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ARGOMENTO: [#10] Senza pietà

[#10] Senza pietà 27/01/2011 00:17 #1553

Periodo: Gennaio - Aprile 2011

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Munin
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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."
Ultima modifica: 06/09/2011 03:32 Da White Lord.

Re: [#10] Senza pietà (racconti) 31/01/2011 21:26 #1570

A VOLTE BASTA UN GRAZIE di Munin


Non so se vi interessa sapere cosa successe nel 1972, magari non eravate nemmeno nati o, se c'eravate, lo avete pure dimenticato. Non vi racconterò di quell'ex sergente dell'esercito giapponese, Shoichi Yokoi, ritrovato il 25 gennaio in una foresta, nel Guam, dove si era rifugiato per sfuggire agli americani nel 1944 o delle 13 vittime del “Bloody Sunday” del 30 gennaio a Derry in Irlanda del Nord e neppure che il 16 aprile avvenne il lancio della navetta spaziale Apollo 16; né che il 18 giugno a Washington fu sventato un tentativo di spionaggio politico ai danni del Partito democratico quando cinque ignoti stavano piazzando microfoni-spia nella sede del Comitato nazionale del partito, all'Hotel Watergate oppure che il primo settembre lo scacchista statunitense Bobby Fisher battè il russo Boris Spasskij conquistando così il titolo di campione del mondo di scacchi in piena “guerra fredda”; cosa dirvi del “massacro di Monaco” del 5 settembre il cui un commando di terroristi palestinesi, Settembre Nero, irruppe nel villaggio olimpico uccidendo due componenti della squadra olimpica israeliana prendendone in ostaggio altri nove: Il tentativo di liberazione da parte delle forze dell'ordine finì in un bagno di sangue. Magari vi ricordate che il 10 ottobre cessava la produzione della Fiat 500 o che il 13 avvenne il disastro aereo delle Ande; Il 24 Sadat dichiarò guerra ad Israele complottando con la Siria (questo piano porterà alla guerra dello Yom Kippur), mentre a Parigi il 28 novembre vennero ghigliottinate due persone accusate di omicidio; l'estradizione dal Brasile del boss mafioso Tommaso Buscetta, il 3 dicembre, mi pare attuale! Vi accenno pure la legge 772 che il 15 dicembre entrava in vigore in via definitiva: essa permetterà l'obiezione di coscienza al servizio militare; chiuderà l'anno un terremoto di eccezionale violenza che il 23 dicembre a Managua causò più di 10.000 morti tra la popolazione e distrusse il 75 % delle abitazioni.

Quello che vi racconterò ebbe solo inizio in quell'anno.

Roma 21 maggio 1972

«Aaah», gridò l'uomo, e giù! una martellata in faccia. Urlava come un folle mentre infieriva sulla mano, sul braccio, ma soprattuto sul viso... in pochi secondi il naso non c'era più.
Tutt'intorno la gente si fermò agghiacciata incapace di reagire. Il tempo sembrò rallentare.
Ma chi se lo sarebbe aspettato un gesto tanto folle davanti a tanta gente?
Francesco spostò di forza chi aveva davanti e con un balzo scavalcò la transenna gettandosi sull'uomo che sembrava in tranche.
Purtroppo lo squilibrato lo vide arrivare nonostante i lunghi capelli arruffati ne celassero lo sguardo. Rivolse subito il maglio contro di lui sferrando l'ennesima mazzata.
Francesco aveva però la forza e l'agilità dei vent'anni. Gli fermò la mano in tempo e lo afferrò al collo per fargli perdere l'equilibrio. Ma la pazzia ha sempre una marcia in più e dopo un po' si trovò ad avere la peggio: stentava a tener fermo l'uomo che in quel momento era pure riuscito a staccare un braccio a martellate!
«Qualcuno mi aiuti!», urlò con tutte le forze.
«Sono un ispettore!» gridò un soccorritore.
«Ed io sono un carabiniere! Dai! Dai che lo blocchiamo!», ribatté Francesco mentre lottava con tutte le forze.
«I Am Jesus Christ, risen from the dead!», sbraitava lo straniero.
Con fatica, finalmente, riuscirono a placcarlo a terra... e la folla si destò, ma non fu una bella cosa. Uno si avvicinò rapido all'uomo immobilizzato e gli sferrò un pugno possente, facendo perdere i sensi al “Cristo risorto”.
Lo stavano per linciare... di nuovo?!

