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ARGOMENTO: [#2] Voglia di ricominciare

[#2] Voglia di ricominciare 11/06/2010 06:12 #127

Periodo: Aprile - Maggio 2009

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:24 #337

OTTANTOTTO VOLTE TRE di gensi


Devono passare le prime note per scacciarti di dosso definitivamente la tensione e lasciar posto all’adrenalina da palco.
Quell’adrenalina che ti fa scatenare, ti fa urlare, ti fa muovere in simbiosi con l’estasi delirante che ti circonda.

Eravamo arrivati fin qui non certo per sbaglio. Nata come flebile speranza, con il passare del tempo e soprattutto con la testardaggine che ci contraddistingueva stava diventando mirabolante realtà. Ovvio, ci voleva anche un po’ fortuna. Noi l’avevamo avuta con quel contatto importante giunto all’improvviso.
Ci ascoltò e subito nacque una sintonia.

Adesso ero qui anche io, a riempire le piazze delle città, a firmare autografi su pezzi di carta, magliette, tette o a finire sull’album fotografico di chissà quale sconosciuto.

Che strana storia. Tosta da Dio.

La seconda parte degli anni ’90 fu il massimo. Ad ogni concerto qualche giovane ochetta zoccola era li che sculettava nel backstage pronta a farsi scopare in cambio di qualche contatto di quelli che contano.
All’inizio ti piace pure questo mondo, poi ti ci abitui, infine ti fa schifo. Vedi i tuoi vecchi amici, nel mentre, sistemati, con un lavoro normale, una donna normale, una casa normale, dei bambini e un cane.

Tu invece sempre con la valigia in mano a prendere chissà quale aereo e chissà per dove. Alla ricerca indefinita di un ruolo noto come “spalla”, “eterno secondo” o, peggio ancora, “ragazzetto dai capelli biondi che balla come un forsennato”.

Mi chiamavano così ormai. Neanche più la mia anagrafica aveva un significato degno.

E fu in quel particolare momento che immaginai la mia vita altrove alla ricerca di qualcosa di nuovo che mi completasse.
Non passarono neanche sei mesi da quella mia decisione. Lasciai anche i lavori cominciati a metà, senza il mio nome, pur di poter essere libero di partire. E chi se ne fotteva se i sogni e la gloria se la sarebbe goduta qualcun altro.

New York…

Il grande immenso sogno americano presentò fin da subito il proprio conto.
In primis perché incontrai subito una donna, di quelle vere e non di quelle da backstage, che mi fece perdere la testa. Era il mio zucchero filato nero e già sognavo di conquistarla facendola recitare nel mio film. Lei aveva capito che l’osso era ancora succulento e ricco di carne. Mi spolpò per bene, da cima a fondo.

Ah, il mio film, che sogno.

Mi costò subito 20.000 dollari dati a chi si presentò come quello che “mi poteva far avere i contatti giusti”.

Che ingenuo…
Sparito nel nulla ovviamente…alla faccia dei miei sogni.

Mi trovai fuori dal mondo, solo, con i soldi che diminuivano di giorno in giorno, innamorato e non corrisposto. Insomma, avevo tutte le carte in regola per fare una brutta fine.
Che poi, a trenta e più anni, si sa. Se non hai quelle due certezze che ti tengono in piedi fai in fretta ad alienarti per sempre.

Mi ricontattò qualche vecchio amico dall’Italia, per fortuna, al quale sfogai i miei insuccessi.
Mi disse di tornare e lo feci.
M’invitò a raccontare (o meglio cantare) la mia storia, da solista stavolta, così che il protagonista fossi io e basta.

Fu l’ennesimo flop colossale.

L’Italia non era ancora pronta per quelle musicalità che avrebbe sfondato solo dieci anni dopo. E, forse, io ci misi anche del mio nel pretendere di tenere tutto personalmente sotto controllo. Ma la mia era solo paura. Paura che nuovamente, qualcun altro si prendesse meriti che pensavo di dover ricevere anche io almeno in egual misura. Così facendo invece, persi l’occasione di far fare per bene il proprio a lavoro a chi lo sa fare.

Poteva essere la botta definitiva.

Ma la vita ricomincia quando meno te lo aspetti.
Venne lei, “la bellissima francese”, che mi fece di nuovo scrittore.

Più che altro, era la prima volta che una donna veniva da me senza chiedere nulla in cambio.
Fu la liberazione. Parigi era pronta ad accogliermi e lasciai alle spalle la sempre stretta Pavia.

Ora ho due figli, un lavoro normale, una casa normale e un cane.

Ora capisco perché invidiavo quei miei amici. Inseguivo la vita altrui quando la mia felicità era altrove. Non rimpiango nulla. Anzi sono orgoglioso di essere andato avanti, sempre.

E non tornerò più. Anche se quel disco ora vale dieci volte di più di quando uscii, anche se ora ci sarebbe la fila degli sponsor per realizzare quel mio sogno in film, anche se a distanza di 10 anni dallo scioglimento del gruppo tutti mi riconoscono come l’unica vera anima di quel registro musicale che cambiò la vita di molti giovani e non italiani.

Sto troppo bene dove sto.

Ho già ricominciato abbastanza. Spero solo che veramente ricominci qualcosa dopo essere divenuto polvere di questa terra.
Solo l’ennesima, dannata e indelebile speranza.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:24 #338

L'APPETITO VIEN MANGIANDO di vaisecco


Ore 22.45, casa (meravigliosamente chic!) di chissàchi…
Una delle tante mega feste in cui mi sono imbucato grazie ad un “amico” importante, anche se non ricordo più bene il perché.
Faccio il solito giro al bar a racimolare un po’ di carburante; sono un tipo che parte piano alle feste, un diesel a precamera come quelli che si vedevano sfumacchiare per le strade parecchi anni fa.
I drink, rigorosamente over 30°, servono a farmi entrare in temperatura.
Dopo la quinta consumazione, l’alcol pompato negli iniettori del mio motore comincia a donarmi l’effetto desiderato ed è qui che solitamente mi produco nel cambio di passo, ovvero da infiltrato quasi clandestino a protagonista!
Mi guardo intorno. I volti scontornati dalla benzina che ho in corpo rendono interessanti tutte quelle persone impacchettate in qualche bell’abitino, che si tratti di uno smoking o di un tailleur, solitamente a seconda del sesso.
La mia precaria attenzione viene catturata dalle frequenze lunghe di una coppia di casse che suona in giardino, nel cui centro un’accampata pista da ballo ospita le persone più intraprendenti insieme a quelle più alticce… probabilmente sempre le stesse.
Dimenandomi con sovrabbondante euforia, mi faccio largo minacciosamente.
La gente mi nota e mi sorride; forse perché pensa che sia tutto scemo o, più probabilmente, perché si sente in sintonia con me.
Ammicco a tutti quanti, traballo un po’ e ogni tanto perdo il tempo; ma, puntualmente, riparto e torno a dimenarmi, inframezzando la performance tra un pestone di piedi e una ditata nell’occhio a chi mi sta più a tiro.
La giostra gira sempre più freneticamente, poi… uno spintone mi fa ruzzolare per terra!
Raccolgo un minimo di lucidità e penso: “cazzo, devo aver accecato la tipa del ragazzo sbagliato!”
A fatica mi rimetto in piedi, pronto al peggio, e mi trovo di fronte una ragazza fradicia di sudore e porrones colato direttamente dentro la scollatura; scollatura peraltro davvero ammirevole, ora che la paura dello scontro si è stemperata e riesco a concentrarmi su qualcosa di piacevole!
“Miss davanzale” non è però all’altezza del balconcino che porta. Barcolla indecentemente, decisamente non si è accorta dell’impatto appena avvenuto!!
Della femminilità che si presume possa appartenere ad un corpicino così grazioso non vi è traccia e i suoi movimenti sono tutto fuorchè sexi… provo quasi disprezzo nell’assistere allo spettacolo di quel bel culetto che si dimena goffamente, se non altro permettendo la piacevole visione di due tette che si schiaffeggiano fra evoluzioni fuori tempo.
“Una così proprio non mi attirerebbe mai…” penso.
Che fine hanno fatto le donne di una volta? Quelle che diventavano madri a 16 anni e avevano il compito di dare l’esempio di comportamento in famiglia?
“Ecco, me ne servirebbe proprio una così!” torno a dirmi fra me e me mentre ammicco alla proprietaria del davanzale bagnato…

