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ARGOMENTO: [#3] Nuda

[#3] Nuda 11/06/2010 06:17 #128

Periodo: Maggio - Giugno 2009

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
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Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:35 #348

LE REGOLE DEL BLUFF di Efri77


A pensarci non capisco proprio da dove mi deriva la “capacità” ritrovarmi sempre in situazioni assurde, grottesche, a volte talmente fuori dal mondo da risultare pure pericolose. Forse una predisposizione innata od una ingenua voglia di conoscere le cose più strane.
Certo che l’ultima di queste m’ha lasciato uno stano senso dentro.

Da circa otto anni a questa parte la mia fonte di reddito principale è il poker, o meglio il texas hold’em, la disciplina che tanto sta andando di moda in questo periodo anche nel mio Paese, il Cile. Una moda, appunto, che come tutte le mode ha portato decine e decine di migliaia di nuovi praticanti, qualche talento, ma anche tanti sprovveduti, “polli” nel nostro gergo, pronti per essere spennati direttamente al tavolo o in altro modo.
Proprio con una situazione di questo tipo mi sono ritrovato a fare qualche serata con quello che è probabilmente l’uomo politico più potente della Nazione.
Il comportamento da tenere m’era stato vivamente consigliato da persona a lui vicina: dargli qualche dritta, aiutarlo a migliorare il proprio gioco, ma alla fine farlo vincere e sembrare il più astuto al tavolo, sempre! Certo, io mi prefiggo in ogni circostanza di vincere, ma anche d’aver dei vantaggi e in questo caso il gioco, o meglio il non-gioco, vale ampiamente la candela, come si suol dire.
Nell’ultimo di questi incontri, dopo un paio d’ore di gioco abbastanza noioso, al tavolo eravamo rimasti in quattro: io, lui, la rampante dirigente di un non meglio definito istituto pubblico e una ragazzina sui vent’anni e dalle forme procaci assunta agli “onori” del pubblico chiacchiericcio come prezzemolina da trasmissioni televisive di terza classe.

La dirigente era a corto di fiches e di lì a poco sarebbe stata costretta ad abbandonare il tavolo. Non mi sembrava avere grandi carte quella mano eppure ancora prima del flop la vedo uscire in bluff. Poi un check nel debole ma apprezzabile tentativo di confondere gli avversari. Al turn e al river, le ultime due carte comuni messe sul tavolo, il politico continua a coprire le sue puntate e allora nel tentativo di spaventarlo la spara grossa: “50.000 e mi spoglio”.
Ora, sono due le cose che devo dire. La prima: mai andare in bluff contro i giocatori arroganti e smaniosi di far la figura d’esser sempre quelli più scaltri, non faranno mai fold, al massimo se la prenderanno con la scarsa fortuna. La seconda invece è proprio l’abc del poker e anche in quel momento lo si vedeva lontano un miglio: lei che fissava ininterrottamente le carte con l’espressione seria del volto cercando di nascondere la trappola che stava preparando e invece lui con le carte sul tavolo, sorseggiava tranquillamente un drink..aveva una mano forte, probabilmente una coppia di buon valore: asso o kappa.
Ah.. dimenticavo la cosa più importante.. immaginare un uomo così potente e ultrasettantenne che si spaventa per quella cifra, seppur così considerevole, pensando alla possibile eccitazione di dare quel tipo di svolta alla serata: insomma proprio la mossa sbagliata con la persona sbagliata.
Si spogliò, alla fine e rimase completamente nuda seduta al tavolo, mostrandosi incredibilmente a suo agio e pronta a continuare la partita e a compiacere, anche lei, il più affermato dei presenti.

La situazione era ora molto più vivace, come si può immaginare. Non mancavano battute e allusioni e anche la subrettina presente, presto e volontariamente, s’era unita alla situazione della collega, dichiarando tra le risatine e gli ammiccamenti una, non meglio precisata, solidarietà femminile.
Da vedere l’espressione del cameriere nell’entrare nel salone di quel palazzo pubblico per rifornire i bicchieri del padrone di casa e di noi ospiti. Stupito no.. chissà quante ne aveva viste di situazioni così, ma di certo imbarazzato, specie alla battuta di quella quarantenne rampante “non trova che faccia troppo caldo qui? Guadi come m’ha fatto mettere”, prima di scoppiare in una fragorosa risata.
Effettivamente, come detto, la temperatura era salita notevolmente. Il politico si girava spesso verso di me per strizzarmi l’occhio a qualche uscita a dir poco maschilista, e io annuivo sorridendo a quelle battute da caserma.
Spesso però basta una battuta di troppo, magari dopo l’ennesimo Martini, per creare tensione.
“Ahhh…Se lo dicessi a sua moglie….”.
La direttrice non aveva nemmeno finito la frase che l’espressione del politico si era subito trasformata, i sorrisi avevano lasciato una sorta di ghigno, amplificato da qualche istante di silenzio generale. Il politico apri bocca solo un paio di mani dopo e sentenzio “bene, bene…ora perché non ci giochiamo i tuoi finanziamenti, tesoro mio?”.

Se non erro la Bibbia afferma che solo dopo aver mangiato la “mela del peccato” Adamo ed Eva si vergognarono delle proprie nudità. Questo è quello che ho visto negli occhi di quella donna. Ora sì che si sentiva davvero nuda, prima era vestita della sua ambizione.

Finito il gioco e raccolti gli indumenti, stringendoli al seno s’è allontanata di corsa con la scusa d’un malessere improvviso. La ragazzina, invece, continuava ad esprimere la sua “solidarietà” tra le braccia del politico. Una palla da cogliere al balzo per liberarmi dalla situazione con il pretesto di lasciar nell’intimità la strana coppia.
In taxi, lasciandomi alle spalle la residenza del Primo Ministro cileno, mi sono appuntato almeno cinque possibili “scuse cordialissime” per disertare i futuri inviti.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:36 #349

NUDA di Hic-sunt-leones


Seduto a tifare interessatamente per suo fratello, su cui ha puntato gli ultimi scarsi denari per uscire da una situazione tragica, prova un brivido lungo la schiena. All’entrata dei due contendenti nell’arena, il dubbio. Lo stesso dubbio di allora lo rivive oggi. Stenta a crederci, ma pensa di sapere chi sta guardando. Sa chi è il gladiatore magro, agile, scattante e dalla pelle color del mogano che fronteggia il suo campione. Combatte nudo, coperto solo sulle parti basse. Le uniche altre protezioni sono dei tubolari in cuoio sugli avambracci e sulle gambe.

Fendente, parata, fendente, parata. Contrattacco, schivata. Non molla, è un osso veramente duro. Il migliore che ha mai avuto modo di incontrare.

Si ricordava come se fosse ieri quel giorno: aveva trovato quel frugoletto sulla nera rena del litorale. Immobile, con gli occhi spalancati e completamente nudo.

Capisce da subito che ha di fronte un avversario molto più forte. Sa allora che deve puntare a sfiancarlo, con metodo, rigore, lucida follia. Come altre volte ha già dovuto fare, rischiando sempre la sua vita nel farlo, non avendo altra scelta.

Poi gli si avvicinò e notò subito che era una femmina, non un maschio come aveva inizialmente pensato. La cosa lo deluse molto. La stava per lasciare là dov’era, quando i suoi occhi incrociarono lo sguardo della bambina. C’era un’intensità sconosciuta in quei magnetici occhi neri. Sentì una vibrazione interna, mai provata prima. Distolse lo sguardo, quasi vergognandosi del pensiero d’abbandonarla che gli era balenato.

Mulina fendenti senza sosta. Incredibile la resistenza di cui è dotato. Ha perso parte della rete e anche il tridente scricchiola sotto gli incessanti attacchi. Non può solo difendersi. Deve pensare anche ad attaccare, cercando un’altra strategia per sfiancarlo. Continuando così finisce male.

Tutto sommato avrebbe potuto trovarle qualcosa da fare nella sua attività. Si sarebbe resa utile in qualche modo, o almeno è quello che sperava. Provò a chiederle il suo nome, ma niente. Non parlava. Glielo chiese innumerevoli altre volte, ricavandone in cambio solamente sguardi profondi e per lui quasi imbarazzanti. Le tese allora la mano, e lei si alzò lesta e gliela prese, quasi non aspettasse altro che quel gesto.

La lama sfiora la testa e le spalle, e poi con una velocità incredibile piroetta alla sua destra. Dolore. Lancinante. È per terra. Rotola fuori dalla sua portata, dai suoi poderosi fendenti. ‘Ma come fa ad avere tutta quella forza’? Poi tocca il pezzo di rete che si era tranciato. Lo afferra e lo lancia sul suo volto. Manovra riuscita, blocca la gragnuola di colpi, sferra un calcio al ginocchio, l’avversario pare non sentirlo nemmeno, ma ora è di nuovo in piedi, e col tridente di piatto colpisce all’addome, con forza. Ora è sua l’iniziativa e il vantaggio.

Le avvolse attorno al corpo un lurido straccio. Avrà avuto al massimo undici anni, anche se dall’espressione e dai modi si dimostrava una persona matura, un’adulta. Non parlava però, e qualsiasi domanda le si rivolgesse la sola e unica risposta udibile era un silenzio assordante, accompagnato dallo sguardo magnetico e ineffabile. “Ti chiamerò Nuda. Così ti ho trovata, e così ti chiamerò, dato che un nome non ce l’hai o non me lo vuoi dire. Nuda. Coraggio allora, andiamo”.

