"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#6] Le ombre

[#6] Le ombre 11/06/2010 06:39 #131

Periodo: Novembre - Dicembre 2009

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 13:36 #383

LAS SOMBRAS di Bob_Bolognese


Ay, diable! Se ho qualcosa da dire? Certo che ho qualcosa da dire! E tanto, parecchio! Aprite bene le orecchie voi altri! Dico a voi, lì sotto, che tanto fate la faccia da giustizieri, a voi, che non sapete far altro che giudicare! Oh, dico io! Come può andare avanti il mondo così, senza un briciolo di cervello nella testa di voi altri! Ah, io il cervello ce l’ho, ed è così grande che a malapena la testa riesce a contenerlo! Ay, diable! Ebbene, io ve lo ridico, perché voi non fate altro che puntare le vostre luride armi senza sentir parola alcuna! Ve lo ridico, io sono puro, puro come un angelo! Ay, diable, se è così! Mai hombre mexicano è stato più lindo nell’anima del povero diavolo che vi trovate davanti!.. Ridete, ridete.. finchè siete ancora in tempo! Ma verrà il giorno, quando sarà, che davanti a Colui che ci osserva dall’alto, dovrete espiare le vostre pene! Perché, vi chiederà, perché avete fatto questo a Paco, il povero diavolo, che non avrebbe mai fatto male ad una mosca, che ha un animo candido quanto un chico appena nato, che nel cuor suo alberga solo amore e rispetto verso il prossimo! Perché? Ay, diable, se ve lo dirà! E poi, vi butterà di sotto, a marcire dove meritate! Alle fiamme dell’inferno! Tutti, maledetti cabrones!! Pure tu, vecchia megera schifosa, che fai tanto la faccia scandalizzata! Ce ne sarà pure per te, chissà quante ne combini, vergognati! Puta!!

No, no.. va bene Sceriffo, solo un momento.. io ancora devo raccontare quello che è successo, perché la gente deve sapere! I caballeros devono indignarsi davanti a ciò che,vedrete, sarà un errore madornale! Ay, diable, mi piange il cuore a doverlo raccontare di nuovo, non ci sono parole per descrivere il doloroso tormento che..

Cosa dici tu, infingardo?? Balle? Balle a me? Lo dici a tua sorella ‘Balle’, hijo de.. ok, ora basta! ecco, quel che ho da dirvi! Quel che sapete, o che avete sentito, l’altro giorno, non è stato nient’altro che l’epilogo di una triste vicenda. Ay, diable, ecco com’è cominciata:

C’erano questi tre mexicanos, li conoscete. El Toro, Luis, Pablo. Li chiamano Las Sombras. Non so come si traduce.. Ombres, forse. Come? Sì, ombre, ombre, ed io che ho detto? Ebbene, li chiamano Le Ombre. Perché, direte voi? Ed io cosa diavolo volete che ne sappia! Sarà per il loro modo di agire, sempre accorti e attenti. Per il fatto che nessuno è mai riuscito a vederli in faccia! Quei cani rognosi, dovreste vederli, quanto sono brutti! Specialmente Luis! Ay, diable, neanche uno scarto della più schifosa puta nel raggio di cento miglia è così brutto, ve lo dico io! Ok, ok, continuo.. Ebbene, questi tre tizi, Las Sombras, la banda di criminali che tutti temono!.. L’altra notte arrivò qui, in paese. Ero appena stato da Catherine, per aiutarla nella sua fattoria, come al solito.. Ay, diable, e questo voi non lo sapete, eh? Sentii i cavalli giungere di fianco a me. Scese uno di questi, il capo, El Toro. Lo chiamavano così Pablo e Luis. Ay, diable, quel Luis, maledetto! Ogni volta che lo nomino sento il sangue ribollire! Insomma, El Toro mi si avvicinò, e mi chiese se conoscessi di un posto dove bere qualcosa. Io gli indicai il saloon, poi mi vidi che mi guardò attentamente: ‘Chico – mi disse – lo sai che tu.. beh, perché non vieni a bere qualcosa con noi?’ Ecco, così mi disse. Non mi disse niente, solo di andare a bere qualcosa con loro. E si è interrotto sul più bello, capite! Me lo avesse detto subito, io neanche me lo sarei sognato di andare con loro, ay, diable!
Al saloon mi dissero che erano commercianti che venivano da lontano. Che erano qui per ‘affari’. E poi, che si fermavano solo per qualche gi…. Cosa? Hombre infame che non sei altro! No, non me l’hanno detto, ti ripeto! Ed io mi dimenticai di quella frase interrotta!..
Comunque, tutti si sarebbero comportati così.. tre gentiluomini.. beh, fino ad allora.. che razza di bastardi! Soprattutto Luis! Tre gentiluomini, dicevo, che ti offrono da bere al saloon, e poi pure mexicanos! Compañeros miei! Finalmente un po’ di allegria, anche per Paco, e che diamine! Insomma, giù un bicchiere dopo l’altro mi sentii la testa pesante. E loro risate, e ancora risate. Ed El Toro, sempre lui, perché solo lui parlava dei tre: ‘Paco, hombre, perché non ci accompagni domani alla banca? Per faccende nostre. E poi, di nuovo al Saloon’. Ah, Canaglia! Hanno approfittato di Paco, di me, ubriaco! Ed io, innocentemente, accettai, ovviamente! E piantatela, cowboys! Che ne sapete voi? Che ne sapete voi altri di quello che stava per accadere? Maledetto gordo, tu cos’hai da sbraitare!? Vergognati! Sceriffo! Faccia qualcosa a questi scalmanati! Ay, diable! Ecco, bravo Sceriffo! Fatemi finire il racconto! Allora, dov’eravamo rimasti? Ah, ecco, il giorno dopo. Andai alla banca, c’era Luis.. Sterco di vacca che non è altro! Beh, l’infame rideva, e mi guardava!.. Poi, sono arrivati gli altri, il resto dei Las Sombras. Che io ancora non sapevo che fossero i Las Sombras, ma tant’è. Entrammo quindi in ban… Giuda! Gordo! Non urlare! Ti ho detto che non lo sapevo! Maledizione, taci! Entrammo in banca, El Toro, tranquillo, si diresse verso un dipendente. Gli disse che voleva parlare col direttore. Lui arrivò, io non l’avevo mai visto prima. Beh, insomma, cominciarono a parlare, lui ed El Toro: ‘Direttore – disse - io e i miei tre (si avete capito bene, tre) compagni siamo giunti sin qua da lontano. Lo sa chi è quello? (e puntava il dito verso di me, canaglia! E intanto, Luis tirò fuori una pergamena, e Pablo una pistola). Lui è il terribile Hermanno Morales Duravia De La Tarde, pluri-ricercato in tutto lo stato.’ E qui, disgrazia mia! Luis fece vedere la pergamena al direttore, ed io con lui! Questo Hermanno infame, maledetto, che io non so chi sia, farabutto.. era identico, tale e quale a me! Ay diable, se era uguale! Pure i baffi, forse più corti, ma.. quasi identici! Il direttore, beh, lui lo conosceva di fama, lo Sceriffo dice che tutti i direttori, tutta la gente conosce Hermanno di fama! Ma il povero Paco, povero diavolo, povera anima, no! Mi capite, hombres! No! E allora, il direttore cominciò a sudare, ed io con lui. E Pablo, con la pistola puntata verso di lui, e Luis, brutto bastardo, mi guardava e rideva, mentecatto! Ed io, colto di sorpresa, non riuscivo a proferir parola, e poi, El Toro, mi guardava, come volesse dire: ‘Se parli ti faccio un buco in testa!’ Ay, diable, povero me! Povero Paco! Ma ecco, vidi la salvezza! Entrò lei, Catherine, la donna per cui lavoravo! ‘Direttore – urlai – io non sono Hermanno! Io sono Paco! Paco! E quella donna confermerà!’ Ed io a sbracciarmi ‘Catherine, Señorita Catherine!’ Lei si girò, mi guardò.. Allora, Luis, infamone, che fece? Impugnò la sua pistola, puntandola verso di lei! Io mi gettai verso di lui ‘NO!’, gridavo, e cercavo di prendergli la pistola, e ce la feci! Ma, maledetto Luis, mi tirò un calcione lì,alle pelotas! Ay, diable! E partì un colpo! E, Giuda, proprio lì, proprio nel cuore di Catherine doveva finire! Non è possibile! No! Las Sombras presero e scapparono. Io rimango lì, a guardare Catherine, e piangere! El Toro urlò ‘Via, Las Sombras! Via!’ e si dileguarono. Maledetti! Infami!

Sceriffo! Lei mi deve capire! E’ un errore! Levatemi il cappio dal collo, slegatemi le mani e fatemi scendere da qui! Paco non merita tutto questo! E voi, tutti, smettetela di infamarmi! Gordo! Porco! Sempre tu, in prima fila! No, Sceriffo! Non lo faccia! Hiji de puta! Tutti! Arderete alle fiamme dell’inferno! Arderete e brucerete ed io godrò di fianco a Nostro Padre Signore, perché io, Paco, sono anima innocente, e voi altri siete tutti Hiji de put…”
CLIC
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 14:12 #386

PARVENZE di gensi


Martedì, ore 16,30

“Osteria Le Ombre, a Forlì. Che ne dite, qualcuno di voi c’è già stato? Potremmo farla lì la cena di lavoro”

Che palle. L’unica cosa che mi veniva voglia di fare era di scappare e già la mia mente vagava in cerca di una scusa utile a evitare l’evento. Già le odiavo ai tempi delle scuole queste cene, figurarsi con i colleghi. Ma chi li voleva vedere? Già bisognava sorbirli, uno ad uno, tutti i sacrosanti giorni per otto ore. Con le loro certezze, le loro presunzioni, le loro incoerenze da far saltare i nervi. Quando per sbaglio provavi pure a fargliene notare ne uscivano fuori risse verbali dove vinceva chi faceva la voce più grossa e sparava il luogo comune più banale. Ci avevo provato ma era fin troppo evidente che io ero diverso. Non centravo nulla con tutti loro per quanto facessi il possibile per adattarmi.

“Si, io ci sono stato con la mia fidanzata una settimana fa”.

Che palle. Luca, non poteva che essere lui. Lui e quella sua stramaledetta fidanzata. Oramai sapevamo tutto, ci mancava solo più che ci raccontasse quali giochi erotici facessero a letto e poi avevamo il quadretto completo della situazione.

“Com’è?”

“Carino ma anche molto particolare. Sicuramente fuori dagli schemi tradizionali di ristorante. Anzi, a dirla tutta, mi sembra più adatto per cene tipo le nostre piuttosto che per incontri romantici come il mio”.

“Ok, alzate la mano. Chi è d’accordo con l’Osteria Le Ombre?”.


Otto su dieci alzarono la mano me escluso. Io non la alzai.

“Chi non ha alzato la mano ha altre idee da mettere ai voti?”

Nessuno rispose, lasciando intendere che un posto valesse l’altro, “purché si resti insieme”, come avrebbe detto quella faccia di cazzo di Paola.

Mamma mia, era insopportabile. Quel suo buonismo elevato all’ennesima potenza. Mai una volta che s’incazzasse, mai una volta che dicesse “no” a qualunque richiesta. Alla peggio diceva “capisco” quando, forse, poteva non essere d’accordo.

“Perfetto, allora ci vediamo sabato alle otto e mezza lì davanti. Prenoto per undici, ok?”

Il coro di “ok” tranquillizzò Francesco, l’organizzatore per eccellenza. Era sempre indaffarato a contattare questo tizio o quella agenzia, quel ristorante o quella società di bus turistici. Sembrava perso senza qualcosa da organizzare. Un pazzo furioso che però, si dava da fare con l’intento di far star meglio gli altri. O, forse, solo con l’intento di rendersi utile preso com’era dalla paura di non contare nulla per nessuno. Chissà.


Sabato, ore 9,00

Il soffitto bianco acido della mia camera mi diede, come suo solito, il benvenuto. Un’altra giornata stava per cominciare ma qualcosa continuava a ronzarmi da giorni tra i meandri del mio cervello. Cosa mi stavo dimenticando?

