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[#4] Di felicità si può anche morire
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ARGOMENTO: [#4] Di felicità si può anche morire

[#4] Di felicità si può anche morire 11/06/2010 06:19 #129

Periodo: Luglio - Settembre 2009

Numero partecipanti: 8
icarothelight
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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:52 #359

2090 di White Lord


Buio. Silenzio. Poi una voce.
“Possiamo cominciare.”


Il rituale. Quell’insensata sequenza di parole e gesti con cui cerchiamo di dar ragione a cose che un senso non ce l’hanno. Con cui cerchiamo di dare un ordine cosmico a un universo troppo, troppo grande per noi. Il nostro universo. Un’insensata sequenza di parole e gesti.
Tutti hanno almeno un rituale, nessun uomo può davvero farne a meno. Persino il mio caro vecchio amico d’infanzia, il professor Wilhelm von Gottfried, ne aveva uno. Quell’insensata sequenza di parole e gesti con cui cominciava ogni esecuzione.
E, soprattutto, c’era quella frase.

Un brivido mi percorre la schiena, mentre l’ago penetra lentamente il mio cervello, diretto al centro del piacere. Con la stessa fluida lentezza, i ricordi degli ultimi giorni iniziano ad affollarsi in testa: la mia vita inizia e finisce quel giorno.

“Possiamo com…”
Lo sputo lo raggiunse in piena faccia. Uno sputo sul mio fottuto mondo di merda. Mi riscossi dal torpore e mi avvicinai alla vetrata che mi separava dalla sala delle esecuzioni.
Il condannato numero 2089 dell’anno. Una ragazzina. Occhi grandi, verdi, luminosi. Occhi vivi. Meravigliosamente bella. Non più di 16 anni. Un’unica colpa: pensare. Senza avere ancora la maturità sufficiente a capire che per sopravvivere, in questo mondo, bisogna saper scendere a compromessi con sè stessi.
Wilhelm fece irruzione in sala, furente come non lo avevo mai visto, pulendosi il viso con un fazzoletto. Il boia intanto, oltre il vetro, aveva già cominciato: un sorriso beato si stendeva sul volto della ragazza, anticipando lo stato di euforia e rendendo quel giovane viso ancora più bello.
Il rituale stavolta era andato a puttane.

Mi sento bene.
Il mio corpo si riempie di endorfine e altre meravigliose sostanze chimiche prodotte dal cervello eccitato, o direttamente sparate dal boia nel mio centro del piacere. Un dolce calore avvolge le mie membra intorpidite. Mi sfugge un mugolio di beatitudine. Sorrido.
Mi sento bene.
Galleggio in una nuvola di zucchero filato. La ribelle dagli occhi verdi è davanti a me. Mi guarda. Sorride. È così bella quando sorride. Mi sento le farfalle nello stomaco. La ragazza dagli occhi verdi mi bacia dolcemente sulle labbra. Sto per avere un orgasmo. Mi sfugge un risolino.
Mi sento meravigliosamente bene.


Quello che non ti aspetti. Una vita trascorsa in un mondo accuratamente costruito da terzi, in giornate tutte uguali, con persone tutte uguali. L’enorme rituale che è la vita. E poi qualcosa spezza il cerchio.
La ragazzina ormai rideva selvaggiamente e si contorceva, la felicità dipinta sul viso. Quella felicità così contagiosa per il mio scienziato: la rabbia per l’ultimo atto di rivolta di quella focosa adolescente si era già sciolta sul suo volto compiaciuto, mentre ammirava la sua macchina perfetta in azione. Poi, quello che non ti aspetti.
Avvertii distintamente la scossa elettrica percorrere la mia spina dorsale e schiacciarmi a terra, quando vidi quella goccia d’acqua salata rigarle il radioso visino. Una lacrima. Una lacrima sul mio fottuto mondo di merda.

Il mio centro del piacere sta impazzendo. E io con lui. Lo sento vibrare impazzito nella mia testa, imbottito di schifezze chimiche. Sto vibrando anch’io.
Rido.
Rido come un disperato. Vorrei smettere ma non posso. È tutto così divertente. La ragazza dagli occhi verdi è svanita quando ho iniziato a ridere. Mi manca.
Non voglio morire.
Un barlume di lucidità. Un secondo solo. Mi basta.
Un ultimo gesto di ribellione. Mi sforzo.
Il mio centro del piacere continua a ridere. Io no. Lui è felice. Io non sono felice. Io non voglio morire.
Sento gli occhi umidi. Ce la posso fare. Una lacrima schizza via dalla mia palpebra. Urla, brucia, ride. Una lacrima libera. La mia libertà.
Rido. Sto piangendo.


“Wilhelm… La ragazza stava piangendo.”
Mi sorrise, con l’atteggiamento paziente di un padre che redarguisce il figlio:
“Non dire sciocchezze. È un riflesso automatico del corpo. Conosci il procedimento, lo pratichiamo insieme dall’inizio. Muoiono felici, non avrai dubbi su questo, spero.”
Il procedimento. Il braccio perfetto della Corporazione Terrestre. Il manifestarsi in atto della splendida, terribile e razionale filosofia che ne è alla base. Partorita con grandi giri di parole dai filosofi di regime, eppure estremamente semplice nella sua spietata lucidità. Questo è il migliore dei mondi possibili. Il nostro governo il migliore dei governi possibili. Formato dal popolo per il popolo, non può volere il suo male. Tutte le sue scelte sono le migliori possibili nell’unico Scopo ed obiettivo universale: la felicità dell’uomo. Se qualcuno manifesta chiari sintomi di infelicità è soltanto un suo problema. Un difetto genetico, un errore, un bug del sistema in quella macchina perfetta che è il nostro universo. Difetto genetico che va eliminato. Non tanto perchè la sua infelicità può guastare quella faticosamente raggiunta dal migliore dei governi possibili, ma perchè se lo Scopo è la felicità universale e non è possibile ottenerla in questo mondo, il governo deve consentirti di lasciarlo. E devi lasciarlo da uomo felice.
Il procedimento. Morire di felicità.
Guardai in basso per qualche secondo, schiacciato dal peso improvviso e inaspettato del dubbio. Scuotendo la testa osai mormorare:
“Non so Wilhelm, non so… E se stessimo sbagliando?”.
L’errore fatale. La follia è un attimo. È uno sputo in faccia. È una bella ragazza. È una lacrima sul viso. La follia sono gli occhi verde speranza di una ribelle in un pomeriggio di primavera. È credere per un solo secondo che l’amicizia sia una variabile in quella fredda equazione che è il nostro fottuto universo di merda.
L’errore fatale.
Wilhelm mi guardò intensamente. Mi stava leggendo dentro. Il sorriso non scompariva mai dalla sua faccia bonaria. Ma conosceva tanti modi di sorridere, lui. Quello era un sorriso ghiacciato, un sorriso che puzzava di morte.