Ore 00.25
Miss davanzale ha mantenuto le premesse… Scoperchiata dall’abitino e vestita solo dell’appiccicaticcia patina del porrones, non era niente male!
Forse l’alcol deve averci anestetizzato un po’ i sensi perché il testosterone ha lavorato parecchio prima di produrre il lieto fine, peraltro da antologia!
Disteso in uno dei letti del signor chissàchi, la pace dei sensi ormai raggiunta, ascolto la mia “compagna per una notte” soffocare la fatica appena prodotta in una russata fragorosa.
I miei sensi, oltre che ad essere ormai in pace, sono anche tornati perfettamente lucidi.
Mi alzo e dedico un ultimo sguardo disgustato a Miss davanzale, il cui nome non saprò mai.
Torno in pista e rivedo le stesse facce che prima mi sembravano interessanti e a cui prima ammiccavo, ma ora sono scontate, surrogate, flebili… è il momento di un altro giro al bar!
Un paio di Margarita con l’amico non-amico, la malinconia ricacciata nell’angolo più remoto ma sempre aperto del mio motore diesel… e mi vien voglia di ricominciare.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:25 #339

SI APRANO LE DANZE di Efri77


Di certo questo è uno dei momenti che preferisco del mio lavoro. Lo è non solo perché posso dar libero sfogo a tutta la mia femminilità, alla sensualità che nel resto delle mie azioni quotidiane è sempre, bigottamente, mal tollerata, pesantemente giudicata. Mi sento bellissima e ogni parte del mio corpo sembra ricordare a tutti lo scopo primo della nostra esistenza.
Ballo sopra la pedana e, come dice il proprietario di questo posto, “metto in mostra la mia mercanzia” a tutti quei clienti che tra breve avvicinerò, gli stessi che di giorno, con vicino la rispettive signore, scuotono allibiti la testa al mio passaggio in abiti succinti. Facendosi riconoscere, non riconoscendomi.
Ballo con ad accompagnarmi solo il palo di un Lap Dance di provincia e alle prime note del mio turno chiudo gli occhi e lascio che sia la musica a muovere il mio corpo, scarico via tutti i cattivi pensieri. A volte mi sembra quasi di tornar bambina, quando nel mio paese ballavo davanti a genitori e fratelli tra i fusti sottili e flessibili della vegetazione in riva al lago, meta delle gite domenicali. A volte mi sembra quasi che questi tacchi vertiginosi non siano ai miei piedi, mi sento danzare leggera sulle erbe fiorite del sottobosco.

Certo tutto questo posso farlo solo per pochi istanti, poi ritorno alla mia realtà, inizio a concentrarmi sui clienti. In questi anni ho imparato a dividerli in tre categorie: i ricconi dal contante facile, quasi godono a spendere e ancor più a far vedere che spendono. Sono i più facili da portare in privè, ma sono anche quelli da tenere più a bada lì, sono abituati ad avere tutto e subito… tenerli alla giusta distanza non è sempre semplice, ma questo rientra anche in quelle arti del mio lavoro. Poi ci sono i romantici, spesso timidi.. quelli che si conquistano con un sorriso di sfuggita, chiacchierandoci un po’, regalandogli attenzioni, ma senza aggredirli troppo e senza assillarli con le richieste a sovraprezzo.. si lasciano sognare e poi saranno loro alla fine a trovare il coraggio di decidersi e proporsi. La terze e ultima categoria, quella che meno preferisco, è purtroppo anche quella in maggiore espansione nell’ultimo periodo. Sono una sorta di “professionisti”, conoscono tutte le ragazze, i prezzi, le prestazioni, i numeri di telefono, i gestori dei locali, ecc. ecc. Pretendono di tutto, sempre più e, per giunta, sempre a meno.
Loro e le nuove schiere di ragazze che arrivano qui a lavorare, sempre più disperate e disposte a limare ogni tabù per qualche banconota proponendo il loro corpo a tutti quasi senza nemmeno presentarsi, stanno trasformando sempre più questo tipo di locali in una sorta di bordelli, rendendo pericoloso il nostro lavoro e soprattutto trasformandomi da spogliarellista a prostituta. Quante litigate fatte, quante discussioni per far capire quali dovrebbero esser le basi del nostro mestiere, ma niente ferma questa deriva. Parlano di leggi, di telecamere, ma mi fanno ridere perché non conoscono la “fame” che c’è da entrambe le parti che compongono questo mondo, non conoscono nemmeno tutti i sotterfugi possibili per ottenere le proprie convenienze.

A volte vorrei davvero chiuder gli occhi in pedana, lasciarmi andare al ballo e ritrovarmi tra la mia famiglia, nella mia terra, lasciarmi accarezzare dalle acque del lago e non dalle mani bramose dei clienti che, come tra i banche del mercato, scelgono i frutti migliori. Ricominciare, sognare… ah, se solo ci fosse una società diversa, nessuno che mortifichi il mio esser una donna piacente con una sana voglia di divertirsi e, perché no, di farsi ammirare, senza esser additata come una poco di buona…
No, non è di sogni che può vivere una persona, che può mangiare, pagare la casa, le multe dei vigili zelanti, comprare vestiti decenti, sfamare il cane, spostarsi in città, trovare amici, andar in palestra, …
Ok basta così, mi sta tornando la voglia di riaprire gli occhi, abbassarmi ancora un po’ il reggiseno e anche per stasera cercare il mio bel riccone dal portafoglio pieno.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:26 #340