Il cellulare vibrò, tutto eccitato, all’arrivo di un nuovo messaggio.

Porc… la cena!!!

E, ora? Cosa mi potevo inventare, così, all’ultimo, per tentare di giustificare la mia assenza. Poi di sabato. Tutte le scuse come visite mediche e simili andavano a farsi benedire. Restava il lutto di qualche caro ma avevo già fatto morire i miei nonni e qualche zio, non era possibile che avessi una parentela così ampia e che, stranamente, succedeva sempre prima delle cene di lavoro.

Che palle. Mi toccava andare, c’era poco da fare. Questa volta non potevo scamparla. Ma perché nessuno aveva ancora inventato un manichino, un sosia, un qualcosa da mandare al proprio posto in occasioni come queste?

La giornata era rovinata sicché decisi di approfittarne per fare tutte quelle cose che odiavo fare. Sistemai per bene l’armadio, la camera e tutto il resto dopo aver debitamente spazzato e lavato in terra. Mi misi a lavare i fornelli, pezzo per pezzo, preparai la lavatrice e stesi tutto. La casa era linda e pinta. Sembrava ci fosse passata mia madre. Poi sfogai tutta la mia rabbia su l’unica consolazione del momento: il PC.

Si fecero, troppo in fretta, le 19,00. Dovevo prepararmi, Forlì era a circa mezzora da casa mia.


Sabato, ore 20,40

Che bello, i colleghi erano già tutti arrivati. Mancavo solo più io…

…che palle!

“Però, l’entrata del ristorante non è male”, mi venne da pensare. Stranamente, nonostante tutto andasse contro i miei principi, quella serata, pareva cominciare per il verso giusto.

Entrammo.

Francesco si avvicinò al banco d’ingresso. La luce del locale era organizzata in maniera spettacolare. Del tizio al banco si vedeva solo un’ombra senza nessun altro dettaglio del viso. Spiccava solo il vestito elegante quasi che, ad indossarlo, fosse “l’uomo nero”.

I tavoli erano tutti precisamente illuminati. I commensali potevano parlare e vedersi senza problemi ma, i camerieri, restavano sempre in “ombra”. Sembrava davvero di essere serviti da vestiti “spiritati” che si muovevano da soli. Beh, sicuramente molto originale e, chissà perché, mi sentivo a mio agio e di buon umore.

Ovviamente non fu lo stesso né per la faccia di cazzo in arte “Paola”, né per capo di bomba in arte “Marco”. Un cagasotto di prima categoria. Bastava una penna fuori posto sulla sua scrivania che forse gli UFO o i fantasmi avevano tentato di fargli del male. Che deficiente.

La cena scivolò tranquilla, fino al primo. Io, come al solito, passai la maggior parte del tempo in silenzio ad ascoltare le minchiate altrui.

Tutt’un tratto l’atmosfera cambiò. Non feci in tempo a tagliare l’arrosto che, proprio Paola, se n’è uscì fuori con un discorso “strano”. Cominciò a raccontare di un suo ex e di come lo scoprì, un giorno, supino sul loro letto, lui travestito con sopra un bell’omaccione di circa quarant’anni che ci dava dentro come un forsennato.

Qualcosa mi scombussolò. Che motivo c’era di tirare in ballo un discorso del genere? Mi sentivo sporco e, probabilmente, non riuscì a controllare la mia espressione visto che, proprio Paola, si accorse che qualcosa era cambiato nei lineamenti del mio viso.

“Tutto bene?”

“Si, perché?”

“Niente, mi sembrava che la cosa ti avesse turbato. Non c’è problema, cambiamo discorso”

“Non ce n’è bisogno”

“Sicuro? A te è mai successo qualcosa del genere?”


Il mio pomo d’Adamo fece l’altalena lungo il collo. Che cazzo di domanda era?

Proprio la notte prima avevo avuto uno dei miei incontri. Ero solito navigare su una chat erotica. La scusa era quella di incontrare donne o coppie con cui trascorrere il tempo. Stranamente però si finiva spesso e volentieri con incontri omosessuali, con uomini più o meno femminili, trans e ogni altra sorta di depravazione. Ci avevo fatto l’abitudine ormai. Anzi, ero convinto che l’uomo si abituasse veramente a tutto. Beh, proprio la sera prima mi ero incontrato con un travestito allucinante. Un incontro al limite della realtà. Già da giorni ci scrivevamo e gli avevo fatto presente che a me interessavano più che altro donne e che non ero alla ricerca di altri rapporto omosessuali o simil-omosessuali viste le esperienze negative. Ci incontrammo lo stesso, giusto per vederci.

Non mi sembrava vero. Questo se ne stava rintanato, travestito da donna, nella camera di un suo “slave”. Slave che a sua volta condivideva l’appartamento con il fratello, detto “l’orco”, assolutamente contrario a quel viavai di gente. Un’atmosfera da brivido. Il pc era collegato ad uno schermo gigante, il materasso era a terra, senza rete e ricoperto a destra e al di sopra di specchi. Al centro penzolava una banana gonfiabile.

Che cazzo ci facevo lì?

Il travestito tentò di stimolarmi con qualche film porno a tutto schermo ma la mia reazione non arrivò lasciando trascorrere la serata tra le chiacchiere. Fu una serata divertente, non fosse stato il contesto mi pareva di essere tornato indietro di una ventina d’anni quando passavo le serate nelle camere dei miei compagni di scuola a cazzeggiare. Il punto epocale dell’assurdità lo si raggiunge quando lo slave, intorno all’una di notte, cominciò a mangiarsi una fetta di cima con del pane bevendo Tavernello dal cartoccio.

Mamma mia. Scoppiai in una risata e mi resi conto che, veramente, era un film, non poteva essere vero quello che vedevo, non potevo credere che, nei meandri di questa città, si nascondessero in qualche camera personaggi simili.

“No, mai successo. Diciamo che sono uno che si fa abbastanza i fatti suoi”

“Si, lo sappiamo. Mi sarò sbagliata allora, visto che mi pareva fosse la tua macchina quella di ieri sera parcheggiata sotto il palazzo dove abito”

“Sarà stata una simile”

“Con la stessa targa?


Sorrise soddisfatta. Mi aveva in pugno. Probabilmente aveva anche spiato in quale portone fossi entrato giusto per avere conferma.

“Sarà stata una delle mie ombre”

“Si, forse. In fondo questo ristorante lo dimostra. Possiamo essere ombre irriconoscibili se soltanto lo si vuole. Possiamo perdere la faccia, i segni particolari e continuare lo stesso con la nostra vita. Magari pensaci prima di avere la presunzione di etichettare il mondo. Forse anche io, qui dove mi vedi, sono soltanto un’ombra”


L’ombra di Paola mi aveva appena dato l’ennesima lezione di vita. Rimasi a testa bassa, poi sorrisi anche io come a darle inevitabilmente ragione.

Gli altri ci guardarono incuriositi.

Qualcuno il giorno dopo già aveva messo in giro la voce che tra me e Paola ci fosse qualcosa.
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Fortunatamente, ho sempre il difetto di prendermi poco sul serio...
[cit. Carmen Consoli - Fortunatamente]

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:04 #390

LE OMBRE CINESI di Psycho_Kikini


Mimmo era un fascista, testa rasata, vestiti neri, jeans stretti e in programma un tatuaggio di lui, del sommo, Benito Mussolini. Il suo viso, ombrato all’altezza degli occhi, non aveva più di vent’anni; il suo sguardo era già virile, già forte. A guardar bene però, aveva sempre una puntina nella pupilla che sapeva d’altro, che brillava diversamente, come un chicco di sale. I suoi genitori non avevano mai accettato la sua scelta: il padre era un comunista di quelli tosti, “di quelli ipocriti” diceva Mimmo, e su questo non aveva poi tanto torto. La madre non s’era mai esposta verso gli estremi. “Una moderata” si direbbe, “’na paracula” diceva Mimmo.
Il sole di Roma pareva dicesse “a morè, movite, che io mica me ce metto a brillà pe’ gnente”. C’era un caldo che spaccava le pietre. Anzi, si spingeva oltre, non solo tra i sanpietrini ma proprio nella pelle, oltre i vestiti e nelle case, oltre le finestre. La testa rasata di Mimmo gocciolava come un ombrello dopo un diluvio.
«’A corsaro che m’allunghi ‘na sizza?»
Mimmo era detto così fra i camerata: prese il pacchetto e fece quasi incazzato: «Sì, ma mo’ m’hai rotto er cazzo co’ ‘ste sizze. T’a da comprà!»
«Se, se» gli diceva l’altro «aspè».
Mimmo da oltre un anno viveva a Casapound, nella sede centrale dell’Esquilino. Un palazzone di pietra con la scritta “Casapound” che sporge in marmo, molto più appariscente, una volta notata, di qualsiasi insegna luminosa. Nello stanzone disordinato e filtrato dal sole entrarono altri quattro camerata: ‘o Zozzo, ché si vede si lavava poco, er Grugno, ché stava sempre nervoso, er Miccia, ché nervoso non c’era da sé, ma ci metteva poco a diventarlo, er Calamaro, ché era sonnambulo.
Si fecero un pigro saluto romano e la luce che veniva dalla finestra s’aggrappò sulle braccia tese. Poi Mimmo e quello della sigaretta, che si chiamava Giorgio detto “Culone” perché era pigro, li seguirono di là, in una stanza più grande e più ordinata.Una specie di sala riunioni con un poster grosso di Ezra Pound sul muro dietro il tavolo, e con tutto intorno qualche bandiera nera e italiana.
«Semo tutti?» fece quello ch’era il capo, con un barbone, la boccia anche lui e due occhioni sporgenti «bene, ve ricordate la cosetta sull’Esquilino? Dei cinesi? Ecco, è arivato er momento. È arivato er momento d'aripijasse ‘sto quartiere!»
Ci fu un discorso scandito da parole orgogliose e fiere, con una citazione di D’Annunzio. Una volta terminato il “perché”, seguì il “come” nei dettagli e nei compiti per ciascuno, e il succo era che avrebbero dato fuoco a qualche negozio di cinesi. Un’azione dimostrativa. All’Esquilino infatti i cinesi avevano preso il possesso di tanti negozi “che quanno torni a casa te guardi l’occhi e te sembrano a mandorla”, dicevano gli amici di Mimmo. Ma lo pensava anche suo padre, in segreto. I cinesi in città sono come ombre, silenziosi ma imponenti, dai volti così lisci e sfumati che quasi non te ne accorgi. S’era chiesto poi chi avrebbe partecipato, ma era una formalità. Tutti erano d’accordo e tutti dovevano esserlo. Mimmo come gli altri urlava «Eddaje! ‘Namo! A musi gialli, attaccateve a ‘sto cazzo!»,e poi rideva con loro. E si sentivano forti, ed erano orgogliosi e fieri. Ezra Pound era immobile attaccato al muro, e quasi stonava, quasi ci si aspettasse un cenno, una risposta anche da lui. Mimmo non era convinto, e in cuor suo lottavano i motti neri, i suoi ideali, con il loro fascino e quelli dell’educazione dei genitori, così facilmente condivisibili, così accettati, così fascisti senza saperlo. E li malediceva, mentre la sua stessa mente lo continuava a passare in rassegna: ma che volevano da lui, questi dubbi?
Intanto aveva dato approvazione senza esitazione apparente ed esagerava il suo entusiasmo, spinto dal dubbio, che hanno sempre i timidi o gli indecisi, di non rendere mai abbastanza ciò che è nelle loro intenzioni. Venne il sabato mattina di due settimane dopo. Tutto era pronto, nessuno pareva sospettare. L’aria era fredda ma asciutta, il sole ancora nascosto dietro i palazzoni. Da via Napoleone III partì un camion, e ne venivano altri dalle altre sedi fasciste. Erano tanti e organizzati. Saranno stati dieci camion, con cinque teste rasate per uno. Il camion di Mimmo era quello partito da via Napoleone III. Le strade sembravano quelle di un paesino, deserte. Poi, fu un attimo. I camion confluirono, si fermarono, e giù tutti fascisti con le taniche e i fiammiferi. Dopo poco la violenza sfilava sotto lo sguardo inerme del cielo e del mondo, e rendeva tutti nudi, come fanno le emozioni più penetranti, in una lotta che andava oltre alle lotte di appartenenza, d’orgoglio o di prepotenza, era piuttosto una lotta di vita, una lotta tra le luci e l’oscurità, un abbandono dell’umanità. Sembrava una scena di “Apocalipse now”, quando gli americani dagli elicotteri buttano napalm sul Vietnam come miele sul pane, e bruciano tutto e tutti. Il fuoco scaldava, bruciava, mordeva. I visi tra le fiamme che divampavano si vedevano a strappi ma pareva si potessero notare solo gli occhi, tanto erano sporgenti e vivi di paura. Mimmo non aveva mai ucciso nessuno, e sebbene certo non fosse un tenero, quelle grida nel freddo del mattino erano le più veloci e le più dure che avesse mai udito, e ogni voce era una coltellata muta. Così stuprato allora urlava, gridava motti e parole che gli erano distanti ormai, come distante era tutto. Non sapeva quanti ne aveva uccisi, se due, tre, cinque o nessuno. Non aveva importanza, e lo sapeva. Ma un nodo in gola lo attaccava all’infanzia, ai vecchi valori, al mondo del passato, ai suoi genitori.
Per festeggiare la serata prevedeva il Cutty Sark, il pub dei militanti, che stava poco lontano dalla sede dell’Esquilino, a Colle Oppio. “Il pub più odiato d’Italia”, dicevano fieri i fascisti. E pure Mimmo lo trovava bello, da dirlo in giro. L’alcool gli venne incontro al Cutty Sark. I contorni erano ora più morbidi, fuori e dentro di sé. Era più tranquillo e rilassato. Poi, sirene. Neppure il tempo di maledirli che già i poliziotti battevano con i tacchi sui tamburi, e i fascisti stavano tutti in un camion. Mimmo sentiva le lacrime sfuggirgli, tradirlo, ma si fece forza vedendo gli occhi duri e gli zigomi tirati degli altri camerata. “Culone” pareva stesse andando al mare tant’era calmo. Le ombre e le luci della notte passavano sulle pareti del camion blindato e sulle facce dei camerati, disposti uno contro l’altro in due file.
La calma del Culone non gli risparmiò il carcere. Alcuni, non si sa come, la scamparono. Ma Mimmo no. Con lui, ma non nella stessa cella, erano finiti dentro Calamaro, ’o Zozzo, er Miccia e altri di altre sezioni che conosceva di vista. In carcere sentiva i cinesi sempre al suo fianco. Come un’ossessione. Ma neppure ora che erano stati vilmente uccisi, erano aggressivi. Stavano accanto a lui, e rendevano la cella più stretta di quanto già non fosse. Silenziosi e misteriosi come quelli vivi, a volte se li rivedeva proprio di fronte, immobili e piatti.
«Mimmo Carboni» fece il secondino, brusco.
«Eh?» rispose Mimmo come destatosi da un sogno.
«Visite, alzate e seguime»
Erano i suoi genitori, e fu sorpreso di vederli perché nell’aria vuota della cella si era scordato di esistere. Avevano due occhi da morti, una faccia distaccata sul punto di piangere.
Ma a piangere fu Mimmo, come un bambino.
«Mimmo, ma perché?» il padre interruppe un lungo silenzio fatto solo di sguardi con una voce debole e insicura, come quella degli innamorati. Mimmo se lo guardò, piangendo.
«Ma che cazzo ne so» fece continuando a guardare i suoi genitori e sputando lacrime mentre parlava, a botti «Perdonateme, ve prego».
Ma quelli tacevano muti come il dolore, con una smorfia sul viso di delusione, per la vita tutta, che bruciava solo a guardarli.
«Carboni, è finito il tempo» disse il secondino, e lo riportò dentro che piagneva.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:06 #391