Il mio corpo è squassato dalle risate. Mi sento debole, stanco.
Non posso continuare così.
È come se diecimila mani mi solleticassero tutto il corpo. Mi fa male la pancia, mi fa male tutto. Ma continuo a ridere. Una risata folle, isterica. Una risata chimica.
Basta, non ce la faccio più.
Mi manca l’aria. Il mio cervello è in tilt. Sta morendo in un turbinio di colori e di suoni sconosciuti. Sta morendo in un universo che non è il suo.
Rido. Rido e ancora rido.
Ma fa male. Fa terribilmente male.
Vi prego, vi prego smettetela. Basta così, abbiate pietà.
Sto morendo.
Voglio urlare, voglio implorare, voglio chiedere perdono. Cerco di aprire la bocca, ma mi escono solo risate, risate, altre risate.
Soffoco di risate.
Soffro, terribilmente soffro.
Non ce la faccio più.
Vi prego basta.
Basta.

Basta.
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Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:53 #360

STORIA IN SETTE TEMPI di icarothelight


PRIMO TEMPO
“Prendi fiato e cerca di ripetere bene tutto!”
“ Ma-Marco non e’ colpa mia… te l’ho detto… e’ che non lo trovo più non so come sia accaduto, m-m-ma non…”
“Vaffanculo, cazzo! Cazzo! Lo sai cosa succede appena arrivo vero? Lo sai!? Se non troviamo quel dannato biglietto, ti affetto con le mie stesse mani! Quant’e’ vero Iddio!”
“M-M-Marco… mi spiace”
Click.

SECONDO TEMPO
Dario rimase con la cornetta del telefono in mano per qualche secondo. Il silenzio dopo tutto quel vociare, non lo sollevava affatto. Stava solo a significare che aveva ancora solo qualche minuto. Doveva trovare il biglietto della lotteria altrimenti Marco l’avrebbe fatto fuori. Di questo era più che consapevole!
Avevano fatto il botto questa volta. Il primo premio: 500 mila euro a testa! E dire che aveva fatto tutto per bene: solo tre giorni prima si era recato alla ricevitoria più vicina ed aveva comprato due biglietti. Incredibilmente uno si era rivelato quello della svolta. Erano sempre stati dei poveracci, criminali da quattro soldi che in qualche maniera erano riusciti sempre a cavarsela, finalmente adesso avrebbero trovato una nuova vita. Sempre che lui ritrovasse…
Si guardò ancora intorno. Come aveva potuto perderlo? Cercò per l’ennesima volta in ogni angolo della stanza, ma il risultato fu lo stesso. Poco dopo finì per piangere. Qualche minuto più tardi aprì la finestra e guardò giù. Non soffiava un filo di vento, una giornata limpida in pieno giugno. Si alzò sul davanzale e contò fino a due. Al tre si lasciò andare.

TERZO TEMPO
Gianluca, camminava con la mani in tasca, contando i propri passi. Aveva finalmente lasciato Laura. E mai nella sua vita aveva usato meglio la propria testa. Era una relazione al capolinea da circa un anno del resto. La poveretta sembrava non averla presa poi troppo male. E a dirla tutta gli era parso strano. Che quella stronzetta se la facesse già con un altro? Beh poco gli importava. Lui era tornato un uomo libero e questo gli bastava!
“ Mi scusi, amico, avrebbe qualche moneta? Sono un po’ in difficoltà ultimamente…”
L’uomo che gli sorrise, non poteva aver superato i quaranta. Pareva piuttosto malandato, i radi capelli non incontravano shampoo da troppo tempo. Anche l’odore che emanava in genere era ben poco sopportabile.
“Mi spiace, amico, hai trovato la persona sbagliata, nel giorno sbagliato!” gli rispose, stringendo a sè la borsa a tracolla, augurandosi che la discussione finisse lì. L’altro gli sorrise, mostrandogli denti cariati e voragini: “Mi sa che la giornata e’ sbagliata” gli confermò “ma la persona… quella e’ giustissima! Dammi la borsa, stronzo!”
Un coltello comparì improvvisamente e si fermò a pochi centimetri dal ventre di Gianluca.

QUARTO TEMPO
La donna delle pulizie si chiamava Dolores. Un nome del cazzo a dirla tutta, ma se n’era fatta una ragione, su questo non c’era nulla da dire e se l’aveste conosciuta, avreste confermato. Arrivò alla numero 23 dopo aver pulito la 22 (la matematica era il suo forte!). Bussò una due tre volte. Nessuno rispose e quindi come gli avevano insegnato da ormai 18 anni, entrò. C’era una gran confusione dentro la stanza. Probabilmente i signori che l’abitavano si stavano ingozzando della colazione a buffet di sotto. Pulì tutto molto in fretta e fu quando entrò in bagno che notò qualcosa. Si avvicinò al gabinetto ed osservò meglio: proprio in fondo, vicino allo scarico, gli parve di vedere il lembo di un pezzo di carta o forse di una banconota. Non gli passò in mente certo che potesse essere un biglietto della lotteria.

QUINTO TEMPO
“Allora! Ti ho convinto adesso?”
L’uomo puzzolente lo guardava compiaciuto, mentre le gambe di Gianluca cominciavano a tremare. Non avrebbe mollato la borsa così facilmente. No di certo! Non con quello che c’era dentro!
Ma si sentiva con le spalle al muro… sollevò il viso al cielo sperando in chissà quale miracolo e la sua faccia disegnò un’ espressione talmente assurda che costrinse l’uomo-puzzola a cercare di capire quale ne fosse il motivo. Ma non ne ebbe il tempo. Un uomo lo investì dall’alto, uccidendolo sul colpo. Settantadue chilogrammi
di Dario per l’esattezza. Gianluca osservò la scena per pochi secondi poi senza pensarci troppo… rovistò nelle tasche di Dario e vi trovò il portafoglio con settantadue euro, che fu ben felice d’intascarsi. Passò al
setaccio anche la puzzola, che si rivelò al verde. Con un gesto di stizza corse via, guardandosi in giro. Nessuno pareva interessato alla sua corsa. Di li a pochissimo, molti curiosi si sarebbero invece fermati a prestare soccorso ai due uomini che aveva da poco abbandonato.

SESTO TEMPO
Marco stava impazzendo. Quel cazzone di Dario non rispondeva più al telefono. Quel minorato diceva di aver perso il biglietto!… Già diceva… per un attimo si chiese se fosse possibile che se la fosse svignata. Che gli avesse raccontato la frottola di averlo perso per mettergliela in quel posto? Ne ebbe un po’ di sollievo. Magari fosse stato cosi! L’avrebbe scovato in fretta e recuperato il biglietto senza più dover dividere con quell’idiota. Purtroppo sapeva benissimo che non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Dario quel biglietto l’aveva perso per davvero. Accelerò ancora e batté un pugno sul volante della vecchia Golf di cui era alla guida. Fu così che il nervosismo non gli permise di vedere il semaforo rosso. Continuò la corsa ignaro, mentre dalla strada gli spuntò improvvisamente un uomo in piena corsa. Non riuscì neanche a frenare. Lo prese in pieno, scaraventandolo dall’altro lato della strada.
Arrestò la macchina urlando parole incomprensibili.
Ci mancava solo questo, cazzo.
L’uomo steso per terra non si muoveva e teneva stretto tra le mani una borsa a tracolla, quasi fosse più importante della vita stessa. Si guardò velocemente intorno. La strada era deserta.
Probabile che qualcuno avesse visto qualcosa? Sì probabile, ma non ci pensò troppo. Mise la prima e sfrecciò verso l’albergo, Dario ed il suo dannato biglietto della lotteria.

