Vieni qui, piccina…
Sai, ho sempre pensato di avere un dono. Di avere una sensibilità che mi permettesse di scrivere, di provare emozioni che altri non provano. Come se avessi un paio d’ali che mi permettessero di volare. Solo che più volo in alto, più mi sento solo. Più sono solo. E triste. Si dice che le persone come me sentono di più, si dice che sono speciali. Ma io non voglio essere così. Non voglio più essere triste. Vorrei camminare con gli altri, parlare con loro, essere come loro, sentire come loro. Ma le ali sono troppo pesanti per chi vuole solo camminare. Sono un peso inutile. Per questo ho deciso di tagliarle.”
“Capisco…”

“Certo che è alto qui… Però da qui si vede una piccola fetta di Roma. E’ uno dei pochi posti da dove posso vedere casa mia. Quando ero piccolo venivo spesso qui con i miei amici, ma eravamo in pochi ad avere il coraggio per sporgerci e guardare giù. Qui non c’è nessuna protezione, è facile cadere.
Senti, ma… Non è che sono tipo in coma, o qualcosa del genere?”
“No, ti ho già detto che è un sogno.”
“Ok.”
“Allora hai deciso?”
“Sì… Perdonami, ma io non ti amo più. Sono stato bene con te, ti ho voluto tanto bene, ma ormai ho fatto la mia scelta. Non è stato facile, ma non voglio più essere triste. Voglio essere normale, come tutti gli altri. Spero che riuscirai a capirmi…”
“Capisco… Peccato.”
“Ma che fai? No, così cado! AAAAAAAAAAAAAAAAAAAHH…”

“…HHHH!!! Ma che è successo? Era un sogno. Ma che cazzo di sogno… Stavo tipo a cascà da un grattacielo o quarcosa der genere… Ma chi m’aveva spinto? Chi cazzo se ricorda. Ma che ore sò?
Le quattro??? Ma vaff… Famme tornà a dormì che domattina devo pure annà all’università. Cazzo de sogno…”
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:21 #320