Il pubblico è in delirio, grida e urla si rimescolano, fluttuano e tumultuano nell’aria torrida, restano sospese sopra all’arena, immote e rumorose, insinuandosi nel naso, in bocca, negli occhi e nelle orecchie. L’arsura toglie il fiato, il sole picchia senza sosta. Tutto è in sospensione, al rallentatore. La sagoma dell’avversario un flebile tremito di fronte ai suoi occhi, un’ombra incerta sbiadita dal calore estremo, dalla fatica e dal sudore che cola copioso, ovunque. Il gusto acre del sangue e quello salato del sudore in bocca, simile a salsedine…

Trovò disarmante la totale e completa fiducia che la piccola gli dimostrava. Si chiese quale trauma potesse averle tolto la parola e perché istintivamente lei si fidasse così di lui. Si sentì da subito investito di una grossa responsabilità, e la cosa non gli piaceva per nulla. Nonostante non proferisse parola, Nuda comunque dimostrava di capirlo al volo, e quasi di anticipare i suoi pensieri e le cose che lui le chiedeva, o che si aspettava da lei. Sembrava anzi dotata di premonizione, come quel giorno in cui lei fuggì, proprio il giorno in cui nel porto c’era mercato, quando lui, in difficoltà col bilancio familiare e l’attività, aveva deciso, a malincuore, di venderla. Da allora non l’aveva mai più rivista, fino a questo maledetto giorno.

E finalmente l’attimo che aspettava: il suo avversario fa un passo avanti sbilanciato dall’ennesimo fendente andato a vuoto grazie alla sua agilità nello schivarli; ecco il momento per il fulmineo contrattacco col lungo tridente sul fianco sinistro dell’avversario, dritto al costato. Dall’urto un rebbo del tridente si spezza, restando conficcato sul fianco del combattente, che vacilla, indietreggia… si guarda intorno come a cercare chi potrebbe avergli inferto una tale ferita, come a cercare aiuto da qualcuno. Ma è solo, sulla polvere rovente di quel suolo arso, alla mercè del suo carnefice.

Non poteva crederci, il suo campione, il suo cavallo vincente, il promettente giovanotto venduto al migliore lanista in circolazione per trasformarlo in un eroe dell’arena, nonché suo fratello… stava per essere abbattuto, schiantato dalla forza d’urto di questo gladiatore atipico, con un tridente e una rete come uniche armi. Non poteva essere vero. Nuda aveva sconfitto suo fratello, una delle promesse dell’arena. Pensò meschinamente che era un uomo finito… e solo dopo realizzò che la persona che cadeva di schianto a terra poteva essere morta, e questa persona era suo fratello. E poi ritornò a Nuda. Come era finita a lottare nell’arena? Quel famoso giorno probabilmente qualche lanista senza scrupoli se la era presa dalla strada, visto che la persona che doveva prendersene cura, di cui si era fidata istintivamente, l’aveva tradita. Infine si ritrova a pensare a quanti soldi poteva farci con quella bambina, la aveva avuta tra le mani e se le era fatta sfuggire. Il destino crudele gli aveva donato un cavallo di razza, e lui non aveva saputo fare meglio che lasciarselo scappare, sostituendolo poi con suo fratello. Il destino beffardo, tramite la persona a cui lui aveva negato la libertà, gliela levava a sua volta.

Boati, urla, fischi, applausi e clamore concitato dagli spalti, che piano piano si placa. E sa il perchè. Sposta lo sguardo verso la tribuna centrale, dove il funzionario in piedi è pronto al verdetto. Scontro all’ultimo sangue doveva essere, e a sua memoria mai aveva dovuto lottare e faticare così tanto per avere la meglio dell’avversario. Il pollice viene nascosto nel palmo della mano. Significa rinfoderare l’arma. Lascia cadere il tridente. Si inginocchia, alza lo sguardo al cielo e ringrazia silenziosamente il suo dio. Anche stavolta ce la ha fatta, per la ventiseiesima volta vittoria.
Si aprono i cancelli, e Nuda vede avvicinarsi due uomini della guardia insieme a una persona importante, a giudicare dalla ricca tunica che indossa. Le si avvicinano, le porgono il Rudis, una spada in legno. Sa poco o niente Nuda, ma sa cosa significa quella spada grezza e contorta: libertà. Si inginocchia, il gladio tra le mani, fino a farle diventare quasi bianche da tanto stringe. Ha passato anni d’inferno, ma ora è libera, per sempre.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:37 #350

UN IMPREVISTO INCOMPATIBILE di marcoslug


“Balisha, dove sei?”
Niente, all’orizzonte ci sono solo alberi. Un viale indefinito fatto di una strada senza strisce e alberi e alberi in fitta successione.
“Sono tigli.”, sento alle mie spalle; è la voce saccente di mio padre.
“Scusami papà, scusami tanto se non faccio il floricoltore da quarant’anni come te e non so il nome di ogni benedetta pianta del Creato… Ma ora che ti metti a fare le pulci anche a quello che penso o che non penso?”
Mi volto con la speranza di aver scalfito minimamente la sua faccia di non-sentimenti e granitiche certezze morali, ma la personificazione dell’indisponenza non c’è più, sparito. Tiro un sospiro di sollievo.
Mi sembra di intuire una melodia nota in lontananza, come se ci fosse uno stereo nascosto magari dietro un albero.
“Sei qui? Balisha sei qui?”
“Sì, sono quaggiù.”, urla la ragazza nel suo buffo accento.
Cominicio a correre, prima piano, poi mi sbarazzo della giacca con tanto di spalline e insegne e aumento il ritmo. Mi fermo, tutto sudato, nel punto in cui la musica si sente più forte.
“Eccomi amore, sono qua.”
Balisha fa capolino da dietro un tronco, completamente nuda, la pelle ambrata a dare lucentezza a una scena altrimenti in penombra. Mi viene incontro con passo felpato: i capelli, tenuti a bada da un basco verde, le fanno appena il solletico alle spalle; il generoso seno, nel suo generoso ciondolare, disegna stelle filanti di femminilità.
“Sono più o meno come mi hai visto la prima volta, eh?”, dice, spalancando un sorriso irresistibile.
“Sei… sei bellissima…”, rispondo io, non potendo fare a meno di fissare i suoi perfetti capezzoli.
“Anche tu sei bellissimo… Dai, spogliati che facciamo l’amore.”
La divisa, strappata a quattro mani, viene gettata pezzo per pezzo a terra. Continuo a fissarla morbosamente, mentre i nostri corpi nudi si intrecciano all’ombra di un tiglio.
“Svegliati Pietro…”, mi sussurra Balisha con dolcezza.
“Eh?”
“Svegliati, sono le otto, il sogno è finito!”, ribadisce Balisha, che progressivamente evapora dalla mia vista.
“Si svegli, sono le otto!”, mi informa sora Antonietta.
“So-sono già le otto, Antoniè?”
“Già, e lei ha il treno fra meno di un’ora, signor Pietro.”
Ho sempre amato la pragmaticità della mia ormai decennale domestica. Ed ora, oltre alla stima, provo anche una buona dose di sincero affetto: dopotutto, andando via da Roma, la sto di fatto licenziando in tronco.

“Sovrintendente capo, queste le abbiamo raccattate sulla Cristoforo Colombo. Sempre la solita storia: Moranduzzo, sa, quello del bar che fa angolo, c’ha fatto la segnalazione e noi siamo dovuti andare a prelevarle.”, recita in modo piatto il vice sovrintendente Valenti, come se stesse ripassando un copione già studiato.
“Grazie Valenti. Ma a questo Moranduzzo gliel’abbiamo già mandato un controllino? Si facesse gli affari suoi una buona volta… Vabbè dai, falle entrare…”
Entrano in fila indiana quattro novelle messaline, la testa china e le procaci carni, di provenienza albanese ad occhio, spudoratamente esposte. Delle quattro mi colpisce la terza, che si martoria le unghie della mano destra, tradendo un forte senso del pudore, un po’ dissonante con il suo ruolo sociale penso. D’improvviso lancia un’occhiata verso di me: ne rimango abbagliato. C’è bellezza a chili in quello sguardo, ma anche intelligenza e maliziosità.
“Tu! Come ti chiami?”
“I-io?”
“Sì, tu con le mutand… ehm, i pantaloncini rosa.”
“Balisha… Balisha Kazheli, con due acca, sia nel nome che nel cognome.”
“C-con due acca?”
Seguo il dolce muoversi delle labbra della ragazza e tutti gli oggetti intorno a me prendono a muoversi come fossero delle grandi spugne che si contraggono e si rilassano a tempo, ad ogni fonema pronunciato dalla bella albanese. Cooon-duuue-aaacca. Il vice sovrintendente Valenti mi guarda legittimamente perplesso.

“Sovrintendente capo…”
“Dimmi tutto Valenti…”
“C’è una di quelle, ehm… signorine di ieri sera.”
“Sì, dille pure di accomodarsi…”
“Si accomodi… Vedo che almeno oggi qualche straccio ce l’ha addosso!”, chiosa piccato Valenti.
“Pochi commenti Valenti, non siamo mica in telev…”
Alzo lo sguardo e mi ritrovo davanti la stessa ragazza delle due acca, solo più bella alla seconda, ma che dico, alla terza potenza. Un basco verde indossato in modo asimmetrico le dà un’aria vagamente chic, facendola sembrare ancora più intelligente e luminosa di quanto apparisse la notte prima.
“Sono venuta per ringraziarti a nome di tutte le mie… colleghe. Grazie che hai chiuso un occhio…”, esordisce allungandomi un pacchetto regalo che ha tutta l’aria di contenere un CD.
“Di chi è?”
“È un disco dei Killers.”
“Non li conosco.”
“Ma allora, oltre ad essere sbirro, sei anche vecchio!”, ribatte Balisha sorridendo.
“Ehi, Balisha Ka-qualcosa, attenta con le parole!”, rispondo io accennando un sorriso imbranato.
“Siamo pari ora?”
“Direi che ora sei tu ad essere in leggero credito…”
“E come posso ri-sdebitarmi?”
“Venendo ad esempio a mangiare una pizza con me… ad esempio.”