Australia 1992 Uluru

«Che stellata! Mai vista in Italia una cosa del genere! Sembra un mare di latte!».
«Non è che nella foga della romantica stellata ti confondi con le tette di Stefi?».
E giù a ridere.
«Na cosa tira l'altra».
«Che gente strana che si incontra qui, vero?».
«Basta guardarti!... però sì: per vivere qui bisogna essere persone “particolari”».
«Gli aborigeni è un'eternità che sopravvivono in questo inferno».
«Ciò! Hai capito cosa stava farfugliando, ieri sera, il vecchio a cui abbiamo offerto un po' di pasta... come si chiamava?»
«Lazlo!»
«Ah sì! Laszlo!».
«A tratti... malediva i preti. Preti bastardi! Diceva, parlano bene e razzolano come i pig... i Pig Floyd!»
«Dai semo! Non capirò molto l'inglese ma mica son mona?»
«Cosa vuoi... mi sa che è un ex prete o un ex alunno di qualche collegio cattolico. Si è pure messo a parlare con Dio... mi ricorda “Nuvola”, hai presente? mai saputo il suo vero nome, quello che dorme nelle grotte o nelle case abbandonate e aiuta tutti, nell'orto, per una manciata di euro ma soprattutto per un litro di vino buono».
«Già! Hai visto gli occhi spiritati?! Secondo me è andato!».
«Ma dimmi... tu che dai tanto facilmente dello svalvolato: che differenza c'è tra un pazzo e un savio? Ti sei mai chiesto perché siamo venuti qui in mezzo al deserto? È un lungo in cui il tempo sembra fermarsi. Un luogo in cui puoi vedere la tua vita, i tuoi gesti quotidiani da una dimensione diversa. Non ti pare da pazzi alzarsi tutti i giorni, correre al lavoro (che magari manco ti soddisfa), ammalarti per lo stress, spendere i soldi per guarire (semmai si guarisca veramente), rincorrere la felicità per poi scoprire di trovarsi in un vicolo cieco?... ora dimmi: chi sono i pazzi?».
Silenzio.
«Mi sa che l'unica differenza sia il numero... più siamo che la pensiamo allo stesso modo, che agiamo allo stesso modo, più forza abbiamo per dare del pazzo agli altri».

Castelnuovo 2007

Quella sera Checo invece di andare all'osteria a giocare a carte con gli amici oppure a leggere qualche buon libro, magari dei conterranei Gigi Meneghello o Mario Rigoni Stern, preso in biblioteca perché oggi la cultura costa, soprattutto ai pensionati, decise di guardare uno dei pochi programmi televisivi ancora degni di essere seguiti, almeno secondo la sua opinione.

Come anticipato prima della sigla, stasera approfondiremo un fatto accaduto il giorno di pentecoste nel lontano 1972...

«Rosi! Alzati! Vien a vedere. Ghe xè Piero Angela».

… Ma partiamo vedendo un filmato amatoriale dell'epoca che mostra il momento dello scempio...

«Cossa xè successo?».
«Sta atenta e guarda ben! Chi vèdito?».
«Ah Maria Vergine! Ma quello sei tu?».
«Brava! Trentacinque anni fa».
«Oh Gesù! Ma Checo! Non avevi paura a fermare quel pazzo! Poteva amazarti!».
«Ero zòvane e Carabiniere. Qualcun doveva pur far qualcosa! Tuti guardavano, nessuno che se muoveva».
«Solo adeso a scopro de aver sposà un piccolo eroe».
«Macchè eroe! e comunque nessuno degli alti papaveri mi ha mai ringraziato. Tuti han sempre minimizzato».

… non sappiamo il nome del giovane che intervenne a fermare il vandalo identificato in seguito col nome di Laszlo Toth. Avrete notato che davanti alla violenza, agli imprevisti ognuno reagisce in modo diverso, ma su questo argomento dedicheremo, magari, un'altra puntata.
Un grazie ci sentiamo di esprimere a questo ignoto eroe che impedì che i danni subiti fossero, benché già gravi, ancora di più gravi, se non addirittura irreparabili...


«Adesso, finalmente, la gente la me crederà! Ogni volta che lo dicevo agli amici, nessuno mi badava, anzi pensavano che fossi un racconta balle. Mi sarebbe bastata una pacca sulle spalle dei miei superiori, una stretta di mano che non è mai arrivata. È questa la ferita più grande».