LANTERNA MAGICA di L_Indio


Le spalle robuste che sprofondano nelle lenzuola sudice, il buio che alleggerisce gli occhi stanchi e un odore nauseabondo di cibo stantio.“Che ore saranno?” Marco mosse la sveglia in modo tale che le lancette fossero visibili dalla sua posizione e si accorse che era dannatamente tardi.“Cazzo”. Rapido e maldestro saltò oltre la chitarra poggiata in terra, di fianco al letto, riuscendo quasi a calpestarla e si precipitò in bagno. Stese le mani sotto il rubinetto sporco di ruggine e, con un getto di acqua fredda sul viso, riprese immediatamente vigore. Corse per le scale come un forsennato scansando gli ostacoli, ora con disinvoltura. Si infilò in macchina e via. “ Diavolo. Perché sono continuamente in ritardo?.” Dopo aver parcheggiato la macchina salutò il custode con un cenno del capo, salendo di fretta per le scale verso il terzo piano, senza attendere l’ascensore, decisamente troppo lento. Una volta giunto a destinazione si fermò nella saletta d’attesa, tentando di ritrovare una respirazione regolare. Nonostante ciò ansimava ancora e decise ugualmente di bussare alla porta. Lo attendevano disposti attorno al tavolo trasparente ricoperto di fogli bianchi. Un proiettore disegnava sul muro delle scritte ordinate, la cui comprensione necessitava di uno sforzo non indifferente, dal momento che la luce del giorno rischiarava la stanza attraversando i due ampi finestroni e pertanto era quasi del tutto assente il contrasto con la luce artificiale delle scritte. Marco salutò rapidamente e con risolutezza, come per non dare peso al ritardo, e, dirigendosi verso la sedia vuota, fu accolto dal commento di Pasqui: “Ben arrivato. Bermani, la puntualità è un omaggio che non intende concederci quest’anno”. Ne seguì una risata generale, nemmeno troppo convinta e Marco, dopo avergli propinato una scusa verosimile, si accomodò al solito posto accendendo il portatile che aveva con sé. Filippi riprese la parola: “L’indagine di mercato che ho qui davanti…” nel frattempo sistemava il collegamento tra il proiettore e il suo PC. “Ecco, come potete ben vedere i dati confermano le nostre previsioni, il target non è più lo stesso. Avevamo a lungo prospettato una tendenza del genere. Il consumatore non è più lo stesso. E’ necessario rivedere e ristrutturare l’intero messaggio.” Lo interruppe Pasqui: “ I dati che vedo avranno di certo validità statistica, ma prima del via libera dalla direzione amministrativa ho bisogno di indagini più accurate che prendano in considerazione un campione più ampio, anzi per ora nemmeno mi presento in direzione!” Filippi continuò la sua dissertazione, quasi ignorando che Pasqui avesse aperto bocca, spiegando dettagliatamente quale fosse l’esatto identikit del consumatore abituale di tonno in scatola, cogliendone le più sottili sfumature d’animo. Sembrava conoscerlo intimamente, pareva che stesse parlando di un caro amico d’infanzia: il tipico mangiatore di tonno in scatola. Ne conosceva i passatempi, le inclinazioni culturali, i difetti, le passioni, nascoste persino ai suoi cari, ma non a lui. Di lui il mangiatore di tonno si fidava. Filippi lo avrebbe riconosciuto tra mille passanti distratti nel suo stile singolare, i suoi vestiti, le scarpe. Già, non poteva essere che lui quello per strada. Marco l’osservava, ma senza attenzione. Ne seguiva tutti i movimenti scomponendoli freddamente, e nel fare ciò si sentiva come un chirurgo che opera su un corpo inerte, ma pensava a tutt’altro. Filippi non mostrava più di quarant’anni, elegante, viso pulito e con degli occhi decisamente chiari.

Una voce stridula “Marco svegliati, è mezzogiorno!”. Poi sentì le mani esili, ma decise, afferrargli le spalle facendolo dondolare con insistenza. Fece segno di aver capito e la madre ritornò soddisfatta alle sue faccende.
Con pigrizia si adagiò sul bordo del letto ancora insonnolito e subito pensò alla lanterna magica, un regalo che il padre gli aveva donato qualche giorno prima. Per lunghi periodi il padre stava lontano da casa, spesso in parti del mondo poco conosciute. Faceva il commerciante. Marco, a quel tempo, aveva solo un’idea confusa di quale fosse il suo mestiere: gli bastava sapere che incontrava persone e scambiava oggetti. Tante di quelle persone Marco le aveva conosciute; il padre era solito invitare in casa gente con cui intratteneva rapporti di affari. In realtà Marco avvertiva che il legame tra quella gente ed il padre non era solo una mera questione di denaro, ma c’era dell’altro. Erano degli amici insoliti che avrebbero fatto sosta per qualche ora in quella casa, conoscendo la famiglia, raccontando le loro storie straordinarie ed improbabili, per poi sparire per sempre e lasciare una traccia, appena abbozzata, di essi. E la casa di Marco era colma di tracce malinconiche ed intriganti. Andò di sotto e fece una colazione abbondante, ingurgitando tutto ciò che la madre gli aveva preparato e sistemato sul tavolo, accontentando lei, che di tanto in tanto lo fissava senza farsi accorgere, ed il suo giovane stomaco. Si trasferì immediatamente al piano di sopra. Entrando nella stanza, prima ancora di mettere le mani su quello strano attrezzo, pregustava l’emozione di proiettare i suoi disegni in movimento sul muro. Si era addormentato tardi la notte precedente, infatti, preso d’assalto dall’eccitazione della novità, volle essere certo di terminare i disegni. Quella prima volta, dopo aver dedicato, in verità, non troppo del suo tempo nel comprendere il funzionamento della lanterna magica (molto intuitivo), aveva esordito con una storia medievale, di soldati templari che partivano da un paese e scontrandosi lungo la loro strada con ogni genere di nemico, giungevano finalmente, sofferenti e stremati, alla battaglia finale che avrebbe segnato la storia dell’intera umanità. Quella volta terminò la storia senza riuscire a raccontare nulla di quell’ultima battaglia. Si fermò con i suoi disegni proprio nel momento in cui un certo Guglielmo il rosso, alla guida dell’esercito dei templari, si accingeva a pianificare le strategie militari. La lanterna magica divenne presto la migliore compagna di Marco. Era divenuta una consuetudine, per la famiglia, riunirsi una volta al mese nell’ampio salone. Tutti ne scrutavano disorientati l’ampia parete, abitualmente bianca, invasa, nella circostanza, da tante ombre che si agitavano finemente. Seguivano con trepidazione le vicende raccontate con grande acume da un ragazzino che li stupiva ogni volta. Disegni sempre più realistici, dialoghi di volta in volta più raffinati, e storie imprevedibili presero vita in quella stanza per una volta al mese fino a quando il padre di Marco morì in Africa, contraendo una malattia infettiva in quello che fu il suo ultimo viaggio d’affari. Marco, tuttavia, continuò a creare le sue ombre, grazie alla lanterna, ed esprimersi attraverso di esse, ma stavolta lo faceva per sé stesso, senza più organizzare visioni pubbliche. Ben presto arrivò il tempo di cambiare aria. Si trasferì in città a studiare seriamente, così, tutto solo, armato di una piccola valigia e della sua fedele lanterna, partì una mattina di settembre, salutando con un abbraccio la madre, senza versare alcuna lacrima, ma con una ferita interiore che riprese a pulsare. In città riuscì a mantenersi da solo grazie a qualche lavoretto, studiò e conseguì nel più breve tempo possibile la laurea seguendo un corso ad indirizzo cinematografico. Nel frattempo anche la madre lo aveva lasciato e la lanterna magica era solo un cimelio impolverato, dimenticato in qualche angolo della casa.
Marco, in quel momento, conosceva le strumentazioni più sofisticate e padroneggiava le tecniche più accurate atte alla realizzazione di un film. Dopo aver terminato il corso di studi, fece decine e decine di colloqui. Prima entrò nello staff di un famoso regista italiano, impegnato in mansioni poco gratificanti, e poi passò ad un altro meno importante con lo stesso risultato. E poi altre collaborazioni. L’andazzo era sempre il solito. Non c’era spazio da protagonista per lui in quel mondo, benché queste esperienze gli fossero servite a carpire qualche elemento di utilità nel modo di operare con la macchina da presa. Creò un cortometraggio con gli strumenti che aveva a disposizione, facendo i salti mortali per noleggiare qualche attrezzatura indispensabile e trovare qualcuno disposto a recitare senza essere pagato. Lo presentò ad un festival annuale piuttosto prestigioso, ma transitò anonimo, mescolato tra le decine di cortometraggi in concorso. Chissà in quanti lo guardarono veramente prestandogli un minimo d’attenzione. Qualche pseudo critico lo recensì, senza aver capito nulla, in giornali di quarto ordine. Marco che continuava a presentarsi a colloqui di ogni tipo e a cambiare lavoro con frequenza riuscì a trovarne finalmente uno stabile e ben remunerato come creativo per una società di consulenza pubblicitaria.

