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ARGOMENTO: [#1] La pioggia

[#1] La pioggia 11/06/2010 06:03 #126

Periodo: Febbraio - Marzo 2009

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:10 #327

BIOGRAFIA D'UN TEMPORALE di gensi


“E vediamo Hakkinen che prova a superare Schumacher..ma Schumacher accelera e taglia il traguardo per primo“… …ricordo che quando pioveva mi divertivo a fare la telecronaca delle gocce di pioggia che si inseguivano sul finestrino dell’auto in movimento. Le immaginavo come vere macchine pronte a superarsi l’un l’altra. In fondo era un modo come un altro per illudersi che il viaggio sarebbe durato meno del previsto. Mio fratello invece era solito fare disegni oppure ricordo quella volta che ogni ora si segnava la temperatura esterna alla macchina così da arrivare a fine viaggio e tracciarne un “grafico dell’andamento”. Fino a che non ci coglieva il sonno e ci sdraiavamo sul letto preparato con i borsoni tra i sedili anteriori e posteriori della mitica Renault 21. Gli ultimi combattimenti con i piedi sulla faccia dell’altro fino a che il silenzio regnava nella notte autostradale, per la gioia di mio padre che poteva finalmente accelerare senza che mia madre lo rimbrottasse.

“Allora, controlliamo subito…1….2,3….vediamo, torniamo su…. 3 errori. Complimenti Cabella ecco qui la sua patente“… …non ci potevo credere. Era febbraio, chi se lo dimentica. Il primo febbraio da solo, lontano dalla donna che era la mia vita e che lo sarebbe magicamente diventata di nuovo più in la. Ce l’avevo fatta al primo colpo, con meno di trenta quiz e azzeccando di puro intuito la domanda sui sistemi di ritenuta per bambini. Uscii fuori che pioveva a dirotto. Ma non importava. Corsi fino alla sede del partito del quale mio padre era segretario. Una corsa di pura adrenalina che difficilmente potrei ripetere. Che gioia, non mi sembrava vero. Era il primo traguardo che raggiungevo tutto con i miei sforzi e senza aiuti. E poco m’importava se il giorno dopo finii a letto con trentanove di febbre. Ce l’avevo fatta e fanculo all’istruttore che diceva che non ero pronto.

“Dai amore ancora quelle 2 ultime scatole e poi è finito“… …era una settimana che pioveva e io dovevo per forza fare trasloco. Quella vecchia Peugeot rossa del ‘91 quasi toccava terra. Non mi pareva vero d’aver fatto entrare tutto. Il solo pensiero di dover scaricare di nuovo quindici chilometri più ad ovest mi prendeva male. Ma poi, l’ingresso verde magazzino della mia prima casa da solo mi aprì il cuore. Un altro traguardo raggiunto. La Peugeot sembrò tirare un sospiro di sollievo quando la liberammo dal peso. Lo tirai anche io dopo la prima notte. Finalmente la mia vita era in tutto e per tutto mia. E non poteva che piovere.

“Manca meno d’una settimana, devo scrivere il racconto per UniVersi“… …continuavo a ripetere tra me e me. Fuori, stranamente, pioveva e mentre la Polizia prendeva possesso del quartiere nei pressi dello stadio per l’ennesima partita io non potevo che lasciarmi tentare da una poesia.

Quando arriva il mio amore? In giorni come questi di pioggia volgare non resta che accamparsi sotto il caldo riparo delle coperte, nell’intimo sussurarsi di baci, forti di gloria, pieni di vellutate certezze.

Finalmente, eccola entrare. Sento il rumore delle chiavi.

L’acqua scorre via, lasciando scie scivolose che son scorciatoie pronte alla scena per chi, nudo, sciogliendo il nodo dell’ultimo dubbio farà di se stesso imponente cascata.

E un altro giorno di pioggia sarà destinato ad andare per sempre.
Uno dei trentaduemila che abbiamo all’incirca da vivere.
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:11 #328

NON PUÒ PIOVERE PER SEMPRE di icarothelight


Torino, 23 febbraio 2009.

Aveva deciso di tornare a riposare. Gli occhi annebbiati sfocavano il resto. La testa girava senza un preciso punto d’arresto e per certi versi il terrore cominciava a farsi strada, le luci che emanava non erano ancora chiare, come se provenisse da una stradina impervia e tortuosa.

Da quanto tempo era solo? Forse un paio d’ore ma gli sembrava molto di più. Troppo di più. Mami, come gli piaceva chiamarla, era uscita per far compere come al solito, avvolta in quello strano impermeabile giallo che la copriva completamente e la faceva sembrare una qualche addetta di qualche servizio stradale. Lo indossava perché doveva coprirsi per bene a causa della pioggia. Gli aveva spiegato che qualcosa non andava per il verso giusto e la colpa era dell’acqua che cadeva dal cielo. Lui non capiva in fretta le cose, ci metteva sempre quel po’ in più, Mami diceva che era perché era riflessivo, voleva analizzare bene le storie che gli raccontavano, in realtà sapeva di essere un po’ ritardato (glielo avevano detto più volte Dario e Giacomo a scuola e lui se n’era fatto una ragione).

Ora, mentre gli occhi si posavano sul cuscino e gocce di pioggia tamburellavano nella piccola casa, si chiese da quanto tempo stesse piovendo. Di sicuro, quando aveva cominciato, non era ancora Natale ed ora febbraio stava deponendo le maschere, per lasciar posto ai mesi primaverili. Quindi pioveva da molto tempo, un ritmico ticchettare di gocce d’acqua sottili, una pioggiarella del cazzo, così l’aveva definita all’inizio Mami. Diceva anche che c’era di che aver paura di tutta quell’acqua. Che non era come le altre volte. Quella pioggerella era cattiva. Malata. Lui le aveva chiesto in che modo e lei gli aveva risposto che la gente che ne veniva a contatto sulla pelle, diventava beh, come Pinocchio, quel burattino, solo che a raccontare balle non gli si allungava nulla e non era così semplice capire. Come sempre non era riuscito subito ad afferrare quanto detto, ma ricordava bene che da quel giorno non era più uscito da solo e le poche volte che era andato in giro, l’aveva fatto con lei ed indossando quello strano impermeabile. La cosa positiva era che non era più andato a scuola.

Chiuse gli occhi e si addormentò, cullato dalla strana melodia della pioggia che batteva sui vetri delle finestre e sul tetto. Percussioni delicate per un motivetto leggero. Sognò di un posto tutto bianco. Si trovava in mezzo ad una stanza e c’erano queste persone vestite di bianco, che l’osservavano con un sorriso rassicurante. “Lui è veramente un bambino intelligente!” disse un uomo con la barba. Rise subito dopo, in maniera esagerata. Perdeva saliva dalla bocca e schizzi raggiungevano una donna al suo fianco. “Le cose vanno bene!” proseguì quest’ultima, attaccando una risata altrettanto folle, perdeva liquidi dal naso e dalla bocca, schizzava dappertutto, ma non lui che era avvolto nell’impermeabile magico. Queste persone non la smettevano di ridere e continuavano gli strani sproloqui. “L’unità d’Italia fu raggiunta nel 1987!” “ I fiori sono dei bellissimi animali” “ Il latte? Meno male che ci sono gli asini!” Le loro risa cominciarono a svanire lentamente e presero il suono del ticchettìo della pioggia. La gentilezza del rumore lasciò in fretta il posto ad un qualcosa di più rude. Sembravano colpi improvvisi. Si svegliò e si alzò immediatamente dal letto. Qualcuno stava bussando alla porta di casa. Per un attimo fu felice, Mami era finalmente tornata! Si avviò sollevato. Se fosse stato un ragazzo più sveglio, si sarebbe chiesto come mai stesse bussando alla porta anziché aprire con le chiavi di casa come sempre. Il conforto durò comunque poco.

“C’è qualcuno??? C’è qualcuno a casa? Per favore è successa una cosa orribile!” La voce di un uomo che sbraitava fuori. Onestamente non poteva raccontarsi ancora che fosse Mami.

Si avvicinò alla porta, con lentezza. Ricordava bene le prediche di ogni giorno. Non parlare con gli sconosciuti, non aprire a nessuno e soprattutto non credere a nessuno! La pioggia li cambia!

“Cosa è successo?” domandò con un filo di voce.

“Sia benedetto il cielo! C’è qualcuno!!! E’ accaduto un brutto incidente! Una donna è stata investita! C’è bisogno di chiamare un’ambulanza! Può farlo lei? Per favore! Potrebbe essere gravissima!”

Osservò il telefono a pochi metri ed ovviamente non si chiese come mai l’uomo non potesse telefonare, magari con il proprio cellulare. Chi non ne aveva uno ormai?

Un improvviso bagliore nella mente fece una scintilla nel cervello e diede fiato ai polmoni: “Può descrivermi la donna?”

“Oh mio Dio, non c’è davvero molto tempo! Ragazzo apri! Fammi telefonare! Non lo so! Ho visto solo che aveva un cappotto giallo!”

Il cuore chiuse per un attimo le porte, uno strano senso di vuoto e nausea lo investì. ‘Mami! Era Mami! Ecco perché non era tornata! ‘ si sentì sul punto di aprire quando una voce da dietro lo sorprese. Si girò e vide l’uomo barbuto del sogno:

“E se ti stesse raccontando una frottola? Non ricordi cosa ti dice tutti i giorni tua madre??” finì la frase tossendo saliva. “La pioggia li fa diventare straaani! Raccontano solo frottole!”