… L'equipe del professor Deoclecio Redig de Campos allora compì, se mi è concesso dirlo, un piccolo miracolo! Per il restauro furono utilizzati tutti i frammenti staccati con lo scempio e un misto di colla e polvere di marmo di Carrara. La presenza di molti calchi, conservati nei laboratori vaticani, permise ai restauratori di ricostruire fedelmente le parti deturpate della statua della Madonna senza modificarne l'originale. Oggi la si può ammirare protetta da un cristallo antiproiettile.
… Il vandalo, dopo un anno di manicomio in Italia fu rimpatriato in Australia dove se ne persero le tracce.


«Senza de mi, adesso sarebbero tuti senza Pietà!», disse soddisfatto… Francesco Franzan.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 06/09/2011 03:33 Da White Lord.

Re: [#10] Senza pietà (racconti) 20/02/2011 10:10 #1594

THE DARK SIDE OF THE MANKIND di Dark Twin


Da piccolo osservavo a lungo le formiche che nelle ipnotiche giornate estive creavano lunghe file per far provviste per l’inverno. Ricordo che trafugavo la bottiglia di alcool denaturato di mia madre. Spruzzavo il liquido rosato e gli davo fuoco. Alcuni giorni dopo le formiche erano ancora lì che lavoravano per fare provviste. Allora ripartivo al contrattacco e giù un’altra dose di alcool seguita da una massiccia spruzzata di insetticida. Il formicaio era sterminato. Altre volte utilizzavo una lente d’ingrandimento per incenerire gli insetti. Fu comunque durante la scuola media che conobbi i miei compagni di esperimenti. Sul margine del torrente che cingeva l’area della scuola, ce ne stavamo silenziosi in agguato. Splash! Con un gesto fulmineo Ugo tuffava il braccio nell'acqua e quasi sempre emergeva con in mano una piccola, viscida e nervosa rana verde. Come facesse a vederle resta per me un mistero. Nelle giornate di fine primavera ci divertivamo spesso ad osservare questi piccoli esseri agili e silenziosi (non i maschi, ovviamente, che gonfiavano le gote pavoneggiandosi sulla superficie dell’acqua). Eravamo affascinati dalla metamorfosi che le trasformava così profondamente da piccoli girini a rane. Qualche giorno prima eravamo entrati nell’infermeria della scuola senza farci vedere. Eravamo riusciti a rubare una chiave e levigandone la parte da inserire nella toppa avevamo creato un passe-partout che... funzionava! Era solo una stanzetta dov’erano conservati, in una vetrinetta, i medicinali generici per il primo soccorso, almeno così pensavamo finché non trovammo una borsa di siringhe sterili che rubammo assieme ad una serie di medicinali di cui non avevamo la minima idea dell’utilizzo e manco ci importava di leggere i foglietti illustrativi. Ma vi pare che dei tredicenni avessero voglia di leggere un testo farcito di parole incomprensibili? Fosse stato un giornalino porno, magari qualche sforzo l’avremmo pure fatto tra una foto e l'altra. Infilammo l’ago nel didietro della piccola rana che non si scompose più di tanto e poi la riempimmo d'aria. Non ricordo quanto visse. Rimase immobile, gonfia come, avete presente quella del primo Shrek? Solo che questa era vera. La piccola rana ebbe la sua embolia. Nel cortile della scuola giravano spesso gatti. Uno in particolare aveva attirato la nostra attenzione. Era bello, grande e soprattutto era l’unico, pace all’anima sua, che aveva la sfortuna di non aver timore di Leo, uno sterminatore di gatti. Eravamo invidiosi di ciò che ci raccontava aver fatto con suo fratello: dal tiro al bersaglio alla deflagrazione, dallo squartamento all'impalamento. Non l’avevamo mai visto all’opera e quel giorno se ne presentò l’occasione per colmare questa lacuna. Aveva trovato una bottiglia di trielina nello sgabuzzino dei bidelli. Ci disse che un uomo sarebbe vissuto pochi secondi con un'iniezione del genere. Il gatto fu circuìto, coccolato, placcato e in pochi secondi Leo gli iniettò una dose letale. Il gatto partì in picchiata passandoci sotto le gambe come se avesse fatto il pieno di benzina e finì la sua corsa aggrappato al muso di un grosso cane che passava di lì. Morì appeso, insensibile ai morsi del collie. Quando lo staccammo il cane era sotto shock! Il gatto era comunque vissuto più di un uomo! Secondo il nostro cronometro. Con la mitica chiave accedemmo pure alla soffitta della scuola. Un pomeriggio, quando la scuola era poco sorvegliata, salimmo silenziosi le tre rampe di scale. Aspettammo per un po' per non farci scoprire, quindi entrammo. Illuminati da una penombra scorgemmo