Arrivò all’albergo poco dopo. Una folla di persone si era radunata dalle parti dell’ingresso. Sembrava fosse accaduto qualcosa. Ma nulla gli importava. Scese dalla macchina e in un lampo si trovò nella reception, dove non s’accorse della totale assenza del personale. Prese l’ascensore ed si diresse verso la stanza 23.
Entrò in fretta e furia urlando il nome di Dario a tutta voce. Per risposta ricevette una specie di lamento provenire dal bagno. Aprì la porta socchiusa e vide una donna in ginocchio di fronte al gabinetto. Gli parve una scena surreale. Come scritta in un copione di qualche anno prima, per certe rappresentazioni teatrali che non facevano più ridere.
“E tu chi cazzo sei?” Le domandò con strana rilassatezza.
“Mi aiuti signore m’e’ rimasto il braccio incastrato! Non riesco più a liberarmi!”
“Ma fottiti” fu la sua risposta. Poi realizzò che il suo amico non era nella stanza.
Davvero quell’invertebrato gliel’aveva messo in quel posto ed era scappato con il biglietto vincente? L’ira gli montò addosso e per poco non sparò diritto alla vecchia incastrata, solo per sfogarsi. Dopo aver cercato e ricercato nella stanza si dovette rassegnare… uscì dall’albergo e alcuni uomini in divisa lo fermarono appena prima che entrasse in macchina.
“C’è stato un incidente non lontano da qui… un uomo è morto ed un automobilista è scappato” gli dissero.

SETTIMO E ULTIMO TEMPO
Dario era ancora vivo. Se ne rese conto quando si svegliò nell’ambulanza. Il suo volo aveva incontrato un imprevisto a quanto pareva. Non ricordava molto ne’ di ciò che era successo, ne’ della sua stessa vita. “Sbottonagli per bene la camicia, slacciagli i pantaloni e togligli le scarpe… Deve stare più comodo possibile, ha fatto un gran brutto volo…”
La donna che parlava era un’infermiera di circa trent’anni. Una bella ragazza che l’osservava e dava
direttive ad un altro uomo.
La testa di Dario pareva la giostra di un luna park. Un senso di leggerezza lo investì ripetutamente. Perse nuovamente i sensi di lì a poco.

“Che diavolo e’?” chiese l’infermiere.
“Che diavolo e’ cosa?” Gli rispose la bella donna sui trenta.
“Questo!” Gli rivelò l’uomo. “L’ho trovato dentro una scarpa del mancato suicida.”
“Mi pare chiaro cosa sia, mettiglielo in tasca, non è roba nostra…” Gli ordinò.
L’uomo eseguì l’ordine un po’ controvoglia.
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Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:54 #361

NOTTE TARTARA di Bob_Bolognese


Settembre 2008. Dintorni di Kazan, Tartastan
Sentiva solo il rumore della pioggia, inizialmente. Gli era sempre piaciuta la pioggia. Da quando era arrivato nei pressi di quel locale, non aveva smesso un attimo. Aveva spento il motore dell’auto nel parcheggio attiguo ad esso e si era messo pazientemente in attesa. Fuori, quel ritmo incessante, quel picchettio incontrollato gli dava una sensazione di benessere. La notte era più buia del solito e la brezza del vento era più fresca dei giorni precedenti, sentiva che il rigido freddo del deserto era ormai lì per arrivare. Si sistemò il bavero del cappotto nero che indossava, e lentamente infilò i guanti in pelle, neri anch’essi. Ad operazione ultimata li rimirò, quasi appagato, alla luce fioca del lampione lì fuori, mentre un sorriso ben delineato apparì sul suo viso pallido e smagrito, gli occhi grigi ridotti a fessura sembravano in contemplazione su di loro. Riprese infine a guardare fuori dalla macchina. Le gocce di pioggia non sembravano volersi fermare. “Amo la pioggia – pensò – crea la giusta atmosfera.” Le gocce cadevano veloci sul parabrezza. Vide una donna affrettarsi ad entrare nel locale, accompagnata da un uomo con un ombrello. D’improvviso, un’auto entrò nel parcheggio del locale. “Una Subaru – aggrottò le sopracciglia – pessime macchine, le Subaru”. Fischiettò e si guardò per un attimo allo specchietto retrovisore, aggiustandosi il cappello. Si guardò i guanti nuovamente, poi con le dita cominciò a tamburellare sul volante. Le luci della Subaru si spensero, e vide un uomo uscire dall’abitacolo. Le dita si fermarono. “Che brutta faccia – disse ad alta voce – non mi piace la tua faccia”. Lo osservò mentre entrava nel locale. Fu in quel momento che prese la decisione. Aprì la portiera dell’auto.

“Maledetta pioggia!” pensò, mentre entrava nel locale. Il Mantiz gli era sempre piaciuto. Il classico locale appena fuori dalla caotica città, dove poter mangiare qualcosa tranquillamente e staccare la spina per un attimo. Ci andava spesso durante i week-end, in compagnia di Sveta, la sua donna. il padrone, Roman, era un suo vecchio conoscente. Lo vide che stava seduto al solito posto, vicino alla cassa, e gli si avvicinò.
“Salve, Roman. Un tempaccio questa sera. Vedo che il locale non è pieno come al solito, probabilmente è dovuto a quella pioggia”.
“Signor Boris! Buonasera! La stavamo aspettando. Mi stavo giusto chiedendo se avesse deciso di non venire più. E la signora Svetlana, non c’è questa sera?”
“Un impegno di lavoro. Arriverà a momenti”.
“Oh, capisco. Prego, si accomodi. Il tempo non è clemente con noi, ma che vuole farci, non siamo certo in California!” Roman si dimostrò, come al solito, quel che era, un amabile mattacchione.
Una cameriera lo accompagnò al suo tavolo, accanto ad una coppia di anziani signori, intenti ad assaporare del borsch.
“Non vedo l’ora che arrivi” pensò, mentre si sedeva.