Un sogno di Hic-sunt-leones

Al primo strillo Guido spalancò gli occhi. Prima del secondo strillo aveva già spostato lo sguardo verso l’ora: le 03.24. Al terzo strillo dentro di sé scomodava l’Onnipotente con molteplici e poco convenienti patronimici. Sua moglie: “Non senti che piange, sai che fatico ad alzarmi, me lo porti per piacere?”. Le rispose solo nella sua testa ‘Ma dai, sta piangendo…pensavo di lasciarlo fare, trovo che il nostro piccolo abbia del talento, certi acuti sono notevoli…’, quindi si alzò, (silenziose bestemmie in aramaico) prese il piccolo dalla culla, che continuava a sbraitare indomito (bestemmie in ostrogoto), e lo porse alla moglie per la poppata. Sua moglie si era rotta la caviglia posando male il piede sull’unico micro scalino della soglia di casa. Una sfortuna inaudita, ma ci era abituato, alla iella. Da quando era nato Mattia, il suo secondo figlio, Guido aveva perso il significato della parola pace, e a stento ricordava quello delle parole tranquillità e silenzio. Si era poi aggiunto l’incidente domestico ad Anna, sua moglie, per metterlo definitivamente in ginocchio.
Tornò a coricarsi, provò a chiudere gli occhi, ma dopo pochi secondi un forte colpo in pancia lo fece sobbalzare (epiteti poco illustri a un paio di santi). Aprendo gli occhi si trovò di fronte Alberto, che gridava “Papà papà, oggi c’è la partita, devi venire a vedermi giocare!”. Tra sé pensò ‘figlio di buonadonna che non sei altro, sai dove vorrei infilarla quella maledetta partita?’. Guido fece due profondi respiri e parlò: “Numero 1: non devi correre in questo modo né scaraventarti contro la pancia del papà in questo modo né urlare in questo modo, c’è Mattia non vedi? Numero 2: So bene che c’è la partita, perciò ti chiedo: che cosa fai ancora sveglio? Se non fili subito a letto sarai stanco, e il papà non verrà nemmeno a vederti”. “Noo, noo e nooo! Devi venire, me lo hai promesso!” “Ci verrò, a patto che tu ora corra a letto e dorma, intesi? Anche papà ha bisogno di dormire”. “Ok, ma mi porti tu a letto? Così posso dormire meglio” (Onnipotente di nuovo chiamato in causa). Guido pensò: ‘Benedetto figliolo, vorrei avere il teletrasporto e mandarti in cella di isolamento per una o due settimane’, ma disse: “sì, ti accompagno a letto, andiamo”.
Messo a letto il figlio maggiore e tornato in camera, Anna gli porse Mattia per il ruttino, che puntualmente arrivò come un portento imbrattandogli il pigiama (scomodati tutti i Cherubini e infangata una buona fetta del firmamento). Ma finalmente Mattia si addormentò, non prima di un paio di ninna nanne sciorinate magistralmente dal padre insonne, comprensive di quattro o cinque invocazioni inenarrabili a non meglio specificate entità sovrannaturali.
Verso le 05.00 Guido si distese per tornare a dormire, ignaro che dopo 32 minuti Mattia avrebbe strillato svegliandolo (bestemmie in etrusco); poi, di lì a 38 minuti, il gorgheggio della sveglia (altre violente invettive contro l’Onnipotente). Con gli occhi fessurati come tubi perdenti, dopo aver accompagnato Alberto a scuola, Guido si prefigurò il suo turno di lavoro in magazzino, se non altro là era più silenzioso e tranquillo che in reparto collaudo. Almeno qualcosa di positivo. Appena varcò la soglia dello stabilimento gli si fece incontro Alex che gli disse che gli spettava il turno ai collaudi poiché Geremia era ammalato e non c’era tutta la settimana (veementi imprecazioni in ugro-finnico, con svariati santi investiti da un poco edificante turpiloquio). Guido si apprestò a lavorare nell’infernale caos del reparto collaudi della sua azienda, produttrice di grancasse da parata, con un entusiasmo pari solo a quello che una zanzara manifesta per lo zampirone.
La sera arrivò maledettamente lenta, e con lei l’imperdibile partita di Alberto. Guido si sistemò sugli spalti, suo malgrado vicino a una folla di genitori in visibilio, starnazzanti e strepitanti come uno stormo di cornacchie in preda ai deliri della peste bubbonica (maledizioni espresse tramite perifrasi irripetibili). In particolare un ragazzino accanto a lui aveva una tromba a gas che emetteva un suono talmente depravato da infastidire anche un sordo. Guido pensò: ‘La prossima volta che suoni quella tromba, la ritroverai là dove tu non potrai avere un controllo consapevole della stessa’, ma dovette raschiare il fondo della sua pazienza e con tono fermo intimò: “Ragazzino, ho un tale mal di testa che se suoni ancora quella tromba la mia testa potrebbe aprirsi in due per ingoiarti”. Il ragazzino perse ogni entusiasmo per il roboante marchingegno e lo porse mogio al padre, che, con sommo gaudio di Guido (improperi lunghi, osceni e reiterati contro una pletora di soggetti sovrannaturali), lo strombazzò senza risparmiarsi.
Con le orecchie drammaticamente assuefatte a rumori non inferiori ai 500 decibel, Guido riuscì a tornare a casa insieme ad Alberto. Mentre parcheggiava in garage rivolse un pensiero all’Onnipotente, chiedendogli se mai sarebbe riuscito a trovare un po’ di pace, un minimo di silenzio in quei giorni. Fu quasi una preghiera, per esaudire un sogno che da troppo tempo pareva irrealizzabile. Nessuno stupore se l’Onnipotente fece orecchie da mercante, una volta tanto, con tutto quello che era costretto a sorbirsi da un po’ di giorni a questa parte. Entrando a casa trovò Anna sul divano, che con voce serafica gli disse che Mattia aveva dormito tutto il giorno. Gli balenò un pensiero: ‘Ma benedetta moglie, avresti dovuto arrotolargli le palpebre con lo scotch, in modo da tenerlo sveglio il più possibile e farlo crollare in un sonno matto e disperatissimo durante la notte’. Ma si limitò ad osservare: “Speriamo duri”. Ma nessuno è profeta in patria, e Guido non fece in tempo a coricarsi che Mattia intonò la Cavalcata delle Valchirie di wagneriana memoria, concedendo svariati bis nel corso della notte (strazianti e impronunciabili affronti a tutte le deità del globo terracqueo). La sveglia fu implacabile come al solito, e come ogni mattina Guido accompagnò Alberto a scuola, per poi continuare sulla sua auto in direzione del lavoro.