Dopo aver presentato il suo lavoro, la riunione terminò, Marco congedò i colleghi e ritornò verso casa. Aveva il volto disteso. Durante la riunione aveva pensato alla lanterna magica, al padre, alla madre, alle sue aspirazioni, alla vecchia casa, alle sue ombre in movimento che si agitavano sullo sfondo di una finzione che era divenuta la sua vita. Quelle ombre gli avevano suggerito qualcosa. Appena tornato a casa si mise alla ricerca della lanterna magica. Una volta ritrovata la rispolverò e la mise nuovamente in funzione, col timore che non ripartisse più. Invece si accese, come un tempo. Marco proiettò le ombre danzanti sulla parete ed il pensiero corse immediatamente al cortometraggio che avrebbe presto realizzato e a cui avrebbe dedicato tutto il suo tempo. L’indomani avrebbe rassegnato le dimissioni da quel lavoro ben remunerato, così diverso, così distante dalle sue ombre magiche.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:07 #392

NIENTE DI CHE di vanessa


E' appena terminato «Il posto delle fragole» e Greta mentre ride sveglia con garbo Lorenzo dandogli di gomito; non s'era accorta che lui dormiva alla grande e svegliandolo le saliva l'impeto di strapazzarlo, perché così stravaccato era buffo come un carlino.
"Che film! Ero completamente assorta. Tu mi sa che non ti sei divertito.", e giú altre risate.
"Cos... scherzi? Ce ne fossero di film del genere!", disse sorridendo e gesticolando con la mano, poi riaggiustò il colletto e le diede il passo per farla uscire. Lei tornava volentieri da Ingmar per la rassegna, lui quel film non l'aveva mai visto e a ben vedere nemmeno quell'occasione gli fu utile.
Al solito, lui partiva in quarta mentre lei ascoltava ridendo, ammirata e persa in lui: "No, seriamente: ne vogliamo parlare? Era il caso di vedere questo robo di Ingrid Bergman?"
"Ingmar, scemo! Ingrid è quella di «Casablanca»!"
"Peggio ancora! Quello lì era brutto e pelato, invece quella almeno aveva due tette..."
"Oh?"
"Vabbè, che ho detto? Era donna, due ce le aveva per forza. Oddio, a meno di malattie gravi, anche se non penso, sai? Negli anni mi pare d'averla vista in salute. Cioè, voglio dire: mi pare d'averla vista sempre cammella e non dromedaria."
"Oh dai!", gli disse strattonandolo: lo adorava quando lo vedeva passar di palo in frasca senza rendersene conto, trovava buffo il suo riuscire a passare dal posto delle fragole ad un presunto carcinoma della Bergman; sapeva anche che lui ignorava la morte di lei e che quell'esempio scherzoso sui camelidi era bonario e senza cognizione di causa.
"Eh oh, sto sdrammatizzando: m'hai portato al patibolo. Almeno avessi fatto il portoghese!", ma lei lo interruppe: "Oh dai. Che è un capolovoro lo intuisci da te. Allora non possiamo vedere niente insie me."
"Ma sto scherzando: questo film mi ci voleva, a suo modo è un film ritemprante. Ti rimette a nuovo, altroché.", e lui aveva davvero bisogno di riposo.
"Ti ci sto per mandando.", disse Greta con sguardo di sfida prima che il suo volto sparì dalla vista di lui per salire in macchina. Lui dallo sguardo e dal tono giocoso aveva colto che lei si stava divertendo, quindi continuò ad allietarla come una geisha col cliente, solo che qui le parti erano invertite.
"Ou, seriamente: dare premi a questo film lascia il tempo che trova e io me ne frego che chi trova un amico trova un tesoro. Tu a questo punto, come al solito, mi dirai che discutere sui premi non ha senso dato che si danno per interesse, quindi discuterne è una questione di lana caprina ma non capisco per quale motivo questa lana caprina debba essere la mia." e partì sorridendo, in attesa della domanda di lei: "Eh? In che senso la tua lana caprina?"
"Eh, nel senso ch e prima mi tagliano la lana e poi mi tagliano il capo del capro espiatorio: non ho fatto niente per meritarmi tutto ciò ma vengo punito lo stesso."
"Ah, certo, poverino. Fossero tutte così le punizioni...", rispose allusiva.
"In effetti per te ne avevo in mente una...", ma le punizioni le saltiamo primo perché in macchina è pericoloso e poi perché non sta bene fare i guardoni: passiamo direttamente alla sigaretta post.

"Come mai ti ci voleva un film "ritemprante"? Com'è andata in Comune?", chiese lei. Il nuovo impiego non le permetteva di star con lui durante il giorno, si erano visti direttamente al cinema.
"Eh, lo sai, mi fanno un culo così tutto il giorno; è snervante, mi stanco e non ho un attimo di pace. Meno male che mi diverto, perché altrimenti avrei già mollato."
"Anche oggi casi umani?"
"Anche "oggi"?! Lì ne vengono uno al minuto! Tu non hai idea. Solo stamattina dei grezzoni delle case popolari da me volevano, in ordine sparso: dei soldi per dei fantomatici lavori socialmente utili: "maritma ste ind e teng' 7 piccin'", poi il sussidio...", lei lo interruppe: "Lo sai che mi devi tradurre. Dai, se no non mi diverto."
"Oddio, hai ragione. "Mio marito sta dentro e tengo sette piccini", altri volevano il sussidio per gli indigenti; un genio del crimine -guarda: una cosa proprio mai vista- voleva il pulmino GRATIS per andare a trovare il fratello in carcere; una mongolfiera voleva l'allacciamento del gas e della luce GRATIS per un alloggio popolare che aveva occupato: "non tenco fatica e non pozzo pagare e voi non ci doveto fare pacare un gazzo che mio marito sta in galera se esce ti spara, li muerti tua". Altri han chiesto a me un lavoro presso il comune. E tutto questo prima della pausa pranzo."
"Ah ma anche oggi sei andato da Mino?", chiese lei. Lorenzo in caso di bisogno lasciava il Comun e per andare all'Anffas a sostituire i volontari in malattia: già scarseggiavano, perché in zone dove il lavoro bisogna inventarselo pochi contemplano il volontariato, in piú se qualcuno era in malattia mancava totalmente sorveglianza e, date le persone coinvolte, per prevenire catastrofi andava spesso a dare una mano.
"Sì. Cosa lì, la fichetta sta ancora male, non posso non andare.", rispose lui. Greta non era minimamente disturbata quando lui parlava di altre in quel modo perché lo conosceva bene e sapeva della sua integrità; lui era privo di fronzoli e vedeva le cose sempre per come erano, tendeva a non dare alcuna accezione: lui fotografava. Era di una sincerità estrema e questo a lei piaceva da matti: lei ci si specchiava in lui. Amava la sua schiettezza perché Greta era allergica alla mancanza d'onestà, ripeteva sempre: "mi viene il sangue verde" davanti alle frasi di circostanza, davanti alle buone ma niere di facciata, preferiva ricevere un insulto sincero piuttosto che un sorriso per costume. Lei non comprendeva il motivo per sforzarsi tanto per fingere ad indossar maschere tutti i giorni e con tutti quanti, e lui era uno incapace di fare finta.
"Che è successo oggi?"
"No, lì niente di che. I casi umani per davvero sono sempre persone perbene, sono le persone -cosiddette- normali a starmi sui coglioni."
Il "niente di che", dato il luogo, voleva dire niente. Anche Greta quando poteva andava all'Anfass: sapeva che c'erano personaggi incredibili. Il più spettacolare, l'aveva anche conosciuto e per questo chiedeva, era Mino, un tizio sui 45 anni completamente mongoloide. Si spogliava, usciva in giardino mostrando le sue grazie ai passanti gridando "TENGO TANTA NU CAZZ', OU!" e cose simili, il tutto mentre gesticolava tipo un negro rap. Mino era violentissimo, se veniva contrariato poteva anche picchiare, infatti le donne da lui era bene tenerle lontano perché si divertiva sempre a molestare sessualmente tutte le volontarie, specialmente la «fichetta» a cui il prode Mino mostrava sempre il cazzo, dicendole che gli faceva tanto male e che voleva il bacetto sulla bua. En passant Mino cacava per terra, sui tavoli ed in giardino, poi ricopriva tutto con la terra, come i gatti. A volte, specie se osservato, la mangiava. Una volta rubò una zappa, uscì in giardino, scavalcò il cancello e zappa in mano minacciò i passanti e le macchine. Gli altri mongoloidi erano simili, a volte facevano a botte, buttavano il cibo per terra e lo mangiavano da lì «per imitare il cane», toccavano il culo e il pacco di Lorenzo. Una mongoloide di 30 anni diceva a Lorenzo che lui era suo marito e che voleva facessero «all'ammore» in bagno, altri rubavano le sue sigarette per mangiarle. Greta sorrise fino alle lacrime la volta che Lorenzo le raccontò di quando uno gli dis se: "a me mi piace la musica metallica che sbattono i capelli e critano come i bazzi!", forse influenzato dalla maglietta dei Motorhead di lui.
Spossata dalla seduta di zompizompi ripensava a tutto questo, al «niente di che» di tutti i giorni, mentre giaceva immobile sul corpo di Lorenzo, perfettamente allineata a lui come fosse la sua orma.

Pensato per/dedicato a gensi (le maiuscole).
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:09 #393

L'OMBRA PIÙ LUMINOSA di Natureboy


Era passato un mese ormai, niente era cambiato. Dolly era immobile, seduta su quella panchina del Central Park, a guardare il cielo stellato; era una gradevole serata di metà maggio, e in un altro momento avrebbe certamente goduto nel perdersi nei tortuosi labirinti del pensiero, scrutando con sguardo pigro i meandri della galassia. Uno spirito sognante come quello di Dolly non avrebbe preferito un contesto più adatto per rimuginare sulle piccole sconfitte e sulle mille delusioni che la vita offre un po’ a tutti, a lei in particolare, sempre così sfortunata e infelice. Ogni mattina era dura alzarsi da letto e protrarre ancora per un giorno la sua anonima esistenza. Odiava la sua immagine riflessa nello specchio; pativa il quotidiano tragitto da casa a scuola in pullman, dove l’unico posto immacolato era sempre quello accanto al suo; soffriva dell’irridente malinconia che coadiuvava al suo dolore esistenziale. Ma il carico di rancore e sconforto maturato nell’arco della giornata veniva in un certo senso soffocato con l’avvento della notte, un po’ come una fiammella strangolata in un’ampolla di vetro. Chiudeva a chiave la sua stanza, escludendo il mondo e le sue ingiustizie; prendeva quel diario un po’ consunto e dentro ci scriveva a fiotti. Parole, come cose da toccare, agili, fresche e libere. E scriveva per ore alla luce di quella piccola lampada a pile, sentendosi finalmente serena. Dolly viveva aspettando la notte, attendendo con impazienza che la luna prendesse il posto di quell’infame del sole nella volta celeste. Quante volte aveva desiderato che durasse in eterno, quanto aveva pregato…
E improvvisamente la fortuna aveva deciso di voltarsi dalla sua parte; quando una mattina d’aprile si era svegliata, non aveva ricevuto la solita ingrata grandinata di raggi solari sul viso. Affacciandosi un po’ intontita alla finestra, non si era resa conto immediatamente dello spettacolo che le si parava dinanzi agli occhi: se l’orologio non la ingannava, erano le sette e cinque del mattino, ma del sole non c’era traccia. Era ancora piena notte. Una ribelle e indomita felicità l’aveva assalita così energicamente da farla sentire sull’orlo di un infarto. Poteva finalmente scrivere giorno e notte, ora che il giorno era tutto una grande, infinita nottata, e niente la rendeva più felice…
Ma dopo un mese, cominciava ad avvertire un vuoto dentro di lei, l’assenza di qualcosa che odiava, ma dalla quale non riusciva a prescindere. Soleva passare il tempo superfluo su quella panchina del Central Park, ed è proprio lì che la sua vita cambiò.