Il cappello a tesa larga lo proteggeva egregiamente dalla pioggia. Controllò il caricatore, e fischiettando un allegro motivetto che aveva sentito poco prima in radio, si diresse verso una finestra, da dove poteva veder bene l’interno del locale. Era allegro, lo era sempre in situazioni del genere.
Sentì sopraggiungere un’auto. Ripose la sua beretta all’interno del cappotto con discrezione. Era una bionda, che parcheggiò proprio accanto alla Subaru dell’uomo che aveva visto entrare. La vide dirigersi spedita verso l’ingresso, camminando con eleganza sopra i tacchi di dieci centimetri, sotto il diluvio. Quando entrò, l’uomo tirò nuovamente fuori la pistola, e le rivolse uno sguardo amorevole.
“La mia piccola Dascha” mormorò, baciando la canna della pistola. Guardò verso la finestra, davanti a sé vedeva seduto quell’uomo che non gli piaceva per niente.
Sorrise e socchiuse gli occhi, pregustando le sensazioni che avrebbe provato di lì a poco. “Come quella volta al Samara’s. – pensò – Oh, che tripudio di emozioni, quella volta! La donna mi aveva guardato agonizzante, mentre cadeva al suolo. Tutti gli avventori del locale erano disperati. Oh, sì, che godimento quella volta! Tutti terrorizzati e sgomenti, è stato sublime.” Rise.
Sotto la debole luce del lampione, puntò fieramente il grilletto verso l’uomo dentro il locale. Udì una voce femminile (“Boris!..”) e vide l’uomo voltarsi sorridente. Non ci badò: guardò la pistola, quindi chiuse gli occhi e dopo pochi, interminabili secondi, sparò.
Il vetro infranto, il tonfo di un corpo a terra, le urla delle persone, i bicchieri rotti: l’animazione che scaturì da quello sparo, erano musica per le sue orecchie, e li assaporò pian piano. Poi aprì lentamente gli occhi e vide con sorpresa che l’uomo era in piedi, lo sguardo raggelato verso terra.
“Sveta! – urlava – Non può essere!”
“Boris..” sussurrò flebilmente la bionda, agonizzante a terra
Boris si volse verso la finestra rotta, poi corse verso l’uscita.
Sentì aprirsi la porta. Boris lo guardò ferocemente e stava per dire qualcosa quando lui gli sparò di nuovo, colpendolo ad una gamba. Il suo volto era il simbolo del godimento in quel momento. “Una coppia, addirittura! In una sola notte!” pensò. Boris cominciò a trascinarsi sotto la pioggia, verso la sua Subaru. Non perse tempo e cominciò a sparargli, una, due, tre volte: Boris cadde a terra, colpito di nuovo. L’uomo urlò di gioia, guardando la propria vittima. Con calma, poi, si diresse all’ingresso del locale. Si affacciò: vedeva persone a terra coprirsi la testa con le mani, sotto i tavoli. Seduto più in là un cameriere, che guardava nella sua direzione, con intorno cocci di vetro. Vide il proprietario, vicino alla cassa, paonazzo, gli occhi a palla spalancati che lo fissavano, il sudore gli colava dal grasso viso mentre con le mani tremanti cercava qualcosa.
“Mio signore..” fece in tempo a dire, prima che una pallottola gli forasse la testa lucida ed il sangue copioso cominciasse ad imbrattare le piastrelle bianche del pavimento. La gente urlò di nuovo mentre gli occhi dell’uomo fiammeggiavano.
“Sergej! Io mi chiamo Sergej! Non mi piace chi mi chiama signore! Chiaro?”
La sua improvvisa ira scemò velocemente alla vista del sangue che scorreva lungo il corpo di Roman. Sorrise di nuovo rivolgendosi ad una cameriera, che giaceva lì accanto, sconvolta. Sergej si tolse il cappello, ed accennò un breve inchino:”Incantato, signorina..”
Fu in quel momento che sentì accendersi un motore. Era la Subaru.
Sparò verso il parabrezza, ma la macchina si mosse e sgommò verso la superstrada. Sergej vide la scia di sangue partire dal punto in cui era Boris fino a dov’era la macchina. “Mi piace.. Vuoi giocare..” disse tra sé e sé.
Entrò velocemente nella sua Audi, girò la chiave e partì all’inseguimento. Nessuno in giro, a quell’ora. Imboccò la superstrada, che tagliava il deserto dei tartari, culla di antiche civiltà barbare brutali e spietate. Quando l’iniziò a percorre e la vide così, al buio, sotto la pioggia, dritta davanti a sé per centinaia e centinaia di chilometri, fu proprio allora, in quel momento, che gli si accese la miccia dell’irrazionalità più totale, del sadismo più sfrenato, e raggiunse il suo culmine al materializzarsi dei fanali posteriori della Subaru, esplodendo in una fragorosa e diabolica risata, con l’estasi dei sensi sempre più vicina. Rimontò ben presto Boris e gli si accostò, mentre sfrecciavano nell’oscurità tartara. Fu allora che aprì il finestrino, perché voleva vedere Boris soffrire, voleva vedere il suo viso terrorizzato.
Rise, e ridendo urlò il suo nome “Boris!” a grande voce, come se potesse sentirlo. “Boris!” gridò di nuovo, e gli andò contro con l’Audi, cercando di farlo uscire di strada. L’auto di Boris resistette. “Boris!” Un’altra risata, un’altra sportellata. La Subaru toccò il guard-rail. Sergej lo strinse ancora di più, e dopo un’ultima, agghiacciante, demoniaca risata, lo colpì un’ultima volta. La Subaru si capovolse, mentre Sergej perse il controllo, uscì fuori strada e si schiantò contro un albero. Venne sbalzato fuori dall’abitacolo e cadendo sentì un dolore lancinante montargli per tutto il torace ed alla testa. Aprì leggermente gli occhi, riuscendo a vedere davanti a sé il fuoco provenire dalle macerie dell’auto di Boris. Pensò a quanto era stato emozionante, pensò all’eccitamento provato, pensò che non era mai stato così felice in vita sua. Sorrise ancora una volta e chiuse gli occhi. Ora sentiva solo il rumore della pioggia.
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Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:55 #362

IN AEREO di Mike975


L’imbarco

L’aeroporto di Madrid brulicava di gente che si ritrovava a dover fare i conti con quella strana legge fisica che permetteva di alzare in cielo e far
librare in aria tonnellate di materiali vari mischiate a corpi umani con i loro sentimenti.
Sentimenti che a volte pesavano più delle stesse persone.
Ma stavolta il clima che si respirava all’imbarco del volo verso New York era leggero; motivo in più per vincere la forza di gravità.
Il destino o il creatore li aveva riuniti lì come in un disegno divino.
In questo momento stava arrivando un calciatore famoso attorniato da reporter vari.
“Vai che sale con noi” disse Alex.
“Almeno in viaggio di nozze non puoi spegnerti con il calcio?”rispose Raffaella.
Molti di loro arrivavano fortemente segnati da esperienze piuttosto pesanti.
Come questa coppietta portoghese.
“Partire è un po’ morire” disse Ricardo superando il metal detector.
“E noi la morte l’abbiamo vista in faccia eh?”fece eco la sua compagna.
O questa ragazza sudamericana mano nella mano con il suo ragazzo (attaccatissimo al suo portatile) che tornava nel suo paese a far conoscere il compagno conosciuto in Europa.
“Ti piacerà vedrai”disse lei.
“Guarda che ne ho visti tanti di bei posti Que”rispose lui sorridendo alle hostess che gli davano il benvenuto a bordo.
Poi ancora un signore dallo sguardo spento che quasi si scontrava con un non-vedente che stava entrando con il suo bastone bianco. Inquietante a fine coda si
aggiungeva un signore che aveva l’aria di una spia internazionale o forse un investigatore privato.