CICLO DI VITA di Hic-sunt-leones


Continua a rigirarsi nel letto da più di due ore. Conosce fin troppo bene questo stato d’ansia e inquietudine che lo attanaglia. Parte da lontano, innocuo, silente. Poi cresce. Fino a divorarlo. È la voglia di ricominciare, che diventa smania, urgenza di ricominciare. Come al solito prova a lottare ancora un po’ contro il suo demone, ma, al pari delle altre volte, capitola di schianto. Si leva dal giaciglio disfatto per vestirsi in fretta, pur badando a fare piano per non svegliare sua madre che dorme di là. Deve fare attenzione, non farsi scoprire. Rimette a posto nella nicchia nascosta nel muro le foto rubate che guarda nei momenti in cui l’inquietudine diviene pungolo che lo spinge a fare ciò che sa sbagliato e peccaminoso, ma che inevitabilmente prende il sopravvento costringendolo a fare ciò che non dovrebbe. Tira fuori la fiaschetta in metallo da cui tracanna un lungo sorso. Una buona dose di acquavite è quello che ci vuole. Si guarda un attimo allo specchio, si ferma a lungo sulla soglia della sua camera con le orecchie tese, atte a cogliere qualsiasi segnale o minimo rumore dalla camera della madre: niente. Usa le solite precauzioni, poi richiude l’uscio di casa dietro di sé ed è fuori. La sua città è diversa di notte: è più oscura, misteriosa, accogliente. Ama girare nei vicoli che durante le luminose e grigie mattine stenta a riconoscere come le notturne viuzze della perversione che ora solca pervaso da un furore istintivo. Adora sentire l’adrenalina scorrergli nelle vene, mentre la tensione al piacere che sta per esplodere e impossessarsi di lui lo porta all’estasi. Sono proprio i momenti appena precedenti alla raccolta del frutto quelli che danno più piacere: l’attesa dell’imminente conquista, più della conquista stessa. Si aggira nei vicoli rapido, scaltro, vitale. Incontra gli oggetti del suo desiderio, dei suoi desideri più inconfessabili. Questa no, quest’altra nemmeno. Questa è bella, ma non va bene. Tutto il suo corpo è uno spasmo, freme alla sola idea di quanto sta per cogliere. E finalmente eccola, eccola là. È molto somigliante a sua madre: le stesse labbra, gli stessi occhi, i capelli scuri. Sembra davvero sua madre, ha trovato l’oggetto delle sue dissolute e inconfessabili fantasie. L’avvicina, contratta, fatica a trattenere i suoi istinti. La vuole, e subito. La ottiene, e finalmente può esplodere tutto il suo ardore peccaminoso e animalesco. Dopo alcune ore è quasi l’alba. Ritorna lesto e furtivo a casa. Controlla che il bigliettino che ha inserito tra lo stipite e l’uscio della porta d’ingresso sia ancora al suo posto: c’è. Lo stesso per il bigliettino incastrato nello stipite della porta della sua camera. Bene. Sua madre non si è svegliata né ha avvertito la sua assenza. Comincia a spogliarsi, in assoluto silenzio ed entra in bagno. L’acqua fredda lo aiuta a sbollire la veemenza e la foga esplosiva che lo assalgono in queste sue peregrinazioni notturne. Si passa l’acqua gelida sul membro ancora turgido e gonfio di piacere. Geme piano, fino a calmarsi. Ritorna finalmente in camera. Si siede sul letto. Tira fuori la fiaschetta e due lunghi sorsi accompagnano il ruscellare dell’acquavite nell’incavo della sua bocca e poi giù, in gola. Torna a placarsi. Il demone lo abbandona piano. C’è il ritorno alla normalità, il lento affievolirsi dei suoi istinti immondi e smodati. La catarsi, lo spegnersi dei campanelli carnali che solo poco prima si erano impossessati di lui. Ormai sa che torneranno a bussare alla porta della sua anima tra alcuni giorni, o settimane, a volte anche mesi, a seconda delle bizze di sua madre e delle repressioni-oppressioni cui lei lo sottopone ogni giorno. Lo sa ma non può fermarli. Ora si affievoliscono, calano, lo abbandonano. Tornano in stato di quiescenza. E lui torna a essere il ragazzo ligio al dovere e serio, tutto casa e chiesa, l’esempio del quartiere. Il maestro di clarinetto apprezzato e additato come esempio da tutte le signore che conoscono sua madre, l’aiuto del sagrestano durante le funzioni religiose, il classico bravo ragazzo che non ha grilli per la testa e che resta accanto a sua madre, aiutandola nelle faccende domestiche e facendole anche la spesa. Torna insomma nella buia e fredda prigione eretta a bastione della sua vita da un’educazione rigida, bigotta, ignorante e vessatoria impostagli da sua madre. La odia, ma la ama. La ama, ma la odia. Ora la odia, ma sente di amarla. I suoi più bassi e squallidi istinti, saziati dalle dissolutezze della scorribanda notturna, lasciano pigramente il posto ad un senso di appagamento, che inopinatamente scivolerà nel pentimento e nel senso di colpa.
Almeno fino a quando i campanelli non si ridesteranno d’improvviso, quando le pareti della prigione saranno talmente ristrette e allucinanti da creare in lui la necessità di trovare uno sbocco. È allora che torna la voglia di ricominciare, l’urgenza di ricominciare, la necessità lancinante e vitale di ricominciare. È il ciclo che lo accompagna da sempre, a cui sa di non potersi sottrarre.
Poi si addormenta.
Si risveglia senza fiato, con il seno possente di lei in faccia, soffocante. Avrà dormito sì e no due ore. È il suo abbraccio mattutino per svegliarlo. “Tesoro mio adorato, hai dormito bene?” Annuisce, cercando di divincolarsi dalla morsa vigorosa. “Sei pronto per la spesa di oggi? Ricordati che devi anche passare in chiesa per il cero a tuo padre, non vorrai mica mancargli di rispetto vero?” “Certo che no. Ora vado”. “Ma che hai fatto ai tuoi capelli? Non puoi certo uscire così, lascia che te li pettini io”. “Ma veramente….” “Cosa, osi ribellarti a tua madre? Mi vuoi svergognare in giro uscendo così? Ho detto che ti pettino i capelli, i tuoi meravigliosi capelli. Lascia fare a me”. “Va bene, madre”. “Bravo il mio tesoro. E ricorda la lista sul tavolo, e mi raccomando di prendermi il quotidiano. I soldi te li do dopo, li ho su di sopra, mica vorrai farmi andare di sopra a prenderli vero?” “No madre, non c’è problema, i miei soldi sono i tuoi soldi”. “Bravo il mio ragazzo…”
Esce e va a fare la spesa, tornando passa per l’edicola vicino casa e compra anche il giornale per sua madre. Rientra, e sa già che lei lo aspetta lavorando all’uncinetto seduta vicino alla soglia della porta d’entrata. Sa anche che gli chiederà perché ci ha messo tanto, se ha fatto tutto quello che doveva fare, e soprattutto se non si sia fermato a ciondolare con qualche sgualdrina sempre in agguato nei dintorni, pronta a circuirlo per sottrarlo a lei, sua madre!
Appoggia le borse della spesa, allunga il Daily Telegraph a sua madre, che dopo poco esclama: “Mio Dio, che abominio, come si può vivere in questa città? E’ tornato a colpire, quel maniaco maledetto e scellerato… come si può… Mio Dio… Figlio mio, giurami, promettimi che mi proteggerai sempre e che mi sarai sempre vicino, e giurami che a me non potrà mai capitare una cosa tanto orrenda… giuramelo…”. Un enigmatico, ambiguo mezzo sorriso affiora sul volto di Jack, che abbracciando sua madre risponde: “Te lo giuro madre, non ti accadrà mai, ci sono io qua con te”.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:26 #341