“Signor Pietro?”
“Che c’è, Antoniè?”
“C’è il dottor Fortis al telefono.”
Esploro il divano in cerca del cordless.
“Ok Antoniè, ce l’ho… Pronto? Ciao Michele, a cosa devo il piacere della chiamata?”
“Ciao Pietro… ehm, ecco, mi sono arrivate alcune voci, come dire, spiacevoli sul tuo conto…”, esordisce in tono serio il vice questore Fortis.
“Continua…”
“Ecco, mi hanno riferito che tu nel privato ti frequenteresti con una prostituta, una per giunta fermata dalla nostra stradale.”
“Ma non ho fatto niente di male!”, protesto piagnucolante io.
“Lo so, ma…”
“Ma…?”
“Ma non possiamo permetterci che certe voci comincino a circolare. Sarebbe uno scandalo, una realtà incompatibile con la tua posizione, mi capisci?”
“Chi è il bastardo? Valenti, vero?”
“Mm.”
“Maledetto leccaculo! E cosa devo fare io?”
“Senti, ci sarebbe un posto libero da ispettore al commissariato di Lamezia Terme. Avanzeresti anche di grado…”
“In Calabria? Qui c’è anche lo zampino di mio padre, vero? Quel maledetto contadino pensa di avere a che fare ancora con un bambino… Ma io non ci torno in Calabria, sai!”
“Ascolta Pietro, te lo dico da amico: sarebbe davvero una buona soluzione… per tutti…”


Che stress doversi fare la barba ogni santo giorno quando sei un alto funzionario della Polizia! A pensarci bene oggi, con sei noiosissime ore di intercity in programma, avrei potuto farne anche a meno; potere dell’abitudine… Attraverso la specchiera del bagno vedo di riflesso la lettera di trasferimento che riposa spietata sul piano della lavatrice; sbirciando dall’altra parte, ecco sora Antonietta che armeggia nell’ingresso con un gigantesco trolley blu. La Rivelazione è un coltello affilato che intaglia il molle terreno delle decisioni.
“Ehi Antoniè, che stai facendo con quella valigia?”
“Come che faccio? Non dobbiamo andare via?”
“Non parto più.”
“Eh? Dice davvero, signor Pietro? Uh, sono troppo contenta! E rinuncerà al posto da ispettore?”
“Sì, me ne sto qua. E se mi buttano fuori dalla Polizia, pazienza, mi cercherò un altro lavoro…”
“E perché dovrebbero addirittura cacciarla?”
“Una storia lunga, Antoniè… Senti, dov’è che posso trovare un bosco di tigli qua vicino?”
“Dalle mie parti, a Frascati, ce n’è uno bellissimo…”
“Ti va di farci una gitarella oggi, Antoniè?”
“Io e lei, signore? Accidenti se mi va, sono lusingata!”
“Preparati allora, Antoniè, ma prima passiamo dalla Cristoforo Colombo…”
“Ma a quest’ora lì ci sono ancora le donnine che tornano dai loro servizietti notturni, signore…”
“Eh, appunto.”
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:38 #351

FAME di White Lord


Andrea odiava vedersi nuda. Erano ormai tre mesi che aveva preso l’abitudine di vestirsi ad occhi chiusi. Era un perverso rito di espiazione che nella sua lenta, calcolata complessità alla fine le faceva ben più male di quei due minuti in cui, un tempo, incrociava la sua immagine deforme allo specchio. In fondo, dentro di sè, ben sapeva quanto si faceva male così, ma ella ormai godeva di ogni più piccola ferita che riusciva a infliggersi; ogni più piccola punizione era divenuta il senso stesso della sua vita. E così, con una cura quasi sacrale, ogni giorno apparecchiava il suo letto, ogni capo di vestiario in uno specifico punto, così che le sue mani tozze potessero facilmente trovarlo e che quel buffo rituale scorresse fluido. Poi si adagiava sul letto e stringeva forte le palpebre, come faceva da bambina nella sua stanzetta per combattere la paura del buio e le infantili fantasie nascoste nell’oscurità. E, lottando per non lasciar filtrare nemmeno un filo di luce che le potesse rivelare il mondo crudele che rifiutava di vedere, iniziava a vestirsi: biancheria, pantaloni, camicia… Quel rito oscuro giungeva così al suo apice, mentre si dibatteva, lottava, ringhiava e sudava, da un lato cercando di infilare il suo corpo così ingombrante in quei capi troppo stretti, presi di una taglia più piccola per ingannare la realtà, e dall’altro cercando di sfuggire con ribrezzo al contatto con la sua carne flaccida, i suoi enormi polpacci, quel suo ventre molle e sovrabbondante e quella sua pelle nuda che non vedeva l’ora di nascondere.
Andrea le aveva provate tutte, dall’attività fisica più massacrante alle diete più audaci, senza trascurare l’aiuto di purganti ed emetici. Non era servito a nulla: ogni grammo di spossatezza in più che si ritrovava addosso dopo quei terribili trattamenti a cui sottoponeva il suo corpo, corrispondeva sempre, impietosamente, a un grammo di peso in più. Ogni giorno odiava un po’ di più sè stessa, il suo corpo, ma soprattutto quel maledetto specchio, il suo personalissimo ritratto di Dorian Gray che accumulava con cattiveria tutti i suoi più innocenti peccati di gola. Finchè aveva deciso di non vedere più.
Il suo problema è che nessuno la capiva. E lei, forse, non aveva mai saputo circondarsi delle persone giuste. Come il suo ragazzo. Non ricordava più da quanto tempo non facevano l’amore. Lui odiava vederla nuda. Lo sapeva, glielo aveva detto. E Andrea questo poteva anche capirlo. Ma non tollerava la sua falsità e la sua vigliaccheria. Poteva lasciarla al suo destino e invece non le si scollava di dosso, come la peggiore delle zecche. Poteva aiutarla e invece cosa le rimproverava? Udite, udite, le diceva di essere troppo magra. Era uno stronzo e si divertiva così: spingendola a cadere definitivamente nel baratro, godendo della sua debolezza. Perchè lei, no, non aveva la forza di lasciarlo andare.
E la sua vita era così scivolata lentamente verso l’abisso finchè non aveva conosciuto Samuel. Samuel era ricco, bello e potente. Samuel l’amava così com’era, le diceva quello che voleva sentirsi dire, non le rimproverava mai nulla e la consigliava su come perdere peso. Samuel la riempiva di regali e di promesse. Samuel l’aveva inserita nel mondo della moda e Samuel l’avrebbe resa famosa. E presto avrebbe lasciato sua moglie per mettersi con lei, proprio lei. Era per Samuel che continuava a compiere quel rito ogni giorno, era per Samuel che si vestiva, che si profumava, che trovava il coraggio di uscire. Ed era solo fra le sue braccia che ancora trovava il coraggio di spogliarsi e regalare la sua nudità al mondo.

Samuel amava vederla nuda. Amava quel suo modo casto e titubante di spogliarsi, quella sua capacità di lasciar scivolare via quei vestiti aderenti, lentamente e voluttuosamente, da quel corpo spigoloso e ormai privo di curve. Era un contrasto visivo che lo faceva rabbrividire. Samuel amava la sua magrezza inumana, il rifiuto del cibo che lui stesso aveva contribuito ad inculcarle, spesso iniziando i loro giochi perversi ficcandole due dita in gola ed aiutandola a vomitare. Anche se, a onor del vero, era in sua compagnia che Andrea si concedeva i più lauti pranzetti. Egli sapeva che cosa le piaceva e cosa non nuoceva alla sua virginea linea. Così le ficcava quotidianamente in bocca pezzi di carta colorata: 50, 100, 200. 500 quando era particolarmente su di giri. E Andrea sgranocchiava e ingoiava con piacere, senza vomitare.
E impazziva anche per quel suo buffo modo di storpiare il suo nome: Samuel lo chiamava, povera e innocente fanciulla. Bastava che glielo sentisse sussurrare una sola volta, con quella sua vocina debole e svuotata, che una furia animalesca lo pervadeva. Allora sollevava quel fuscello e iniziava a possederla con violenza.
CLOP CLOP CLOP!
Quanto adorava il ritmico tambureggiare della parete del letto mentre sventrava quel minuscolo corpicino. Accompagnato dai suoi gemiti di piacere, si perdeva in quella musica tribale e mistica, vagando per mondi lontani. E quel tambureggiare di spalliera diventavano i colpi delle ossa di Andrea, che si scontravano impazzite sotto la spinta dei suoi colpi. O forse era il rumore dei suoi zoccoli, fuori da ogni controllo in quella selvaggia galoppata. A volte gli capitava di smarrirsi in quell’estasi per minuti e minuti, di perdere la concezione del tempo; e quando finalmente si ridestava, la sua bambina giaceva esausta sotto di lui, mentre i pochi liquidi che le restavano in corpo scorrevano in piccoli fiumiciattoli lungo le sue scheletriche cosce. Egli sapeva che tirava troppo la corda in quei casi, che il giocattolo poteva rompersi, ma con lei proprio non riusciva a controllarsi.
E così fu anche quella sera, quando il cuore di Andrea, sfiancato da mesi di denutrizione, decise che non ce la faceva più. Samuel probabilmente continuò a sbatterla per più di mezz’ora prima di accorgersi del suo volto pallido e dell’assenza di respiro. Fu l’orgasmo più travolgente della sua pur lunga vita.
Prima di andare Samuel si concesse un po’ di tempo per ammirare quel bellissimo corpo nudo, scheletro ricoperto di pelle. Non sarebbe mai stata una modella famosa, non sarebbe mai stata ricca, non sarebbe mai stata la compagna di un potente uomo politico. Ma del resto – pensò mentre le ficcava in bocca una banconota viola, ultimo pranzo della sua vita – ognuno ha quel che si merita. E accarezzandole le labbra ormai cerulee con la coda, si voltò e uscì dalla stanza.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:39 #352