Il modo in cui aveva allungato la parola strani, gli aveva messo i brividi addosso.

“Per favore ragazzo! Apri! Potrebbe essere già troppo tardi!” La supplica ulteriore dell’uomo fuori dalla porta lo convinse. Chiuse gli occhi ed aprì.

Il profumo della pioggia lo raggiunse in un attimo.

......

“Si chiama Davide. Davide Impallomeni” l’uomo si accese una sigaretta “ La madre è ricoverata a causa dell’incidente stradale. Potrebbe cavarsela. Non mi sembra tanto centrato. Trema in continuazione e parla di cose senza troppo senso. Dice che non può fidarsi della gente a causa della pioggia.”

“Quale pioggia?” abbozzò un sorriso l’agente Caruso. Era lì da poco, ma non vedeva l’ora di tornare a casa. Quella sera giocava l’Inter.

“Già, quale pioggia? Qua non smette di far bello nonostante la stagione! Te l’ho detto che pare poco centrato. Andiamo, torniamo alla stazione, ho mal di testa” Inspirò ancora del fumo e scacciò la sigaretta a metà.

“Sarebbe bello che stasera vincessero, sarebbe la terza finale di Champions League in tre anni!”

“Vinceranno, tranquillo, vinceranno!”.

I due agenti scomparvero di lì a poco, lasciando la scena dell’incidente. In alto, nel cielo, la pioggia, non sembrava voler mai più smettere di cadere.

Non c’era di che rallegrarsi.
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:11 #329

PARABOLA DI UN'ESISTENZA di Hic-sunt-leones


Venerdì notte

Spense il laptop e rimase con lo sguardo fisso sulla parete, smarrito in pensieri più grandi di lui, avvinto in un turbinio di meditazioni che lo immobilizzarono. Rimase là per un tempo indefinito, senza rendersi conto del tempo che scorreva. Non aveva ancora realizzato come potesse essere successo, ma era toccato a lui. Il rintocco dell’orologio a cucù lo ridestò. Si alzò e andò a farsi una doccia bollente. Sotto la doccia spostò la manopola della regolazione dell’acqua, e concluse la doccia gelida. Uscì dal piatto della doccia e rimase a guardarsi allo specchio, nudo e gocciolante. Sembrò incantarsi di nuovo, ma questa volta quasi un oscuro senso del pudore lo costrinse a chiudersi l’accappatoio e ad asciugarsi vigorosamente, cominciava infatti a tremare. Trascorse la notte insonne, con gli occhi spalancati al soffitto, perso in elucubrazioni cupe, che infierivano nella sua mente. Il vuoto della sua esistenza lo stava schiacciando.


Sabato mattina

Il giorno dopo, navigando in rete, trovò però la soluzione: era lui che comandava di nuovo, era lui che decideva, non poteva rimanere in balia di una malattia che silenziosamente lo aveva a poco a poco distrutto, senza lasciargli via di scampo. Amedeo non si lasciava sopraffare, non si sarebbe inginocchiato di fronte alla sua fine in modo inerme; avrebbe combattuto a modo suo, avrebbe affrontato la fine come compete a chi sa comandare, gli altri prima ancora che se stesso. Nemmeno il suicidio della moglie, succube del suo carattere autoritario e troppo fragile per resistere ancora accanto a lui, lo aveva distrutto. Né la scomparsa del figlio, fuggito di casa e volatilizzatosi dopo il suicidio della madre, lo aveva vinto. Lo aveva cercato ovunque, aveva pagato fior di detective privati, ma niente. Scomparso, certamente morto. Dopo aver trovato il motorino e i suoi vestiti stracciati in fondo a un canale smise la sua ricerca. Sembravano passati secoli, tanto lontano gli sembravano i ricordi. Forse aveva sepolto tutto. E forse per questo era riuscito ad andare avanti lo stesso, buttandosi nel lavoro, creando e gestendo in maniera ottimale un’azienda di successo. Lavorava anche 20 ore al giorno, concedendosi sì e no un paio d’ore di sonno, tanto era frenetico. Ma l’incontro con la malattia mortifera lo aveva spiazzato, non pensava potesse toccare a lui…E poi cosa aveva realizzato alla fine? Un’impresa solida e vincente, leader in Europa, ma per cosa? Per chi soprattutto? L’inaspettato trovarsi di fronte all’incombente morte lo aveva atterrito, e gli aveva portato sotto gli occhi la reale situazione delle cose: era un uomo di successo, tuttavia completamente fallito. Come uomo. Come essere umano. Non aveva uno straccio di relazione sociale, non aveva più famiglia, né amici, donne, parenti. Viveva per lavorare, e forse aveva capito che la sua vita era stata un’unica, indefessa missione, immerso completamente nel lavoro, al pari di essere immerso nelle profondità dei fondali marini, per evitare, venendo a galla, di vedere il nulla esistenziale schiudersi attorno a lui come una luce abbacinante e troppo forte per i suoi occhi, ormai assuefatti all’oscurità degli abissi. Ma ora aveva trovato la soluzione del rebus. La settimana che gli rimaneva se la sarebbe vissuta come mai si era vissuto la vita fino ad allora. E così fece. In azienda destarono scalpore i suoi modi affabili, il suo discorrere con gli impiegati, la sua disponibilità. Operò una sorta di passaggio di consegne, premiando i più meritevoli e tracciando loro una sorta di via al futuro, al dopo Amedeo, pur senza accennare minimamente a quanto gli stava accadendo. Fece poi una generosa donazione all’AIRC, fondi alla ricerca per aiutare a sconfiggere la malattia che lo condannava a morte. In quei giorni andò in giro a piedi, sorridendo e salutando le persone che incontrava per strada, fermandosi a sorseggiare i caffè più buoni che avesse mai assaggiato nei bar più improbabili trovati negli angoli della città. Pranzò e cenò fuori, in bettole senza pretese dove si sentì veramente a casa, avvolto in un calore che da troppo mancava nella sua esistenza. Vagò per vicoli e viuzze che ignorava completamente, stupendosi di quanti straordinari scorci esistevano nella sua città. Andò al cinema e a teatro, noleggiò una bici e comprò uno stereo portatile, per ascoltare musica, in continuazione. Si concesse del sesso a pagamento. E ne fu felice, non ricordava più certe sensazioni.
E giunse al venerdì sera, con in bocca un senso di amara consapevolezza, un vago sentore di aver completamente gettato al vento gli anni che aveva vissuto, tralasciando l’essenza di un’esperienza unica e irripetibile quale era la vita. Ora che gli sfuggiva la sentiva in tutta la sua forza vitale, vibrante, feroce, tanto da far male. Forse un senso di colpa sempre latente, sempre ricacciato nell’oblio della sua coscienza gli aveva negato tutto ciò. Forse una punizione inflittasi inconsapevolmente, per tutto quello che aveva distrutto nel giro di pochi mesi, tanto tempo fa. Alla fine si assopì.
Si destò alle 4 del mattino. Fuori era ancora buio, e pioveva. Piovigginava appena. Amedeo sorrise, era il giorno giusto per la pioggia. Aveva sempre pensato che ogni singola goccia potesse essere paragonata ad una vita umana, al ciclo di una vita. Prima di formarsi ogni singola goccia di pioggia ha il suo percorso, mai uguale a se stesso. E poi, a un certo punto, comincia la caduta, l’inizio della fine. Sì, decisamente. Era la giornata giusta per la pioggia. Amedeo si vestì, prese l’ombrello, il giornale del giorno prima, lo stereo portatile e la sua musica, e scese in strada. Camminò lentamente, inspirando a fondo l’aria umida che odorava di sale e terra. Raggiunse la spiaggia che stava quasi albeggiando. In giro non c’era nessuno. Posò sulla battigia il giornale, vi posò sopra lo stereo, e lo mise al riparo piantando l’ombrello aperto nella sabbia. Inserì il cd e fece partire la musica. Amedeo si lasciò bagnare, quasi accarezzare dalla pioggia. Respirò l’aria salmastra, leccò le gocce sul suo viso, poi si tolse la giacca restando in camicia, entrò in acqua e nuotò. Si fece cullare dalle placide onde marine. Tornò sulla spiaggia, accanto all’ombrello aperto che sembrava cantare, tanto alta era la musica. Si stese sulla sabbia, mentre la pioggia si fece battente e gli entrava in bocca, nella gola, nel naso, sugli occhi. Rise e pianse, e si mise a cantare, seguendo la musica: “E venne dall’acqua, venne dal sale la penitenza dall’amaro del mare. E il comandante avanza e niente si può fare. Vuole una morte. La vuole affrontare…”
Non si accorse neppure dei due spari in rapida successione che lo colpirono alla testa, freddandolo. L’uomo di nero vestito, sbucato dal nulla, frugò sicuro nel portafoglio della sua vittima, dove trovò, come pattuito, il codice per riscuotere da un conto segreto la restante parte di quanto gli spettava per aver ucciso l’uomo che lo aveva pagato per farlo. Era un compito talmente facile che anche solo la metà finora incamerata era più che sufficiente per il tipo di lavoro richiesto. Fu per questo che non adottò alcun espediente per essere sicuro di ricevere quanto ancora gli spettava. Chi aveva ucciso però doveva essere un uomo di parola, dato che trovò facilmente il codice. Rimase impietrito però da una foto che scivolò fuori dal portafoglio. Si inginocchiò e scrutò Amedeo: era ridotto male, invecchiato, stanco, pieno di rughe, i radi capelli erano grigi e lisi. Un uomo veramente diverso da ciò che era stato suo padre. Si rialzò. Gettò il portafoglio in acqua, si girò e se ne andò. La musica intanto continuava:
“Lo spettro vedemmo
Venire di lontano
Venire per ghermire
Nero di dannazione
Vitainmorte
Vitainmorte
Quello era il suo nome…”
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:12 #330