LA SCELTA DI GERALDINE di marcoslug


Pors Poulhan è una finestra sull’Oceano, ti ci puoi affacciare e con discrezione osservare il lento andare e venire delle onde del mare di Atlante. La zona attorno al porto è tutta un brulicare di pescatori che ridono e schiamazzano, mentre la statua della Bigoudene, dominando la vasta distesa di scogli bassi e rossicci, sembra osservarli con malcelato disinteresse. Sulla strada polverosa per Plozévet, invece, gli zoccoli di legno di Geraldine producono nel silenzio generale un ritmico e sbilenco rumore, tradendo una certa difficoltà nel camminare da parte della bella ragazza. Padre Gilbert, vedendola arrivare da una piccola finestra della cappella, le corre incontro con i piedi vestiti solo di lunghe calze marroni.
– Benedetta figliola, ti sembra il caso di venire a piedi dal mare? Non sono sforzi che si devono fare nelle tue condizioni.
Geraldine risponde con un piccato annuire, ma in realtà è solo un modo per riprendere fiato. Poi, temendo di perdere l’equilibrio, si aggrappa alle salde braccia del prete.
– Lo vedi? – incalza subito l’anziano uomo; poi, con voce improvvisamente fattasi greve, aggiunge – Oh Signore, proteggi questa creatura indifesa!
– Padre, io sto bene – rassicura subito Geraldine, accarezzando le rotondità della sua gravidanza a inizio corso – Sto bene. Almeno fisicamente…
– Sono i dolori del cuore che ti angustiano?
Geraldine risponde con un altro laconico annuire, ma questa volta non è per ripicca che non usa la voce; è che le mani dell’emozione le hanno stretto un soffocante nodo alla gola.
– Luc…
– Già.
– Io devo parlarci con questo ragazzo. Dove lo posso trovare questo pomeriggio? In bottega, da Monsiuer Picard, a casa, dove?
– No Padre, la prego, sarebbe del tutto inutile. Io… io credo che non ci sia più nulla da fare con lui. Mi sono documentata, lo chiamano il «male degli artisti»: è una depressione acuta, che va e viene, viene e va, e che lo porta ad isolarsi da tutto e da tutti, ad abitare un posto della mente che è solo per lui e a cui nemmeno io ho accesso. A volte ho l’impressione che ignori proprio il fatto che io aspetti un bambino. Il suo bambino. Ed io… io, posso sembrarle egoista, ma ora ho solo voglia… ho solo voglia di ricominciare. Ricominciare, in qualche modo, con o senza Luc. Solo che credo di non potercela fare a dedicarmi completamente a tutto. Non ne ho le forze. Mi dica, Padre, cosa posso fare? Cosa devo fare?
– Oh Geraldine, mia cara Geraldine… I giorni del cordoglio sono finiti per te, hai già sofferto troppo. Io dico che ormai tu non sei più una persona sola… sei, siete, due. Ed è questa ora la priorità, come mi suggeriscono anche i tuoi occhi. Il Signore saprà prendersi cura di Luc.
– Oh Padre… grazie…
Padre Gilbert e Geraldine si cingono in un vigoroso abbraccio, sono minuti ma sembrano secondi, e dense lacrime scivolano via dal bel viso della ragazza, andando a impiastrare l’immacolata tunica del prete. La Bigoudene, immobile e fiera, continua ad osservare lo zelante operare dei suoi concittadini, sempre rivolta verso il blu dell’Oceano; ma, a farci attenzione, pare che con la coda dell’occhio guardi di sbieco verso monte, verso Plozévet, lungo la strada polverosa che conduce alla Chapelle de la Trinitè.

Un occhio e poi un altro. Da quanto è che dormiva? Mentre con lo sguardo cerca nella squallida parete un orologio a muro che possa aiutarla a rispondere alla domanda, Laura pensa a quanto deve essere stato forte l’anestetico. D’altronde aveva deciso lei stessa di optare per l’anestesia generale piuttosto che per quella locale. IVG… le risuona in testa questa sigla, ma non ha la forza mentale né la voglia per risolvere l’acronimo. Sicuramente deve essere un qualcosa correlato con il fatto che ora si trova distesa e incerottata su un letto d’ospedale. L’ospedale…
D’improvviso un corposo strato di conoscenza sopraggiunge come una tagliola, a sommarsi al confuso insieme di percezioni e dati che qualche secondo prima albergavano anarchicamente nella sua mente. Laura accarezza le rotondità della sua gravidanza volontariamente interrotta, e sa che entro qualche giorno quelle rotondità non diventeranno che tenue gonfiore, e qualche giorno dopo ancora si disperderanno. Nel nulla. Per sempre.
Laura alza la testa, quasi per disperazione: Luca è lì che se ne sta in piedi con lo sguardo inebetito, il suo tipico sguardo inebetito da stupido artista del ventunesimo secolo. Con una mano Luca le allunga una miniatura, una di quelle stupide miniature che dipinge e con cui spera di poter fare un giorno fortuna: vi è raffigurata un’alba in un paesaggio dell’estremo Oriente, probabilmente in Giappone. Laura pensa che il pensiero sia carino e che effettivamente per lei questa è una nuova e devastante alba, ma crede anche che Luca sia l’ultima persona ad avere il diritto di formulare un pensiero del genere.
– Grazie – pronuncia sommessamente l’artista. Un «grazie» sincero, breve, doveroso. Il peso di una coscienza vacillante condensato in sei lettere.
Laura non risponde, ma è in parte risollevata, perché almeno non è stato tutto vano; ma poi un’ondata di disgusto la invade.
– Vai via.
Laura chiude gli occhi, per non dover sopportare la luce di un mondo sbagliato. Vorrebbe mettersi su un fianco, ma la posizione le fa male. Vorrebbe abbandonarsi di nuovo al sonno. Vorrebbe chiamarsi Geraldine e trovarsi in un paesino della Bretagna. Così, con l’Oceano blu cobalto a farle compagnia, e un nuovo bambino in grembo da poter crescere.


Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.

Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:28 #342

CON QUEST'ANELLO AL DITO di icarothelight


Michele si osservava nervosamente le dita, seduto sulla sedia dell’hotel. Stringeva tra le mani il bicchiere di spumante quasi del tutto prosciugato. Il calore della stanza lo stava facendo impazzire. Il suono delle lancette di una vecchia sveglia sdraiata sul comò centrale, era l’unica cosa che riuscisse ad udire.
Ornella lo sovrastava in piedi. Lo sguardo fisso in un angolo della tappezzeria. Era completamente nuda. Nel corpo i segni del sesso goduto da poco. Il segreto che celava, finalmente rivelato, dopo giorni di lenta agonia e ripensamenti.
L’uomo si alzò finalmente, confuso e nauseato, in balìa, come su una nave, delle parole da poco udite:
“C’è una cosa che ti devo assolutamente dire, Michi. E’ una cosa piuttosto seria ed ho così paura che possa compromettere tutto […] gli esami hanno confermato tutto […] da circa tre mesi e mezzo […] nascerà quasi a Natale, magari proprio quel giorno…”
Un bambino? Adesso? A poco più di vent’anni! Il suo bisogno di divertirsi non s’era certo esaurito e Ornella era solo una delle tante giostre del luna park.
“Che dire? Per certi versi la cosa mi fa paura, ma è senz’altro una notizia meravigliosa!” Abbinò un sorriso ad un abbraccio e rivisse il contatto con il suo corpo. Le baciò la spalla destra.
“Davvero? Davvero sei contento? Non so… mi avevi sempre detto che a ventinove anni non ti sentivi ancora pronto per qualcosa di serio… “
Lo sguardo della donna cercava di aprire il forziere.
“In effetti, non era una cosa che avevo messo in conto, quando abbiamo cominciato a frequentarci. Ma non so come… adesso… – Adesso avrei solo bisogno di una doccia, salutarti e andare a casa, da quella cosa nel cassetto! – …adesso, mi sembra una cosa bellissima! Credo che finalmente la mia vita possa cambiare, sento che è il momento giusto! Crescere insieme nostro figlio… ma t’immagini?!”
Lei lo strinse maggiormente. La pressione dei seni gli risvegliò la voglia.
“Michi, è una cosa fantastica! Non sai che paura avevo… in questi giorni ho pensato che l’avrei comunque tenuto. Qualunque cosa avessi detto… certo così tutto è più incredibilmente bello e semplice. Che ne dici Angelo come nome? Esiste un nome più appropriato?”
Avvertì la mano dell’uomo solleticarle i capezzoli che reagirono in un baleno. Fu bellissimo abbandonarsi di nuovo. Fecero l’amore ancora, in quel pomeriggio di luglio. Nell’incanto del momento, Ornella non poteva certo immaginare, che mai più avrebbe rivisto Michele.