NURA di icarothelight


Scendeva la sera sull’erba del vialetto che conduceva Luigi verso casa e s’adagiava su ciò che rimaneva dei suoi 82 anni. Di giorno in giorno la luce che ne aveva illuminato il passo si affievoliva, come un fiammifero acceso soffiato dal suo stesso respiro.
I suoi pensieri erano tutti dedicati alla cena che di lì a poco avrebbe preparato. Non aveva nessuna intenzione di cucinare. Il caldo della giornata era ancora lì a ricordargli che luglio, quell’anno, aveva denti ben affilati. Pensò che un panino con olio, sale e pomodoro ben strofinato sulla mollica, potesse essere la scelta da benedire e sorrise compiaciuto, pregustando quel sapore che così tanto lo riportava indietro nel tempo. Un ramo lo salutò con una carezza, lui rispose sgarbatamente allontanando il fastidio. Ci vedeva poco ultimamente e gli capitava spesso d’accorgersi degli ostacoli più assurdi solo all’ultimo momento. Era ancora a circa metà strada quando s’accorse della farfalla che l’osservava su un filo d’erba. La sua bellezza era abbagliante. Le tonalità di verde smeraldo con il nero, l’arcobaleno sulle ali posteriori, lasciavano poco spazio all’immaginazione. La riconobbe subito, era la Chrysiridia riphearia, una delle farfalle più belle al mondo nonché tra le più rare. La sua presenza lo fece dubitare ancora una volta della bontà della sua vista. Sapeva, come appassionato, che quella specie era stata avvistata principalmente in Africa e talvolta in alcune regioni tropicali dell’America. Che ci facesse lì, in Calabria, gli sfuggiva completamente. Le si avvicinò ed i suoi dubbi svanirono. Era proprio lei!
L’insetto si sollevò in aria e dopo qualche secondo si avviò in un sentiero che mai prima d’allora Luigi aveva notato. Una sorta di strettoia che portava dopo qualche metro nel grande bosco del parco della Sila. La farfalla si fermò e rimase ad osservarlo, come ad invitarlo a seguirla. Luigi non ci pensò due volte e s’incamminò.

La passeggiata durava ormai da un quarto d’ora ed il fiato cominciava a dare chiari segnali, quando l’insetto si posò su una viola e finalmente rimase immobile.
“Perché volevi venissi fin qua?” gli domandò assurdamente, prendendo fiato. L’ultimo sorriso del sole l’accarezzò. La temperatura, seppur lentamente, cominciava a scendere. L’animale si mosse nuovamente e scomparve poco dopo come inghiottito dal terreno. Luigi fece qualche passo nella sua direzione e quello che scoprì per poco non gli accelerò il treno verso l’altro mondo. C’era un fosso profondo diversi metri dov’era scomparsa la farfalla… e dentro gli parve di vedere una donna. Completamente nuda. Sembrava addormentata o almeno questo era ciò che si augurava. Fece un passo indietro e scivolò nel terreno umido cadendo sulle natiche. “Oh Gesù!” borbottò piagnucolando.

C’è un tempo in cui lassù qualcuno decide che è l’ora di farci un regalo. Non a tutti succede la stessa cosa, ma è certo che ognuno di noi abbia la possibilità di assaporare il proprio jolly, prima o poi.
Fu quello che capitò a Luigi.
Vedovo da ormai 13 anni, la sua esistenza era ormai un inesorabile countdown verso il saluto definitivo. Le sue uniche gioie: giocare a carte con gli amici del paese, bere un buon bicchiere di Donnici (quanto amava il buon vino!) e la passione per le farfalle. Quello che gli accadde quel tardo pomeriggio gli riaccese la spia.
Provò a chiamare la donna ma non ebbe risposta. Sembrava avere circa 40 anni, sempre che i suoi occhi non facessero cilecca. Piuttosto magra, con lunghi capelli neri e ricci. Dalla sua posizione gli pareva di vedere qualcosa di strano sulla schiena. Sembravano ferite ma non ci avrebbe giurato. Pensò che era ora di andare a chiamare qualcuno. Un vecchio di 82 anni non le poteva essere certo di grande aiuto!
Cercò di correre il più veloce possibile verso il viale principale ma inciampò su un ramo secco e cadde rovinosamente. Tentò di rialzarsi ma scivolò sul terreno. Quindi s’incamminò con premura e fu colpito da un altro ramo. Cadde ancora una volta e quando si rialzò vide uno sciame di api sbarrargli la strada. Fu allora che capì: quel luogo non voleva che chiamasse aiuto, quello che stava succedendo doveva rimanere una cosa tra lui ed il bosco.

Passarono i giorni.
Luigi teneva nascosto il grande segreto. Non aveva raccontato nulla ai suoi amici paesani. Né a Zì Nzina, la panettiera a cui fingeva di fare la corte. Tutti i giorni si recava al fosso nel bosco. Portava alla donna ogni tipo di frutta: era l’unica cosa che mangiasse, ci aveva provato con il pane o con la carne… ma nulla era cambiato.
E poi, c’era un momento solenne in quell’universo, un rituale che lo riempiva di felicità e vita. Accadeva subito dopo averle dato da mangiare: lei si alzava, lo osservava senza dire alcuna parola ed aspettava che le versasse dell’acqua addosso. Inarcava la schiena ed alzava le mani come a non voler sprecare quella pioggia “magica”. E lui lo faceva, godendo della vista del suo incantevole corpo nudo. Le osservava ogni centimetro di pelle ed ormai aveva ben chiaro cosa fossero i segni sulle spalle, per quanto folle potesse sembrare la sua idea.
La donna pareva non avere un‘età ben definita. Non parlava mai e aveva un numero ridotto di espressioni. Ogni tanto sorrideva e, quando lo faceva, colmava il cuore di Luigi di una felicità assoluta, impossibile da spiegare. Lui aveva ormai rinunciato a capire cosa gli stesse accadendo, forse il paradiso,forse stava impazzendo lentamente… ma sapeva benissimo di essere ancora vivo. Ed era l’unica cosa importante. Aveva accettato di godere di quell’immensa felicità senza farsi domande e così i giorni passarono. E come tutte le cose, belle o brutte che siano, un giorno finì.

L’autunno non fu particolarmente freddo quell’anno. Novembre non aveva ancora mostrato i denti e stava già scivolando via. Non che a Zagarise, di solito fosse particolarmente incisivo, a dirla tutta. Quel paesino pareva godere di una particolare immunità al freddo.
Luigi se ne stava ad osservare dalla finestra i colori della stagione. Gli accadeva sempre più spesso ultimamente. Ripensava agli splendidi giorni d’estate con Nura (così aveva chiamato la sua adorata donna del bosco) ed al giorno in cui non l’aveva più trovata, quando a fine agosto nel fosso non c’era più ed era ricomparsa la Chrysiridia riphearia. Ricordava perfettamente di come la farfalla si fosse rivelata d’improvviso posandosi sulla sua spalla. Lui se l’era portata a casa e da quel giorno non l’aveva più abbandonato.
Si voltò ad osservare l’animale. Le sorrise. Per un attimo la giornata si scurì ed un pesante velo buio oscurò la stanza. Luigi morse il pane che sapeva di gioventù. Olio, sale e pomodoro. Come glielo preparava sua mamma. Rise, stavolta con convinzione. Alzò il dito: “Nura vieni qui” ordinò con un filo di voce. La farfalla gli si posò sul polpastrello. Fu allora che finalmente Luigi riuscì a piangere. Gocce di pianto che caddero una dopo l’altra e baciarono la sua amata. Lei alzò le zampette, s’inarcò e chiese ancora lacrime al suo amore, ritornando magicamente a quei giorni nel fosso… al loro momento speciale.
Il buio s’inchinò ad un raggio di sole improvviso. Un colore inedito li abbracciò ed entrambi si persero, per una volta ancora, tra gli indimenticabili profumi del bosco.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:39 #353