OGNI GOCCIA LASCIA UN SEGNO di marcoslug


3 Giugno 1992, Piazza I Maggio.
Il cielo, quando sei nell’ultima settimana dell’anno scolastico e l’estate non è più solamente un vago ricordo lontano duecentocinquanta e passa giorni, ha un colore ancora più intenso di quello che ha di solito. Lo guardo, mentre apro la portiera della macchina e disinvoltamente metto i piedi sulla strada di fronte a scuola, e non posso che pensare che la distanza che mi separa da quel mondo di sfumature celesti è veramente poca. Giusto il tempo di sbrigare le ultime pratiche formali, come la recita di fine anno di oggi, e di aspettare, con finta ansia e un candido sorriso stampato in faccia, la pagella finale.
- Ma Michele! – tuona mia madre a mio padre – ti sei scordato per l’ennesima volta di mettere la sicura alle portiere di dietro! Il bambino, un giorno di questi, scenderà senza guardare, verrà travolto da un ubriaco e morirà all’istante. E tu ce l’avrai sulla coscienza per tutta la vita.
- Angela, per l’amor di Dio, non drammatizziamo! Innanzitutto il bambino tanto bambino non mi sembra, visto che ha quasi nove anni, e poi…
- E poi che? – riprende a mordere mia madre – Guarda che io…
- Mamma?
- Guarda che io ti…
- Mammaaa?
- Che c’è tesoro? Fammi finire di parlare con papà.
- Mamma, è tardi: la recita inizia fra dieci minuti e io mi devo ancora cambiare.
Mia madre riceve il mio messaggio con un’espressione di sorpresa, come se le avessi dato una notizia inaspettata; un attimo dopo è lì che zompetta verso il portabagagli della macchina e, con rinnovata allegria, tira fuori il borsone con dentro il mio costume di scena, se così si può chiamare. Lei è così: è capace di diventare inspiegabilmente una furia, ed un attimo dopo, altrettanto inspiegabilmente, essere la persona più solare e disponibile e accomodante di questo mondo. «Noi due maschi di famiglia siamo diversi, Stefano. Siamo come il motore di questa vecchia Ford, silenzioso e costante, ma quando ci incavoliamo lo facciamo sul serio.», mi dice sempre mio padre. Penso che abbia ragione.

24 Aprile 1992, casa.
- Ehi ometto, che hai? Dillo a papà… Che è quel broncio?
- No, è che oggi la maestra Mariella ci ha detto quale recita faremo per la fine dell’anno, e abbiamo deciso i ruoli, cioè ce li ha comunicati lei…
- Bello, no? Che recita farete?
- L’Odissea.
- Cavolo Stefano, sai che era il mio libro preferito quando avevo la tua età? E tu che parte fai: Ulisse, il Ciclope, Antinoo…?
- Faccio la pioggia.
- Eh?
- Faccio la pioggia, avrò un costume da nuvola con tutte le goccioline grigie disegnate.
- Cristo, ma con tutti i personaggi che ci sono nell’Odissea proprio la pioggia ti dovevano dare? No, ehm, ascolta Stefano… non è poi così male a pensarci bene. Voglio dire, ci sono un sacco di belle tempeste disseminate in tutta la storia. Ad ogni stacco, ogni volta che Ulisse lascia un luogo e pianifica di raggiungerne un altro, c’è sempre il classico temporale a scombinargli i piani. Praticamente, dopo Ulisse, il personaggio secondario è la pioggia, ma sono molto vicini come presenza scenica e significato simbolico. E poi la pioggia è veramente un elemento naturale tosto! Se ci pensi, bagnandoti, ti lascia proprio un segno fisico addosso, ti viene incontro e, per quanto tu possa ripararti, non potrai mai dirti sicuro di essere salvo. È proprio tosta.
- Dici?
- Puoi starne certo, ometto.

3 Giugno 1992, Scuola Elementare Duca D’Aosta.
La parte della palestra dove non siamo noi, oltre il palco e oltre i pannelli dipinti a mano che hanno il duplice scopo di fare da scenografia e ritagliare un piccolo spazio per le quinte, è una distesa di basse sedie e di persone ordinatamente sedute sopra.
Mi guardo ancora una volta e non riesco a non pensare che, nell’insieme, offro un’immagine di me abbastanza ridicola: una calzamaglia grigio-smorto e un corpo di gommapiuma largo più di quanto sono alto, con tante penose goccioline colorate sopra e due lampi per rendere ancora più sinistra la rappresentazione. Mi sporgo dal pannello dietro cui mi tengo accuratamente nascosto, e lancio alla maestra Mariella un’occhiata implorante; lei mi sorride in risposta e con le mani mi fa cenno che, tempo qualche secondo, devo entrare in scena. Poi, con voce impostata, simula un narratore fuori campo.
- «Tacque; e, dato di piglio al gran tridente, le nubi radunò, sconvolse l’acque, tutte incitò di tutti i venti l’ire, e la terra di nuvoli coverse…» Ed ecco a voi… la pioggia!
Per qualche secondo il silenzio assoluto, poi un bisbiglio crescente prende corpo, e poi il bisbiglio diventa quasi un ronzio. Come tante api che hanno appena rigurgitato ognuna il proprio nettare e che se ne stanno a rimirare lo strato di miele che essicca piano piano. Che sarei io. Vorrei non essere lì, vorrei che arrivasse un potente soffio di vento a spazzare questa patetica carcassa di gommapiuma che mi porto dietro, ma proprio ora mi accorgo che senza volerlo mi sono spinto al centro del palco. Non ho più scampo: devo girare e girare e girare. E così faccio, prima secondo piccoli cerchi, poi in cerchi sempre più larghi attorno alla zattera di Ulisse/Raffaele, che mi guarda pensieroso. Giro e sbuffo, con vigore e convinzione. Un ansimare che diventa quasi tossire che diventa di nuovo ansimare. Nella foga mi cade anche un lampo.
- Ehi piantala, sei ridicolo! – mi sussurra Raffaele quando gli passo accanto.
- Che hai detto?
- Fa schifo questa scena! – ribadisce il piccolo Odisseo appena un po’ più forte.
Non ci vedo più dalla rabbia. Penso a come rispondergli al seguente giro, ma poi mi viene in mente che il principale compito di una nuvola da pioggia è rilasciare liquido, ed è proprio questo ciò che dovrei fare per rendere ancora più verosimile la scena. Gli sputo. La goccia di saliva lo colpisce su una guancia e comincia a colargli addosso.
- Ma che…? – si lascia sfuggire Raffaele, poi comincia a frignare.
- È la pioggia, è la pioggia – urlo divertito io.
Dalla platea si alza un boato di punti esclamativi. Le api ricominciano a ronzare forte.
- Hai visto? La nuvola ha sputato a Ulisse!
- Uno sputo?
- Sì, l’ho visto bene.
- No non è possibile… da un bimbo?
- Ti dico che l’ho visto…
La maestra Mariella si aggrappa a un pezzo di scenografia per non svenire. Poi, presa coscienza della situazione, irrompe nel mezzo della scena battendo fragorosamente le mani.
- Avanti con Nausicaaa!

4 Marzo 2009, casa di Marilena.
- E così il nostro scrittore ha raggiunto il ragguardevole numero di diecimila copie vendute? – chiede maliziosa Marilena, facendo roteare una prima edizione di «Stefano odia la pioggia», romanzo d’esordio di Stefano Ligori, edizioni Poseidone.
- Così pare – ammetto candidamente io.
- E perché, sentiamo, il signorino odia la pioggia?
- Perché… perché la pioggia «ti lascia proprio un segno fisico addosso, ti viene incontro e, per quanto tu possa ripararti, non potrai mai dirti sicuro di essere salvo».
- Un po’ come l’amore…
- Sì, più o meno.
- E tu odi anche l’amore?
- No, ma mi guardo bene dai suoi effetti devastanti. Con te però farò un’eccezione, piccola: sarò la più torrenziale e la più duratura delle piogge.
- Voglio sperarlo… Baciami, scrittore!
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:12 #331