oggetti inutilizzati, cose rotte, cose vecchie: il paradiso! Un buco sul soffitto attirò l’attenzione di Carlo, che dopo vari tentativi trovò il modo di improvvisare una scala che gli permettesse di esaminare le strane macchiette nere e pelose che pendevano nel pertugio. Infilò una mano e girandosi verso di noi disse di aver trovato un nido di pipistrelli! Uno infastidito prese subito il volo anche se era giorno. Eccitati cominciammo subito a lanciare per aria qualsiasi oggetto ci capitasse in mano per centrare il piccolo vampiro. Carlo lanciò una spranga di ferro con tre difensori (apparteneva ad un calcio balilla)... che colpì in pieno, vincendo la gara, il povero chirottero che morì sul colpo: era un maschio (erano ben visibili i piccoli testicoli e il pene schiacciati sull’addome) ed era incredibilmente vellutato e pulito. I peli erano più chiari nella zona addominale, più scuri sulla schiena. Il muso ricordava quello di un topo ma più arrotondato, non possedeva il tipico naso a punta dei roditori. Finimmo per restare veramente affascinati da questi esseri notturni, dagli occhietti nerissimi, tanto da decidere di allevarli. A Gianni ne capitò uno più nervoso degli altri che tentò più volte di mordergli la mano con i piccoli denti triangolari e bianchissimi, gli tese quindi i piccoli arti superiori scoprendo così la trasparenza e la delicatezza delle ali che si strapparono come carta velina. Il piccolo era destinato a morire non potendo più volare, tanto valeva rendergli breve il trapasso, disse Gianni, e lo uccise senza tante cerimonie. L’allevamento durò poche ore perché i pipistrelli scapparono in cerca di una nuova tana. Il torrente è sempre stato un’attrazione fatale. In inverno il ghiaccio, d’estate le rane e poi gli animali più temibili: i ratti. Un giorno di giugno ce ne stavamo tranquilli a remare quando scorgemmo una pantegana che nuotava verso la prua della barca. Carlo saltò giù su una sponda con un remo in mano, Fabio - uno stronzetto opportunista, tirchio e zotico - saltò sull’altra sponda con l’altro remo in mano. Io, povero gregario imbecille, rimasi sulla barca mentre il ratto si avvicinava sempre più. Poi accadde il finimondo: due remi si abbatterono con violenza sulla superficie, prima appena increspata dal movimento del roditore, poi agitata tanto da sembrare bombardata dall'artiglieria pesante. Il ratto cambiò direzione stordito dalle botte e cominciò a descrivere una spirale mortale finché si inabisso. Lungo l’argine avevano messo pure delle trappole per questi roditori. Un giorno ne scorgemmo una che aveva fatto il suo dovere. Era l’epoca delle cerbottane. Solo che noi usavamo delle frecce di carta con la punta potenziata dagli aghi delle siringhe. Quel giorno ci sentivamo un piccolo gruppo di cacciatori Indio che avevano trovato la loro preda. In breve il ratto si ritrovo infilzato da decine di freccette di carta ma nonostante le ferite non moriva. Allora prendemmo con cautela la trappola e la immergemmo del torrente affogando così il grosso topo di fogna che mordendo la gabbia affermava la sua voglia di vivere.
Non so il motivo per cui mi riemergono questi ricordi. Comunque quello che volevo dirvi era altro. Avete presente cosa succederebbe se si introducesse una nuova specie animale in un ecosistema in cui non ci siano nemici naturali? L'alta crescita demografica di quella specie ne determinerebbe uno squilibrio biologico. È già successo e l'uomo ha sempre risolto sterminando quelle specie che causavano danni a tutto l'ecosistema. Ora chiedetevi: qual è l'animale che più di tutti sta sovrappopolando la Terra? Allora? Avete intuito qualcosa? No! Ok, vi spiego tutto. Oggi mi sento loquace. Se tra le medicine che utilizzate troverete la molecola AZn-L2, avete meno di dieci anni di vita. Certo in un tempo così lungo avete potuto realizzare molte cose, ma soprattutto sarà difficile che qualcuno abbia nel frattempo trovato la connessione causale tra le vostra morte imminente e le medicine che avete ingurgitato un decennio fa. La cosa certa è che a più della metà della popolazione mondiale è stata somministrata attraverso farmaci comuni. Inoltre, questa molecola artificiale che ho sintetizzato, una volta assimilata viene trasmessa ai propri eredi. In qualche modo bisognava aiutare la Terra a trovare un nuovo equilibrio. Addio mie cavie!
Mors tua vita mea.
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Ultima modifica: 06/09/2011 03:34 Da White Lord.