Arrivò in casa con l’affanno. Il cuore impazzito come una pallina da ping pong, non ne voleva sapere di dargli una tregua. Ornella era proprio una bellissima donna ed una ragazza d’oro. Doverla abbandonare gli provocava un dolore subdolo, proprio lì, tra le gambe. In effetti, tutto ruotava sempre attorno al carnefice. Era lui che dettava, ogni volta, le condizioni!
Sì certo!! Pensò a voce alta. Aveva proprio trovato quello che l’avrebbe mantenuta! Lei e qual cacchio di nanerottolo che avrebbe fatto nascere! Povera illusa… credeva di aver trovato l’allocco! Non sapeva quanto fosse lontana!
Chiuse la porta sbattendola. Probabile che la signora Mandelli, la sua vicina di casa, si fosse svegliata. Si fotta! Pensò e si disse che forse le avrebbe dato volentieri una mano!
Corse verso il cassetto. Prima però prese la chiave che si trovava dentro il cuscino del sofà. Aveva sempre pensato fosse un nascondiglio assurdo e che alla fine qualcuno adagiandosi sulle piume del guanciale avrebbe avvertito qualcosa. Invece incredibilmente, nessuno se n’era mai accorto. Aprì il cassetto tremando e radioso ritrovò il suo beneamato.
L’anello l’osservava. Il suo meraviglioso anello! Si sentì per l’ennesima volta un novello Gollum. Prese l’oggetto tra le mani e ripensò al recente passato. L’aveva usato quella volta che una pattuglia l’aveva fermato in contromano su quella via del centro… quell’altra, che non era stato ammesso al secondo colloquio nella ditta dove lavorava tuttora, la volta che gli aveva telefonato il marito di una delle sue “giostre” minacciandolo di morte. Quel dono del cielo era quanto di più un uomo potesse desiderare. Gli bastava schiacciare più volte il pulsante rosso a lato dell’anello, per raggiungere una cifra da uno a nove e così retrocedere nel tempo, del numero di mesi che aveva scelto. Da uno a nove mesi, non di più. Vide comparire il numero 1 poi il 2 (quattro mesi gli parevano la cifra giusta) poi il 3 poi…. Il pulsante si fece duro. Sembrava essersi incastrato!
“Che cazzo!” urlò, mentre la signora Mandelli battè un paio di colpi nel muro.
Tentò ancora di schiacciare il pulsante che sembrava non volerne sapere. Il quadrante s’era fermato a metà tra il 3 ed il 4. Provò lo stesso a schiacciare la levetta verde poco sotto. Quella che di solito lo trasferiva nel mese scelto… Avvertì la solita sensazione di sbalzo, che l’investiva nei suoi viaggi particolari. Un improvviso uragano interno lo colse. Michele De Rosa scomparve letteralmente dalla stanza.
In effetti, fu quasi tutto come sempre.

Ornella sedeva leggendo una rivista. Erano passati tre mesi dall’ultima volta che aveva visto Michele, quella sera in quell’hotel.
L’aveva abbandonata, prendendola in giro in maniera oscena. E lei c’era cascata in pieno.
Posò la rivista e prese ad osservare il nulla, congetturando un futuro difficile. Una lacrima le abbracciò le ciglia. Ne rimase impigliata, come un amante che non vuole smettere. Osservò per l’ennesima volta il foglio sul tavolo e tornò a piangere.

Michele non sapeva dove si trovasse. In effetti, non riusciva a vedere nulla. Che fosse diventato cieco? Che fosse quello lo scotto da pagare per aver premuto la levetta verde senza un numero preciso? Anche i movimenti non gli erano del tutto permessi, sentiva delle voci provenire da qualche parte, ma in verità non aveva idea di cosa parlassero! Poi qualcuno o qualcosa lo prese per la testa. Una tenaglia violenta che gli fece pensare di essere ad un passo dalla morte definitiva.
Poi il mondo accese in qualche modo la luce e finalmente riuscì a sentire bene le parole:
“Ed eccolo qui il nostro ometto! Signora è tutto per lei… Angelo, fai il bravo, smettila di frignare e goditi tua madre.”

Quattro mesi prima.
“Signora Ornella Sabonis? Sono il dottor Dunno.”
“Si, mi dica pure.”
“Purtroppo le devo confermare quanto temevamo” Lacrime trattenute a stento. “E’ troppo tardi per fermare la gravidanza…”
Singhiozzi.
“Ma il mio bambino potrebbe contrarre il mio stesso male? Questo non me lo conferma vero?”
“Purtroppo l’HIV è una brutta bestia. Direi che c’è una probabilità piuttosto alta… mi spiace, comunque non è una cosa certa, la speranza rimane..”
Lacrime che si liberano per sempre delle ciglia.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:29 #343

CON OCCHI NUOVI di Mike975


“…mmm…va bene… allora addio doc”.
Franco tornò a casa con la morte nel cuore cercando di mascherare il dramma che lo aveva colpito. Pensava e rimuginava Franco, lampi di pazzia balenavano attorno a momenti di lucidità, indeciso sul da farsi ma conscio che alla fine avrebbe preso il sopravvento quella sua malsana egoistica idea.
“Ciao amore tutto bene?Hai una faccia strana… ” apostrofò Chiara al marito.
“No… tutto bene, solo che a lavoro mi hanno detto che dovrò affrontare una trasferta piuttosto lunga e quindi non so bene come l’avresti presa, non ti vanno a genio già le mie assenze di due giorni figurati questa… “.
“Uffa e però glielo dici tu stavolta a Marco”.
“Domani gli parlo, te lo prometto, ora dai rilassati, vieni qua che poi non ci rivedremo più… “.
“Per quanto?”lo interruppe Chiara.
“… ”
“E poi dove vai stavolta?”continuò senza darle il tempo di risponderle.
“Mi dicono tutto direttamente domani in ufficio, quindi basta domande”.
Passò la notte, pensò la notte Franco. Incubi la notte.
Naturalmente non andò in ufficio quella mattina, ma si presentò in banca, dove oltre a ritirare un congruo gruzzoletto, fece un giroconto sul libretto della moglie con tutto il restante, poi chiuse il conto.
In un bar qualunque compilò la lettera di licenziamento poi si presentò in ufficio con vistoso ritardo.
“Franco ma dove eri finito?”
“Ho avuto da fare, dai dimmi com’è andata la partita di tuo figlio… tanto so che mi aspettavi solo per quello, ha vinto di nuovo?”
E una quasi normale giornata di lavoro passò fino a che tutti lasciarono la propria scrivania. Tranne lui.
Prese la lettera di licenziamento e la mise in bella vista sulla tastiera del computer del capo poi tornò a casa.
“Sic sic… ”
“Ma lo sai che sono obbligato Marco, dai su non piangere”.
“E perché ti obbligano?E’ vero mamma che lo obbligano?”sillabò dai suoi sei anni.
“Si Marco, purtroppo il lavoro richiede sacrifici, quando sarai più grande poi ti spieghiamo”lo tranquillizzò Chiara.
“Vabene, però poi la notte dormo con mamma nel lettone”rispose di getto Marco sapendosi sconfitto.
Passò la notte, pensò la notte Franco. Pianse la notte.
Il giorno dopo Franco partì senza meta; aveva avuto il sopravvento quella sua gran voglia di ricominciare a mordere la vita in tutte le sue sfaccettature. Vita che gli aveva dato grandi soddisfazioni tra cui una moglie e un figlio amatissimi. Aveva però tralasciato tutti quegli eccessi che ora sentiva di dover provare quasi a sfogare la sua rabbia nei confronti del destino. Viaggiò e guardò con occhi nuovi il susseguirsi di eventi che sfilavano davanti a lui; il viavai di persone incravattate a Londra andare a lavoro, tifosi esultare per la propria squadra di basket a New York, ragazze prendere il sole in Florida, bambini sniffare la colla nelle favelas di Rio, gli spazi aperti dei deserti africani. Alternò picchi di gioia assoluta a tristezza infinita.
“E’ un lavoro impegnativo Chiara, te l’avevo detto, spero di riuscire a chiamarti più spesso, non vedo l’ora di tornare… ti amo” mise giù la cornetta chiedendosi se fosse riuscito ancora a sentire la sua voce.
Iniziò a fumare la pipa che considerava da “vecchi”,poi passò al sigaro;assaggiò il cuscus marocchino e gli insetti fritti thailandesi per poi mangiare tanta pizza. Gustò ogni tipo di birra. Passò ore e ore in mezzo ai vivai domandandosi perché avesse sottovalutato così la natura con i suoi intensi profumi.
“Ciao Marco amore, va tutto bene lì a casa?Me la stai controllando mamma?Ci vediamo presto dai… un bacione grande” disse stringendosi al petto il telefono.
Parlò ore e ore con barboni cui offrì riparo e cibo, discusse di vita e di morte con preti buddisti e atei; conobbe tante donne, fece l’amore con alcune di loro, mai sesso, solo amore e spesso a pagamento.
Finché arrivò il giorno; la malattia fece capolino e lo costrinse a fermarsi.
In questi tre mesi aveva intuito la verità.
Per la sua voglia di ricominciare a vivere aveva dissipato il suo tempo togliendolo alla moglie e al figlio, ora aveva bisogno disperatamente del loro sostegno per poter morire.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:29 #344