LA QUIETE DELLA TEMPESTA di vaisecco


Vi è mai capitato di chiedervi: che ci faccio qui?
Che ne so, magari perchè siete capitati ad una festa in cui non conoscete nessuno, oppure perchè avete accettato un appuntamento al buio e vi siete appena resi conto che Giusy82 non è proprio l’aspirante fotomodella che fingeva di essere?
Fin qui, tutto normale. In fondo chi non si è mai trovato a disagio in qualche situazione!
Il quesito cambia d’intensità se il “qui” diventa un riferimento generico, qualcosa che include tutto, dalla propria esistenza alla propria prospettiva.
Ecco, per “che ci faccio qui” intendo dire “perchè giro al contrario di come gira il mondo?”
La mia adolescenza era trascorsa su questo leitmotiv, vivendo passivamente le varie costrizioni cui venivo costantemente asservito.
La voglia di vivere aveva ceduto al bisogno di sopravvivere, con le sue rinunce e i suoi compromessi.
Che nel mio caso avevano significato rinunciare a me stesso per impersonificare lo stereotipo che parenti, amici e la società della frenesia superficiale mi avevano imposto.
In quegli anni crebbe in me una cronica tempesta di sconforto, un’alluvione di prostrazione che alimentava una situazione di disagio senza sbocchi perchè troppe sarebbero state le persone che avrei deluso per realizzarne una sola, me.
Il tempo però è una medicina formidabile cosicchè, dopo un po’, questa sensazione cominciò ad abbandonarmi.
Quello cui non ero stato attento è che non era l’unica cosa che mi stava abbandonando.
Quella mattina mi alzai alle 7.15, come sempre.
Al risveglio dalla solita notte insonne avevo provato le solite fitte di dolore alla pancia.
Tutto procedeva come da copione, un copione scritto da chissà chi per me senza che io riuscissi a correggerlo prima che finisse in stampa.
Al mio fianco giaceva nel letto Laila, la mia compagna, o meglio colei che il copione indicava come tale: magrissima, seno al silicone prorompente, mani curate di chi non si è mai dovuta occupare di niente nella vita e, nel sonno, uno sguardo sereno di chi non ha pensieri nella testa perchè non ha la capacità di ospitarne. Una bella Barby, tanto appariscente quanto inutile.
Non era tutta colpa sua, poveretta! Lo sbaglio l’avevo commesso io che non ero riuscito a correggere in tempo la bozza di quel copione.
Eppure in qualche modo ero presente mentre lo scrivevano: fin da bambino mi avevano insegnato che la gente povera era quella che non aveva voglia di lavorare, che le donne servivano solo ad attirare l’invidia verso l’uomo che le teneva sotto braccio e che tutto ciò che non si poteva comprare non era importante.
Come si fa a sapere cos’è giusto e cosa non lo è quando hai una manciata d’anni e le persone che ti sono più a contatto ti fanno crescere fra idee distorte? E come puoi accorgerti che quelle idee non ti appartengono se ancora non sai chi sei e chi potresti diventare?
Chissà quante persone squilibrate erano potenzialmente ottima gente, ma sono state irrimediabilmente inquinate nell’età dell’innocenza.
Forse l’unica sensazione che ti resta per un po’ è un senso di disorientamento, l’essere inconsapevolmente coscienti di essere fuori strada, senza sapere quale sia la strada giusta.
E l’inquietudine interiore, dapprima una burrasca, scema giorno dopo giorno fino a diventare una pioggia finissima, invisibile però presente.
Laila dunque… dalla prima esplosione di ormoni nel mio corpo adolescenziale ero stato indirizzato ad inseguire quel modello di donna, un souvenir da esibire fiero in società, davanti ai presunti amici e, soprattutto, ai nemici.
E così mi sono messo alla ricerca di questo oggetto d’invidia sociale finchè una sera, in un locale chiassoso, l’ho trovato sotto forma di “zoccoleggiante” bionda immedesimata in un ballo pseudo-epilettico atto a far emergere il perizoma lilla dal gonnellino/cerotto nero.
Non fu troppo difficile convincerla a fare da testimonial alla mia immagine pubblica. In fondo avevo una Porsche come biglietto da visita.
E pensare che da piccolo volevo fare il pastore! Invece finii per impegnarmi a fondo nel diventare una manager di successo, con tanto di corsi da invasati del tipo “Diventa leader di te stesso!”.
A trent’anni ero già al comando di un gruppo operativo di oltre cinquanta persone, nessuna delle quali si occupava di qualcosa che potesse in qualche modo interessarmi, ma non era quello che il copione voleva per me.

Quella mattina, come dicevo, mi svegliai con il solito programma per la giornata.
8.30 in ufficio, alle 9.15 la prima riunione della giornata, a cui ne sarebbero seguite altre tre entro le 16. Quindi punto della situazione col capo sugli sviluppi del progetto cui lavoravo da oltre sei mesi.
A fine giornata mi attendeva una cena con il capo progetto ed il responsabile tecnico, il locale prescelto era un ristorante iraniano; a dirla tutta faceva anche un po’ schifo, ma avete presente che effetto fa dire “ho cenato nel miglior ristorante iraniano della città!”?
Di ristoranti poi ne avevo provati ormai di tutti i tipi; visto che la mia signora di cucinare non ne voleva sapere, non c’erano tavole calde in cui non fossi entrato in un raggio di ottanta chilometri!
Presi il telecomando e sollevai le tapparelle elettriche della cucina; fuori pioveva copiosamente.
Non so il motivo, ma ero sempre stato affascinato dalla pioggia. Forse perchè mio nonno mi diceva che la pioggia faceva bene al raccolto, o forse perchè tutte quelle goccioline fra me e il mondo circostante parevano proteggermi dagli obblighi che una realtà in cui non mi riconoscevo m’impartiva.
Lasciai la Porsche in garage e presi il piccolo fuoristrada di Laila. Mi piaceva quel fuoristrada, però ero consapevole che fosse meno appariscente della Porsche per cui mi sforzavo di utilizzarlo meno possibile, concedendomi questo privilegiato sacrificio solo in occasioni in cui potevo giustificarmi, come il maltempo di quella mattina.
Salii in macchina e accesi la radio; questa stava passando un pezzo di un famoso rapper.
“Io, immune al pattume della tv di costume, in volo senza piume in un volume di fumetti sotto il lume…”
Nel tragitto verso l’ufficio mi fermai ad un semaforo adiacente un piccolo parco.
A pochi passi da me, una coppia di signori anziani giocava con due bimbi ed una ragazzina poco più grande; probabilmente erano i nonni e i piccoli i loro nipotini.
Pensai che da bambino mi erano sempre piaciute le famiglie numerose!
“Biiipppp” !!!!
Il potente clacson del SUV dietro di me mi ricordò che stava per scattare il verde, così inserì la marcia pronto a scattare come ad un gran premio non appena la luce verde fosse apparsa.
Al segnale partii come un razzo, schizzando via dal semaforo con quanta più frizione potessi, fermandomi immancabilmente dietro la macchina in coda pochi metri dopo.
Tutta questa pioggia però mi stava entrando dentro, ogni goccia che spazzavo dal parabrezza era un germoglio di vita che sbocciava in me, come se tutta quell’acqua fosse lì per sciacquare la mia anima da quell’esistenza.
“…si vive di ricordi, signori, e di giochi, di abbracci sinceri, di baci e di fuochi, di tutti i momenti, tristi e divertenti, e non di momenti tristemente divertenti…”
Per fortuna il parcheggio per i dirigenti era riservato, ho sempre odiato cercare posto.
Scesi dal piccolo fuoristrada, facendo ben attenzione a non dare nell’occhio per evitare che qualcuno potesse pensare che non fossi in grado di permettermi una macchina più seria per andare a lavorare; quindi m’incamminai verso l’ufficio che il copione indicava come il mio.
Anni di successi, di trattative sofferte e risultati strappati con la forza della perseveranza! Altro che giocare con i nipotini al parco!
Qui si trattava di non perdere un attimo di tempo!! “Chi si ferma è perduto!” si diceva nell’ambiente, e ormai ero solito sentirlo dire anche dalla mia stessa voce.
La mattinata passò come tutte le altre, inseguendo soluzioni che avrebbero permesso di appaltarci altro lavoro, in modo da poter passare quante più sere possibili a pianificare altro lavoro che a sua volta avrebbe richiesto ulteriore lavoro. In questa matriosca spesso mi ci perdevo, ma sapevo che era giusto così; più lavoravo e più soldi avrei guadagnato, quindi avrei potuto cambiare la mia Porsche che ormai aveva quasi 2 anni.
Erano le 12.25; Laila probabilmente si stava per svegliare. Giusto il tempo di andare al bar a fare una veloce colazione, quindi fare velocemente un po’ di acquagym nella nostra piscina al coperto e infine andare da uno dei suo amanti chissà dove a fare cose di cui non potevo ignorare la natura.
Non che m’importasse: mi bastava che non si sapesse in giro, e i suoi pochi neuroni le permettevano di essere discreta abbastanza da riuscire nell’intento.
Per un attimo pensai a che tipo di madre sarebbe potuta essere… la fantasiosa ipotesi mi fece sorridere per un istante. Poi mi tornò in mente il copione del resto della mia vita, quindi tornai a concentrarmi su quello che dovevo fare.
In fondo era ancora meglio, avevo più tempo per lavorare!
Fuori continuava a piovere sempre di più; ora diluviava.