E fu allora che fece un sogno, inaspettato.

Era steso, nudo, sospeso, avvolto da una nebbiolina tiepida che gli solleticava le braccia e le gambe. In testa gli pareva che ci fossero delle mani invisibili che gli accarezzavano con incredibile perizia il cuoio capelluto, coccolandolo. Era dentro una specie di tunnel in alluminio, e avanzava fluttuando in maniera dolce, lenta. Nella parte destra del tunnel ogni tanto si aprivano delle fessure ampie, come delle porte. Da una di queste si rivide da piccolo mentre gioiva del soldo lasciatogli dal topino per il primo dente perso, in un’altra vide suo padre che lo consolava dopo una caduta in bici, poi osservò sua nonna mentre sferruzzava, intenta a preparargli un caldo maglione. Giunse poi a vedere la sua famiglia: Anna, Mattia e Alberto. Li vedeva, ma non li sentiva, le labbra di Anna si muovevano ma non udiva suoni, Mattia piangeva e non lo sentiva, Alberto lo salutava festoso ma non poteva coglierne la voce. Qualcosa non andava, dovette farsi forza per fermare la sua “passeggiata” fluttuante, ma non ce la faceva, doveva quasi lottare contro forze invisibili…

Riaprì gli occhi e di colpo vide e sentì di nuovo. Anna, in lacrime, gli stringeva la mano e gli diceva “Guido, ciao Guido, come stai Guido…”. Sorrise, e le sussurrò: ”Ti sento di nuovo, che bello. Mattia piange e Alberto parla sempre tanto?” Anna annuì, visibilmente commossa. “Mi siete mancati, non vedo l’ora di sentire gli strilli di Mattia e la voce di Alberto. Non mi lamenterò più del mancato silenzio, lo giuro. E’ troppo importante sentirvi”. Appena Guido pronunciò questa frase, molteplici divinità interessate trassero un celestiale sospiro di sollievo.
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:22 #321

Un sogno di Filhendil

Rec… Play…
“Ciao a tutti!
Mi chiamo Samuele,ho ventidue anni,ma questo lo sapete già.

Credo di essere quello che comunemente si definisce un ragazzo qualunque,come tanti se ne vedono facendo un giro per la piccola passeggiata lungo il viale di platani di Casalguidi, la cittadina dove vivo da sempre.O almeno fin da quando mi ricordo.Come altri della mia generazione ho lasciato gli studi abbastanza presto.Mi viene da ridere se ci ripenso.Mio padre che mi perdonava dopo la prima bocciatura,mia madre che lo convinceva che forse il Liceo che avevo iniziato a frequentare era troppo per le mie possibilità…dopo la seconda bocciatura.E allora l’istituto commerciale Marconi,nome altisonante e stimolo per la mia fervida immaginazione,per quell’ingegno tecnico che ero sicuro di covare dentro di me.Vero,tutto vero:in effetti dopo sei mesi di lezioni saltate per gustarmi lo spettacolo mattutino al cinema hard di Via delle Panche e per assaporare i cornetti di Pasquale,il pasticciere napoletano che lavorava,ingrato,proprio davanti alla fermata del bus che avrebbe dovuto portarmi a scuola,il mio talento per la tecnologia e la meccanica era uscito prepotenetemente fuori,simile all’argento che tinge di smalto una cascata dirompente.E mio padre aveva tirato un sospiro di sollievo pensando che un altro aiutante nella sua officina poteva significare staccare prima il venerdì sera,guadagnare due spicci in più e portare mia madre a mangiare una bella pizza nel week-end.