IL MIO LOFT di Filhendil


Qui da me di solito fa molto caldo. Cosa che in alcune parti del mondo non solo è molto apprezzata,ma produce anche bei soldi. Beh,diciamo che qui invece il terziario non è così sviluppato perché la gente,ahimè,preferisce altre mete. A meno che non sia costretta. Ho costruito questo mio loft senza badare a spese. O a risorse umane. Non fraintendetemi:sono più che soddisfatto di come s’è mantenuto negli anni. Ripenso spesso alla prima volta che visitai la zona e ringrazio il Cielo di non aver sofferto di vertigini quel giorno. Devo confessarvi un piccolo segreto:ho paura delle grandi altezze. Quello che più mi piace del mio appartamento e del mio lavoro è che non mi annoio mai. Ogni giorno facce nuove,storie diverse mi riempiono di un fremito elettrico che scorre nelle mie vene e trova sfogo nei miei occhi. Il perché poi in molti li trovino sinistri proprio non me lo spiego. Dovrò chiederlo ai miei…sottoposti.

Sere fa sedevo su una panchina guardando le stelle. Che gioia mi dà:fisso gli occhi verso il cielo e un sorriso si stampa sul mio volto. La zona poi era un pullulare di giovani in cerca d’esperienze e di adulti che si concedevano ore di svago da mogli appiccicose e bambini in lacrime quasi fossero dannati. Infine quelli poco garbatamente definiti della terza età. Perché questa etichetta negativa? E’ il periodo della vita che preferisco,le persone si fanno sagge,riflessive,si aprono a nuovi orizzonti:pensate un po’,solitamente sono proprio loro che migliorano i miei affari… E poi le prostitute. Mestiere peccaminosamente nobile. Scusate se in certe parti della storia vedrete la mia lingua passarsi veloce sulle labbra. Non posso farci niente,è la mia droga. Colpa delle donne,la trovano sexy. Comunque,per non perdere il filo,vorrei parlarvi di Antonio,brillante sessantenne e di una deliziosa rossa con guepiere e calze a rete nere… Eva. Un attimo però: il pettegolezzo è un peccato? Si? Allora promettetemi di non raccontare a nessuno questa storia. Se resta taciuta, magari me la cavo… Antonio,Eva. Tante serate insieme,un cronometro impietoso a fare da boia,sentimenti che scorrevano lo stesso veloci,riscaldando il loro mondo clandestino. L’amore: ecco di cosa parlo. Non è da ammirare un uomo che paga 50000 euro per liberare la donna che ama? No? Ma in che mondo vivete? Ah,la notte stessa,soli e abbracciati nel suo letto,periferia di Milano. Lei,con occhi color vinaccia,fissava il suo cavaliere e diceva:”Oggi è il primo giorno della nostra nuova vita. Non vedo l’ora di ricominciare con te” E passione fu per quasi…dieci minuti. Poi l’emozione,il colesterolo e quarant’anni da fumatore fecero il resto. Bam Bam,gli occhi girati verso l’Alto (lo dicevo io di non fidarsi di…) e il cuore spezzato. Un po’ troppo letteralmente. Che birichino colui che maschera le sue azioni dietro il voler richiamare a sé i suoi figli. Almeno non mi scocciasse per gestire metà del suo business. Il succo è che le vecchie abitudini sono…dure a morire. Solo quelle,direte voi ripensando,sarcastici,a questa triste storia,ma se si vive di lussuria,mmm,non si può pensare di liberarsene così in fretta.

Passiamo oltre. La mia vita è così veloce che non ho molto tempo da perdere raccontandovi queste storie. Okay,non vi lascerò però in preda alla curiosità: sotto con Fabio e Sara. Sapete che a sei anni frequentavano le stesse elementari? Chissà se vent’anni dopo ancora si ricordavano. Comunque Fabio era giurato nella Fiera dolciaria della sua Perugia. Per un goloso di dolci come lui,cosa di meglio? Lo pagavano pure! La sera finiva di lavorare e non vedeva l’ora di ricominciare. Non si riposò neanche il settimo giorno. Ora viene la parte comica della storia. Sara,novella cuoca odiata dalle colleghe perché competitiva e troppo convinta della sua bravura,quel giorno aveva preparato una nuova ricetta di cioccolato.
Fondente nero arricchito con anarcardi e del burro d’arachidi per dare contrasto al sapore. Claudio era però allergico,pur non sapendolo. Risate a crepapelle quando d’improvviso s’accasciò a terra,tenendosi la gola con delle mani divenute improvvisamente extrasize! Ironia della sorte,nell’esotica oasi dove se la spassa adesso non ci sono dolci perché col caldo…si sciuperebbero. Mai ammazzarsi di lavoro dico io. E Sara,poco turbata da quel piccolo incidente,era corsa a casa,col trofeo comunque vinto e la voglia di ricominciare a prendersi gioco di quel fallito del marito. Di professione acrobata,credo,guardando più da vicino le posizioni che stava assumendo con una bionda siliconata. A distanza di tanti anni Sara non è cambiata,anzi: ha molte più amiche (o meglio compagne) e le sfida a chi sia più brava a rifarsi il letto,vincere a carte o altre attività loro permesse. Peccato solo che non possa più mostrare il suo scintillante trofeo da Maestra Cioccolatiera. Degli ingrati l’hanno repertato e lo lasciano muffire in uno scatolone buio.