VUOTI A RENDERE di Psycho Kikini


Un’ombra si coricava nella sala, in quel grande e vecchio caffè che soleva essere frequentato da vecchi artisti o romantici di passaggio. Il sole deformava i volti delle statue mobili che si erano rifugiate in quel luogo sinistro. L’onda leggera delle parole aleggiava nella sala, ma la potevano udire soltanto coloro che non erano nel coro. Per gli altri l’udito era pieno delle proprie parole. Lì era solita sostare Diane. Ella era un’artista dell’amore per i più raffinati, una prostituta per i più pratici ben nota agli esperti frequentatori del locale i quali, chi più e chi meno, si erano lasciati andare all’effimero piacere delle passioni, al fiore dei sensi, con lei. E lei, con la sua dolcezza malinconica d’una donna delusa in amore e quasi costretta dalla sua negazione passata, si era rifugiata negli amori deviati dalla piacevole violenza della passione. Quante labbra come lava cocenti d’ardore l’avevano sfiorata, neppure aveva mai lanciato il pensiero a definirlo. I suoi viandanti in cerca d’amore sul suo corpo perlato, facevano parte del sentiero e non si curava di quanto fosse lungo questo sentiero. Al discreto morire del sole, ora assaggiava la città che le si prospettava dinanzi nell’ampia vetrata del caffè. Le veniva in mente un gioco infantile della mente, quando dalla grande terrazza vedeva la città, i suoi colori, i suoi palazzi. Ricordava il forte soffio del cielo dal quale si veniva colpiti lassù. Il vento, come disegnava il vento i suoi capelli mai nessuna cura personale l’avrebbe eguagliato. Immortalata dal furore di questo, e ancora ripiena di innocenza osservava la città ed i palazzi li immaginava come cartoni tirati su. Era già bellissima fin da piccola, ed ora che da ragazza era divenuta donna il suo viso somigliava a un busto di marmo modellato dalle più pazienti mani, con i suoi spigoli scabrosi e caratteristici che ne assorbivano la luce generando passione. “Se fosse stata lei Eva, Adamo avrebbe di certo ignorato la mela”, dicevano di lei. Ironie e leggende nei suoi confronti si sprecavano. Era sulla bocca di tutti, e le labbra di tutti volevano essere sulla sua. La sua infanzia era stata dipinta da un padre freddo e una madre egoista, e la bimba ancora cieca del mondo, cercava di trovare l’affetto negato in chiunque; il suo cuore pareva un sonnambulo che cerca di non cadere dalla scala di legno, attraversata senza osservarne lo scopo né la causa. Crescendo aveva fatto ben presto della sua bellezza la sua virtù predominante. Ne capì col passare del tempo l’importanza e la forza, provò con le sue esperienze quanto la corrente delle passioni trascinava l’uomo e si scoprì capace di tracciare il percorso e la natura di quel fiume.
I capelli ora le si posavano stanchi sul volto, diede un’occhiata al grande orologio in ferro e legno sulla parete volutamente trasandata del locale. Aprì il giornale che fino ad ora aveva lasciato piegato di fianco alla tazza da thè, e ne incominciò la lettura senza attenzione. Era una donna di grande cultura e di nobili interessi, benché il suo mestiere facesse presupporre l’opposto. Pittura, teatro e letteratura erano il suo quotidiano rifugio dalla quotidianità. E ultimamente ne aveva un gran bisogno. Per il suo mestiere era avvezza alle maldicenze che le venivano rivolte. Soleva ignorarle, così da lasciarle sospese nel fascino del mistero: l’uomo addormentato dal deserto emotivo della propria vita, era naturalmente attratto da una voragine che irrompeva nella pianura dei suoi sentimenti. Non era solo agli abbattuti che il suo fascino faceva gola però; occhi amanti, bocche sapienti e menti allegre la ricercavano con insistenza.

Era una serata dispettosa quella che abbracciava Parigi, come potè scoprire di lì a poco lasciandosi alle spalle l’insegna del caffè. Un freddo a folate graffiava i polsi lasciati liberi dalle maniche e le gambe prive di calze. La sua ombra le si presentava dinanzi al calare del sole e il ticchettio dei suoi tacchi scandiva il cammino. L’ombra , quando raggiunse rue de Rivoli, si era allungata di molto. Vide ai piedi del portone un uomo, che seduto leggeva in modo composto. Riconobbe subito Gilbert, ma ignorava cosa potesse averlo spinto ad aspettarla lì, senza neppure prendere un appuntamento.
“Gilbert,” – gli gridò, e l’uomo si destò dalla sua lettura – “cosa fai qui? Non starai mica aspettando me, vero?”, l’uomo piegò malamente il giornale e lo mise sottobraccio, poi disse con un tono stanco: “Dovrò invece contraddirti” – e diede uno sguardo all’orologio da polso – “è più di due ore che ti aspetto”
“Ero al Grand Caffè, avresti potuto raggiungermi e non ti saresti preso questo gelo. Ma cos’hai da dirmi? Vuoi salire?”
“Io..” – sugli occhi dell’uomo cadde un’ombra, e a lei pareva quasi di vederla quest’ombra posarsi sulle lenti sottili – “ecco, preferirei se potessimo salire. Te lo dirò su”
Aveva capito cosa aveva spinto quell’uomo a gettarsi sotto il suo portone. Nell’ascensore le rivelò che ad ogni passato appuntamento s’era sentito sempre più leggero. E fino a che l’animo s’andava alleggerendo non coglieva la necessità nel suo piacere. Fu quando esso incominciò ad alleggerirsi fino a svuotarsi che capì. Ora si sentiva vuoto, e attratto da lei anche perché spinto dalla necessità di riaversi, per poi accontentarsi del piacere effimero di svuotarsi.
Diane fece accomodare il suo ospite sul grande divano in pelle, e gli disse di aspettarla. Gli si presentò poco dopo, il suo corpo avvolto da una vestaglia scarlatta, pareva avesse in sé tutti i segreti del mondo, ed era pizzicato da un leggero profumo che inebriava il corpo di una freschezza pari a quella che si coglie al fianco di un grande flusso d’acqua, ancora pura che pare sgorghi direttamente dal giardino dell’Eden. Raggi di vento mossero i suoi capelli castani.
“Non posso Diane, sento che un’altra volta mi ucciderebbe. Sono già vuoto come una foglia arrotolata, te ne prego”
La convinzione delle sue parole però restò nell’aria per un sospiro, poi cedette inerme all’attrazione psichica e mentale che ormai Diane rappresentava per lui.
“Strappami d’ogni vestito e vestimi del tuo sguardo. Non attendere, lascia agli altri il tempo. Non temere, lascia agli altri la paura.”
Quando la polizia mortuaria venne a raccogliere il corpo di Gilbert, un sorriso crepava il viso ormai pallido.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:40 #354

LA BOLOGNESE NUDA di gensi


- Una bolognese nuda
- Sicuro? Non è certo delle più maneggevoli
- Lo so. Ma è l’ideale per il posto che ho visto. E poi ho bisogno di farmela sistemare come dico io, con gli spazi giusti, altrimenti non mi ci ritrovo
- Non ci sono problemi. Finita e tutto saremo intorno ai quattrocento euro
- Si si, perfetto, come eravamo rimasti d’accordo

Luigi era uscito dal locale con un sorriso disegnato da parte a parte del viso. Il naso tozzo era rimasto sempre lo stesso ma gli occhi sopra di lui brillavano di una luce che sembrava paradisiaca. A breve avrebbe avuto tra le mani la sua bolognese, l’investimento più oneroso della sua carriera. Ma ci voleva, se veramente uno pensava di fare quel salto di qualità necessario per affrontare poi le competizioni.
Aveva 23 anni, terminato l’istituto tecnico aveva cominciato a lavorare sin da subito, con il padre, che faceva lavori di idraulica e simili. Era spesso in giro per i paesi vicini al suo e conosceva molto bene ogni sorta di trattoria e osteria della provincia da quella che con dieci euro ti riempiva di portate a quella dove un appuntamento galante avrebbe sicuramente avuto il finale che meritava. Finale che poi, spesso, era una notte e via; Luigi non gradiva troppo le relazioni fisse. Aveva bisogno di sentirsi libero di fare quello che voleva fare quando lo voleva fare. Già era costretto ai vincoli dell’orari di lavoro. Almeno il tempo libero preferiva gestirselo come meglio credeva opportuno.

Il padre, Giovanni, era il classico vecchio d’altri tempi. Aveva già 65 anni, continuava a lavorare solo per insegnare il mestiere a Luigi, suo secondo figlio, nonché “bastone della sua vecchiaia” come lo aveva soprannominato. Il primo figlio, Giancarlo, aveva da sempre preferito gli studi e, non appena si era presentata l’occasione, era partito per Londra alla ricerca del salto di carriera nel campo finanziario. Poi si era fidanzato, si era sposato e, da quel momento, si era accontentato di fare il proprio lavoro per mantenere la famiglia.
A nonno Giovanni mancava molto il nipotino. Lo aveva visto sei mesi prima, durante la primavera e poi qualche altra volta in foto. Continuava a lavorare ma in cuor suo non vedeva l’ora di fare il “nonno” a tempo pieno perché enorme era l’affetto che ancora aveva da dare. Voleva raccontare le sue storie, condividere le proprie passioni e, soprattutto, amava “forgiare” i giovani a sua immagine e somiglianza ossia lavoratori dalla faccia pulita, orgogliosi di addormentarsi con il pensiero di non aver fregato nessuno. Era un ex-missino, e tutte la qualità di questo pensiero le aveva acquisite. Anche i difetti e l’ottusità ma era il prezzo che si era costretti a pagare nel non voler accettare le dinamiche del mondo moderno.



- Ecco qui la sua bolo, le legature messe dove avevi chiesto. È ok no?
- Beh, direi perfetta. Fammi sentire un po’ il bilanciamento
- Prova, prova pure



- Wow…è perfetta, leggera e con un’azione notevole. Mi ci divertirò, ne sono certo
- Speriamo…per ogni altra cosa siamo qui
- Ecco i soldi
- Ed ecco qui, fodero, maglietta e cappellino omaggio

Il negoziante gli fece un occhiolino e Luigi uscì dal negozio felice come un bambino che a Natale ha appena scartato il regalo che più desiderava. L’indomani sarebbe stato il giorno del “test sul campo”, con il suo amico e compagno di avventure Dario. Doveva venire anche “nonno Giovanni” ma all’ultimo aveva rimandato preferendo stare in casa ad aiutare la moglie in alcune faccende domestiche.
“Meglio” penso malignamente Luigi. Il padre era un brav’uomo ma, nella pesca, era un testardo. È vero che praticava questa passione da parecchi anni, ma era altresì vero che, con le nuove tecnologie, non ci acchiappava più molto. Pescava all’antica e, con il mare di oggi, all’antica, ci si prendeva solo dei grandissimi cappotti.