Re: [#10] Senza pietà (racconti) 08/03/2011 19:25 #1671

RIPETIZIONE PERFETTA D'ESISTENZA ASTRATTA di gensi


Il mondo funziona così. Credete davvero che si possa tornare indietro? Ormai tutti i muri sono stati abbattuti e non resta che strada in discesa. Anzi, sempre più in discesa, in un'accelerazione destinata a non fermarsi mai. Chissà se davvero ci sarà una fine. In fondo, il mondo che noi conosciamo, quel mondo, così come lo concepiamo noi essere umani è destinato ad avere necessariamente un inizio e una fine. Per quanto lontana possibile, questa fine, deve arrivare. E arriverà. Io ci credo.

Come detto quindi, il mondo funziona così. Nasci, cresci, studi e nel mentre decidi da che parte della barricata stare, decidi se vuoi far carriera o preferisci la famiglia, il mare o la montagna, i numeri pari o i numeri dispari, i biscotti interi piuttosto che quelli rotti. Poi entri nel mondo del lavoro. Il tuo mondo del lavoro altro non è che il frutto delle scelte che hai fatto fino al giorno prima. In maniera quasi del tutto inconscia, questo è vero, ma non credere di aver veramente scelto in libertà. Anche perché, prima di tutto, sei stato scelto. Prima dalle risorse umane dell'agenzia interinale, poi dalle risorse umane della multinazionale che ti ha affidato l'incarico più ingrato dell'organigramma, quello di inserire dati. "Beh, un posto seduto davanti a un computer..." penserebbe uno qualunque di noi. Non è più così. Ormai standardizzano anche questo, centralizzano, processano e tu, nato, cresciuto e acculturato non vai più bene per un compito tanto ingrato. Costi troppo. E un polacco piuttosto che un indiano possono fare la tua stessa identica mansione ma, nel mentre, possono essere controllati. Si, controllati, senza pietà. Laggiù è possibile vedere quante volte e per quanto tempo il nostro collega s'assenta dalla scrivania e credo che, prima o poi, qualcuno di Hong Kong o del Benin offrirà un servizio ancora migliore, garantendo un pappagallo per l'urina e una borraccia di minestrone sopra la testa di un altro collega così da aver tutto a portata di mano, magari per dieci ore filate. Meglio di un robot che, tra l'altro, costa più caro e rende di meno.

E pensare, che questa idea del pappagallo e del minestrone è venuta proprio a te. Te che eri l'ultima ruota del carro ora hai conquistato il tuo premio, aumentando del settandodicimila per cento la produttività e riducendo del quattordicento i costi. Bravo. Ma purtroppo, il mondo, funziona così. Tu sei stato scelto da qualcuno che è stato scelto, che a sua volta è stato scelto da un altro ancora, nominato dall'Amministratore Delegato, scelto, anche lui, dal Consiglio composto dai soci che hanno, come fine ultimo, quello di guadagnare. Ecco perché non c'è posto alla pietà. Bisogna guadagnare. E per guadagnare bisogna scegliere un Amministratore Delegato senza scrupoli che, a sua volta, sceglierà un Direttore Generale che non si faccia troppi problemi a scegliere un Direttore delle Risorse Umane che sceglierà i più assillanti e arrivisti venditori di questo mondo che per un premio, per una stramaledetta percentuale ridicola di ricchezza in più affosseranno dignità e buonsenso con il solo e ultimo scopo di guadagnare. Abbiamo una famiglia da mantenere, diranno, abbiamo un mutuo da pagare. Dobbiamo guadagnare se non vogliamo morire di fame.

Funziona così il mondo, senza pietà. Se non vuoi morire di fame devi guadagnare e, soprattutto, far guadagnare. Che poi, guadagnare. Guadagnare cosa? Felicità vera o semplice illusione fatta da numeri virtuali? "Beh, almeno abbiamo un colpevole..." penserebbe uno qualunque di noi. Non è così facile.
I colpevoli sono forse i 'soci'? Ma spesso, questi 'soci', non sono altro che fondi d'investimento e altre società legate al mondo della finanza e simili. In sostanza altre scatole fatte di persone scelte da altre persone che alla fine hanno come scopo solo quello di guadagnare. E chi sono i 'soci' di queste società a loro volta socie di queste aziende senza pietà.