Veniamo alle cose che mi piacciono: io,maiuscola-spazio-maiuscola,adoro il calcio,lo venero e,non mi vergogno a dirlo… certe volte…lo sogno di notte! Amante calda che condivide la sua passione e il suo fuoco lì con me,scombussolato sotto le coperte che non sembrano riparare mai del tutto dal freddo della mia tenera cittadina ai piedi della montagna.La quale tra l’altro sarebbe prepotentemente al secondo posto del mio personale podio “su ciò che più mi piace di questo mondo colorato”.La via della Crocetta, con il suo zigzagare fino al piccolo mausoleo della Madonna, il più alto della regione, quasi a mille metri su livello del mare.Un paesaggio da cartolina,fra lunghe staccionate in legno stagionato e fiori gialli che viene da chiedersi come possano crescere fin lassù.E chissà cosa siano di preciso…Una volta,quand’ero piccolo,l’avevo chiesto a mio nonno,ma lui,probabilmente in scarsa vena poetica,s’era limitato a rispondere che erano “erbacce che si mangiavano i raccolto”.Tentativo vano:ho continuato negli anni a vederci la stessa magia,in quel resistere partigiano a tali temperature.Magia,dicevo… la stessa che sento ogni sabato pomeriggio,verso le cinque,quando salgo in bici e da casa mia faccio quello mio padre ha sempre chiamato il giro lungo: il ponte vecchio costruito negli anni sessanta sulle rapide dell’Ambra,il tratto sterrato della campagna di Bonacci,di fianco al Podere dei Borghi,dove si può sentire il profumo delle viti e del vino novello anche quando non è ancora stagione.E poi veloce fino alla pineta e alla giostra del Luna Park dove da bambino passavo pomeriggi interi,quando ancora della vita non sapevo niente.E’ qui che cresce in me un senso di felicità che non so spiegare…gli ultimi metri lungo la discesa di via Piave,un saluto a Piero della Stamperia Antica Bohemien e poi dritto fino a Pizza Masaccio,l’unica credo in tutto il mondo a essere a forma di libro.Mi è sempre piaciuto gettare la bici per terra e sedermi a riprender fiato sui mattoncini di cotto mentre osservo il Bar Fiorenza e le coppiette che si baciano,allo scoccare esatto delle cinque, come se fossero quegli stessi rintocchi a prendere il ritmo dei battiti di quei cuori innamorati.E alla fine,prima nel mio podio,di gran lunga davanti a tutti e attesa come una stella cadente nella notte di S.Lorenzo,c’è la mia “lei”…Laura.

Ricordo quando l’ho conosciuta in quel pub di Tosi. Sperduto nel bosco, ma con una lunga salita di scalini scavati nella roccia nuda e una vista su tutta la vallata che poteva permettere di contare a uno e uno tutte le luci della città che si spegnevano in un tiepido sonno. E lei, coi suoi lunghi capelli biondi portati sempre sciolti e due occhi proibiti come un frutto della passione, serviva gin lemon. L’ho guardata, l’ho conosciuta, l’ho toccata. Ho fatto l’amore con lei. Perché così si usa. E poco importa di quel lontano fidanzato siciliano che aveva perso troppo tempo ad aspettarla.

L’altra notte ho fatto un sogno. Fossimo stati in un libro horror io sarei stato un fantasma, mentre in un’opera di Fantascienza, beh, ero quello che viaggiava su una macchina del tempo. In pratica c’ero, ripercorrevo alcuni momenti a caso della mia vita, ma nessuno mi notava. Ero tornato indietro fino all’età di sei anni, quando mano nella mano con mia madre, mi vidi piangere, come fossi disperato, fino a convincere l’attonita maestra a rimandarmi a casa. Non ho fatto neanche in tempo a versare una lacrima di commozione che questo sogno bizzarro già mi aveva catapultato dietro l’obiettivo della macchina di un fotografo mentre mi osservavo in piedi su un’altalena e in compagnia di mio cugino il giorno della prima comunione. Cavolo se mi ricordavo bene di quella foto.
E poi, sempre imprevedibile, ero nel parcheggio della mia scuola media, vedevo un ragazzo rubare delle biciclette e io che insieme a Alessandro e Cristiano, miei cari amici pure quindici anni dopo, accorrevo per cercare di fermarlo. Fortuna che almeno nel sogno il dolore delle sberle che prendemmo quella mattina ho avuto il piacere di non doverlo riprovare…Le immagini dopo erano sbiadite, forse perchè quel viaggio procedeva più in fretta di quanto pensassi: la prima sigaretta fumata coi soliti amici in un campeggio in Versilia, il bacio a una bella ragazza di Parma sulla terrazza di un alberghetto mentre mia madre dietro si nascondeva dietro la tenda e sorrideva. I borbottii di mio padre in officina il sabato mattina, quando i miei ritardi aumentavano esponenzialmente col crescere degli anni e del tasso alcolico del venerdì notte. Poi il sesso con Katia, la mia prima ragazza, i baci rubati in macchina, la vergogna del comprare i profilattici nella farmacia della vicina di casa.Ricordi gioiosi come il Gratta e Vinci da 10000 euro comprato insieme a mio nonno, ricordi amari, come il giorno in cui l’ho dovuto salutare dopo una lunga malattia. Tanto preavviso che non era servito a prepararmi, quanto più a sperare che quella fine un po’ lontana finisse alla deriva e non arrivasse mai.Una carrellata di storie personali e vicende che neanche avrei pensato potesse essere possibile. E poi alla fine c’ero io, da solo e forse in carne e ossa, su uno sfondo che non avevo mai visto in vita mia: uno stagno con due cigni che incrociavano quei loro colli affusolati.