- Dario, l’hai portato?
- Si. Tu hai portato la bolo nuova?
- Ovvio…è fantastica. Speriamo vada tutto per il meglio.
- Ma si…semmai passiamo una giornata insieme a farci due parole. Male non fa…

Era un ottimista Dario. Sembrava quasi venisse a pescare solo ed esclusivamente per staccarsi dal mondo. Luigi invece era da sempre un tipo competitivo. Sapeva che la pesca era uno sport di pazienza e, spesso, di insuccessi. Ma ci soffriva. Se non tirava su neanche un pesce gli sembrava quasi di aver perso solo del tempo.

- Guarda, guarda come fila!
- Spettacolare…vedrai che da oggi qualcosa lo tiriamo su per forza!

La luce paradisiaca dagli occhi di Luigi non si era più spenta. Quel pesce robot lo aveva entusiasmato ancora più della sua canna. E lo guardava con quegli occhi, non posso dimenticarlo. Furono gli stessi identici occhi che vidi non appena il mio corpo fu fuori dall’acqua.

Si, proprio così. Un pesce robot mi aveva fregato. Ero riuscito ad evitare ami, esche, guadini e ogni altra sorta di diavoleria nella mia vita. Ma quel pesce robot, così simile a me, m’ingannò. Cominciai a seguirlo e mi portò lì dove Dario e Luigi avevano preparato la trappola. Era pieno, pieno, pieno di cibo fresco ed ero certo che anche quel maledetto robot stesse mangiando. Invece, una di quelle larve era finta. Non feci in tempo ad accorgermene che subito qualcosa cominciò a tirarmi. Mi era già successo una volta ma ero riuscito a liberarmi, da giovane. Oggi non avevo più quella forza. Provai ugualmente a combattere ma, non appena mi accorsi che la forza del filo era troppa, rinunciai, per buona pace di Luigi che mi raccolse con il suo guadino e mi tirò su. Mentre boccheggiavo, Dario non perse l’occasione per fare una foto a me e al mio pescatore. Ero un pesce “da record”, ne ero consapevole. Ma quel maledetto Dario non poteva aspettare un minuto che mi sistemassi meglio?
Tutto quello che vi ho raccontato lo sentii in macchina, al viaggio di ritorno verso casa. Non così, ma a me piace romanzarlo e da sempre avevo sognato di poterlo scrivere.

E oggi ce l’ho fatta. Che soddisfazione! La stessa di Luigi con il pesce in canna, gli stessi occhi paradisiaci nel vedere quella sua bolognese nuda curvarsi senza lasciarmi scampo.

Infine i ringraziamenti, come in ogni buon discorso:

1) A Luigi, ragazzo comune che ha permesso al sottoscritto di emergere, in tutti i sensi della parola. Non solo. Ragazzo dal cuore d’oro che invece di cucinarmi in un forno mi ha accudito in un acquario per parecchio tempo.
2) A Domenico, altro amico di Luigi che, vedendomi nell’acquario ha deciso di parlare con me, di me. Io ho messo la “favella”, lui le mani, il computer e il suo indirizzo email.
3) A voi che ancora state tentando di capire cosa veramente avrei voluto dirvi.


Joe, il pesce fuor d’acqua.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:41 #355

NUDA SOTTO UNA NOTTE PORTOGHESE di Mike975


Nuda correva e percorreva questa lingua di terra cosparsa di ciottoli levigati e fili d’erba piegati dal vento che a sbuffi spirava dall’oceano.Le spume nate dall’incontro tra le onde e la scogliera mettevano nell’aria frizzantina della notte quella salsedine pungente che penetrava nelle ferite e nei tagli del cuore e della pelle. La luna immensa splendeva,immersa nella notte buia irradiando una luce rossastra che si stagliava nell’acqua raggiungendola e che pareva inseguire il suo movimento al pari di quei passi battenti dietro di lei.Nel suo bel corpo tinte rosso sangue apparivano a strisce e di coda saltavano via a gocce dense.La festa era finita nel castello di Velho e i due neosposi si apprestavano a percorrere quei settanta chilometri che li separavano dalla casetta davanti all’oceano vicino Peniche,la loro alcova prima del viaggio di nozze.La conversazione latitava;non avevano voglia di festeggiare.Lei due giorni prima gli aveva confessato di essere in dolce attesa e Diego non aveva risposto come avrebbe desiderato.Era stato strano arrivare a quel giorno di festa così; avevano attraversato un periodo di crisi,poi la complicazione del bambino.Non voleva salire all’altare senza dirglielo..che lo voleva,lui invece aveva esitato.La casetta defilata in questa porzione di natura era graziosa,non spaziosa ma arredata con gusto e accogliente;sembrava entrando di essere accolti affettuosamente in un abbraccio caldo.Diego si offrì di brindare al loro matrimonio con un sorso di Porto immerso nei flûte di cristallo con le loro iniziali che si erano portati.Non fu il migliore dei brindisi per intensità emotiva ma la situazione al momento andava presa così;Manuela sperava in un’improvvisa apertura di cuore del marito che non arrivava se non per questo sterile drink.Come arrivarono a questo punto?Si potrebbe spiegare il tutto con qualche strofa presa qua e là dallo spartito dei loro ultimo mesi “insieme”.

“Manu lo ami ancora?”chiese Anna la sua migliore amica.
“Non so,lo conosco da tanto,gli voglio bene,la passione e’ diminuita ma e’ normale con gli anni”.
“Ho visto con che occhi guardavi Ricardo al pub”.
“E cosa ci hai visto?”
“Sei andata con lui?”
“…”lacrime.
“Sei sicura di volerti sposare?”
“No,ma ti rendi conto?Non posso mandare…

…tutto all’aria”disse Diego. “Perché no?Se ci tieni a me puoi farlo” ribatté Penny.
“Invece no,ci conosciamo fin da piccoli è una vita che siamo insieme,le nostre famiglie si conoscono e vanno d’accordo”.
“Dimentichi la cosa fondamentale,l’amore…per me”.
“Non lo dimentico,ma non per questo tra noi deve finire Penny”.
“Non ti divido,te mato piuttosto.Come hai fatto ad innamorarti di lei?”
“L’ho conosciuta da adolescente e più che innamorato di lei ero …

…innamorata dell’amore”disse Manuela a Ricardo.
“Ovvio che ora non lo sei più”.
“Non credo di provare amore per lui ma affetto e gli ho promesso di sposarlo, anche se ora sono più confusa che mai”.
“Hai rapito il mio cuore e ti sposi?Non farlo Manuelita,scappa con me”
“Ci devo provare,non insistere Ricardo ti supplico…sto già così male”.
“Ma perché,perché?”

“Perché è ricca Penny”disse Diego”ed io non posso rinunciare al suo denaro”continuò Diego.
“Non rimane che una soluzione purtroppo amor”disse Penny.

Ma torniamo all’alcova,dopo il brindisi.Come immaginato da Diego Manuela si sentì male e dopo aver lottato contro il dolore chiusa in bagno,spossata e nuda cadde sul letto.L’idea era semplice quanto diabolica,dopo averla drogata l’avrebbero(il plurale d’obbligo riguardava Penny giunta nel frattempo a Peniche)portata sulla scogliera e “per caso” sarebbe caduta.Ma qualcosa non andò per il verso giusto;già perché Manuela non era drogata;alla vista e al tatto dei due che la sollevavano si destò,e dopo il primo imbarazzatissimo momento ne nacque una colluttazione.Armi non convenzionali la ferirono ma riuscì in qualche modo a uscire nuda,spaventata e dolorante fuori dalla casa e si mise a correre;verso la scogliera.Dalla casetta alla scogliera sono trecento metri,senso unico e strada senza via d’uscita;arrivata sul ciglio si fermò e girandosi se li vide dietro.La situazione si presentava ai suoi occhi spenti nitida e senza possibilità.Diego le si avvicinò a passi lenti,Penny rimase dietro,il tempo si dilatò in maniera indefinita.Una voce tagliò l’aria”Lasciala stare Diego o l’ammazzo”disse Ricardo puntando alla gola di penny il suo coltellino.Istintivamente Manuela fece quello che il suo inconscio’ le suggerì; spinse via il suo sposo,distratto e spaventato da quell’ombra apparsa dal nulla.Diego cadde giù dalla scarpata lasciando i tre spettatori sgomenti.La prima che si destò da questa istantanea fu Penny che liberatosi da Ricardo si scaglia contro Manuela,che vedendola arrivare si getta a terra di lato consegnando al suo ex-sposo la sua amante.”Ma che ci fai qui?”chiese Manuela in lacrime asciugate dal vento.”Al castello ti sei dimenticata il mio regalo, volevo dartelo,poi arrivato qui non osavo entrare,sono rimasto un po’ fuori a fumare fino a che non ho visto entrare una ragazza.Mi sono insospettito,poi ti ho visto uscire nuda inseguita da Diego e quella tizia lì “rispose come un fiume Ricardo ancora sbigottito dalla tragedia.”Mi voleva drogare il bastardo…uccidere…ha fatto la fine che meritava”.”Vieni qui Manu,abbracciami forte”disse Ricardo coprendola con la sua giacca.E in un abbraccio che sapeva d’infinito sotto questo nero cielo portoghese Manuela esclamò la strofa finale. “Nostro figlio in un colpo solo mi ha salvato la vita e si è ripreso suo padre”. Il vento placò.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:48 #356