Sei tu? Sono io? Siamo un po' tutti? Demagogia?
Non lo sa nessuno. La verità è che l'uomo ha creato un sistema talmente perfetto che oggi non ha colpevoli ma solo vittime più o meno arricchite. Perché l'uomo, che è davvero un genio, è riuscito a creare il vero sistema perfetto dei 'senza pietà' in grado di autoregolamentarsi da solo e che finirà la sua corsa solo in quel giorno, in quella certezza che ognuno di noi ha, ovvero che prima o poi ci si schianti. Tutti insieme o singolarmente poco importa. La consapevolezza che prima o poi dovrà finire per ognuno di noi è la garanzia che il mondo è questo, senza pietà ma che la 'vita' è altro. Il paradiso, tanto decantato sotto svariate forme da ogni cultura altro non è che la 'Vita' con la v maiuscola fatta di totale e semplice pietà. Un altro sistema talmente perfetto dove ognuno farà sempre e solo la cosa giusta per un altro così da ricevere sempre e solo la cosa giusta fatta da un altro. In un ciclo infinito che non porta a schianti di nessun tipo ma a semplice ripetizione perfetta d'esistenza astratta.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
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Ultima modifica: 06/09/2011 03:35 Da White Lord.

Re: [#10] Senza pietà (racconti) 27/03/2011 13:42 #1727

LUNA di Tavajigen
Dedicato ai Bambini della Luna, che tutti i giorni combattono per vivere una vita normale.


Si alzò dal suo letto di paglia, si avvicinò alle pesanti tende scure fissate sull'apertura che fungeva da porta della capanna e ne sollevò lentamente un lembo. Non vide luce e capì che il sole era già tramontato, che un'altra giornata di buio assoluto era finita, che la palla di fuoco che senza pietà la relegava ad una vita di oscurità non sarebbe tornata fino all'indomani.

Luna era malata, gli anziani della tribù la chiamavano “malattia del sole”, un morbo terribile che stava portando l'intero villaggio alla distruzione: da anni una dopo l'altra tutte le bambine erano nate ed erano morte, lasciando Luna come ultima superstite della nuova generazione e soprattutto come ultima speranza, in quanto unica donna fertile ancora in vita.

Lei sapeva però dentro di sé che non c'era niente da fare, nonostante avesse solo 12 anni il suo destino sarebbe stato lo stesso: i pochi raggi di luce che l'avevano sfiorata nella sua breve vita avevano colpito inesorabilmente e macchie nere cancerose le avevano già ricoperto le braccia. Inoltre, a causa della forzata lontananza dalla luce, anche se fosse rimasta incinta le probabilità di portare alla fine la gravidanza senza abortire sarebbero state veramente poche, come già era successo con le poche malate prima di lei che erano riuscite a rimanere gravide, ma che poi erano morte di parto.

Le altre donne del villaggio, tutte ormai troppo vecchie per avere figli, si prendevano cura di lei giorno e notte, cercando di aiutarla e di sostenerla non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche e soprattutto nella terribile missione che le avevano affidato gli anziani del villaggio: ogni sera Luna avrebbe ricevuto un uomo diverso e si sarebbe concessa a lui, sperando così di arrivare presto alla tanto desiderata fecondazione.

Tornò sul letto e si distese, in attesa.

Le tende scure si aprirono dopo poco, ed entrò un uomo. Luna non lo guardò neanche, chiuse gli occhi e aprì le gambe, pensando e sperando che presto sarebbe finito tutto.

Passarono alcuni secondi, silenzio assoluto. Luna allora aprì gli occhi, e vide che non era un uomo, ma un ragazzo, o meglio poco più di un bambino, forse aveva la sua stessa età. Lo sguardo di lui era fisso sulle sue gambe, sul fiore che lei aveva lì in mezzo.

Un senso di vergogna la attraversò con un brivido, e chiuse le cosce. Il ragazzo trasalì.

“Scusa.” disse lui.

Luna era perplessa.

“Chi sei? Non ti ho mai visto prima.”

“Sono Isaac, non mi hai mai visto perché solo ieri il gran consiglio ha deciso che ero abbastanza grande per essere un uomo, e per partecipare alla missione.” Rispose il ragazzo, lo sguardo pieno di vergogna era abbassato sul pavimento.

“E cosa stai aspettando?” Luna non capiva cosa stesse succedendo. Le guance di Isaac si arrossarono sensibilmente.

“Beh, io non so bene cosa devo fare, e credo anche di non esserne in grado, spero che tu possa scusarmi.”

Erano passati molti anni da quando le avevano negato rapporti con gli altri bambini, non si ricordava neanche quando fosse stata l'ultima volta che aveva parlato con un estraneo.

“Vuoi sederti qui con me a parlare?” Gli chiese Luna. Il ragazzo sorrise e si sedette sul letto di paglia con lei.