Mi sono svegliato e mi sono sentito più leggero. Ho ripensato subito all’immagine finale e non ho tardato a collegarla con un articolo che avevo letto giorni prima: una ricerca aveva dimostrato che se si mostrano a degli individui, immagini di persone con cui hanno è trascorso anni insieme, solo una piccola percentuale di essi prova scosse di dopammina. Ovvero di felicità. Li chiamavano “i cigni”.

Fra poche settimane io non ci sarò più.

Non ho paura della morte perchè non posso immaginarla. Ma temo il momento del passaggio, l’istante in cui perdo i miei pensieri. Non lo conosco e mi spaventa.

Questa registrazione è per tutti i miei cigni. E per chi avrà voglia di ascoltarla.

Si dice che i malati terminali facciano sogni che li aiutano a mettersi in pace con se stessi.

Il mio forse è stato questo. Non so se qui stia ora la mia quiete, di certo è un film che rivedrei mille volte.

Abbiate cura di voi.”

Stop.
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:22 #322

Un sogno di Blackswan

Stavo mettendo in ordine la cucina dopo quel lungo e abbondante pasto. Erano andati via tutti, ed io ero sola mentre mettevo a posto le sedie attorno al tavolo.
Qualcosa, un rumore, un sussurro, o forse solamente il mio istinto… qualcosa mi fece voltare.
Quello che vidi dietro quella porta, ma soprattutto l’emozione che quella vista mi provocò, è difficile scriverlo in queste poche righe; c’era lui, l’uomo al quale avevo promesso il mio futuro, scomparso da un giorno all’altro dalla mia vita.
Lo guardo, mi guarda.
Saranno passati due anni dall’ultima volta in cui l’ho visto, in cui gli sono stata accanto, in cui abbiamo parlato, riso, scherzato… quanto tempo…
Il tempo! Sì, proprio del tempo parlavamo l’ultima volta…di come passi veloce, di quanto sia difficile organizzare bene la propria vita, non buttare via il tempo, dedicarne il giusto alle persone giuste… fu lì che ci eravamo stretti in uno dei nostri ultimi abbracci.
Che dolore quei ricordi… il tempo di uno sguardo fugace e già tutti quei pensieri affollavano la mia mente.
Quando cominciammo a non sentirci non compresi subito la gravità della situazione: fu solo il tempo, il lungo silenzio a farmi capire che era finita, che non ci sarebbe stata più possibilità di risentirlo, di rivederlo, di stringergli le sue dolci mani, di guardarlo negli occhi, di arrossire ai suoi complimenti…
Ed ora eccolo di nuovo lì, un tuffo al cuore.
Dopo il primo sguardo, istintivamente, abbasso gli occhi e cerco distrattamente di tornare ai miei compiti da donna di casa.
Ma è il mio cuore a fermarmi, sono costretta a rialzare lo sguardo: una seconda, fugace ma profonda occhiata.
Questa volta no, non posso permettermi nuovamente di distogliere lo sguardo. Continuo a guardarlo più intensamente.
Mille idee si rincorrono in testa, ma solo una prevale. Mi dico: “Se non vado ora, lui non lo farà mai. Sono io che devo andare, devo parlargli…”.
Mi faccio largo fra le sedie lasciate qua e là, fra i bicchieri e le posate cadute e mi avvicino alla porta della cucina.
Ma ad ogni mio passo corrisponde un suo passo, più mi avvicino più lui si allontana.
Esco dalla cucina, “Lo troverò in ingresso” – penso fra me e me.
No, è scomparso così come è arrivato. In silenzio è svanita la sua figura e con essa è svanito il sogno di noi due…
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Re: [#10] Un sogno 13/07/2010 10:22 #323