Il volo

La trasvolata oceanica procedeva a buon ritmo, la felicità dei presenti era palese nell’aria e nulla lasciava presagire il loro futuro immediato.
Contentissimo poi il pilota dell’aereo conscio del forte ruolo che rappresentava… si voleva divertire e sull’oceano a circa meta volo iniziò.
Invitò a brindare al suo primo volo da comandante le hostess e il suo seconda pilota e li fece addormentare tutti con del potente sonnifero; poi chiuse ogni
collegamento radio e fece il suo ingresso nell’area passeggeri.
“Voi credete in Dio?” disse ad alta voce Alessandro il comandante dell’aereo. Nessuna risposta, solo sbigottimento generale.
“Ho detto – pausa – Voi credete in Dio?”ribadì urlando. Mormorii vari si susseguivano tra le persone, se non fosse stato il comandante, avrebbero chiesto di zittirlo e non disturbare ma in questo caso la situazione risultava imbarazzante.
“C’e’ qualche problema nel volo?”disse qualcuno impaurito.
“Mi fa paura” disse un altro.
“Ebbene io dico che il vostro creatore esiste e vuole farvelo sapere; non abbiate paura e non temete, lui è qui con noi anche in questo momento”.
“Non me ne frega niente”disse il tipo dallo sguardo spento e poi aggiunse “e se veramente esiste è maligno come la vita e il dolore che mi ha dato”.
“Bisogna saper accettare il proprio ruolo nella vita nel bene e nel male”rispose il comandante.
“Basta farneticare”arrivò una voce”dicci cosa vuoi e dove vuoi arrivare”.
“Io sono l’inviato del creatore e lui vuole la vostra felicità; io sono il mezzo con il quale lui comunica con voi”.
“Allora io sono felice se torni a pilotare… e poi non vedo più in giro le hostess, dove sono?”s’intuì tra la gente.
Il brusio cresceva e la situazione prima idilliaca ora trapelava ansia; molti si stavano alzando, altri si consultavano con stupore, altri avevano solo
paura; qualcuno di nascosto provava a telefonare a casa.

L’epilogo

Il figlio del creatore decise che era ora di dare una svolta.
“Qua non prende nessun cellulare e non provate a farmi del male perché il Suo volere non è questo; ora fermerò l’aereo in volo a mezz’aria”.
L’aereo fermò i motori e rimase immobile nell’aria senza cadere.
La gente stupita iniziò a credere, i più fedeli si misero a piangere e a pregare… qualche scettico sbigottito provò a ribattere.
“Sei un buon illusionista ma non ho capito cosa vuoi da noi?”
“Felicità ha detto mio padre, siate felici”.
“E come possiamo essere felici su un aereo fermo in aria in pieno oceano?”chiese la folla.
“Dovete credere ed io vi darò la vita eterna”.
“Signore, ci dia un’altra prova della tua potenza e convincerà tutti”.
“Anche più di una, vi farò sognare e sarà il sogno più bello che abbiate mai fatto, sarete felici, realizzati e durerà in eterno”.
Poi disse “Ora sia fatta la sua volontà”.
E il silenzio calò su quell’aereo, rimase lui solo sveglio a contemplare l’onnipotenza di suo padre compiacendosi non poco.
“Così ho fatto il tuo volere. Questo volo non finirà mai, non arriverà mai a destinazione se non per il tuo volere, ora posso sparire con loro ma tu
ricordati di me”.

Ho voluto che le mie creature potessero morire felici, dopo averle usate a mio piacimento per interpretare quello che le mie idee scaturivano di UniVerso in UniVerso.
Come promesso a te invece figlio mio, risorgerai in un altro racconto, se il mio creatore mi darà la possibilità di scriverne ancora.
Loro, il frutto dei miei pensieri svaniranno per sempre al termine di questo UniVerso.Ora.
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Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:55 #363

IL RE NON SI DIVERTE di Natureboy


Suonano le trombe sui bastioni. Bandiere rosse e gialle sventolano vigorose nel cielo cristallino. La popolazione intera si riversa esultante verso il castello, annusando nell’aria aroma di cambiamento. E’ un giorno di festa, e i soldati non badano granché ai ladruncoli dodicenni che furtivamente depredano gli ortolani.
È stato eletto il nuovo re! Niente conta di più al mondo in questo istante, nessuna catastrofe naturale può urtare la gioia dell’evento. Migliaia di persone di tutti i ceti sociali accorrono frenetiche ai piedi del torrione principale, in attesa di vederlo, di inneggiarlo, di lodarlo. Manca poco ormai, le finestre si sono già aperte e le guardie del corpo sono uscite baldanzose con la divisa delle grandi occasioni. Una sagoma si staglia contro la penombra dell’interno del castello. Eccolo! Il nuovo re si affaccia giubilante al balcone per salutare il suo popolo. Un’ovazione lo accoglie amorosamente, resa ancora più calorosa dall’odio provato per decenni verso il suo tiranno predecessore. Anche lui al momento dell’elezione era stato osannato in tal maniera dai cittadini, ma con il passare degli anni si era progressivamente rivelato un despota, un ozioso orsacchiotto spelacchiato, curante solo del proprio benessere. Le guerre e la carestia avevano attanagliato la nazione, che non si era fatta pregare nel mutare il suo iniziale affetto verso il sovrano nell’odio più sfrenato. Ma tutto ciò non può accadere con il nuovo re. Questo è diverso, basta guardarlo in faccia. Eh si, che faccia determinata, sembra proprio uno di quegli eroi delle Crociate dipinti negli arazzi del castello! Lui avrebbe guidato il popolo e l’intera nazione verso una nuova era di prosperità e ricchezza. Avrebbe conquistato il mondo, lo si legge chiaramente in quegli occhi gaudenti e radiosi, ma sinistri nello stesso tempo.
Il re alza la mano e invoca la sua gente. Un boato risponde al suo gesto. Il potere è suo e niente può portarglielo via. Niente.

VENT’ANNI DOPO
Né era passato di tempo da quel giorno. Non lo si leggeva soltanto dalle rughe sui volti di coloro che erano allora presenti, ma soprattutto dalla loro condizione. Il re aveva sfidato il mondo, e il mondo aveva risposto. E a vincere era stato quasi sempre quest’ultimo. La fame e la miseria spadroneggiavano forse più del sovrano, ormai indebolito nel fisico e nel morale. La corte reale era un pullulare di sguardi angosciati e irrequieti. Il re non era più in grado di affrontare l’invasione dei nemici a nord della nazione. A preoccupare infatti non era tanto l’inefficienza dell’esercito, quanto la scarsa vena del monarca. Giaceva ormai da giorni sulla sua poltrona preferita, quella che dava sulle montagne. La barba cadeva incolta sull’ampio ventre. La corona pendeva pericolosamente da un lato contribuendo a rendere il suo aspetto ancora più dimesso. Il suo sguardo non era più quello di una volta, non era più quello di quella volta. I suoi occhi erano quelli di un uomo che aveva consumato la vita succhiandoci dentro con avidità. Aveva sfruttato anche più del dovuto la sua posizione, ma l’entusiasmo iniziale non era bastato a regalargli la gloria, oltre che il potere. Ora attendeva la disfatta, l’ultima inesorabile sconfitta, la fine della sua personalissima fine, iniziata con l’inizio del suo regno.
I cortigiani più influenti avevano constatato la pericolosa indolenza del sovrano, forse addirittura peggiore dell’esuberanza dei primi anni. Doveva essere spronato, e subito. Doni e omaggi frondosi gli arrivavano puntualmente, ma niente sembrava motivarlo a difendere la sua patria e il suo antico orgoglio.
Intanto il giullare cantava:
E allora perché, se ha tutto il mio re, stasera si è nascosto sotto il tavolo?
Presto, che già dalle scale sale profumo di torta di mele
Qualcuno lo deve tirare fuori, insomma non fanno così i signori!
Tiratelo fuori da sotto la panca, mettetegli in viso un’aria meno stanca!!!