Era immobile su quella panchina, lo sguardo perso oltre le stelle. Se avesse prestato maggiore attenzione alla realtà che la circondava, si sarebbe resa conto che qualcuno la stava fissando. Un ragazzo magrolino e poco appariscente era fermo vicino ad una fontana, scrutando Dolly con interesse. Pensava: “E’ lei, l’ho trovata…”. Si avvicinò alla ragazza con passo suadente, ma non appena Dolly lo vide ne ebbe paura. I due si guardarono. Il giovane, dopo averla studiata avidamente da vicino, si sedette accanto a lei e guardò il cielo stellato. L’orologio però segnava le 15 e 45.
“Che belle le stelle…” esordì lui, “resterei ore e ore a guardarle. A te piacciono?”.
La ragazze, un po’ intimorita ma sorpresa da tutto l’interesse che quel misterioso ragazzo catalizzava su di lei, rispose: “Molto, le adoro. Sono gli unici astri che amo e che sono degni di brillare nel cielo”. Il ragazzo si voltò verso di lei neanche troppo sorpreso, ma da un lampo nei suoi occhi si capii che la conversazione stava versando dove desiderava; disse: “Lo credi davvero? Credi davvero che le stelle meritino il cielo tutto per loro?”.
“Certo che si” rispose lei.
“E il sole invece?”.
Al suono di quella parola un’impercettibile scossa attraversò i due. Dolly disse cupamente: “Il sole è la cosa peggiore che questo mondo schifoso avesse potuto concepire! Ha distrutto la mia vita e ora io ho distrutto lui”.
Il giovane sgranò gli occhi e le disse: “Credi di aver distrutto il sole?! Come fai a dire una cosa simile? Non si può mica distruggere una cosa grande come il sole, no?!”. Dolly lo guardò con intensità, qualcosa nel suo viso la convinse a confidarsi con lui: “Ho espresso un desiderio; ho chiesto che il sole sparisse per sempre e così è stato. Finalmente non dovrò più sopportare le sofferenze del giorno. Di notte posso vivere una vita completamente diversa”.
Il ragazzo distolse lo sguardo da lei e tornò a fissare il cielo; disse: “Lo sai che in vita mia non ho mai visto la notte? Non ho mai visto le stelle, né la bellezza della luna”. Dolly esclamò sorpresa: “Che cosa!? Ma com’è possibile che tu non abbia mai visto la notte? Mi prendi in giro forse?”. Il ragazzo tornò a guardarla, ma con uno sguardo diverso, più intenso e, in un certo senso, più inquietante: “Non scherzo. Non sono quello che credi. Sai, ti osservo da tanto tempo e ho capito che tu sei l’unica persona che può farmi capire quello che non sono mai riuscito a comprendere nella mia vita, l’unica cosa a me oscura”. Dolly ora aveva paura di lui, temeva le spudorate attenzioni di quel ragazzo: “Ma chi sei? Che cosa vuoi da me?”.
E successe. Gli occhi del giovane divennero rossi come il fuoco, due tizzoni ardenti nella notte. Disse: “Io sono colui a cui hai inviato senza saperlo le tue preghiere. Io sono colui che odi e di cui al tempo stesso non puoi fare a meno; nessuno di voi può farne a meno. Credi davvero che l’infinito sole potesse scomparire solo perché una ragazzina lo chiedeva???”. Dicendo questo il suo viso mutò, diventando stranamente più lucente, come se brillasse di luce propria; continuò: “Dolly, sono disceso dalle immensità del celeste solo per te, per capire cosa diavolo ci fosse di così bello nella notte. Vi vedo dall’alto quando scaldo, senza che lo meritiate, le vostre giornate, attendere impazienti l’arrivo della notte, come se il giorno non avesse senso, come se con il buio iniziasse una nuova vita. Ma cosa ci vedete di tanto bello nell’oscurità, dimmelo, lo voglio sapere!”. Dolly tentò di alzarsi e scappare, ma qualcosa la tratteneva su quella panchina; in un sibilo disse: “Tu sei… il sole…”.
Il ragazzo tuonò in una risata agghiacciante: “E chi altri credevi potesse interessarsi ad una come te? Hai attirato particolarmente il mio interesse perché tu più di tutti mi odi e vivi della notte. Ho visto come ti trasformi con l’arrivo di quella troia della luna nel cielo. In questo mese sono sceso dalla sfera celeste solo per vedere la notte, per capire cosa ci sia di tanto interessante in essa. Ancora non l’ho capito. Dimmelo ti prego, devo saperlo!”. Dolly questa volta si alzò, tremava dalla testa ai piedi: “Tu sei pazzo, sei pazzo!!!”. E scappò via.
“Dolly!! Torna qui, non puoi sfuggirmi! Devo sapere, devo capire!!!”. Ma Dolly era già lontana.
Il ragazzo abbassò il capo e, con il dito puntato sulla sagoma di Dolly, disse piano: “Anche se non vuoi dirmelo lo scoprirò con la forza. E sentirai dolore. Capirai a tue spese Dolly, che senza il sole non c’è vita, e che la notte è solo una puttanata, soltanto una lunga attesa prima del giorno”.
Detto questo, dal suo dito partirono degli incandescenti fiotti di luce che inseguirono la ragazza; lei si voltò e li vide, minacciosi nel buio, sempre più vicini. Strillò, ma la luce ormai era l’unica cosa che riusciva a vedere…

Si svegliò di soprassalto, imperlata di sudore. La luce del mattino bagnava il suo cuscino e il calendario era fermo sulla pagina di aprile.
Era stato solo un sogno, un brutto, pessimo sogno. Ancora sconvolta, Dolly si affacciò alla finestra e per la prima volta in vita sua fu lieta di vedere la città investita dalla luce del sole. Con un mezzo sorriso uscì dalla stanza ed entrò in bagno.
Se avesse osservato meglio il lato della strada opposto alla sua finestra, di certo non avrebbe avuto il cuore così leggero. Un ragazzo dagli occhi di fuoco guardava la finestra ghignando fra sé: “Ridi finché puoi, ma continuerai a farlo quando avrai scoperto che la tua notte è diventata un’unica, infinita giornata?”.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:12 #394

L'ASSURDA STORIA DEL GRASSONE di icarothelight


“Ti va di toccarmi le tette?”
“Laura smettila di dire sciocchezze, hai finito i compiti?
“Sì… te l’ho già detto, mi sto annoiando!”
“Va a giocare con la mamma allora, non disturbarmi”

UN ANNO PRIMA.

“… e allora, ti va di raccontare bene anche a me, ciò che hai detto di aver visto?”
Il grassone abbassò per un attimo gli occhi. Rimase ad osservare il pavimento per qualche secondo, poi puntò dritto gli occhi dell’ispettore.
“Tanto anche lei non mi crederà” e via a cercare ancora qualche segno nel pavimento.
L’uomo sorrise. Il genere di smorfia che significava: tu racconta, decido io se credere.
La palla di lardo si grattò nervosamente la coscia destra e cominciò rassegnato:
“Beh, tornavo da una partita a carte con amici. Non vedevo l’ora di andare a casa, ero piuttosto stanco ed ho preso il bus anche se non avevo il biglietto. Dopo qualche fermata sono entrati i controllori ed ho fatto in tempo, non so come, ad uscire prima che mi chiedessero il biglietto. Solo che mi trovavo ancora a qualche isolato da casa. E così mi sono fatto il resto a piedi. E’ successo poco dopo…” Si fermò, come un narratore attento a tenere su la tensione. L’ispettore gli stava di fronte con aria attenta, tirò su con il naso, chiese scusa e rimase in attesa della seconda parte della storia. In realtà la conosceva bene, gliel’avevano riferita i suoi uomini, ma era curioso di vedere se il grassone avrebbe confermato tale assurdità.
“Ho sentito una voce chiedere aiuto. Una voce di donna che non pareva di donna!”
“Cosa intendi? Una voce di bambina?”
“Più o meno…è difficile da spiegare, la voce era come se provenisse da due punti. Come due voci. Entrambe chiedevano aiuto, una più vera, l’altra quasi sintetica… ma forse non è questo il termine giusto, mi perdoni”
L’uomo fece un sorriso che parve divertito:“E tu… immagino sei andato a vedere o sbaglio?”
“Beh, sì” Deglutì. Stavolta si grattò il braccio, poco sotto il gomito. “Cosa avrei dovuto fare?”
Era un panzone sulla quarantina che ne dimostrava sessanta. Lo sguardo debole, non avrebbe fatto paura a nessuno. In fin dei conti sembrava un brav’uomo.
“Continua per favore, mi sto appassionando” Lo canzonò l’ispettore.
“Beh…la voce proveniva da un vicolo piuttosto stretto, che si trova a pochi passo da casa mia, ci sono andato ed ho visto…beh…”
‘Beh beh… Dio fallo finire con questi belati!’
L’ispettore sbuffò via quel pensiero e parve realmente scocciato perché l’uomo palla si fermò, indeciso sul cosa fosse più giusto fare.
“C’erano le ombre” concluse a denti stretti.
“Le ombre!? Quelle che dici aver visto portar via la donna? Quelle che dici l’hanno trasformata! Quelle ombre?”
Il silenzio chiuse il discorso. Il grassone cominciò a sudare visibilmente. Sembrava sul punto di svenire.
“Forza! Coraggio! Concludi la tua storia!” lo incalzò la voce cupa dell’ispettore.
“Beh… come ho già detto ai suoi colleghi, non sono proprio sicuro… ho visto delle ombre sulla donna, poi devo aver chiuso gli occhi e quando li ho riaperti… beh…”
Qualcosa in quell’istante cadde dal soffitto della stanza. Solo l’ispettore parve accorgersene. Gli sembrò un fiocco di neve. Scacciò via l’assurdo pensiero e si convinse di esserselo immaginato. Non cadono fiocchi di neve di solito dalle stanze dei commissariati e tantomeno il 22 luglio.
“La donna non c’era più…nel vicolo c’era una bambola…e le ombre che mi fissavano. Occhi viola fosforescente mi pugnalavano la testa. Non credo di poter spiegare meglio quanto mi hanno fatto paura. Credo di essere svenuto perché mi sono risvegliato nel vostro ufficio.”
Gli agenti Lo Verde e Danese l’avevano trovato, senza sensi, nei pressi di quel viale. Portarlo in ufficio e non all’ospedale s’era rivelata una scelta azzeccata. L’uomo s’era ripreso in fretta.
L’ispettore l’osservò per qualche secondo fino a fargli abbassare lo sguardo. “Perché?” gli domandò.
“Perché cosa?” fu la risposta bisbigliata.
“Perché ci racconti queste frot…” ma non potè concludere, perché qualcosa di assurdo successe.
Il grassone continuava grattarsi nervosamente il gomito, quando il braccio gli si staccò e cadde con un rumore debole in terra.
“Mah che diavolo?” Urlò sbigottito l’ispettore. Un altro fiocco di neve lo raggiunse dal soffitto e poco dopo un altro ancora, ma stavolta ci fece poco caso. Cominciò a nevicare dentro la stanza.

Dal moncherino dell’uomo non usciva sangue. Stava cercando di dare una spiegazione a quello che aveva davanti agli occhi quando comparvero le ombre, improvvisamente ai piedi dell’obeso. Lentamente lo salutarono occhi viola quasi lampeggianti. Potevano essere tre o quattro, non riusciva bene a comprendere e non ebbe il tempo di provarci: se la fece infatti nei pantaloni subito dopo, quando il grassone perse la gamba destra in un altro tonfo silenzioso. Quello che gli era parso un brav’uomo di mezza età con grossi problemi di peso, pareva non accorgersi di nulla, il viso sorridente, come se una qualche disinibita diciassettenne gli stesse facendo il servizietto più incredibile della sua vita.
Qualcuno bussò alla porta chiedendo se fosse tutto ok. Nessuno dei due rispose.
L’ispettore allargò le braccia e rimase immobile ad accogliere la nevicata sempre più fitta. Stranamente non si faceva più domande. Anzi prese a ridere in maniera scomposta, quando le ombre lo abbracciarono.