Nel pomeriggio il capo mi chiamò prima del previsto.
Lo trovai imbronciato, aveva appena finito di rimproverare un ragazzo che lavorava lì da qualche anno.
Il ragazzo, in realtà poco più giovane di me, non sembrava sentirsi colpevole di qualcosa che aveva comunque mandato in bestia il capo.
Il suo atteggiamento fiero era la testimonianza di un’identità chiara, anche se scomoda in quel frangente.
Non eravamo mai stati molto a contatto, ma in quell’occasione mi sembrò stranamente simpatico.
Il capo aspettò di rimanere solo con me in stanza, quindi esortò:
“Questi giovani new generation sanno solo pensare ai fatti loro, dovrebbero essere grati di avere un lavoro e invece ti rinfacciano pure di essere precari. idioti! Bando alle stupidaggini… caro ragazzo, sei pronto a lavorare in parallelo su due progetti per i prossimi mesi?” mi chiese.
“Di cosa si tratta?” risposi io.
“Ho adescato un potenziale cliente, uno di quelli che valgono parecchi zeri, capisci? Mi serve una persona fidata per assestargli il colpo di grazia!”
Aveva scelto me, sapeva che non l’avrei deluso.
“Allora, che mi rispondi?!?”
Dopo una breve pausa sentì una voce rispondere a quella domanda scontata:
“No…”
questa volta riconobbi quella voce; era la mia.
“No!” ripetei con tono più convinto. “Sono quasi dieci anni che non mi fermo un attimo, credo che sfrutterò un po’ di quei giorni di vacanza che dovrei avere da qualche parte…”
“Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo?!?”
“Si…si si, una vacanza…”
Il copione era stato mandato in stampa incompleto, la storia passava a me da quel punto!
In lontananza sentii borbottare rimproveri e minacce, ma non ci feci caso.
Uscendo dall’ufficio diedi una furtiva occhiata alla finestra: fuori pioveva ancora, dentro me aveva smesso.
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:13 #332

COMPAGNA DEL MIO FATO di mike975


Prologo:
Quel giorno in due righe mi sarei descritta così.
Mi chiamo Querida, abito a Cartagena, una splendida cittadina di mare, dove splende sempre il sole (e da molti è considerata la più bella d’America). Sono una felice ragazza di ventidue anni, di buona famiglia, ho un fratello più grande sposato che mi ha lasciato una camera in più nella casa dove vivo ancora con i miei genitori; una villetta nella parte vecchia della città.Studio filosofia nella piccola università di san Diego e spero di diventare una buona psicologa.

Capitolo 1
Quel giorno maledetto avrebbe potuto assumere una moltitudine di combinazioni diverse, tutte colme di colori di vita ma l’ingranaggio perfetto del mio destino s’inceppo’.
Il fato iniziò a lavorare prendendo le sembianze di mia cognata Sofia che si presentò a casa verso le nove di mattina proponendomi un’eccitante gita a Bogotà’, offerta difficile da rifiutare.
Andare a Bogotà’, infatti, vuol dire shopping e una giornata fuori dal comune tra un ristorante e un bar, una visita ai mercatini caratteristici e alle splendide chiese coloniali.
Presi la scontata decisione e partimmo senza indugi; avvisati mi padres decollammo dal piccolo aeroporto di Cartagena con il nostro Cessna munito di pilota.
Da noi i trasporti funzionano soprattutto via aerea visto le distanze e le strade impervie quindi è normale per un rappresentante (il lavoro di mio padre) possedere un piccolo mezzo.
Il viaggio fu piacevole e tra una conversazione e l’altra potemmo goderci sotto di noi lo splendido scenario d’intervalli montuosi colombiani illuminati da un piacevole sole.

Capitolo 2
Arrivammo in un aeroporto secondario ben collegato dalla metro al centro città e ci dirigemmo immediatamente verso il santuario di Monserrat come prima tappa, subito dopo il ristorante italiano di Colombo.Finito di pranzare visto il bel tempo iniziammo subito a fare spese girovagando tra i mercatini e i negozi del centro città.
Verso le 18 abbastanza stanche decidemmo di fermarci al parco di Quesada, ma non facemmo in tempo ad adagiare le nostre stanche membra che nuvole minacciose ci costrinsero a deviare verso un mercato rionale adiacente a questo polmone verde.Fu contemporaneo ricordo, la pioggia dette il via e la mia vita s’infilò nella direzione più buia.Alle prime gocce sentii diversi spari e vidi uomini con il viso coperto apparire tra noi scendendo da camionette che sbucavano da ogni direzione.Grida di panico, gente che fugge, fumo nero denso sparso nell’aria…una mano che mi trascina sopra queste camionette.
Questo fu il seguito tragico di quella gita.
Mi trovai a viaggiare velocemente tra piccole viuzze nel retro di un mezzo militare insieme con altra gente in visibile crisi nervosa e con un fucile puntato contro; pensai a Sofia… “forse è in un altro camion”.
Il silenzio d’obbligo, le lacrime pure, foresta e montagne presto ci avvolsero e tutti capimmo un’amara verità che la nostra ragione voleva respingere seppur così chiara.
Rapiti dalle FARC.
Continuava a piovere.

Capitolo 3

Sette anni dopo
Di solito l’umidità’ e la pioggia la facevano da padrone ma non quel giorno che iniziò con un bel cielo terso e il sole che solleticava un inaspettato piacevole tepore.Mi alzai presto come al solito quella mattina assalita dagli incubi che si rivelavano sempre meglio che la realtà.Preparai la colazione per me e Sofia che consisteva nel solito caffè lungo con cannella e qualche fetta biscottata… questo passavano da sette anni i guerriglieri che circolavano tra le varie basi all’interno di questa vera e propria giungla.Un reticolo di minipaesini formati da tende, grotte e chissà cos’altro avevo intuito nascosti all’interno della vegetazione.
Noi vivevamo in una tenda con un fornellino e due materassini; il bagno si trovava per tutti in un’altra tenda situata in prossimità dell’abitazione del capo del villaggetto.Una trentina di persone circa componevano la popolazione di quest’abitato e la maggioranza militavano nel gruppo ribelle delle FARC. Non c’era possibilità di venire in contatto con altri rapiti,ronde passavano spesso intorno al campo e per ogni esigenza bisognava fare riferimento a loro.La mattina passò rammendando e cucendo uniformi militari che mi avevano consegnato il giorno prima… dovevo sempre cercare di essere veloce, potevano venire a ritirarle da un momento all’altro e non ci tenevo a essere umiliata e picchiata.Arrivò nel pomeriggio accompagnato da nubi minacciose e un ronzio di pale di elicottero in lontananza un tipo che già conoscevo; mi fece uscire e subito dopo avermi chiesto notizie di Sofia, mi chiese di restituirgli le mimetiche; rientrai nella tenda a prenderle (il ronzio dell’elicottero si fece più forte) e uscendo non lo vidi… cioè…non lo vidi in piedi.

Capitolo 4
Come in una visione assistetti attonita alla discesa di soldati da elicotteri apparsi dal nulla.Scesero tramite funi contemporanei alle prime gocce di pioggia e con la stessa intensità e velocità sembravano planare.Il caos regnò nei minuti seguenti ma nella confusione intuii’ la possibilità di vita che il destino voleva restituirmi.I soldati colombiani ebbero facilmente la meglio sui guerriglieri ma la possibilità e la paura di una rappresaglia immediata consigliavano una veloce fuga.Gli elicotteri facevano un rumore incredibile e il vento che proveniva da essi unito all’acquazzone che ormai veniva giù portava una difficoltà nei movimenti che quasi paralizzava. Corsi istintivamente insieme ad altri ostaggi verso questi velivoli che rappresentavano la salvezza.Sotto la pioggia che aveva preso a scorrere forte urlai disperata quando mi resi conto quasi sulla soglia dell’elicottero che tra noi mancava Sofia.
Non l’avrei mai lasciata li.
A costo di rimanerci.
A costo di morire.
Tornai nella tenda e la trascinai fuori correndo e piangendo … e più piangevo più correvo.Capii durante il viaggio di ritorno il perché del blitz; tra noi al campo c’era una donna molto importante nella politica colombiana.Quando arrivammo all’aeroporto di Bogotà pioveva ancora, giornalisti e parenti allertati ci stavano aspettando.
Vidi i miei genitori venirmi incontro e nello scrosciare forte di questa pioggia di lacrime e pioggia li abbracciai e dissi loro:

“Lei è mia figlia Sofia”
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:14 #333

PIOVONO ASTRI di Natureboy


“Mammina guarda! Una cometa!”, esclamò Annie estasiata.

Era una bella serata d’aprile, e il clima tiepido consentiva di ammirare un immacolato cielo terso, tempestato di stelle. Katie e la piccola Annie stavano sedute vicino alla finestra della loro casa di campagna, contemplando la sterminata volta celeste.

“È una stella cadente! Avanti Annie, esprimi un desiderio, talvolta si avverano!”, esclamò concitatamente Katie. La bambina chiuse gli occhi, rimase in silenzio per qualche istante, e poi soffiò delicatamente il suo desiderio nel cielo, accompagnandolo con un gesto tenue della mano.