Nessun regalo, nessun ossequio era stato sufficiente a restituirgli la cattiveria di un tempo. Il re era sempre più apatico, ormai trascurava anche se stesso. Le riunioni segrete fioccavano sotto il suo naso, alla disperata ricerca di una soluzione. Il bene della nazione doveva essere garantito ad ogni costo. Ad ogni costo. Il consiglio di corte era pervenuto ad un compromesso doloroso, ma inevitabile. Era giunto il momento di cambiare, di invertire la rotta. Con il re o senza.
Il giorno del suo compleanno era stata organizzata una grande festa a palazzo. Ogni ben di Dio era stato messo a disposizione del lungo muso del sovrano, alla faccia dei cittadini sempre più poveri e abbruttiti dalla fame. La cena abbondante aveva riempito a dovere il largo pancione del re, risollevando lievemente il suo umore. Gli ipocriti sorrisi dei cortigiani lo avevano parzialmente rassicurato, e satollo si era allontanato dalla tavola con una bottiglia di vino sotto braccio. Quella notte, sorseggiando il nettare tanto pregiato, aveva finalmente deciso di cambiare, di riprendere in mano la nazione e di guidarla alla vittoria. Ce l’avrebbe fatta questa volta. La fortuna era dalla sua, la sentiva scorrere dentro di sé come un liquido deglutito ad ampi sorsi. Ma il lampo di euforia era stato fuggente, veloce come era giunto così era sparito. Le fitte lancinanti allo stomaco lo avevano fatto cadere dalla sedia. Che guaio, si era insozzato il bel vestito!
E il giullare cantava ancora:
Tardi, adesso si è fatto tardi, la fiamma si è spenta nei candelieri
Vi prego, scusatelo cavalieri: viziato, ma questo lo è sempre stato
Da sotto la tavola il vino sta uscendo, è certo ubriaco starà già dormendo
La macchia si allarga, si spande pian piano. Ma Dio, ma che strano colore quel vino!!!

La vita abbandonava il sovrano, così come lo abbandonava la voglia di morire. Che ne era stato della sua vita? Quanto di buono era riuscito a fare? Povero re, che modo grottesco di andarsene. Povera nazione, che triste destino la attendeva. E mentre pensava a tutto questo, con il poco fiato che gli era rimasto cantava lievemente:
I campi ormai non fioriranno più, che resti qui o che ritorni su
Non è per me che i giorni vanno via e l’aria non è mia
Di campi poi io non ne ho visti mai; soldati si, battaglie quante vuoi
Puoi chieder tutto e tutto mi darai, ma…

…ma il re non si diverte MAI!!!
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Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:58 #364

RICORDI... di gensi


Per quella volta che con il camper delle Micro Machines avevi deciso che doveva nevicare e lo hai riempito di borotalco,per tutte quelle volte che di nascosto lasciavi quel registratore enorme sotto il tuo letto mentre io ero con i miei amici per sentire cosa dicevamo,per quella volta che ho vinto il CD di Gigi D’Agostino quasi che 105 sapesse che ti avrebbe accompagnato per anni e anni,
per tutte, ma proprio tutte le partite fatte ad NHL ’96 del Mega Drive, le migliori 50.000 Lire mai spese in quel di Modena,e per tutte quelle volte che hai fatto il mio avversario durante le partite di Stanley Cup ma, soprattutto, per quelle sfide Chicago Blackhawks vs. Toronto Maple Leafs rigorosamente senza falli,per le partite fatte con i tappi dei succhi di frutta sul parquet del corridoio di via Audisio,per quella volta che abbiamo fatto l’edicola e avevamo disegnato a mano album e figurine,per i bagni nella vasca insieme, io, te e quei pupazzi rotondi che schizzavano acqua,per quel disegno gigante fatto a casa di zia, cos’erano, 18-20 fogli tutti attaccati con lo scotch,per quella volta che ti dovevi tagliare i baffi,e quell’altra che ti eri nascosto i cioccolatini nelle scarpe, ad agosto,per tutte quelle volte che io giocavo a Championship Manager, alias Scudetto, e tu che cavolo facevi ore ed ore nelle altre stanze,per tutte quelle partite sotto, in due, io e te,per tutte quelle “sbombe” che dopo 15 minuti si tramutavano in “non ho più voglia, torniamo su”,per tutte quelle partite in casa con la pallina e tutte le relative sciuicchiatine,per tutte quelle volte che “ti dovevi fare i tuoi amici”,per E-Jay e per tutte quelle volte che: “ascolta questo pezzo”,
per tutte quelle volte che “fammi ridere Fra” che tanto mi faceva sentire importante,
per il beatbox hardcore in macchina quasi da collasso, per il salvagente che continuava a rotolare, per la ciabatta sporca e puzzolente che si poteva “tagliare”,
per quella volta che mi hai fatto uscire la coca cola dal naso,per tutta quella musica, sempre e comunque,per la neve compagna silenziosa e fedele di giornate che non passano più,
per quella volta che suonare il flauto la faceva aumentare,per i tuoi denti sulla scala ancora da aggiustare di nonna,per la palla che da nonna finiva rigorosamente giù ai Mulineddri,per tutte quelle volte che baravi per far vincere l’Italia al gioco delle calamite della caldaia, con annessa telecronaca e scambi di linea,per tutte le telecronache che facevo ogni volta che giocavamo a qualcosa,per il gioco delle regioni d’Italia e per vedere chi conquistava cosa,
per il gioco delle monete e dei partiti politici che avrebbero vinto,per il gioco che ogni carta era una squadra e quando usciva faceva un goal, io facevo la Serie A, tu la B, con promozioni e retrocessioni,per il tasto “S” del mio primo portatile saltato durante le tue evoluzioni di Tony Hawks,per Max Payne che mi faceva paura guardarti,per il filo del joystick del mega drive sotto il tuo letto per non svegliarti mentre passavo le notti d’estate a Premier Manager del Mega Drive,per tutte le sere che io decidevo che cosa guardare in TV prima di addormentarci, fintanto che non ci siamo fatti stereo e cuffie in camera,per il gioco della radio, per “Allabea” e “La storia dei colori”,per i dieci euro di caramelle comprate al cinema, prima del film dei Simpson,e per quel mio volo comico e goffo alle due della stessa notte in quel parcheggio, senza contare la precedente fuga al cesso,per i tantissimi “no” e quei pochi, rarissimi “si”,per tutti gli altri ricordi che inevitabilmente torneranno ad affiorare,
anche per tutto questo,
io una vita senza mio fratello proprio non me la so immaginare.
Ed è bello morire sapendoti al mio fianco. Ti aspetto, arriva anche tu, ma non troppo presto. Fai almeno crescere i nipotini prima.
Ciao!
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Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:58 #365