L’agente Danese aprì la porta con convinzione. Qualcosa non era andato per il verso giusto, questo era ormai chiaro. Sperava solo che quell’obeso raccontafavole non avesse fatto qualcosa di azzardato.
Entrò nella stanza e lo spettacolo fu tutt’altro che aspettato. Non c’era nessuno. Ma qualcosa c’era: nella sedia dov’era seduto il grassone qualche minuto prima, vide un bambolotto a cui mancavano un braccio ed una gamba. Fu la seconda cosa che scorse a disegnargli addosso una strana smorfia di smarrimento. Nel pavimento c’era una palla di vetro. Sembrava uno di quei souvenir con la neve finta dentro. La prese in mano. Qualcuno sembrava averci giocato da poco. C’era una vera e propria tempesta bianca al suo interno, dove si scorgeva un pupazzo di neve con indosso un abito.
Una divisa che conosceva troppo bene per potersi sbagliare.

UN ANNO DOPO.

“Ti va di toccarmi le tette?”
“Laura smettila di dire sciocchezze, hai finito i compiti?
Suo fratello continuava a giocare alla Wii, senza neanche guardarla negli occhi. Era da circa tre ore che se la spassava.
“Sì… te l’ho già detto, mi sto annoiando!” Sbuffò la ragazzina.
“Va a giocare con la mamma allora, non disturbarmi” sbraitò il ragazzo.
“Già! Sai che divertimento…” canticchiò Laura e scese giù nel tinello.
La tv era accesa su un bambino che stava leggendo le notizie del giorno. Sua madre era seduta vicino al tavolo. Squillò il telefono.
“Vado io mami” si propose. “Pronto?”
La voce di una ragazzina le chiese se era interessata ad una nuova linea adsl. Si finse incuriosita, ma alla fine declinò l’offerta.
Un bambino dalla TV annunciava una grande festa per ricordare l’anniversario degli adulti scomparsi.
Spense il televisore e guardò fissa la madre: “Mà, giochiamo un po’ insieme? Basta con la TV!”
La bambola non le rispose ovviamente. Come non le aveva mai risposto nell’ultimo anno.
Si chiese se non fosse meglio giocare col babbo. Rise divertita all’idea che le era venuta.
Li avrebbe fatti giocare insieme, in quel modo particolare che lei conosceva!
Chissà che non le potessero regalare un altro fratellino.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:14 #395

IL FALÒ di vaisecco


Tom viveva lì già da alcuni anni.
La casa di legno a due piani aveva un grande portico che dava sulle sponde erbose del lago di Huron; tutt'intorno gli alberi del bosco proteggevano l'accesso alla proprietà.
Tom aveva una mente fervida, non a caso in passato era stato considerato un inventore di valore.
Alcuni anni prima aveva addirittura depositato un brevetto per la creazione di un marchingegno elettronico in grado di registrare voti.
Ricordava ancora come si era sentito: sicuro, determinato, pronto a perseguire il progetto di "lasciare un segno" che si era prefisso da adolescente e che in quel momento le circostanze ne avevano confermato la possibilità.
Tante lune si erano specchiate da allora nel lago Huron, ma non altrettante idee si erano affacciate nella sua mente.
Da qualche anno era sposato con la giovanissima Mary che le aveva già regalato un bel paio di eredi; ma nello stesso anno del loro matrimonio, la perdita della madre Nancy aveva rappresentato per lui lo smarrimento di una bussola, i punti cardinali che gli indicavano la direzione giusta da prendere. Quella convinzione frutto delle sue indubbie qualità intellettive era progressivamente scemata fino a sgretolarsi.
Aveva cercato di aggrapparsi a Mary, ma il peso che aveva sobbarcato sulla giovane moglie era più di quanto lei potesse sorreggere.
Finì per cercare se stesso in fondo ad una bottiglia, poi ad un'altra, finchè si trovò alla deriva.
Era un uomo adulto, com'era possibile che non sapesse ripartire?
Forse le ragioni stavano nella sua prima educazione, quegli insegnamenti appresi proprio a casa dalla madre che aveva evitato al figlio altre umiliazioni dalla maestra.
"Suo figlio è un ragazzo confuso" diceva nella migliore delle circostanze la maestra a Nancy.
Dopo pochi mesi Tom abbandonò la scuola.
Nancy era un'insegnante presente, credeva nelle qualità del figlio e lottò affinchè queste emergessero sul disordine che prevaleva nei suoi pensieri.
E i fatti le diedero ragione: a tredici anni Tom distribuì il primo periodico composto e stampato su un treno e cominciò a lavorare con mansioni di telegrafista.
Come detto, ebbe l'occasione di depositare perfino un brevetto, e tutto questo all'età di solo ventuno anni.
Fin quando un giorno Nancy morì e lasciò il figlio in balia delle sue fragilità.

Una sera Tom uscì di casa e andò a sorseggiare un po' del suo veleno in giardino.
Camminò e si fermò in una nicchia riparata dal vento grazie agli alti alberi vicini.
Lì appiccò un falò e, per ingannare la mente, cominciò a proiettare sui tronchi adiacenti le ombre di personaggi di fantasia riprodotti con rametti, foglie o anche solo le proprie mani.
Mentre si riscaldava il corpo al tepore del fuoco e l'anima a sorsi di whisky, si accorse di un fatto assurdo che lo fece sussultare: sulla fitta macchia di fronte al bagliore del fuoco era comparsa un'ombra che si muoveva autonomamente!
Non era la proiezione di nessuna figura presente in quella scena, ne era certo nonostante la quantità d'alcol ingerita.
Tentò di avvicinarsi, ma il fuoco morente non permise all'ombra di resistere finchè lui potesse raggiungerla.
Tornò rapidamente al falò per rialimentarne il fuoco; bruciò così tanta legna che lo sfavillio delle fiamme danzò sui tronchi degli alberi a diversi metri tutt'intorno!
Aveva attizzato un fuoco di proporzioni ormai inquietanti sotto gli occhi terrorizzati quanto ignari di sua moglie e dei suoi figli che lo osservavano dall’uscio della porta di casa.
Tom ricominciò a scrutare gli alberi, sperando in una conferma... finchè l'ebbe.
Lei, l'ombra che stava cercando da tanto tempo, l'ombra dietro cui si era rifugiato tante volte nella sua vita: l'ombra di sua madre, Nancy.

Si avvicinò a quella figura amica e questa cominciò a parlargli:
“Tom...Tom, cosa ti è successo?!?”
“Mi dispiace mamma... ti ho delusa!”
“Me? E' di te che stiamo parlando, è per questo che sono tornata.”
Annebbiato dalla scena surreale, Tom non trovò altro da dire che chiederle "sei tornata per restare? Ma... come fai a..."
“Mi è stato concesso poco tempo, e ora ascolta!” tuonò la madre con autorità.
“Non ero io a guidarti, sei sempre stato tu a condurre la tua vita mentre a me non restava altro da fare che aiutarti nel cammino che ti eri tracciato. Tu non hai bisogno di una guida: è scritto che il tuo ingegno potrà guidare le generazioni future verso il progresso, ma dipende da te. Devi scegliere se accettare il tuo dono e ricominciare ciò che finora hai solo sfiorato, o continuare così.”
"Ho fatto molta fatica da quando mi hai lasciato solo..."
"Solo? Con una moglie e due bellissimi bimbi? Forse sei rimasto solo perchè hai perso te stesso fra i vapori d'alcol di quelle bottigliacce che bevi la sera, non perchè non c’ero più io!
Ti voglio bene, smettila di buttarti via perchè puoi farcela a riprenderti la tua vita."


L'ombra, i cui contorni stavano sfumando già da alcuni istanti, scomparve così come il fuoco smise di ardere.
Tom tornò nuovamente ad alimentare il fuoco, ma lei non comparve più.
Pensò a quanto aveva visto e sentito; poco più in là, lo sguardo dei suoi cari che avevano assistito al suo monologo con un tronco d'albero a pochi passi dal fuoco che aveva appiccato…

Dal mattino successivo ricominciò a lavorare ai suoi progetti. Si prodigò intensamente per molte ore al giorno mentre la sera, complice il clima mite della stagione estiva, aveva preso l'abitudine di appiccare un falò in giardino e trascorrere qualche ora in compagnia della sua famiglia attorno al fuoco.
In pochi mesi bruciò così tanta legna che il bosco tutt'attorno sembrava non essere sufficiente per le sue necessità.
Non rivide mai più l'ombra di sua madre, ma in compenso non rivide nemmeno più l'ombra di ciò che era diventato, una persona fallita che si era arresa.

Un giorno, mentre appiccava il solito falò in giardino, gli venne in mente un'idea di come creare della luce per riprodurre delle ombre senza ricorrere al fuoco o ad altri combustibili: un filamente che diventa incandescente al passaggio della corrente elettrica!
Pochi giorni dopo depositò un altro brevetto: era il secondo di una serie che divenne una collezione.
Una collezione a nome Thomas Edison.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:17 #396

IL SIGNORE DELLE OMBRE di White Lord


Narra la leggenda che in un tempo lontano Re Sole e Regina Luna ebbero una figlia incredibilmente bella; si dice che fosse così graziosa che tutte le stelle del cielo abbandonarono le loro dimore primordiali per venire ad ammirarla e che il suo sorriso fosse così puro e radioso da commuovere il Creatore stesso. Ma c'era qualcuno che sembrava immune alla virginea bellezza di quella bambina: la Regina Notte, il cui fascino non aveva mai conosciuto rivali prima di allora. Tale e tanta fu l'invidia che montò in lei, che Sole e Luna ritennero cosa saggia nascondere la bambina in un luogo introvabile, e a tale scopo scelsero un piccolo sassolino disperso nelle profondità dell'universo. Ma neanche quel sasso riuscì a mantenersi immune dal suo passaggio: e dov'era il deserto giunse la pioggia, dov'era terra brulla crebbero rigogliose foreste, là dove era il nulla sorse la vita. E venne dunque il giorno in cui la Regina Notte volse lo sguardo a quel mondo, improvvisamente così florido e bello da far concorrenza al più luminoso degli astri; e lì ritrovò quella fanciulla tanto odiata, che dagli abissi del cosmo ora osava nuovamente sfidarla. La sua ira fu incontenibile, tanto che decise di inviare su quel sassolino i suoi più temibili servitori. Fu così che le Ombre della Notte si misero all'inseguimento della principessina: ove queste passavano le bestie morivano, le piante appassivano e i fiumi si prosciugavano. E fu così che la bambina prese a fuggire dalle Ombre: e dove ella passava la vita rifioriva, la pioggia dissetava i campi arsi dalla sete e un ciclo eterno di morte e rinascita, di luce e oscurità, di bene e male prendeva il via. E ciò fu per l'eternità, da sempre e per sempre. O perlomeno finchè la piccola principessa avesse avuto il fiato per continuare a correre.

Nord Italia, 1944.