Un sogno di Efri77

- “Signor Serafini, porti pazienza, ma devo chiederglielo ancora una volta. Devo farlo perché questo è ciò che prevede la mia professione, ma anche e soprattutto come essere umano. Di fronte a scelte come queste non mi è proprio possibile tenere diviso il lavoro da quegli aspetti più intimi della mia umanità. Lei sa benissimo che questo sarebbe il primo caso in Italia. È proprio sicuro di volerlo fare?”
Avevo risposto a questa domanda della psicologa almeno altre quattro volte e una altro centinaio dinnanzi agli amici, sempre emozionandomi, a dir il vero, a volte variando le motivazioni, ma la conclusione era sempre la medesima.
- “Cara dottoressa credo che ormai dovrebbe conoscermi bene. Non vorrei parlarle ancora di me, della mia giovinezza, di mio padre. Come le ho detto non è che fosse sempre presente in famiglia, ha sempre dovuto lavorare molto, ma ho sempre avvertito la sua grande bontà, la sua onestà che spesso l’ha fatto scontrare in pieno contro questo mondo: così sono cresciuto. Avrei millanta episodi… alcuni raccontati nei nostri incontri precedenti, ma anche molti che continuano ad affiorare tra miei pensieri in ordine sparso, uno dopo l’altro. Non solo qui da lei, ma anche e soprattutto a casa. Poi finisce che mi commuovo, mi avvicino, lo abbraccio forte… e lui mi prende per matto!”
- “Signor Serafini, questo di cui parla è molto bello, ho colto fin dal nostro primo incontro il legame forte che lo lega a suo padre, ma è sicuro che se lui fosse a conoscenza approverebbe quello che vuole fare? E poi pensi anche a lei, un uomo così giovane che fa una scelta di questo tipo. Io non parlo di rischi medici, perché fortunatamente la chirurgia ha fatto passi da gigante in questi ultimi 15 anni, diciamo che dal 2010 in poi c’è stata una vera rivoluzione in materia, certo questo resta pur sempre nell’ambito degli interventi pilota sull’uomo, pur in pieno controllo… ma lei…”

- “La prego.. Guardi più sento queste cose… più mi fanno pensare a quello che perderò e più io mi guardo dentro e sento che è quello che voglio. Mi ripeto ancora una volta, ma ho sempre davanti agli occhi quella scena. Mio padre vicino a me all’uscita del supermercato, mi guarda strano, mi crolla addosso e poi entrambi a terra. È in quel momento che sono ritrovato uomo, ho iniziato a gestire una casa e una famiglia, in una frazione di secondo sono diventato tutto ciò che sono ora. Che ne sapevo io di ictus e simili, sapevo solo che mio padre non parlava più, non rispondeva più. In un attimo c’ero solo io e lui che non reagiva, come i miei occhi rispetto a tutta la gente attorno: era sparita alla mia vista, come quel vociare diventato silenzio alle mie orecchie in attesa di un suo sussurro. Poi tutto il periodo in ospedale, la lentissima riabilitazione che ha stremato lui e noi, per non parlare della logopedia di cui le ho già tanto raccontato. I momenti di rabbia furibonda e di legame profondo. Soprattutto la consapevolezza, emersa solo con il trascorrere dei mesi, che non avrebbe più mosso quel braccio e quella gamba.

Però una cosa mi ha sorpreso, la sincera e forte voglia di vivere, ricordo quando ancora bloccato nel letto in lungodegenza me l’ha detto proprio così, “ho voglia di vivere”. Che impatto devastante quella frase. Da quel giorno ogni cosa fatta per assisterlo, per aiutarlo, mi è pesata di meno. Ho ritrovato una forza unica.
Quindi devo proprio dirle di sì, ne sono certo dottoressa, oggi se penso a quel che è stato, ed è, lui, credo meriti un braccio ed una gamba molto più di …”

“Ma chi cavolo ha alzato la tapparella così.. ero ancora nel mondo dei sogni!”
Mi sembra d’aver dormito per giorni. Strano, sento tutta la mia parte sinistra intorpidita. Anzi, quasi non la sento…
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