ESTRAZIONI NECESSARIE di Hic-sunt-leones


Faccio questo lavoro da anni. Situazioni e personalità particolari, fuse in un unico groviglio, inestricabile. E’ questo il frutto del mio lavoro. Per alcune storie mi appassionavo a tal punto da sentirmi coinvolto in prima persona, poi la forza dell’abitudine e la ripetitività del mio agire ha fatto sì che prendessi una distanza terapeutica dalle dirette conseguenze della mia selezione a monte. Una forma di autodifesa, altrimenti con tutte queste storie c’è di che diventare matto. Tuttavia alcune volte ho seguito con curiosità morbosa – lo ammetto – le vicissitudini di alcuni soggetti. Molte storie si somigliano, ma l’imprevedibilità nel determinare quali elementi andranno a convivere forzatamente tra loro e il fatto che a loro volta questi due fattori siano tra loro così disparati, insieme all’ineffabile agire del fattore umano, determinano l’innesco di una concatenazione di avvenimenti imponderabili, persino avvincenti.
Vi spiego in che consiste la mia attività. Il concetto di fatalismo non è corretto per riuscire a comprendere l’essenza della mia arte, né il principio per cui l’uomo è il fabbro della propria fortuna. Non propriamente. La chiave di volta di questo affaccendarmi dietro le umane vicissitudini è la casualità. Il caso, o caos che dir si voglia. Non è un caso, perdonatemi il gioco di parole, che mutando solo l’ordine di due semplici lettere il caso si trasformi in caos, e viceversa. In sostanza sono un estrattore-accoppiatore di casualità. Ho a disposizione due consolle speculari, uguali in tutto e per tutto, tranne che per il colore: una infatti è bianca, l’altra nera. Ciascuna presenta 4896 tasti lisci, senza simboli. Ogni tasto non corrisponde sempre ad un unico specifico valore. Questi cambiano in continuazione. Esistono cioè 4896 valori, ma l’ordine con cui si mescolano ad ogni estrazione sui tasti della consolle è imprevedibile, casuale appunto. Cosa non cambia è il tipo di valori espressi dalle due console. Alla console bianca corrispondono valori-qualità positivi e promuoventi per l’uomo, alla console nera corrispondono valori-qualità negativi e deteriori. Per ogni nuovo nato nel mondo io accoppio un tasto della console bianca e uno della nera, accorpandoli per sempre. Sono le mie estrazioni, l’essenza del mio lavoro. In questo modo io creo l’ambiente-destino di riferimento per ogni essere umano. In pratica definendo un valore guida fondante e uno distruttivo per ogni uomo, attuo una delimitazione casuale dell’ambito in cui la persona si troverà ad agire, ma all’interno di questo “ambiente definito” la persona in questione ha infinite possibilità di evoluzione; evoluzione intesa come potenziale umano da esprimere nell’ambito dei suoi due precipui valori guida. Agli esordi il rendermi conto che così operando fornivo il substrato su cui il singolo soggetto avrebbe scritto il proprio destino mi sconcertava. Nel corso del tempo mi sono trovato ad estrarre accoppiate talmente bizzarre o improbabili che mi lasciavano con un senso di meravigliata incredulità nei confronti della persona cui andavo ad associarle. Poi ho capito che è un lavoro necessario.
Non sono mancati alcuni personaggi che ricordo per l’inaspettata piega che hanno fatto prendere alle proprie storie e per l’incredibile capacità di sfruttare ai massimi livelli la parte bianca della loro anima, o, al contrario, per essersi fatti sopraffare dalla loro parte oscura. Mi ricordo per esempio di Napoleone, personalità notevole, grazie alla mia pescata: Carisma. Da contraltare le sue Manie di grandezza, lato nero che lo hanno relegato in un’isoletta in mezzo all’oceano Atlantico a concludere i suoi giorni. E che dire di Messalina, il suo lato nero prese il sopravvento e piegò ai suoi fini distruttivi il lato bianco. L’Astuzia alla fine fu al servizio della Dissolutezza.
Ora vi racconto una storia singolare.
Al numero 18465798678 corrispose la seguente diade: Generosità/Avidità. Sembra un ossimoro impossibile a manifestarsi, vero? Essendo il numero generico e impersonale vi svelo il nome che sotto vi si cela: Oscar. Oscar era persona aperta, affabile, generosa, ma anche sfrontata e avida. Dopo un’infanzia non facile, da adolescente Oscar comprese di essere malato di sesso. Lui non la riteneva una malattia, resta il fatto che aveva estremo bisogno di fornicare più volte al giorno. Era un ninfomane. Questa tendenza rispecchiava la sua avidità nel ricercare nuovi amplessi, per saziare appetiti abnormi. D’altro canto, la china che prese, ossia “intrattenitore privato per signore”, denotò anche un certo afflato generoso, poiché regalò se stesso e il proprio corpo a innumerevoli donne. Che poi lo facesse dietro compenso dimostra ancora una volta un animo incline all’avidità. La sua condizione gli permise di arricchirsi. Però la sua generosità gli fece regalare fiumi di denaro, denaro sempre sudato, grazie alle sue impervie evoluzioni erotiche con ricche, ricchissime donne annoiate e sole, oppure maritate ma comunque annoiate (le più pericolose, scoprì a sue spese), a familiari e amici in primis. Non aveva penuria di liquidi, ma non ne aveva a sufficienza, non quanti avrebbe voluto. Doveva farne di più, per poter elargire a coloro che non si facevano scrupoli nel far leva sul suo lato prodigo, e per averne in abbondanza per sè. Voleva comprarsi una Maserati Granturismo e uno Yacht Ferretti. Servivano gli straordinari. Oscar aveva un fisico statuario. Madre Natura è stata magnanima nei suoi confronti. Prese a lavorare in modo maniacale. Non che non gli piacesse, con alcune clienti era un vero professionista ed era il primo a godere in maniera profonda di una situazione in cui, al di là del pur appagante compiacimento fisico, anche le sue tasche traevano vantaggi davvero sostanziosi. Ad un certo punto Oscar era riuscito a mettere da parte un bel gruzzolo, gli mancava solo un certo ammontare per potersi permettere di scialare i suoi averi nei beni di lusso desiderati. Era tutto pronto: la Signora Fittiboschi era ansiosa di trascorrere con lui la giornata nella villa colonica sita sul Lago Maggiore, di proprietà del multimiliardario marito, sempre via a causa degli impegni di lavoro. Il guadagno per quella trasferta di lavoro era faraonico, e Oscar conosceva la signora Fittiboschi: a parte qualche stramberia, era una delle sue clienti più affascinanti. Per farla breve Oscar era bramoso di godersi le promesse che quella tiepida giornata settembrina gli elargiva. Promesse di appagamento, lusso, ingordigia, lascivia e, in fondo, anche di liberale adoprarsi per uno zio che gli aveva chiesto un prestito di una certa entità. Finito il suo impegno avrebbe potuto soddisfare anche i bisogni del lontano parente. Che volere di più? Oscar era su di giri, e la signora Fittiboschi lo sperimentò in modo violento e piacevole allo stesso tempo, fino a quando non fu lei a voler prendere in mano la situazione (lungi da me cercare un qualsiasi gioco di parole): ammanettò Oscar alla testiera del letto e con in mano un frustino diede inizio ad una delle galoppate più epiche a cui abbia mai assistito (non prendetemi per un guardone, vi prego). Un tale mirabile groviglio di ardente passione, frementi ormoni, brada lussuria da far scoppiare di gioia Oscar, che nell’acme del dissoluto piacere…si perse per sempre. Oscar morì in maniera brusca, durante l’orgasmo. Una morte stupenda in fondo. Oscar morì felice, anzi, al culmine della felicità e dell’appagamento, fisico e psicologico. L’esame autoptico non rivelò alcuna disfunzione e non fu possibile risalire alla causa della morte. Davvero una cosa mai vista prima. Oscar è l’unico caso che io conosca di persona morta di felicità. Non vi sembra paradossale che di felicità si può anche morire?
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Re: [#4] Di felicità si può anche morire 13/07/2010 16:59 #366