“Come sono belle le stelle! A te piacciono mammina?”, chiese Annie. Katie la guardò un momento e rispose: “certo che mi piacciono tesoro. A chi non piacciono le stelle…” Poi tacque. La piccola osservò ingenuamente la madre persa nei suoi pensieri, e disse: “mammina, posso farti una domanda?”. “Certo, dimmi tesoro”, rispose dolcemente Katie. “Mi porti su una stella? Mi piacciono così tanto…”. Katie la guardò, e in quell’istante provò verso la figlia un misto di amore incondizionato e profonda tristezza. Era così ingenua la piccola Annie,cosa poteva saperne lei, che aveva solo 4 anni, che su una stella non ci si poteva andare. Come poteva sapere invece che la madre nello spazio ci era andata per davvero…

Da ragazza Katie aveva studiato ingegneria aerospaziale. Aveva un dono innato per tutto ciò che riguardava lo spazio, l’universo non aveva segreti per lei. I dirigenti della NASA l’avevano subito notata, e di conseguenza le avevano assegnato un posto di prestigio. Un giorno un ufficiale, un certo Donald Fulley, era entrato nel suo ufficio. Era un bell’uomo, alto e possente, con lineamenti duri che richiamavano vagamente John Wayne. I suoi occhi di ghiaccio avevano immediatamente rapito Katie… Affascinato dal suo indubbio talento, le aveva offerto di partecipare ad una spedizione comandata da egli in persona per riparare un satellite in avaria. Lei naturalmente aveva accettato, ma l’avrebbe fatto incondizionatamente. Era un’opportunità che non si sarebbe mai lasciata sfuggire di mano, e il fatto che a guidare la spedizione sarebbe stato quel bell’ufficiale affascinante e misterioso l’aveva trasformata in un vero e proprio sogno…

Durante i preparativi alla missione, Katie e Fulley avevano lavorato a stretto contatto, instaurando un bel rapporto di amicizia. Ma Katie ricordava bene quel che diceva sua nonna: “all’uomo della donna importa solo la minigonna”. L’amicizia fra uomo e donna è chimicamente impossibile, e finisce sempre che uno dei due si innamora dell’altro. Katie si accorse di provare qualcosa di più di una semplice, leale amicizia verso Fulley. Ma non riusciva a confessarglielo. Strano davvero, era un asso con le tecnologie e nel campo scientifico, e poi non riusciva a dire due semplici parole, le più semplici, ma al contempo le più pesanti, di questo mondo…

Arrivò il giorno della partenza. Lo shuttle Xenophon77 era lì, in attesa di essere lanciato nell’universo. Fulley, ammirando la creatura, si rivolse a Katie, dicendo: “Avrò fatto decine di viaggi nello spazio, ma ogni volta è come se fosse la prima. Vedrai Katie, ti piacerà molto, è una sensazione unica. E se mai ti servirà niente, ricorda che io sarò sempre accanto a te”. Il suo sorriso rassicurante e smagliante fece fare un balzo al cuore di Katie, tanto che non trovò le parole per rispondergli. Una volta dentro, l’equipaggio si sistemò ai proprio posti in attesa del decollo. Katie si sedette accanto a Fulley, che comunicava con la base, concordando i secondi rimanenti al lancio. La partenza fu talmente brusca e irruente che Katie temette di lasciare sulla Terra tutti gli organi vitali. “Non preoccuparti Katie, fra poco saremo oltre l’atmosfera. Stringi i denti”, la esortò Fulley. Katie strinse gli occhi, pregando che quell’inferno finisse alla svelta… E furono fuori. Lo shuttle smise di vibrare furiosamente e si smorzò, quasi come se si fosse spento di colpo. “Beh, che te ne pare Katie? Dai il benvenuto a messer universo!”, esultò gaudente Fulley, lo sguardo rapito come un bambino con la sua macchina telecomandata nuova di zecca in pugno. Lo spazio visto da lì era tutta un’altra cosa; quello sui libri in fotografia non era che una squallida imitazione in confronto alla sfolgorante immensità che si estendeva nell’infinito davanti ai suoi occhi. Katie si sentiva persa nel vuoto, una celestiale sensazione di vuoto nella mente; voleva che quei momenti non avessero mai fine, che Fulley fosse lì a sorriderle per sempre…

Le riparazioni procedettero senza intoppi. Il satellite fu come nuovo in poco tempo, e lo Xenophon77 era pronto a fare ritorno sulla Terra. Katie in cuor suo avrebbe preferito non tornare mai a casa. Era seduta in sala ricreativa con Fulley a discutere dell’operazione appena riuscita. Gli occhi di lui erano ora assai meno freddi della prima volta in cui si erano visti. Era nato qualcosa fra di loro, ma nessuno dei due riusciva ad ammetterlo. “Quando torneremo a terra”, disse Fulley, “voglio che tu venga con me ad una conferenza a Memphis, ti farò conoscere Mr. Donovan. È un brav’uomo, e ti permetterà certamente di…”. Non finì mai la frase, perché un colpo poderoso scosse lo shuttle. Le luci si spensero, e gli allarmi di emergenza cominciarono a trillare inferociti. “Che diamine sta succedendo!”, gridò Fulley, alzandosi di colpo dalla poltrona. Un altro colpo li fece cadere per terra, e a quello se e aggiunse un altro, e un altro ancora. I due si rialzarono faticosamente e filarono al posto di comando. “Comandante”, esclamò uno degli astronauti, “siamo incappati in una pioggia di meteoriti! Ce ne siamo accorti troppo tardi, e non siamo riusciti ad evitarla. Cosa facciamo? Non potremo resistere a lungo, lo shuttle ha subito gravi danni, e potrebbe addirittura saltare in aria”. Fulley era rigido e pallido come un cencio. Arrabbiarsi con quegli inetti al momento non era la cosa più impellente da fare. “Prepariamo le navicelle d’emergenza. Dobbiamo scappare da qui. Katie, non ti allontanare da me; un momento di distrazione e nella confusione potremmo perderci”. L’angoscia pulsava più forte del sangue nel cuore di Katie mentre seguiva di corsa il comandante lungo i corridoi. Le esplosioni si susseguivano, e un colpo fortissimo li fece capitombolare. Si rialzarono di corsa e raggiunsero il vasto atrio contenente le navicelle d’emergenza. Il resto dell’equipaggio, avvertito dagli altoparlanti, aveva già cominciato la fase di evacuazione. Molte navicelle erano già partite. “Katie, io da capitano devo aspettare che tutto l’equipaggio abbia evacuato. Lo Xenophon77 potrebbe saltare in aria da un momento all’altro. Sali su questa navicella e scappa via. Ci rivedremo sulla Terra”, disse concitatamente Fulley, mentre l’ampio atrio cominciava ad incendiarsi. “No Donald, non ti lascerò qui. Scapperemo insieme, aspetterò qui con te”, rispose Katie. Non c’era tempo per protestare, sarebbe stato inutile: Fulley lo capiva dall’ardore degli occhi di lei, e in quell’istante seppe di amarla. Nel giro di pochi minuti, l’equipaggio aveva evacuato, tranne il capitano, Katie e una decina di ufficiale desiderosi di tagliare la corda il più presto possibile. L’atrio era un inferno di fiamme mentre l’ultima navicella si spostava verso il portellone e guadagnava lo spazio, traendo in salvo i suoi passeggeri. “Siamo salvi Katie, ce l’abbiamo fat…”. Un meteorite colpì la navicella, facendo aprire bruscamente lo sportello principale. Un turbine indiavolato risucchiò ogni cosa, generando il panico fra i superstiti. Fulley, il più vicino, cercava disperatamente di richiuderlo, ma un detrito lo colpì brutalmente alla testa, indebolendo le sue resistenze. Fu scaraventato fuori, nell’abisso senza fine. “NOOOOOO!!!!!!!”, strillò disperatamente Katie, con quanto più fiato aveva in gola, mentre il resto dell’equipaggio chiudeva lo sportello. Il suo cuore era come annichilito, la mente devastata dal dolore mentre gemeva e singhiozzava, alla vista del viso gonfio e deformato di Fulley, che vagava grottescamente nell’oscurità più recondita. E mentre sfilavano via, arrancando per i danni riportati, Katie lasciava lì, in quell’angolo di universo, parte della sua anima, a piangere in un urlo metafisico senza fine la scomparsa dell’unico uomo che aveva rapito il suo cuore…

“Certo che ti porto su una stella, tesoro. Vedrai, ti piacerà…”, sussurrò lievemente Katie alla piccola Annie. La bambina, deliziata ed entusiasmata, posò placidamente la testolina sul ventre della madre, e dentro di sé pensò sognante: “chissà come deve essere bello vivere su una stella…”
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:15 #334

LACRIME DI DIO di Efri77


“Condoglianze Andrea. Non posso proprio immaginare cosa può voler dir perdere entrambi i genitori in questo modo. Fatti coraggio, sii forte…” disse con sincera commozione il portavoce di un gruppetto di trentenni, tutti amici d’infanzia del giovane Poggetti, il quale tre giorni prima aveva visto i suoi anziani genitori perdere la vita in un tragico incidente stradale. “Grazie Marco, grazie a tutti, a volte il destino ci riserva davvero delle brutte sorprese. È stato davvero un dramma, ma non temete, io e i miei cari supereremo anche questo. Ora vado a prendere posto che la funzione sta per iniziare, ci vediamo dopo”. Rispose entrando nella chiesa a seguito delle due bare color mogano.
Eccolo, seduto in prima fila, Andrea Poggetti, giovane imprenditore di provincia con vicino da un lato la sorella Anna e il cognato, dall’altro Cinzia, la sua storica fidanzata, una fila più indietro zie, zii e a scalare la gran parte dei parenti, di amici e conoscenti dei defunti coniugi Poggetti. Il funerale sembrava procedere lentamente, come del resto si addice a ogni saluto importante, e nei pensieri del giovane le parole pronunziate del celebrante lasciavano sempre più spazio ai colori, ai profumi, alle emozioni dei ricordi e a quel senso d’incertezza, d’incontrollabilità della vita, ma lo sguardo di Andrea cadde su Cinzia, poi sui parenti, sugli amici, sugli operai dell’azienda che fino a qualche anno fa era di suo padre, rimasti in piedi o negli ultimi banchi della chiesa. Pensò alle sue responsabilità, alla necessità di farsi forza e di trasmettere sicurezza a tutti. Represse la sua commozione e con un gesto della mana strinse a se la sorella.