Anf. Anf. Anf.
Respiro. Anf. Respiro. Anf.
Un ciuffo di capelli biondi ti cade sul viso, mentre ti appoggi sulle ginocchia, nel tentativo di riprendere fiato. Non puoi fermarti bambina. Non oggi. Non ora.
Lo sai, fai un bel respiro e riprendi a correre. È stato solo un attimo di debolezza.
Le tue esili e agili gambe sembrano non incontrare ostacoli, mentre ti inoltri nel fitto della boscaglia. Stringi forte a te la borsa consunta, come se fosse la cosa più preziosa che possiedi. Non lo è. Non il cibo che vi conservi, non le medicine. È il messaggio. Stai correndo per lui e lo sai.
Cos'era quel brivido bimba? È il freddo?
No, il freddo si tiene ben lontano da te in queste tue folli corse su per la montagna.
È paura, vero bimba?
Ti sei ricordata lo sguardo di terrore negli occhi della mamma quando ti ha svegliato, in piena notte. Quando ti ha consegnato il messaggio.
Ti ha spiegato tutto, come al solito. La mamma ti spiega sempre tutto.
Tu non sei stata a sentire, come al solito. Sei solo una bambina, che come tante non vorrebbe crescere mai. Tu certe cose non le vuoi sapere. Ma sei una bambina intelligente e hai capito quello che dovevi capire. È un messaggio importante quello che porti, il più importante di sempre. Ne va della vita di molte persone, ne va della vita di tuo fratello. Lui è sulla montagna, nascosto. Insieme ai suoi compagni. Gli elfi della montagna. Combattono gli uomini cattivi, gli uomini neri. E tu li aiuti, come può aiutarli una ragazzina come te. Sei molto orgogliosa di ciò.
Per questo corri.

Anf. Anf. Anf.
Respiro. Anf. Respiro.
Ti sei fermata bimba, perchè? Perchè ti guardi intorno spaesata? Non riconosci più il tuo bosco?
Forse no. È scuro e malvagio oggi, lo senti anche tu?
Lo so bambina, lo so. Per questo devi correre.
E ora? Cos'era quel rumore?
Smetti improvvisamente di respirare e drizzi le orecchie. Un ramo spezzato, un fruscio fra le foglie... o la tua immaginazione? Non importa. Adesso hai paura. E hai freddo.
E improvvisamente la vedi. Viene dal buio, lentamente. Galleggia fra le fronde degli alberi e si avvicina sempre di più, trascinando l'oscurità con sè.
Ne spuntano altre dietro di te, mentre il tuo cuore prende a battere sempre più forte. Sono ovunque, sono veloci. Puoi sentire il loro alito gelido sul tuo piccolo, tenero collo. Le senti che cercano di avvilupparti, ti accarezzano la schiena e ti lanciano perfidi, tenebrosi baci di morte.
Corri piccola bambina, corri! Più svelta! O le Ombre ti prenderanno!

Anfanfanfanfanfanfanf.
Respirorespirorespiro.
Corri come una saetta ora, spinta dalla paura, voltandoti indietro di tanto in tanto, facendoti forza con ogni centimetro che riesci a mettere fra te e le inseguitrici.
Poi te ne accorgi. Le Ombre si sono fermate. Le senti che ti guardano dal fondo della foresta, ridacchiano e ti soffiano il freddo nelle orecchie.
Sì bimba, fa davvero freddo ora. Il freddo più intenso che tu abbia mai conosciuto.
"CHI È LA?"
Voce improvvisa, glaciale, tonante. Con un marcato accento tedesco.
E improvvisamente le Ombre prendono a correre l'una incontro all'altra, si radunano e si fondono nell'oscurità più nera. Un'oscurità così fitta da farsi palpabile, reale.
E da essa ne esce un uomo alto, pallido, dallo sguardo cattivo. E armato.
Il Signore delle Ombre ti guarda e sorride.
Adesso hai davvero paura, bambina. La paura più intensa che tu abbia mai conosciuto.

Anfanfanfanfanfanfanf.
Respirorespirorespiro.
Ti impegni, io lo so. Ti impegni davvero. Stringi forte la borsa e corri. Più veloce che puoi. Fino a non sentirti più le gambe. Ma lui è grande, forte, veloce. Più di te.
Tu sei stanca ormai. E non hai più fiato.
Il Signore delle Ombre ti abbranca e ti stringe con forza, strappandoti via la borsa. Le sue mani sono ghiacciate.
"La corsa ist finiten mädchen. Fediamo cosa abbiamen qui."
Piangi, mentre lui fruga nella borsa che avevi giurato di proteggere. Piangi, paralizzata dal terrore o dalla sconfitta. Perchè sei solo una bambina e cosa può una piccola bimba indifesa, sola, contro le Ombre della Notte?
E allora piangi pure bambina, perchè le tue lacrime sono tutto quello che ti resta.

BAM!
Uno sparo, improvviso, come una scintilla nell'oscurità.
Gli elfi della montagna! Sono venuti a salvarti! Tuo fratello è venuto a salvarti!
Altri spari. Adesso è il Signore delle Ombre ad avere paura. Sa di essere spacciato.
O forse no? Ha ancora un ostaggio. Ha ancora te. Il suo scudo. La sua salvezza.
No. Un fuoco rinnovato ti ha riempito i polmoni. Hai ripreso a respirare. Hai ripreso a correre. E sei già lontana.
Il Signore delle Ombre si è riparato dietro un albero. Non gli servirà. Lo sa. Il Sole sta per fare capolino dietro la montagna e l'oscurità l'ha abbandonato. Ma non quella nel suo animo. E c'è ancora tempo per l'ultima cattiveria.
Prende la mira, con calma. E poi fa fuoco.
Un dolore improvviso ti squarcia il petto. Abbassi lo sguardo. Una fontana rossa sgorga dal tuo corpo immacolato. Ti lasci cadere contro una roccia, mentre le tue mani si riempiono di sangue.
Dai bambina, dai. Resisti. Prendi un bel respiro.
Anf... Anf... Anf...
Ancora... Un... Respiro.

Narra la leggenda che, grazie al sacrificio della principessina, il Signore delle Ombre fu finalmente sconfitto e confinato nel regno oscuro da cui proveniva, insieme a tutti i suoi servi demoniaci. E la morte e la sofferenza furono per sempre bandite dal mondo, tornato ridente e lussureggiante com'era stato un tempo, com'era stata un tempo la giovane figlia del Sole e della Luna. E si dice che là dove ella versò il suo sangue, nel bel mezzo di quel bosco incantato, sia sbocciato un fiore meraviglioso, il più bello e profumato di tutto l'universo. E chi giunge ad ammirarlo avrà il dono della felicità eterna.
Ma si dice anche che questo è un privilegio concesso solo a chi non ha Ombre nel cuore.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:18 #397

EMILIA di Filhendil


Emilia si svegliò di soprassalto.Ormai non ci faceva più caso.Erano anni che le sue giornate e i tormenti che ne spezzavano i minuti,la rendevano inquieta e troppe volte la spaventavano.Si fermò per un attimo e cominciò ad ascoltare sé stessa,a guardarsi intorno.Il terrore che quelle voci potessero improvvisamente ricominciare e popolare di ombre la sua vita era fortissimo.Strinse forte le proprie mani fin quasi a farsi sanguinare i palmi con quelle sue unghie mangiucchiate e tirò un sospiro di sollievo.Si affrettò ad aprire un piccolo cassetto che stava al centro del mobile appesantito dagli anni che avrebbe dovuto abbellire il buco dove andata a vivere da poche settimane.Da quando,per la precisione,l’istituto nel quale era rimasta per sette interminabili anni era stato chiuso per mancanza di fondi.Prese la scatola dei medicinali,versò dell’acqua in un bicchiere e s’assicurò almeno una mezza giornata di libertà dal quel suo ego malato che le impartiva ordini e la chiudeva in un guscio senza uscita.“Sei praticamente guarita” – le avevano detto i medici al momento di dimetterla forzatamente. Ma era quest’ultimo aggettivo che la turbava:“praticamente”.Se la clinica non avesse dovuto chiudere difficilmente lei se ne sarebbe andata.Adesso lottava spinta dalla sua soggezione.Dall’inquietudine di essere raggiunta da quelle ombre che coloravano le pareti della sua stanza nel manicomio di un pallore vuoto.Rovinato,come quelle vite,lì rinchiuse e già considerate perdute.Emilia sapeva di doversi abituare all’idea di non dover temere niente.Di vivere da sola,come ogni persona.E d’altronde,visto che era la sua stessa testa a controllarla con suggestioni e paure,anche lei poteva provare a controbilanciarle.Aveva paura degli specchi,delle figure immaginarie che in passato era stata costretta,dalla sua stessa mente,a vedervi riflesse in un’ombra senza dimensione.Come quella di un fantasma.Ma quella mattina decise di guardarsi.Prese il piccolo specchio girevole che aveva trovato in quella casa affittata e arredata da altri e lo girò lentamente.Non pensò a ciò che avrebbe potuto vedere spinta dal suo libero inconscio e,quasi non lo volesse,si preoccupò della sua immagine.Per anni era stata rinchiusa in un angolo di mondo senza finestre,con un letto piccolo,con le pareti venate da lunghe crepe attraverso le quali sembrava volessero passare quegli impulsi che non le restituivano i suoi pensieri e la propria identità.Era magra,con i capelli chiari ma un po’ sfibrati,da sembrar bianchi.E poi quelle occhiaie viola intorno agli occhi.Ma c’era abituata,anche al termine di una nottata tranquilla non riusciva a liberarsene.Tentò di truccarsi un po’:quello era un mattino tanto speciale quanto difficile.Aveva trovato un lavoro alla cassa presso un piccolo supermercato ed era il suo primo giorno di lavoro.S’era svegliata con due ore d’anticipo, perché quando è difficile vivere come si vorrebbe la propria giornata,si preferisce prendersi il tempo per provare a sintonizzarsi con l’onda lunga delle persone che non guardano il mondo dalla tua stessa lente.E non temono gli stessi demoni.Il direttore l’aveva assunta sia perché essendo una ragioniera si fidava della sua capacità di saper maneggiare i soldi,sia perché era un vecchio amico di suo padre. Mentre cominciava a vestirsi con cura e meticolosità ripensò alla sua famiglia.Non aveva mai perdonato l’essere stata chiusa in quella clinica.I suoi temevano gli sguardi dei vicini e non volevano problemi da quella figlia che metteva a rischio l’immagine di suo padre, un importante politico della zona in grande ascesa.Dopo alcuni anni là dentro però la rabbia era svaniva e si trasformava in imprinting.Con le sue ombre, con altre facce senza identità, con una routine spezzata che spinge gli individui a nascondere aspetti della vita,come la pazzia,in luoghi lontani da dove in realtà scorre la vita.
E quell’esistenza mediata da lacrime e fiele aveva fatto sì che non riuscisse più a vedersi da nessun altra parte.Come se la sua personalità fosse stata chiusa in una lampada e tenuta in cantina,per far si che rimanesse solo quella porzione di follia che sarebbe stata invece da curare.Prese le chiavi,si guardò un’ultima volta allo specchio e le venne da sorridere per quel piccolo momento di civetteria.Scoprì di essere eccitata per quel nuovo inizio.Sentiva la libertà di poter decidere per se stessa.E allora,perché non provarci?Parte di quella sicurezza scomparve scendendo in strada.Gli sguardi della gente,la folla da incrociare lungo il cammino,le facevano tremare le mani.Camminò allora velocemente,con gli occhi bassi.Anche al supermercato non fu facile rompere il ghiaccio:stare anni a contatto con persone come te è un conto,trovarsi a discutere con chi invece quei sette anni li aveva vissuti davvero era un altro.Era intelligente,non temeva di poter sbagliare nel lavoro,ma la terrorizzava la possibilità che qualcuno potesse contestarla.Ma non voleva tirarsi indietro e con lo sguardo più duro che riuscì a dipingersi in faccia si sedette davanti alla cassa e attese i primi clienti, con le ginocchia serrate,cercando di nascondersi sotto alla veste da lavoro,provando freddo anche in quel giorno di sole.Ma quello che aveva dentro avrebbe avuto bisogno di tempo per sciogliersi.La prima cliente fu una signora anziana,coi capelli raccolti in una crocchia.Aveva comprato poca roba,Emilia la passò con cura attraverso la cassa e le offrì un sacchetto prima del conto,attenta a non incrociare mai con lei i suoi occhi nocciola.Dopo averle dato il resto,le sentì dire:“E’ nuova?Com'è giovane!” Annuì,fece una piccola smorfia con le labbra,ma le parole non ne vollero sapere di uscire.Fu comunque soddisfatta e i clienti successivi non le incussero timore.Poco dopo,dando un’occhiata in un momento di inattività ai banchi del market,notò un ragazzo,che riempiva gli scaffali.La stava guardando e le accennava un sorriso.Per istinto le venne da ricambiare e allora lui le si avvicinò.Le disse di chiamarsi Matteo,aveva più o meno la sua età,era gentile.Le chiese da quanto lavorasse lì,la tranquillizzò sul direttore e i colleghi.Lei sentì come di alienarsi da se stessa ma in un senso positivo.Rispondeva a quel ragazzo,ne era affascinata.Era come se la sua vecchia mente fosse ritornata e avesse messo da parte le ombre dell’Emilia malata,turbata di sè e non più capace di sentirsi cosciente.La giornata continuò,il pensiero di quel ragazzo le occupò la mente.Si sentì leggera,quasi non fosse seduta lì.Per un attimo ripensò all’amore.Di quella parola aveva perso il significato da anni,ma ogni volta che la sfiorava,anche in quelle sue giornate con un inizio tormentato e una fine troppo lontana,sentiva nascere una sensazione di benessere,figlia di un’idea indescrivibile,di quelle che nella mente dei poeti trovano corrispondenza nelle rime.E aveva deciso di lasciare quello che stava provando in questo stato,quasi a regalare l'opportunità a chi volesse interpretarlo di poter dare un'impronta propria:è così che lei si ricordava essere l'amore,la possibilità che ognuno dei due amanti potesse come disegnare un segno di se stesso sulla pelle dell'altro.