LA TELA di Psycho Kikini


Quando arrestò la macchina pioveva di una pioggia leggera, e i lampioni già accesi piegavano i riflessi sulla stoffa del sedile. Accese una sigaretta e sputò il fumo e un respiro di stanchezza assieme, poi prese il cappello ch´era sul cruscotto, e salì. La voce di Manlio suonava lontana nella spirale delle scale, ogni tanto qualche risata greve fuggiva dalla porta che all´ultimo piano era stata lasciata aperta.
“S´è deciso a fare inverno” disse appena fu dentro, con le scarpe che firmavano il pavimento d´acqua, il sigaro di Manlio emanava odore acre. Nel salone, subito di lato alla porta alcuni volti sconosciuti discorrevano animatamente nella nebbia del fumo.
“Sempre a lamentarti stai, molla quella giacca e vieni a sederti” disse Manlio, e ogni parola
sapeva di sigaro. Quando notò con più attenzione gli ospiti vide che non erano solo sconosciuti, Paola e Aldo comparsero ridendo dalla sala vicina.
“Oh, chi c´è!” disse Paola, e dopo essersi salutati venne presentato agli altri che se la ridevano e si punzecchiavano l´un l´altro. “Qui si parla di politica signor Manlio, sa con gli ultimi fatti ce n´è d´argomenti per scannarsi”disse a metà fra la stanchezza e l´entusiasmo.
“Preferisco sempre i vecchi argomenti per scannarmi. Ma diamoci pure del tu, detesto le formalità”
“Sebastiano non conta, lui è un artista” fece Manlio spezzando la conversazione mentre di scatto si sedeva sul divano, aveva un sorriso che non capì se d´ammirazione o di circostanza
“E tu che saresti?” esclamò Paola
“Io dipingo” disse netto Manlio.
Paola aveva ricci simili a grappoli d´uva che le scendevano sul viso, e ne spezzavano la geometria.
Sebastiano si chiedeva se fosse il solo a notarlo. Non la bellezza, quella la vedono tutti, diceva, ma quelle linee, quei contrasti, tutta quella natura in Paola era qualcosa di diverso dall´ordinario.
La mattina fu dura alzarsi. Dalla politica s´era passati all´arte e uno diceva “l´arte è la più
grande bugia dell´uomo, dove si rifugia quando la vita di tutti i giorni lo scontenta; io adoro l´arte, s´intende, ma, è così”, “E´ che tu non hai mai vissuto l´arte veramente” rispondeva invece Paola.
Uscito dalla doccia si mise dinanzi allo specchio. Un mosaico di gocce giaceva sul suo corpo, alcune scendevano rapide e si perdevano lungo di sé, altre cadevano nell´indefinito. O così gli pareva. Oggi la vita gli sembrava semplice e bella come una donna stesa in un prato. S´era parlato con Paola e Manlio, tra le altre cose, di andare al fiume, e per Trastevere e di mangiare lì o per le vie, spiati dal sole che mezzo sta tra i vicoli. Mentre attraversava Roma in macchina ripensava alle parole di Manlio sull´arte, e sul fatto che lui diceva d´essere solo un pittore. La gente per strada, sui ponti, nelle macchine sembrava quella che bloccava nelle tele.
Passarono la giornata senza impegno, tra le vie di Roma. Il più del caldo era finito, e c´era un´aria simile a quella degli intervalli nei cinema e nei teatri. Stavano stesi vicino al Tevere e si parlava di andare al mare, Manlio proponeva la montagna. Aveva una casa ch´era libera, e in poco tempo ci si sarebbe arrivati. Sebastiano era evidentemente assente dalla conversazione. Guardava la scena come si guarda uno specchio. Le parole scivolavano come le gocce d´acqua di parecchie ore fa.
Lo investì un forte desiderio di solitudine, di vera solitudine. Perché la brutta solitudine è
quella di quando si sta in compagnia, e le risate e i gesti sempre troppo sbagliati le fanno da contorno.Di quando l´aria è tirata su e traballa come il palco d´un teatro. Di quando le facce e i movimenti paiono le ombre della notte, inafferrabili ma presenti, eppure solo buio nel buio.
Proprio quando aveva trovato le forze per prendere commiato, fu risucchiato nell´entusiasmo dei due, e presto si ritrovò nel finestrino a sfogliare il panorama con gli occhi. La radio passava buona musica, così il tragitto trascorse pressoché in un condiviso silenzio. Ogni tanto qualche battuta, qualche schiamazzo ma c´era una sorta di stanchezza nell´aria che invogliava a non parlare.
Manlio disse che avrebbero trascorso la serata con Lino e i suoi amici, avevano scelto il mare alla fine, e che se volevano potevano dormire lì, “anche perché, se guido io dopo una serata, chissà in quale landa ci ritrovano”
“Se, ci ritrovano”
Nel frastuono della compagnia una cosa era certa. Che la cosa peggiore era cercare di capire, cercare di pensare. Come mangiare una noce di cocco in un´isola deserta, senza chiedersi perché, la mente vuota come l´orizzonte. Siamo bestie, infondo, no?
Quando fu notte scesero in spiaggia a guardare le stelle. Queste cose piacciono alle donne, si sa. E piacciono anche agli uomini, diceva Sebastiano, solo che non possono dirlo. Nacque una discussione che si finì sentenziando che le donne al volante sono come gli uomini in cucina. Uno col baffo folto e le basette ribatté che i migliori chef sono uomini. Le ragazze stroncarono il tutto accusando i ragazzi di discorsi sessisti. Manlio se la rideva di gusto. Sebastiano fumando sorrideva, più per gli altri, per le loro espressioni e i loro gesti che per i discorsi e le parole. L´alcool scorreva nelle vene e nei corpi come un surrogato di sintetiche emozioni. Le labbra carnose e colorate delle ragazze, visibili a strappi tra la luce del fuoco, si attaccavano alle bottiglie e sembravano baciarle bevendo.
Cosa cambiava tra loro, loro tutti, egli compreso, e dei bambini? Gli sembrava di stare ancora in sella al cavalluccio e girare freneticamente con la giostra, ubriacando gli occhi di immagini veloci, troppo veloci, immediate, confuse. Ora giravano tutti senza motivo, divertiti o annoiati che fossero, perfino tristi o felici non cambiava. Ognuno sul suo cavallo, giocava.
La mattina presto quando fu sveglio sentì un grosso mal di testa, come se mille donne danzassero nella sua testa. Levò lo sguardo dal cielo alla spiaggia, e vide tutte le facce della sera prima chiuse nel sonno. Intorno bottiglie ammucchiate, alcuni vestiti abbandonati, pacchi di sigarette e una radio. Sembrava proprio di osservare la giostra del suo paese, la mattina presto, ancora svestita nella sua cruda e ferma realtà. A vederla così, era tutto diverso. Se n´era accorto pure dabimbo. Colmo di malinconia osservava la scena, tenendosi le tempie che pulsavano. I corpi tutt´intorno parevano morti.
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