Delle volte penso alle tante persone che ho avuto…modo di conoscere e mi spavento: quante diavolo sono? Di recente ho incontrato,per lavoro,Ernesto. La primavera di sei anni fa era capomastro in un cantiere edile di Torino. Costruivano lo stadio nuovo. L’ho sempre visto come un modello. Sapeva fare economia su tutto: operai,materiali usati,l’ottenere più ore di lavoro pagando sempre meno. Grida,urla,botte i suoi mezzi per trovare rispetto e profitti. Avaro,irascibile – direte voi malelingue. Geniale – dirò io che vengo sempre accusato di avere lingua biforcuta. Dispettoso invece solo il vento che il 2 Marzo fece piegare su se stessa un’impalcatura e i dieci operai che vi lavoravano sopra. A urlare ci provò anche allora. Forse era troppo lontano,non lo sentirono. Ernesto non se l’è mai perdonato,non ha più potuto guardarsi in faccia: bang e in un certo senso sentì di non averla più,quella faccia. Solo io ho voluto ridargli la voglia di ricominciare da capo. Oggi non è più un capomastro,ma ho comunque grandi progetti per lui.

Gli stessi che avevo per un mio socio. Ricordate Alberto Steffan? L’enfant prodige della Roma,il “ragazzo gioca bene” cantavano i tifosi. Con lui sottoscrissi un accordo speciale,lungo dieci fulgidi anni di carriera. Già lo vedevo bomber della A o di Champions,capitano della nazionale e Pallone d’Oro. Sarebbe rimasto per sempre nei cuori di tutti. Anche nel mio e non solo lì. Fino all’eternità. Ah,la notte del suo primo goal:una rovesciata da impallidire.

La corsa sotto la curva,poi quella in Privè verso la créme dei VIP,infine quella in taxi con una top model di biancheria intima che quella sera,forse per dimenticare il suo logorante lavoro,aveva deciso di non indossare proprio le mutandine. L’unica corsa che non fece fu al mattino seguente,per andare ad allenarsi. Lo stesso due giorni dopo,poi ancora…fino a non aver più voglia o non farcela proprio. Stampa,tifosi,allenatore: tutti insensibili verso quel mio figlio…distratto. Ma il rimedio era dietro l’angolo: una flebo,una pastiglia,un’iniezione e nuova linfa scorreva nel suo sangue. ‘Rosso rubino’ scrissero i medici dell’antidoping nella sua provetta. E la sua carriera si arrestò,scivolando via e lasciando lunghe strisce su di una neve…purissima. Almeno fino a quando…com’è che andò Berto di preciso? Okay,scusa,al momento sembri piuttosto occupato. Delusione calcistica a parte,io e lui siamo rimasti soci.

In molti mi accusano di essere il responsabile di queste leggere disavventure. Ma come? – mi chiedo. Proprio io che incoraggio il peccato fin da quando ho affittato questo loft? Non sarete mica invidiosi? Di me,lavoratore instancabile,occhio vigile e premuroso. Con la voglia suadente di voler sempre ricominciare da capo. Con tutti voi…

A proposito,qual è la tua debolezza,amico mio che stai leggendo?
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:30 #345

NEL DUBBIO DELLA CONVENZIONE di Psycho_Kikini


Per quanto ancora sfileranno i manichini della superbia per le strade della vita? E c’è modo per non essere strangolati da questo vento apparente che comodamente amiamo sfruttare? C’è speranza di sciogliere tutte le corde che ci attaccano alla nostra esistenza da convenzione, come un ministero della difesa e i suoi diplomatici? O siamo noi stessi in primo luogo ministeri e diplomatici dello stato della propria persona (la cui esistenza è tuttora ancora da provare)? Siamo destinati a lasciare intaccati i dentini della nostra ruota perché riesca a girare, o possiamo anche lasciarla liscia senza che per questo non trovi contatto con altre ruote? Quante onde può ancora alzare la nostra falsità?
Noi siamo ombre che si muovono per le strade cambiano al cambiare della luce che le colpisce, e allora perché ci affatichiamo tanto a riconoscerci in quelle ombre?

Pensieri scomodi, comprenderete, da essere gestiti, che si infittiscono e avanzano a grandi passi a ogni situazione. Ecco, ecco ad esempio ora mi osservano gli occhi della mia amata. Mi siede vicino, mi parla. Sento le sue parole ma la danza dei miei pensieri suona forte e non riesco ad ascoltarla. Lei conosce la mia ombra, sa come si piega sul muro alle consuete gradazioni della luce, mi comprende e, questa volta riesco ad ascoltare, mi avverte che si avvia in cucina a preparare. Si vede che c’è qualcuno a cena; conosco anch’io le sue consuete ombre.
La conobbi del tempo fa in un ristorante borghese dove eravamo entrambi a cena con amici, non ricordo l’occasione, ma solo che lei era lì con il suo attuale fidanzato. Era bella, ma io avevo puntato la sua amica, vedendola libera e di bell’aspetto, forse anche più di lei. Cosa fu a farci innamorare vicendevolmente è ciò che mi tormenta, perché so che lei non è la mia amata, bensì colei che meglio suonò le mie corde. Un incastro di emozioni ci incastrò. Per carità, da questo incastro ne è uscito un bel giocattolo che tuttora mi diverte, mi appassiona. Io non sono qui a lamentare la qualità del giocattolo, che è fantastico, il migliore che abbia mai avuto modo di vivere. La mia mente attenta alla sua veridicità, piuttosto. La sento che mi dice: “sei stolto sai? hai scambiato per castello ciò che è solo un accumulo di sabbia fatto dal vento!”. Non sarebbe poi tanto lacerante il fatto, se non avesse a contraddirlo le mie emozioni, e se non avesse portato la mia mente a una rivisitazione di tutte le sfere della mia vita. Ho cambiato la lampadina al fascio di luce, e la mia mente ne ride divertita osservando la mia stoltezza. Cerco ormai ombre solide, e non le trovo tremendamente in nulla.

Salgono gli invitati, e con essi l’inquietudine che affila la mia rabbia. E’ incontenibile la mia rabbia adesso, e quando il mio sguardo cercando conforto trova la visione degli invitati essa diviene simile all’odio. “Oh come sono ben vestiti, questi coglioni” – penso – “e come hai tirato ben su il tuo seno, ma scommetto che non è certo per farcelo vedere, eh?”. La mia falsità che tanto condanno si palesa nei saluti, ma accecato dalla rabbia e sordo dal rumore dei miei pensieri, non me ne accorgo. Tuttavia un po’ di disagio traspare nei miei comportamenti, un’ombra fuori posto senz’altro, poiché la luce è quella solita.
L’odore, che non ha pensiero, proveniente dalla sala da pranzo rende tutti d’accordo nel sedersi a tavola. Se prima l’avevo ignorata, ora la mia falsità mi si presenta in tutta la sua fiamma. Passando dall’ingresso nel corridoio, non riesco a fuggire lo sguardo dai due grossi specchi che mia moglie ha voluto a gran voce. Mi accorgo solo adesso di essere tale e quale ai nostri invitati. Gli occhi si aprono come accade nei momenti di grande sorpresa, gioiosa o di paura che sia. I tre vicino a me, vedendomi temporeggiare dinanzi agli specchi, mi danno con allegria del vanitoso e ribatto, ormai reintegrato parzialmente nella circostanza presente, dicendo che il vanitoso può farlo solo chi ha qualcosa da vantare. Dopo quel terremoto di pensieri, non potevo certo chiedere di meglio alla mia vena comica.