---

Luna ricominciò a vivere.

Si ritrovò dopo pochi mesi, e dopo pochi incontri con lui, intervallati da quelli con tanti altri uomini, a contare i giorni che la separavano dal rivedere Isaac. Finalmente aveva qualcuno a cui pensare, aveva qualcuno che le desse una ragione di vita.

Lui ogni volta le portava un regalo, e soprattutto le raccontava del mondo, quello vero, quello che era chiuso oltre le sue tende scure, e a lei proibito. Le narrava delle battute di caccia ad ovest, delle fredde montagne a nord, del grande mare a sud. Il mare che Luna non aveva mai visto, e che non riusciva neanche ad immaginare.

I due ragazzi divennero amici, e presto si innamorarono.

Una sera Isaac trovò Luna in lacrime.

“Luna, che succede?” disse abbracciandola.

“Amore mio, sono incinta.”

Isaac sentì il suo stomaco chiudersi, ma tenne la voce ferma, sapeva quello che doveva dire.

“Ma questo è bellissimo! Una nuova speranza per il villaggio, gli anziani ne saranno entusiasti vedrai!”

Luna si sciolse dall'abbraccio e lo guardò negli occhi.

“Isaac, io sto morendo. La malattia è avanzata fin dentro di me, la sento, e non so se sarò in grado di dare alla luce questo figlio. Il nostro figlio.”

“Ti prego, non arrenderti alla malattia...e poi...come puoi dire questo? Non puoi sapere di chi è figlio.” Rispose lui perplesso.

“Lo so, io porto in grembo tuo figlio.”

Vedendola così decisa le annuì.

“Isaac, promettimi una cosa. Promettimi che quando giungerà il tempo per lui di nascere tu mi porterai via da qui. Non voglio che nasca in questa capanna, in questa prigione, deve essere libero dalla maledizione che ha colpito la nostra tribù. Promettimelo.”

“Luna, ma poi come farai? Non puoi vedere la luce, sarebbe fatale per te.”

“Te l'ho detto, per me non c'è speranza, pensa a nostro figlio, il destino è suo.”

Per la seconda volta in quella serata, il ragazzo le annuì.

---

Passarono i mesi e l'intero villaggio fremeva nell'attesa.

Mancavano ormai pochi giorni allo scadere del tempo, quando una sera Isaac ottenne finalmente il permesso di rivedere Luna, che ormai veniva tenuta segregata da tutti.

Appena entrò nella capanna Luna si rivolse alla donna che la stava accudendo.

“Cara, puoi andare a prendermi delle mele per favore? Come vedi le ho finite.”

“Vado subito.” Rispose la donna uscendo, non prima di aver rivolto uno sguardo di avvertimento al ragazzo.

Luna attese di essere soli, poi si rivolse ad Isaac.

“Amore, presto, dobbiamo fuggire!” E si mise a preparare un fagotto con dentro un po' di cibo e dell'acqua.

“Luna, ma ancora mancano dei giorni al parto, come faremo a sopravvivere?”

“No Isaac, non capisci! Mi si sono rotte le acque un'ora fa, sono riuscita a tenerlo nascosto a quella strega, però fra poco dovrò partorire!”

Isaac non perse tempo a rispondere, la aiutò con il fagotto e poi la portò via con sé. Rubarono un cavallo e fuggirono dal villaggio.

Luna sentiva la fresca aria della notte sul suo volto mentre cavalcavano, e i suoi sensi sembravano impazzire, trasmettendole emozioni mai vissute prima.

“Isaac!” gli gridò seduta sulla sella dietro di lui “Andiamo a sud, voglio vedere il mare!”

Il ragazzo girò la testa in parte e le fece un cenno di assenso.

---

Erano passate alcune ore, e le contrazioni ormai erano molto ravvicinate, il momento era giunto.

Luna entrò nella spiaggia, affondò i piedi nella sabbia e rimase meravigliata da quella stranissima sensazione. Poi alzò lo sguardo e finalmente lo vide. Il mare, quella enorme distesa d'acqua davanti a sé, impossibile nella sua grandezza, eppur reale.

Uno spasmo la costrinse a distendersi. Aprì le gambe, suo figlio voleva nascere, non avrebbe atteso un minuto di più. Isaac le si mise davanti, pronto ad aiutarla.

“Ci siamo Luna, avanti, spingi, vedrai che sarà veloce, vedrai che andrà tutto bene, ci sono io qui con te.”