D'ACQUA E FUOCO di maurocap


I torrenti delle nostre montagne sono famosi perché nella loro corsa verso fondovalle compiono salti eccezionali tra le rocce, formano cascate assordanti e modellano la pietra ammorbidendone gli spigoli. Quando il turismo di massa si è diffuso la nostra piccola vallata ha saputo crearsi un nome tra gli appassionati di rafting, diving e tutte quelle altre bizzarre discipline dal nome anglofono che termina per ing. Eppure, nonostante le migliaia di visitatori, sono ancora in pochi a conoscere le piccole meraviglie dei corsi d’acqua più piccoli: poco appariscenti, troppo ripidi, lontani dai sentieri più battuti. Nei millenni alcuni di essi hanno scavato delle profondissime pozze in cui fare il bagno è una delizia, luoghi appartati immersi nel verde o tra dirupi mozzafiato che solo noi del posto frequentiamo. Spesso hanno nomi bizzarri, come la pentola del gigante, o divertenti, come la sputacchiera.
Io ero al pozzo dell’orco quando la vidi.
Nessuno ci va mai lassù perché è una delle più lontane e pericolose. È così profonda che l’acqua, seppur limpida, assume una tonalità scurissima e molti incauti vi sono annegati. Ma io adoravo quel posto.
Stavo scendendo l’ultimo tratto di sentiero con la mente concentrata solo sul premio alla faticaccia di arrampicarmi lassù in una giornata così calda: un tuffo nelle acque purissime del pozzo. Non c’è spiaggia, solo un breve tratto di roccia sotto una spanna d’acqua e poi il baratro sommerso di cui nessuno ha mai visto il fondo. Mi cambiai con attenzione, lasciai tutto accanto allo zainetto e saggiai la temperatura con i piedi.
Era gelida… E magnifica.
Con un brivido dovetti arretrate e non potei fare a meno di ridere.
Mi guardai intorno.
Nessuno.
Era pomeriggio inoltrato, un giorno lavorativo. Che qualcuno venisse lassù era alquanto improbabile.
Mi spogliai del tutto.
Che follia… Ma fare il bagno nudi è tutta un’altra esperienza, mi era sempre piaciuto.
Proprio in quel momento mi accorsi che una sagoma chiara era apparsa al centro del pozzo. Per lo stupore non ebbi la prontezza di coprirmi con l’asciugamano e me ne restai lì in piedi, stupidamente. Nuotò sott’acqua verso di me, sinuosa, arrivò sul bordo ed emerse fino alle spalle appoggiandosi al bordo.
Per un istante eterno mi fissò con i suoi solitari occhi azzurri.
Balzò fuori dell’acqua con una spinta.
Era nuda anche lei. Spalle perfette da nuotatrice, fianchi che avrebbero fatto impazzire qualunque uomo e seni piccoli ma ben modellati, cosparsi di goccioline. La guardai, la ammirai, la bramai perché era la più bella donna che avessi mai visto.
Mi venne incontro a passo lento ancheggiando in modo naturale, non lo faceva intenzionalmente, era sensuale di natura. Si fermò un passo da me proprio per lasciarsi guardare e io mossi i miei occhi rapiti su e giù per le sue forme: il collo, le labbra, il ventre piatto, la pelle ancora intirizzita su cui colavano rivoli d’acqua sorgiva.
Stavo per fuggire. Era troppo per me… Troppo.
Ma lei mi prese le mani nelle sue e mi tenne le braccia larghe. Sollevò leggermente il petto e sorrise, apertamente. E io cedetti di schianto.
Fece quell’ultimo passo in avanti colmando la distanza che ci separava. Il contatto tra suo corpo ancora freddo per la nuotata e il mio bollente per il caldo e la lunga camminata mi sconvolse, fu la sensazione più eccitante della mia vita. Mi baciò, labbra fresche come il torrente, mi accarezzò, inesperta come me eppure altrettanto vorace, e per ore mi abbandonai a lei scordandomi il resto del mondo.
Quando il sole tramontò dietro le montagne lei disse le sue prime parole.
«Sei stata la prima e sarai anche l’ultima. Non ci sarà mai un’altra dopo di te.»
Non la vidi mai più.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:49 #357

HO FREDDO di Filhendil


Filippo rientrò tardi dal lavoro. Prima di tornare a casa, la sua Alice, gli aveva detto di comprare una bottiglia di vino buono e di passare in pasticceria a prendere il profiterole che aveva ordinato. S’immaginava già la cena coi loro vicini di casa, i Proietti. Non è che gli restassero particolarmente simpatici, ma il fatto che avessero “il brutto vizio” – come diceva sempre sua moglie – di invitarli a casa loro, li costringeva a contraccambiare. Corse allora veloce all’enoteca nell’isolato di fianco al quartiere dove vivevano, arraffò una bottiglia di Nipozzano di Frescobaldi (“almeno spassiamocela un pò” – mandò giù a mente quasi involontariamente) e si fermò da Cosimo, il loro pasticcere di fiducia. L’immagine di quelle palle di cioccolato fedeli custodi di un cuore di crema squisita, lo rasserenarono. Okay, era pronto a vedersela coi Proietti e i loro atroci investimenti in finanza.

Filippo e Alice erano una classica famiglia di ceto medio: sposati da quattro anni, una casa tutta loro, impiegata lei nell’azienda di un padre da cui mai aveva voluto aiuti economici, tecnico odontoiatrico lui in uno studio che fortunatamente funzionava bene. Una volta a casa Filippo, si stupì di non vedere apparecchiata la sala e non sentire le classiche chiacchiere da aperitivo con cui s’immaginava sua moglie stesse trattenendo gli ospiti. Invece lei era seduta in cucina, coi lunghi boccoli biondi e un vestitino di raso color corallo che le scopriva le spalle. Proprio come piaceva a lui. Sentì un fremito salirgli lungo la schiena. Si ricordò il giorno in cui, in una discoteca sul lungomare di Castiglioncello, le si era avvicinato mentre lei beveva un’aranciata davanti al bancone. Avevano tutti e due sedici anni. Da lì in poi non si sarebbero mai più lasciati.

Continuò a guardare quelle caviglie sottili che accompagnavano il desiderio di nudità che saliva lungo la sua pelle liscia e affusolata, ma che le gambe accavallate volevano negare nascondendo il frutto di quell’amore che a distanza di tanti anni non aveva più niente di così proibito.

“Come mai sei così carina questa sera?”

Cavolo se gli era uscita male. Lei, sorridente replicò fingendosi piccata:”E quando mai non lo sarei?” Non gli concesse la risposta godendo del suo imbarazzo. Amava quando faceva l’imbranato in quel modo. E riprese:”Siediti qui vicino a me…”

“Ma è successo qualcosa?” – le chiese con un filo di preoccupazione.

“Si, fra poco non saremo più soltanto in due a tavola…”

“Ah, ma allora i Proietti vengono. Oddio, che è successo a Mister Perfettino? E’ in ritardo…”

“Scemo…”

“Eh?”

“Non parlo dei Proietti, ma di noi… aspettiamo un bambino”

Filippo non riuscì neanche capacitarsi della notizia, ma gli venne naturale sorridere. Poi furono abbracci, carezze, corpi nudi che si stringevano fra le lenzuola per darsi il calore che quella notizia emanava spontanea. Fecero l’amore una volta. E poi una seconda. Alice appoggiò il mento sul petto ruvido del marito e gli sussurrò:”Ti ricordi quando tuo padre ci beccò, tutti nudi, sul patio della vostra casa a Castiglioncello?”

“Me lo ricordo si… era la prima volta che lo facevamo, anche noi però potevamo stare più attenti, poi era un freddo…”

“Come sei romantico!”

“Beh, ci conoscevamo da quando eravamo piccoli , ti immagini lo shock che ho provato il giorno in cui quel tuo corpo da bambina è diventato da donna e ogni centimetro della tua pelle mi scatenava una tempesta d’ormoni?”

“A parte tuo padre è stata veramente bella quella notte…”.

Si baciarono, silenziosamente innamorati.

Quasi nove mesi dopo

Filippo corse via dal lavoro. Da quando sapeva della bambina in arrivo, non amava tornar tardi e non poter cenare con Alice. Girò le chiavi nella porta e sentì subito la sua voce:”Pippo, vieni in cucina, aiutami, non riesco a rialzarmi”

Vide il mondo passargli davanti, si precipitò da lei e la trovò seduta per terra, un ginocchio sanguinante. Sorrideva:”Chi ce la fa ad alzarsi con questo pancione ora?”

“Amore, che è successo? Da quanto sei lì?”

“Un’oretta. Mi è un pò girata la testa, ho perso l’equilibrio. Vorrei far provare te con questo carico a bordo!”

“Senti, andiamo all’ospedale, vediamo se va tutto bene…”

“Non ce n’è bisogno” – si oppose lei, ma già sapeva che non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea.

Al pronto soccorso un medico dal viso rubicondo e sorridente controllò con l’ecografia la bambina e il suo battito. Era tutto nella norma. Poi, per vedere che non ci fosse niente di rotto dopo la caduta, portò Alice a fare una TAC e delle radiografie. Filippo si sedette in sala d’attesa e prese una bibita dai distributori automatici. Mezz’ora dopo vide tornare il solito dottore. Ma era come diverso. Il rossore delle guance aveva delle sfumature d’ombra, il sorriso era meno convito. “Signor Lucci” – gli disse – “la Tac di sua moglie ha evidenziato un aneurisma nella zona del lobo frontale. E’ molto pericoloso col parto in arrivo, col neurologo avremmo concordato di operare subito e tenerci pronti per un cesareo”.

Filippo non seppe dir niente e annuì soltanto con la testa. In momenti come quelli le parole rifiutavano di uscire e di aiutarlo. Si appoggiò alla poltroncina dove sedeva e chiuse gli occhi.