Intanto da qualche altra parte nell’universo:
“Padre nostro amatissimo, voi che siete inizio e fine di ogni cosa, fonte di ogni saggezza, illuminate questo mio dubbio. Spesso vi vedo piangere osservando il mondo e mi domando, umilmente, ma come, proprio voi che, fatto a vostra immagine e somiglianza l’uomo, dovreste fornire l’esempio migliore della forza d’animo e di spirito, del capire e affrontare ogni difficoltà a partire dalla visione profetica del mondo….insomma, sono certo che non può esservi vizio nel vostro comportamento e proprio per questo mi permetto di chiedervi lumi su quanto la mia limitatezza non può ancora comprendere”.
“Figlio mio è vero, io sovente lascio libero fluire alle mie lacrime a osservare la vita sul mondo e a percepirne dentro il mio cuore gli effetti d’ogni fatto, d’ogni azione. In verità ti dico che la forza non risiede tanto in colui che nasconde le proprie debolezze, le emozioni, ma in chi riesce a viverle e a farne occasione di saggezza. C’è poi un altro motivo.. io devo cercare di mettere tutti nella condizione di migliorarsi, di crescere, in primis spiritualmente .. il mio pianto serve anche a coprire le lacrime dei più orgogliosi”.

Durante la processione dalla chiesa al cimitero iniziò una violenta pioggia e visto il repentino e inatteso mutamento climatico molte delle persone al seguito dei feretri fecero ritorno alle loro case. Alla tumulazione rimasero solo in pochi, solo quelli a cui non importava di bagnarsi pur di dare l’ultimo saluto ai due coniugi.
Le casse iniziarono ad essere coperte di sabbia dagli inservienti del cimitero e in quel momento Andrea cedette al cordoglio e al desiderio di salutare per l’ultima volta i suoi cari, s’inginocchiò per essergli più vicino e sussurrò un “grazie!” mentre le lacrime nei suoi occhi si confondevano alla pioggia.
Nessuno dei presenti disse altro ad Andrea, ma tutti a vedere quegli occhi arrossati gli si fecero più vicino, naturalmente, semplicemente, a riscaldare la sua vita.
Tornando velocemente verso l’automobile un bambino, forse l’unico rimasto con i genitori sotto il temporale, chiese “Papà ma da dov’è che arriva la pioggia?” ed il padre rispose senza troppo stupirsi “non sono altro che le lacrime di Dio che arrivano fino a noi”.
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:16 #335

PIANGERE di Filhendil


Pioveva quella sera…

Marco alzò la zip del suo piumino fin quasi a volersi coprire mezza
faccia. Fece un’ultima corsa visto che il treno era quasi arrivato e
se avesse perso quello avrebbe dovuto aspettare l’indomani mattina.
Salì al volo sul regionale delle undici, che da Firenze l’avrebbe
portato dritto a casa, nella sua Compiobbi, un piccolo borgo di
campagna a cui le Ferrovie avevano concesso una stazione quasi per
grazia ricevuta.

Si sedette come suo solito nell’ultima carrozza, da solo. Non amava
gente intorno quando saliva in treno, preferiva non essere costretto a
fare conversazione con dei perfetti sconosciuti. Si tolse il giubbotto
bagnato e tirò fuori dalla tasca il suo nuovo I-phone, regalo della
madre per la recente laurea in Agraria. Sorrise, in due settimane, a
momenti, non era neanche riuscito a imparare come si mandasse un
messaggio.

La locomotiva partì, fece la sue prima sosta a Rovezzano, poi la
seconda alle Sieci. Marco appoggiò la mano contro il vetro per evitare
i riflessi e vedere se la vettura era ripartita. Con quell’acqua
temeva di perdersi la sua fermata. Non riuscì neanche a strizzare gli
occhi e mettere a fuoco quello che aveva davanti che notò, alle sue
spalle, come disegnata sul finestrino, l’effige di un individuo che
brandiva qualcosa di pericolosamente simile a un coltello. Si voltò,
col terrore negli occhi e fissò quell’uomo:”Dammi i soldi” – gli disse
quello – “l’orologio, il telefono, tutto ciò che hai…”

“No” rispose Marco senza neanche pensarci su e provò ad alzarsi di
scatto, per sfuggire alle mani del suo aggressore che cercavano di
privarlo dei suoi averi.

La notte risuonò di un urlo.

“…e un uomo uscì di corsa dalla carrozza, si fermò per un attimo sotto
la pioggia. A me sembrava indeciso sul da farsi. Poi di scatto lanciò
nel cespuglio qualcosa di luccicante e corse giù per le scalinate
della stazione”

“E lei cosa fece signora” – chiese l’avvocato in aula.

“Chiamai subito mio marito che mi attendeva fuori in macchina. Era
venuto a prendermi per la pioggia. E’ stato carabiniere per
quarant’anni, ci siamo avvicinati insieme al cespuglio e abbiamo
trovato quel coltello…”

L’avvocato Guarnieri si voltò verso la giuria e disse:”Sia messo a
verbale del coltello ritrovato dai coniugi Neri, lo stesso sul quale è
stato trovata l’impronta del dito medio di Aldo Boschi e tracce del
sangue di Marco Cianchi”

Anna Morelli, madre di Marco, uscì dall’apnea in cui era precipitata
quella mattina, circa quattro ore dopo, quando la corte uscì per
decretare la sua sentenza: omicidio volontario e ventuno anni di
reclusione per il Boschi. Non pianse quel pomeriggio, non pianse al
funerale del figlio, non pianse il giorno in cui, quasi tre anni dopo,
decise di incontrare in carcere l’uomo che l’aveva resa sola. Senza un
marito morto dopo pochi anni di matrimonio, senza un figlio, morto per
sua mano.

E non pianse quando lui la sbeffeggiò dicendole:”Ai giovani andrebbe
data un’educazione adeguata. Pensano che le cose siano più importanti
delle persone. Non voleva mollare quel telefono neanche morto. Prima
gli ho dato una coltellata sull’addome, poi un’altra sullo stomaco
perché è lì che fa veramente male e volevo vederlo piangere,
implorarmi di estrarre il coltello dalla sua pancia, mentre io lo
rigiravo e lo tiravo fuori più lentamente che potevo. Ma niente, con
la terza allora sono andato a botta sicura”.

Il giorno dopo Anna si ripresentò in carcere e sentì nuove offese.
Fece lo stesso il mattino seguente e poi per tutta la settimana.
Passarono due anni, vide la pioggia e il sole lavare e asciugare quel
carcere dai suoi peccati. Giornata dopo giornata, puntuale come
un’alba, fissò negli occhi quell’uomo e non gli concesse mai la
soddisfazione di piangere.

Fu allora che il Boschi prima dubitò e infine s’arrese, versando lui
quelle lacrime che non volevano saperne di uscire da quella donna
ancora molto avvenente a dispetto dei suoi anni e dei suoi drammi.
Fiore di roccia che richiede vento aspro e terreno rude. Le
disse:”Scusa”. La mattina dopo, alla stessa ora, Anna era di nuovo lì.

E cominciarono a parlare. Aldo le parlò del padre banalmente
alcolista, delle botte che lui e sua madre prendevano ogni sera fino a
che le non se n’era andata lontano e l’aveva lasciato solo a prendersi
la doppia razione. Del figlio avuto quando era troppo giovane e del
giorno in cui l’alluvione della Sieve se l’era portato via, insieme al
cuginetto e ad altri coetanei che stavano guardando le onde da quel
ponte pericolante in legno. Le raccontò del riformatorio, delle prime
condanne in carcere da maggiorenne, dei furtarelli e delle vere
rapine. Ma seppe soprattutto ascoltarla, quando lei gli disse del male
incurabile che s’era preso suo marito, del suo dispiacere per non aver
più insegnato alle scuole materne causa un problema alle corde vocali,
del tubo rotto della doccia che per poco non le allagava casa. Anna
gli descrisse le sue paure. Aldo cercò di tranquillizzarla, forte del
vetro che impediva a quegli stati d’animo di incontrarsi.

Non parlarono mai di Marco. In quello “scusa” c’era una storia che già
di per sé era spiegata. E non necessitava altre parole.

Poi un giorno le disse che aveva degli splendidi occhi. E si innamorò
perdutamente di lei. La quale ricambiò perché al mondo non aveva altro
che lui.

Passarono quindici anni e Aldo potè uscire per buona condotta. Anna
l’attendeva subito fuori la grata che separava il suo vecchio mondo da
quello nuovo, libero. Fecero l’amore già nel parcheggio, senza dirsi
una parola. Rimasero stretti l’uno all’altra, col seme di lui che fece
di nuovo germogliare i colori di quella primavera appassita.

Due anni dopo Aldo era a tutti gli effetti un uomo libero. Una sera si
inginocchiò davanti a lei, a cena e le chiese la mano. Anna prima
sorrise e lo prese in giro (“Non sei troppo vecchio per queste
cose?”), poi accettò. Un mese dopo si abbracciarono, si baciarono e si
unirono come fossero due ventenni nella casa vuota che avevano appena
affittato. Poi lei lo prese per mano e si mise a correre per le strade
di Firenze:”Ti vuoi sbrigare! Che se perdiamo l’ultimo treno per
tornare ci tocca dormire in una casa vuota e senza riscaldamento”

Aldo la prese sulle spalle e la portò fin sulla carrozza del treno,
quasi fosse il suo chauffeur. Il treno partì, superò Rovezzano e poi
arrivò alle Sieci. ”Ma ha sempre ritardo?” – si lamentò passandosi una
mano sulla barba lunga di tre giorni.