La serata proseguì poi in maniera piuttosto piacevole, benché l’inquietudine era ormai dilaniante in me; la sentivo pulsare, spingere nelle mani che l’accontentavano talvolta in movimenti nervosi e scatti improvvisi. E ora, triste e ferito da me stesso, mi sembrava di capire: è così forte la nostra abitudine alle circostanze, che ci porta a credere le cose intorno a noi come vere, reali. E’ certo, accadono, nessuno lo nega. Il problema è che sono mutabili, proprio come l’ombra di un oggetto colpito dalla luce. E nulla ci sembra più facile e comodo da opporre a questo stato di cose dubbioso e inquietante, che l’abitudine, la convenzione. Se noi infatti lasciamo sempre la stessa luce, avremo sempre la stessa ombra. Il contrario è evidentemente impossibile.
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Re: [#2] Voglia di ricominciare 13/07/2010 16:31 #346

VOGLIA DI PIACERE di Natureboy


Brad estrasse il coltello con perversa malizia. La giovane donna che aveva deliziato con la sua roboante virilità giaceva inerme per terra, squartata come un vitello. Povera piccola, come aveva strillato, quanto aveva strepitato! Non una fetida, viscida persona era accorsa per aiutarla a sfuggire dalle grinfie di quel dannato, ma così fatalmente lucido, aggressore. Eppure, quando l’aveva sedotta in discoteca, lei non sembrava così riluttante all’idea di scoparselo. Aveva ballato appiccicata a lui come un’ostrica allo scoglio. Gli aveva messo la mano sul grosso pacco, insinuando le lunghe dita curate negli anfratti dei suoi pantaloni di velluto, alla ricerca di qualcosa di spaventosamente, paurosamente duro. Brad non aveva fatto resistenze, era la prassi. E gli piaceva, oh quanto gli piaceva la prassi! Era quasi, quasi, più eccitante ed esaltante della fase finale dell’opera. Lui, cavalcando l’onda dell’estasi, aveva approfondito la conoscenza con la giovane, infilando la robusta mano nella sua generosa scollatura per saggiarne il godimento, palpando con virulenta passione l’inturgidimento dei suoi capezzoli. Dopo questi momenti di approccio, ignorando i sensi di colpa e i rimorsi che la mente gli proponeva, aveva trascinato via la donzella dalla sala e l’aveva portata con se nell’appartato salottino adiacente. Lì la musica filtrava ovattata, e le luci dense e sinuose creavano in quel luogo un’atmosfera quasi spaziale. Brad, con le orecchie che fischiavano non per l’assordante musica alle quali le aveva sottoposte, aveva agguantato la fanciulla per la vita e l’aveva sdraiata sull’ampio e morbido divano. Aveva lasciato che fosse lei, con le sue unghie così dolorosamente eccitanti, a scorrere la lampo, per liberare il guerriero dalla testa purpurea dalla sua scomoda tana. Ecco che vibrava tonante, mentre lei, con suadente e famelica ingordigia, lo lambiva con la sua calda lingua vogliosa. L’attimo rapiva il tempo, mentre lo spazio scivolava via nell’oblio. Non c’erano confini in quella stanza, tutto ondeggiava intorno, i contorni sbiadivano e mutavano. La ragazza faceva scorrere il suo indomito cavaliere nelle fauci, tre volte, quattro volte, cinque volte… Andando ogni volta con più vigore e più a fondo. E mentre il frutto della sua soddisfazione esplodeva fluente, Brad aveva ritirato il suo orgoglio dalla bocca di lei, per poter beneficiare delle sue armoniose fattezze. Aveva strappato con inaudita violenza la gonna troppo corta e di conseguenza il sottile perizoma brillantato. Mentre guardava la generosa spelonca fra le gambe della giovane, che tremava e sudava per il godimento, Brad aveva avvertito ancora più forte quelle voci, quei volti…
Sabrina lo cacciava di casa… urlava contro di lui… era delusa… nei suoi occhi un tempo così dolci e teneri, in quel momento v’erano solo delusione e rancore…
Brad aveva cercato di liberarsi da quei pensieri, ma era come voler allontanare l’acqua con le mani. E allora era ricorso all’unico metodo per dimenticare, l’unico che conosceva. Aveva cavalcato la giovane con virulenza. La potenza del suo fallo non aveva avuto pietà di lei. Aveva fame, lui. Aveva penetrato il suo gioiello con violenza, e poi più forte, e più forte ancora… Era l’unico modo per non rivedere lo sguardo di Sabrina, che assisteva all’ennesima dimostrazione della sua infedeltà. Lo aveva perdonato molte volte. Lo amava Brad. Ma dopo mille promesse e altrettante umiliazioni, non aveva più resistito…
Brad aveva chiuso gli occhi, attaccando la sua preda con ancora più ferocia. Ora la ragazza non sentiva più piacere, ma dolore e sofferenza. I suoi gemiti erano diventati sempre più forti, fino a trasformarsi in urla. Brad non si era curato di tutto ciò; nella sua mente ancora si affollavano gli ultimi eventi…
Il piccolo Thomas, nato dalla loro disgraziata quanto sfortunata unione, assisteva alla lite con il suo candido orsacchiotto fra le braccia e con gli occhi pieni di ingenua costernazione… “Vaffanculo bastardo! Io aveva fiducia in te, quanto nessun’altra fottuta donna avrebbe mai potuto fare! Ho sopportato i tuoi errori in passato, ti ho perdonato ogni volta, ma tu puntualmente mi trattavi come una puttana qualsiasi! L’ho vista quella troia di ieri! Non avrà avuto più di vent’anni! Mi fai schifo!!!”… Sabrina gridava e si percuoteva il petto con i pugni…
Brad aveva lasciato andare la giovane in modo rude e violento. Il suo mastodontico orgoglio sembrava avere vita propria, sembrava essere lui a comandare, lui ad avere il cervello. La ragazza perdeva sangue dalla vagina, e singhiozzava sommessamente. Brad aveva fissato il suo abbondante seno ritto, e una nuova voracità lo aveva assalito. Si, era giunto il momento…
La sua casa era lontana, ma Brad ancora era lì con il pensiero, mentre la sua auto sfrecciava per le strade di Dallas. Non poteva farci niente, il suo istinto era superiore alla sua razionalità. Amava Sabrina, e anche Thomas. Ma ancor di più amava le donne. Amava le loro forme sinuose, il loro modo tutto particolare di sentire il godimento, la loro maniera di strepitare quando soffrono. Perché è questo che lui adorava più di ogni altra cosa, vedere soffrire una donna. Adorava sodomizzarle fino a farle venire il vomito. Come un bruco nella mela, lui amava godere della polpa, ma ci teneva ad arrivare fino in fondo, fino al seme. “Mi dispiace Sabrina. Ti amo, ma non vivo solo di te”.
Si, era giunto il momento, aveva tanta voglia di ricominciare a godere senza più timori o rimorsi.
Aveva allungato la mano verso il giubbotto di pelle e ne aveva tratto un coltello da cucina, sottratto al caro vecchio Bob ai tempi della caccia al fagiano. La ragazza lo aveva fissato con orrore e raccapriccio, tentando di sfuggire alle grinfie di Brad, ma senza riuscirvi. Aveva strillato a perdifiato, ma la sua voce si era mescolata con l’alta musica della discoteca. Brad aveva avvicinato il coltello alle labbra, ne aveva leccato la punta, e repentinamente lo aveva infilato dritto nella vagina di lei. Le urla disumane si erano sprecate a fiotti, il sangue sgorgava con ingenti flussi. Brad aveva goduto terribilmente nel sentirla strepitare, fino a che la ragazza, agonizzante e moribonda, aveva abbandonato la sua esistenza infelice, contribuendo a inorgoglire la bestia ululante che esultava in lui. Contribuendo a ledere la sua anima.
Brad estrasse il coltello con perversa malizia. Si, ora si ricomincia a gioire, pensò. Ora si gode. Ora si vive.
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