Castiglioncello, tredici anni prima

“Ali fai piano, se mio padre ci sente sono guai…”

“Ah, quante storie… non hai voglia di vedermi nuda?” – arricciò le labbra maliziosa

Quelle parole scossero Filippo fin quasi alla pazzia. La prese in braccio, rovesciò due sedie perché la forza è quella che è in un uomo di diciassette anni. Aprì le porte in vetro per entrare nel patio che dava sulla piscina. E si fermò sul divanetto davanti alla sedia a dondolo. Le sganciò la camicetta e ripensò a quando erano bambini e con appena un costumino si divertivano a fare castelli di sabbia in riva al mare al tramonto. Innocenti, fratelli. Ma lo spettacolo che vide allora non aveva niente di paragonabile. Fecero l’amore, nell’unico modo in cui si può fare a quell’età. Soffrendo. La baciò subito dopo e le chiese se le avesse fatto male. Erano completamente nudi. Lei sorrise, gli disse “Scemo… abbracciami, che qui fuori si gela…”

Sentì una mano che lo toccava dolcemente sulla spalla, aprì appena gli occhi. “Signor Lucci, sono Fabio Morelli, il chirurgo che ha operato sua moglie”

“Mi scusi devo essermi addorm…” – poi con la vista ancora annebbiata notò il sudore che rigava la fronte del medico – “Dottore che è successo? La bambina non ce l’ha fatta? Mia moglie come sta?”

“No, la bambina sta bene. Purtroppo però l’aneurisma di sua moglie era molto più grande di quanto sembrasse dalla Tac. Abbiamo provato ad applicare le clamp, ma si è subito rotto il vaso, il cervello s’è gonfiato e s’è formato l’edema. Abbiamo fatto il cesareo perché il battito della bambina era in calo. Sua moglie però era già in arresto. Abbiamo provato a rianimarla più volte, ma non s’è mai ripresa. Mi spiace, abbiamo fatto tutto il possibile”

Filippo come al solito non replicò. Ma stavolta le parole non tardarono ad arrivare, proprio non c’erano. Era vuoto. Chiese solo:”Lei dov’è?”

“Sua moglie è ancora nel post-operatorio. Stanno finendo di sistemarla. Se intanto vuol vedere sua figlia…”

Filippo prese in braccio quella bambina, entrò nella piccola stanza che separava il corridoio della sala operatoria dalla zona dove si opera. Vide la sua Alice, la chioma bendata e i ricci macchiati di sangue. Le sfiorò il braccio, sentì che era gelata. Ripensò a quella notte a Castiglioncello. Si spogliò nudo, si sdraiò nel letto vicino a lei e pensò che avesse freddo. Allora la strinse. Tenendo in mezzo a loro quella bambina in lacrime. L’unico suo ricordo di lei.
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Re: [#3] Nuda 13/07/2010 16:50 #358

FLUTTI DI RIBELLIONE di Natureboy


“È arrivato papà, è arrivato papà!!!”, esclamarono i tre bimbi. La macchina del signor Sigmund Smith percorse il vialetto e si fermò al solito punto, davanti alla cassetta delle lettere. Con la valigetta in una mano e le chiavi di casa nell’altra, raggiunse con l’abituale passo caracollante la luccicante porta d’ingresso e, dopo aver bisticciato con le chiavi, entrò nel suo nido familiare. I tre figli, rispettivamente di nove, sette e sei anni si fiondarono sul suo corpo estenuato dopo 10 ore di spossante e noiosa attività d’ufficio. Il signor Smith, dopo uno sbuffo e un’imprecazione, li allontanò pacatamente, sperando che la loro prorompente carica energetica si fosse esaurita nel giro di un’ora, consentendogli almeno per una volta di fargli vedere in santa pace il film della sera. Entrato in cucina trovò sua moglie Greta intenta a seguire un quiz alla tv, con una ciotola di arachidi davanti a sé e lo sguardo annebbiato, nonché leggermente strabico. La grassa donna neanche si era accorta dell’arrivo del marito, che nel frattempo si era sistemato al solito posto a tavola, con le spalle alla finestra e un orrendo quadro di gerani appassiti appeso sul muro esattamente di fronte a sé. Aveva sempre odiato quel quadro. I bimbi entrarono urlanti e sghignazzanti, andando ad urtare ulteriormente la pazienza del signor Smith. Cominciarono a cenare. Analizzando la poltiglia maleodorante che infangava l’impeccabile piatto di porcellana, appurò che si trattava di uova strapazzate. Le solite uova strapazzate. Stava mestamente allungando la mano verso la forchetta quando Greta, dopo un rutto fragoroso, prese la parola: “Siamo stati invitati dall’assessore alla cena di gala di domani sera. Sua moglie è una mia cara amica e mi ha dato due inviti. Mi raccomando, non farmi fare brutte figure!”. (“Dovrei essere io a non fare brutte figure?”) pensò il signor Smith, ma decise che era meglio non parlare e continuare a rimpinguarsi di uova devastate. Una cena di gala. Non era certo il tipo per quelle mondanità. Si sarebbe trovato come un pesce fuor d’acqua. E a dir la verità, un po’ si vergognava di sua moglie, così lontana dal concetto di “galanteria”. Era certo sarebbe stata una pessima serata. Pessima come la sua vita d’altronde, così tremendamente monotona e piatta.
All’indomani, tornato dalla solita ripetitiva giornata lavorativa, il signor Smith trovò uno smoking vecchio di una decina d’anni disteso sul letto. Lo guardò orripilato e consolidò la sua sensazione che la serata sarebbe stata un fiasco totale. Ma che ci andava a fare un mediocre come lui ad una serata di gala? Sicuramente ci sarebbero stati un sacco di snob ed eccentrici politicanti di periferia, con al seguito le loro altezzose e agghindate consorti; mica “signori nessuno” come lui. Di lì ad un paio d’ore avrebbe capito che non si era sbagliato di una virgola, anzi, la serata si prospettava anche peggio di come se l’era immaginata. Il salone era immenso, tutto tirato a lucido. Un’orchestra di viole rimembrava in un angolo una famosa aria del Beethoven. Gli invitati erano tanti, e tutti come se li era immaginati. Si sentiva così dannatamente un pesce fuor d’acqua che avrebbe volentieri trascinato con la forza sua moglie fuori di lì; ma Greta sembrava perfettamente a suo agio nel suo abbondante tailleur color malva, intenta a cianciare con le sue amiche altolocate. Guardandola esibirsi così falsamente a suo agio, il signor Smith provò pena per sua moglie, perché proprio non riusciva a comprendere che quelle donne si stavano prendendo gioco di lei, in un perfetto vortice di ipocrisie e maliziosità varie. Preferì allontanarsi e cercare di ammazzare il tempo al tavolo delle bevande.
Ma ad un tratto la musica si fece più intensa, e molti fra gli invitati cominciarono a danzare sulla pista improvvisata. Le donne indossavano maschere alla maniera delle dame borghesi della Francia settecentesca, il che, notò il signor Smith, donava loro un certo fascino misterioso. Ballavano grevemente, senza avere molta cura dei passi corretti, ma quelle donne assumevano una grazia particolare agli occhi del signor Smith, che le osservava incantato, come se non avesse mai visto nient’altro di così interessante in vita sua. Le loro movenze, i loro gesti, le loro mani affusolate, risvegliarono dal torpore profondo dell’animo dell’uomo un ardore svanito ormai da tempo; ondeggiavano e scivolavano goffamente sulla pista, pestandosi i piedi a vicenda, ma il signor Smith vedeva in loro le più grandi ballerine sulla faccia della Terra. Ora immaginava i loro volti sudati dietro le maschere, contratti in smorfie di concentrazione; ora immaginava le loro gambe candide effondersi in un eccesso di sensualità, con la cellulite in bella mostra e le vene varicose sgargianti; ora immaginava i loro seni danzanti, così soavemente leggiadri nella brezza dei campi; ora immaginava i loro villosi solchi brulicare di piacere e di goduria, un’apoteosi di ebbrezza e di estasi. Il signor Smith era pietrificato dinanzi a tanto splendore, e nel contemplare quelle donne nella sua dissoluta fantasia, sentì di aver recuperato in un attimo la passione della giovinezza. Si sentiva virile come non mai e nutriva un forte desiderio sessuale verso ognuna di quelle donne. Desiderava possederle, amarle, sodomizzarle in tutti i modi, come mai era riuscito a fare in vita sua. Completamente dimentico della sua pachidermica consorte, con lo sguardo annebbiato e vitreo, portò lentamente la mano verso il basso ventre e cominciò a massaggiarsi i testicoli fumanti. Eccolo, era arrivato il momento che aspettava ormai da troppo tempo. Si allontanò dal mini-bar e percorse trasversalmente la sala fino a giungere al bagno degli uomini. Si chiuse in una cabina e si guardò intorno con fare circospetto. Quel luogo era assai diverso dal resto del palazzo: era lercio, sudicio e puzzolente. Era perfetto. Con le mani tremanti e sudate fece scorrere la cerniera dei pantaloni e andò in cerca del suo vecchio complice così tanto abbandonato a se stesso. Il pene uscì dalla sua tana secolare come un re dalla sua reggia, trionfante. Finalmente veniva fuori per qualcosa che non fosse il semplice espellere i bisogni. Il signor Smith lo afferrò e con decisione fece scorrere la mano su e giù, su e giù, sempre più forte. Ormai era un impeto travolgente, e mentre godeva e sudava, nella sua mente rivedeva quelle donne al ballo, emananti vigore sessuale e sprizzi di dionisiaca estasi. Si, riabbracciava la vita con tutti i suoi piaceri. Sentiva le note del Beethoven sempre più forti e decise, vedeva fiotti di champagne scorrere superbi dalle scalinate, nelle narici l’inebriante profumo dei tulipani olandesi. Schizzi di vita, schizzi di gioia, schizzi di demoniaca rivolta. E fu oblio. Per sempre.
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