Lei lo guardò fisso negli occhi e cominciò a piangere. Per la prima
volta dopo quasi vent’anni. Estrasse dalla borsa un coltello e lo
pugnalò forte all’addome. Aldo rimase a bocca aperta, non seppe
proferir parola. Allora lei piantò quella lama dritta nel suo stomaco,
attese che lui urlasse e la implorasse di toglierla, poi la rigirò
nella ferita e cercò di estrarla il più lentamente possibile. Poi, col
terzo fendente, andò a colpo sicuro.

Uscì dal treno e gettò l’arma nel primo cestino che incontrò.

Alzò quei suoi occhi ancora bagnati verso il cielo.

Pioveva quella sera…
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Re: [#1] La pioggia 13/07/2010 16:19 #336

L'ULTIMA di Maurocap


«Non è possibile, non può funzionare.»
«Eppure lo avete visto con i vostri occhi.»
«Io…» Jerry esitò.
L’anziano signore gli sorrise come avrebbe fatto un insegnante spiegando un bizzarro fenomeno scientifico a un bambino. Era vestito come un nobile dell’ottocento, pantaloni eleganti, panciotto di velluto, camicia impeccabile e cravattino slacciato. Sin dal primo minuto gli si era rivolto usando addirittura il voi.
La pioggerella diffuse ovunque il caratteristico profumo della terra appena bagnata. Il parco fu presto avvolto dai leggeri sbuffi di vapore tipici dei temporali estivi. Jerry rimase a bocca aperta di fronte a quel che stava accadendo.
«Notevole, vero?» Disse.
Rientrarono. Jerry attese accanto alla porta a vetri dello studio. Zoppicando il conte si avvicinò allo stesso grosso pannello metallico incastrato nel muro su cui aveva armeggiato poco prima e ruotò le due manopole principali posizionandole sulle ore dodici. Nel giro di pochi secondi l’intensità della pioggia diminuì fino a cessare del tutto. Le nubi scure svanirono in fretta, riassorbite dal cielo azzurro che brillava tutto intorno al poggio su cui sorgeva la villa.
«Posso vederla?» Domandò il giovane scrittore.
«Naturalmente. Vi ho invitato qui proprio per questo.»
Spinse in avanti uno dei mattoni del caminetto facendolo rientrare nel muro fino a che non si udì un sonoro scatto. Una delle librerie scivolò in avanti rivelando un passaggio che altrimenti sarebbe rimasto nascosto: come nelle più classiche storie di inizio novecento il laboratorio si nascondeva proprio dietro lo studio del genio pazzo, solo che quell’uomo non era affatto un folle e di certo non si trattava di un romanzo. Quella era la realtà.
«Fate attenzione, è piuttosto basso per un uomo della vostra statura.»
Una stretta scala elicoidale scendeva nel sotterraneo. C’era spazio solo per una persona e più di una volta Jerry dovette chinare il capo per passare sotto le grosse lampadine appese in malo modo.
«Restai ferito in battaglia due anni prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.» Spiegò. «Mi ritirai nella dimora di famiglia e iniziai ad approfondire i miei studi. I fondi non mi mancavano e il fuhrer fece in modo che ogni mia richiesta venisse soddisfatta. Aspettate un attimo.»
Erano giunti in fondo. Una grossa porta metallica rinforzata bloccava il passaggio. Sul muro di destra vi era appeso un oblò di vetro opaco, egli vi poggiò sopra la mano, si accese debole una luce gialla che durò non più di due secondi. Quando si spense nello stesso istante la porta si spalancò stridendo.
Entrarono.
Il laboratorio era grande quando un moderno campo di pallacanestro. Erano sbucati su una
passerella che correva a circa otto metri di altezza tutto intorno al perimetro dello stanzone. Da lassù si poteva apprezzare la complessità del macchinario nascosto: un groviglio di tubi, valvole, cavi elettrici e blocchi motore ronzanti accavallati e incastrati con sapiente ordine.
«Santo cielo, sembra un immenso motore di sommergibile!» Esclamò Jerry.
Il conte ridacchiò.
Sui muri campeggiavano dipinti di anacronistiche bandiere naziste e un paio di scritte che diedero il voltastomaco al giovane scrittore.
«So bene che siete ebreo,» disse l’anziano, «immagino che effetto possano farvi quei simboli e vorrei che sappiate che io stesso finii per odiare il mio paese quando scoprii quel che era accaduto.
Ero giovane e stupido, mi interessavo solo delle mie ricerche e accettavo ciecamente il supporto del partito. Non sono mai stato un nazista, se ciò può consolarvi. Avrei voluto ridipingere quelle pareti, ma come avrete capito non potevo semplicemente chiamare un imbianchino.»
Gli credette. Una simile installazione poteva esistere solo nel segreto assoluto.
«Dunque cosa stavo dicendo… Ah sì. Quando la guerra finì chi sapeva di questo luogo fu fucilato a Norimberga e io fui l’unico a uscirne immacolato. In fondo ero solo uno scienziato cui gli americani furono felici di offrire la grazia in cambio delle sue conoscenze sulla meteorologia. Mi trasferii nel nuovo continente e di tanto in tanto tornavo nella mia vecchia dimora, ufficialmente in vacanza ma segretamente intento a terminare i miei studi. Nel millenovecentosettantadue terminai.»
«Ma questa macchina… Può davvero farlo?»
«Sì, tuttavia non come previsto dal progetto originale. Il controllo meteo totale si dimostrò subito impraticabile. Questo marchingegno può solamente far piovere a comando.»
«Solamente? Ma si rende conto di quello che sta dicendo?»
All’anziano scienziato scappò una risata sibilante che si trasformò in una tosse malsana. «La prima volta che la misi in moto calibrai male i generatori di Ghenk che… Non importa, le risparmierò inutili dettagli tecnici. Usai troppa potenza e scatenai un diluvio che devastò la vallata per una intera settimana causando una vera e propria alluvione. Ebbi bisogno di altri sei anni per migliorarne le capacità di controllo.»
Jerry ascoltò il resto del suo racconto meditando su quanto l’umanità avrebbe potuto beneficiare di una simile scoperta. Immaginò piantagioni sempre irrigate, aree desertiche rese abitabili, acqua per quelle centinaia di milioni di persone che non ne avevano a sufficienza. Quell’accozzaglia di tecnologia del secolo passato poteva rivoluzionare la vita sul pianeta.
«… Infine decisi di chiamarvi.» Concluse.
«Perché proprio io?»
«I vostri saggi sono stati… Illuminanti. Ho apprezzato molto le vostre opinioni sull’impatto
ambientale del comportamento umano.»
Jerry sorrise. «Vi ringrazio. Ammetto che sono sbalordito: tutto questo realizzato da una persona sola! Nessuno vi negherà il nobel o… Qualunque premio esista per questo genere di scoperte.» Gli sembrò subito una frase sciocca: a quell’uomo non importava granché dei premi.
«Dubito che sarò premiato.» Ridacchiò.
Fece per incalzarlo con altre domande, ma egli lo zittì con pazienza.
«Venite, ora lo metteremo in moto.»
Lo scrittore guardò l’insieme pulsante di metallo. «Perché adesso è spento?»
«In inglese si direbbe che è in stand-by, in attesa.»
Provò un brivido.
Camminarono per mezzo giro lungo la passerella fino a una stanza sull’altro lato. Era stipata di armadi zeppi di valvole, fusibili, transistor e schede integrate unite in un miscuglio di tecnologie differenti che chiunque avrebbe giudicato folle. Il conte si rivelò impermeabile ai complimenti così Jerry gli elencò quelle che secondo lui erano le innumerevoli applicazioni del suo lavoro, soprattutto la prospettiva di un futuro migliore su tutta la Terra.
Egli si rabbuiò. «Lo credete davvero?» Indicò un interruttore nero su un pannello arrugginito.
«Prego, vi concedo l’onore di dare il via alla dimostrazione.» Disse.
Lui lo fece scattare.
Non accadde nulla di particolare, semplicemente il ronzio del macchinario nella sala crebbe
d’intensità e il conte chiuse la porta per ridurne il disturbo.
«Vedete, io non sono affatto convinto che donare questa scoperta al mondo sarebbe un bene. Al contrario sono certo che si scatenerebbero conflitti inimmaginabili per il controllo di questa nuova risorsa: l’acqua. Osservate.» Un monitor a tubo catodico inquadrava l’esterno: si stava annuvolando.
«No. La storia insegna che la prima azione dell’uomo è sempre stata quella di consumare senza alcun pudore ciò che aveva davanti. Temo sia il nostro patrimonio genetico di cacciatori raccoglitori che ci spinge a rovinare tutto quanto, il che non sarebbe affatto sbagliato se la nostra intelligenza non avessimo centuplicato il nostro istintivo potenziale distruttivo.»
«E cosa vorreste farne allora?»
Il ronzio aumentò ancora diventando troppo fastidioso. Il conte gli diede un paio di grosse cuffie che lui indossò prontamente.
Sul monitor stava ormai diluviando.
«Usarla.»
I suoi occhi grigi brillarono di luce folle.
«Oggi pioverà. Anche domani, dopodomani… Tra una settimana e tra un mese ancora pioverà non solo qui ma presto in tutto il mondo. Avete mai sentito parlare di trasmutazione di materia? Questa installazione la realizza.»
Jerry capì ciò cui aveva appena dato inizio.
«Ricordate il diluvio universale?» Disse l’uomo.
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