Aveva voglia di cominciare a riscoprire chi fosse.Che ruolo avesse in quella sua vita popolata per anni da strane ombre,voci incessanti,spettri che solo lei poteva vedere. Voleva ridare convinzione a tutti,compresi coloro che di iniziare quel nuovo giorno magari non erano stati del tutto convinti.Come lei,appena si era alzata quella mattina.L’orario di lavoro volò via e si fece l’ora di tornare a casa.Emilia uscì dalle porte regolate elettronicamente e si trovò di fronte Matteo che le disse:“Vuoi un passaggio a casa?”
Lei lo guardò negli occhi come mai avrebbe potuto immaginare e gli rispose:“Si, abito qua vicino”
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#6] Le ombre 14/07/2010 15:23 #398

LE OMBRE di maurocap


Nevicava cenere grigia così fine e impalpabile che sarebbe bastato un soffio per farla dissipare. L'aria era una nebbia scura come fumo di copertoni. Agitata, sembrava attendere bramosa una distrazione delle creature che si agitavano tra i suoi banchi. La carreggiata dell'autostrada era sepolta sotto una spanna di pulviscolo tossico dal quale spuntavano qua e là carcasse di un passato lontano.
Due ombre uscirono dal relitto di un'automobile e rimasero a lungo là in piedi osservando un punto lontano nel cielo. La più alta delle due indicò il ponte un chilometro più avanti e la sua compagna si mise subito in cammino. Si mossero insieme, sollevando sbuffi di cenere a ogni passo.
In pochi minuti svanirono nel grigiore.

Il chiasso nel bar del rifugio era assordante per chi era appena rientrato. Avuta la sua cioccolata calda Erik raggiunse l'unica tavolata con posti liberi: Marco sbarrava il passo a chiunque tentasse di sedersi e Stephen stava già trangugiando la sua terza birra.
«Giornata di merda.» Disse l'italiano.
«Troppa gente. Guarda: è pieno di nuovi arrivati.» Rispose Erik.
Erano in pari numero giovani militari e ricercatori in tuta gialla, di ogni razza possibile e immaginabile. Un nutrito gruppo stava gareggiando a chi beveva più alcolici prima di svenire.
«Cretini...» Sbottò Stephen.
«Si stanno solo divertendo.»
«Bah...»
Erik avrebbe voluto andarsene subito a dormire ma non se la sentiva di rompere con la tradizione: quella bevuta con i compagni era di fatto obbligatoria alla fine di ogni giornata. Lui aveva da tempo mollato con l'alcol, mentre Stephen, da buon inglese, non poteva vivere senza le sue assurde birre scure. Marco era più incostante: se spesso gli bastava un caffè di tanto in tanto non disdegnava qualcosa di più forte.
Proprio lui gli diede un colpetto col gomito per richiamare la sua attenzione sul viso di Stephen. Aveva gli occhi fissi sul boccale, azzurri come il cielo d'inverno e smarriti in pensieri malinconici.
«Domani riposo! Ne avevo proprio bisogno.» Esclamò Erik. «Che ne direste di sfidare la settima squadra a biliardo?»
Marco gli resse il gioco. «A me il biliardo fa schifo ma con quelle della settima farei qualsiasi cosa.» Era una squadra di sole donne tra cui una svedese mozzafiato intelligentissima e inarrivabile.
Le chiamavano scherzosamente le valchirie.
Stephen finì la birra. «No. Devo lavorare.»
Terminato il rito se ne andò salutandoli stancamente.
Rimasero soli.
«Mi domando perché ci stiamo ancora provando.» Disse Marco.
Già. Ormai l'abbiamo perso.

Fiocchi scuri cadevano incessanti trasportati dalla brezza. Al centro della piazza una antica fontana corrosa dalla polvere sembrava l'unica struttura integra dei dintorni. Rovine di palazzi crollati la circondavano come un gigantesco anfiteatro di morte.
Sedute sulle panchine lì intorno una decina di ombre si muovevano al rallentatore. I gesti erano quelli di gente che discute, che si abbraccia, che litiga. Una figura più piccola delle altre scattò via correndo sgraziata e subito una delle ombre sedute la rincorse con le braccia tese.
All'improvviso tutte le altre si alzarono e guardarono verso nord. Indicarono qualcosa.
Una debole scarica elettrica attraversò la nebbia nel cielo.
Le ombre scomparvero.

Quella sera Stephen era ubriaco fradicio. Doveva aver bevuto molto prima di entrare nel bar perché l'unica birra ordinata non poteva fargli quell'effetto.
«Voi non capite!» Sbottò.
«Oh certo... Non sappiamo nulla, noi saremo sempre e solo degli studenti ignoranti.» Marco era stufo, impossibile ragionare con lui in quelle condizioni.
«La reazione radiofasica non era stata prevista. Troppe interferenze... L'importanza della gravità...Non l'avevamo considerata...»
Erik cercò di essere il più comprensivo. «Se ben ricordi abbiamo scartato quell'ipotesi un anno fa. La gravità non può aver influenzato la...»
«Non da sola!» Gridò. Il bar si zittì e tutti si voltarono verso di loro. «Non da sola... Dimenticate il coefficiente di dispersione... Del...»
Stava per vomitare. I due furono lesti nel prenderlo perle braccia e uscire dal locale sorreggendolo come un ferito. Era dimagrito tantissimo, tanto che avrebbe potuto portarlo fuori lui da solo senza aiuto. Un tempo sarebbe stato impossibile: novanta chili di genio anglosassone avrebbero reso il compito difficile a chiunque.
Lo trascinarono fino all'ingresso del bagno, ma una coppia di nuovi arrivati gli sbarrò il passo.
«Non adesso.» Si scusò bruscamente Marco.
Uno dei due, un ragazzo orientale, parlò in un inglese stentato. «Lui è professor Wickengton? Noi felici di fare sua conoscenza.»
In risposta Stephen rigettò cena, pranzo e forse anche colazione sulla tuta immacolata del giovane.

Decine di piccole ombre sciamarono fuori da quella che un tempo era stato l'ingresso della scuola del quartiere. L'edificio era scomparso, per puro miracolo era rimasta in piedi la facciata dove ancora si intravvedevano alcune lettere dell'autorità cui era stata intitolata: una erre, una bi e una a.
troppo poco.
In strada le attendevano ombre più grandi. Si divisero e si abbracciarono. Si salutarono.
Poi tutte insieme si voltarono verso attratte da qualcosa al centro della città.
Una folata di vento confuse la scena gettandovi sopra tonnellate di polvere scura.

Erik fu svegliato da un rumore metallico.
È piena notte per Dio...
Ancora in pigiama si affacciò sul corridoio. La luce dello spogliatoio era spenta ma qualcuno stava rovistando con una torcia elettrica.
Qui non ci possono essere ladri, siamo in una base militare!
La prudenza non era mai troppa. Invece di dirigersi verso lo stanzino andò fino al telefono appeso al muro e prese la cornetta. Proprio in quel momento un uomo uscì dallo spogliatoio con indosso l'armatura biomolecolare attivata. Nell'oscurità i suoi contorni rilucevano avvolti da una debole aura azzurra.
«Stephen!»
Il professore fuggì lungo il corridoio ed Erik lo rincorse. Lui era più veloce ma la distanza troppa e non riuscì a raggiungerlo in tempo: Stephen entrò nell'ingresso pressurizzato e colpendo con un pugno il pulsante di chiusura si barricò dentro.
Si guardarono separati da due strati di vetro, quello della porta e quello offuscato del casco. Gli occhi del professore brillavano. Erik attivò l'interfono.
«Che vuoi fare?»
«Ho capito.»
«Cosa?»
«Tutto.»
La sua voce era distorta dalla pessima qualità del microfono, ma vi risuonò l'antica calma di un tempo, l'autorevolezza di un uomo giovane e brillante capace di tenere unito un gruppo eterogeneo di scienziati portandolo a scoperte sensazionali. Ciò che Stephen era stato prima della bomba.
«Non mi hai risposto.» Lo incalzò.
«Voglio rimediare a un errore.»
«Ci stiamo provando da anni.»
Sorrise.
Aprì la porta esterna ed uscì nella tormenta di polvere. Appena si richiuse la luce rossa annunciò la decontaminazione in corso.

Una vecchia casa di mattoni rossi priva di tetto si era coricata su un fianco ma era rimasta sostanzialmente tutta intera. Una evanescente figura scura attendeva seduta sui detriti. Come tutte le ombre non era possibile vedervi fattezze umane, non era nient'altro che una sagoma vuota, una proiezione piatta nel mondo tridimensionale. Eppure si muoveva come una donna.
Due ombre più piccole giunsero dalla strada. Lei andò loro incontro.
«Sapevo di trovarti qui.» Disse.
Stephen non si vedeva ma il sensore di prossimità dell'armatura di Erik non poteva mentire.
«Questa donna era mia sorella.»
«Lo so.»
Dentro la casa o dietro il muro.
«Non puoi più fermarmi.»
«Chi ti dice che voglia farlo?»
«Stupido tedesco! Sono stato il tuo maestro, credi che non ti conosca? Dov'è il tuo compare? Mi sta aggirando?»
Anche lui aveva un sensore identico al suo.
«No.»
Il professore rise mandando in risonanza le cuffie.
«Allora è giusto che vediate.»
Uscì dalla casa. Aveva in braccio un marchingegno metallico collegato al generatore dell'armatura con uno spesso filo elettrico. Proprio in quel momento Marco girò l'angolo.
«Il mio errore fu imperdonabile, ma come potevo immaginare che l'esplosione quantica avrebbe addirittura intrappolato le anime delle persone? Chi immaginava le implicazioni metafisiche? Per Dio... Trent'anni... Come fantasmi.»
Ci fu un ronzio e il meccanismo si mise in moto. Risucchiò tutta l'energia dall'armatura che si disattivò. L'aura azzurra scomparve.
«No!» Esclamò Erik.
Le ombre si voltarono di scatto. Folli di fame di vita corsero fino a lui e si tuffarono dentro le maglie metalliche, trapassandole.
Stephen gridò.
«Ho lasciato scritto tutto... FunzioneraaaAAAH...»
Altre ombre, decine scivolarono lì dai dintorni e si gettarono sulla preda. Marco gridò terrorizzato da quel che stava accadendo. Il ronzio crebbe a dismisura e di colpo ci fu un'esplosione di silenzio. I sensori di Erik impazzirono.
Le ombre si fermarono.
Divennero più chiare...
Iniziarono a brillare.
Poi si dissolsero come mille coriandoli luminosi che salirono verso il cielo dove scomparvero.
Il corpo di Stephen crollò a terra.
Erik respinse le lacrime, ma non era in grado di muoversi.
«Ha funzionato.» Disse Marco commosso. Stava piangendo di felicità.
«Sì. Andiamo, c'è del lavoro da finire.»
Marco

"Midnight is where the day begins."
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