Ma Luna non lo guardava, non sentiva più niente ormai, la sua attenzione era tutta da un'altra parte, perché l'aveva visto: il suo eterno nemico, che stava sorgendo dal mare. L'alba era giunta.

“Isaac, il sole. E'...è....meraviglioso.” Sussurrò piangendo di gioia.

Un urlo da neonato si alzò nell'aria.

“Luna, guarda! E' una bambina, è bellissima! Nostra figlia è nata!”

Isaac si girò verso Luna, ma non ebbe risposta.

Il sole, che senza pietà l'aveva relegata ogni giorno ad una vita nelle tenebre, per l'ultima volta l'aveva attaccata, l'aveva uccisa. Luna era spirata, con lacrime sulle guance e un sorriso sulle labbra.

---

Epilogo

La bambina crebbe e divenne una donna forte e bellissima, sotto la protezione di suo padre Isaac. Tornarono al villaggio anni più tardi, ed i suoi lombi fertili dettero alla luce numerose figlie, tutte sane, che piano piano riuscirono a ricostruire un futuro, una nuova generazione per la tribù.

Quella bambina si chiamava Sole.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 06/09/2011 03:36 Da White Lord.

Re: [#10] Senza pietà (racconti) 05/04/2011 01:59 #1755

LONTANO DAGLI OCCHI, LONTANO DAL CUORE di marcoslug


Skype è una mano santa per quelli come me: mezzobusto alla Bisteccone Galeazzi, sorriso di circostanza e tanti ma amore, sicuro che non ho niente, fidati, pronunciati con tono sempre più supplichevole e infastidito… infastidito sì, perché devi dare l’impressione di mal tollerare ogni tipo di insinuazione. E devi tipo dilatare la voce – dicono sia questa la tecnica – ostentando stentorea sicurezza. Ma amore, sicuro che non ho niente, davvero. Non ho niente. A parte Manila – sì, mi pare che si chiami così… – che armeggia qui sottobanco – Manila, che cazzo di nome… – che armeggia, sì insomma ci dà dentro di brutto, sotto il mezzobusto, a intrecciarsi con l’alimentatore e il filo della webcam in una sorta di pratica self bondage, sotto il mezzobusto e, ancora più sotto, sotto il tavolo di legno grezzo made in Ikea, che è un po’ il confine tra quello che dovrei essere – un apprensivo e tutto-sommato-si-spera-affidabile compagno che sta trepidamente e fedelmente aspettando la sua lei in vacanza studio in una cittadina della Francia settentrionale – un cazzo di buco in Normandia, diciamo più chiaramente – e quello che sono in realtà: un monumentale pezzo di merda.
Ma amore, quand’è che torni insomma? Come sarebbe a dire che me l’hai già detto? Ma come non sto attento? Sì che sto attento! Ven… Giovedì, certo giovedì! Manovre pericolose nella parte cattiva della scena. Cioè, Manila che tira peggio di un aspirapolvere, di quelli per aspirare i tappetini dell’auto e tutto il resto, e si dimena manco avesse dieci vespe addosso, e mi afferra la mano, me la tira proprio, pure quella, verso di lei, verso il suo seno formato mignon – ma non si può fare, cara la mia Manila, che poi mi viene un movimento strano con la spalla. Manovre pericolose della pericolosa Manila. Manovre pericolose e… rumorose, dannazione. Ma amore, che è tutto ´sto rumore? Che è tutto ´sto struscio? Quale struscio? Ah no, è il rumore delle pantofole… e il gatto. Quale gatto??? Già, quale gatto? Io non ho mai avuto un gatto e – aggiungo il carico – ho sempre provato un odio repulsivo, totale, primigenio, verso qualsivoglia animale domestico. Ehi, stupenda la mia Manila, puoi fare poco poco più piano? Sussurro. Maneela, si scrive, e si pronuncia, come l’inglese kneel. Eh??? Maneela, mi chiamo Maneela con la doppia e. Ok, Maneeeela, fa’ più piano. Ti prego. Butto fuori un po’ d’aria nervosamente, per far finta che tutto quel mio farfugliare, a sfavore di camera naturalmente, fosse in realtà un improvviso attacco di affanno. Che cazzo di matta mi sono portato in casa.
Amore, ciao. Ciao… ma mi saluti già? Che cattivo che sei! Sì, devo andare, devo andare… a comprare da mangiare al gatto. Uno scossone. E che è? Uno scossone e poi un tonfo che genera un rumore sordo. Che poi non è proprio un rumore da tonfo, ma nel mezzo di questo tappeto di suoni striscianti, di aspirapolvere senza sosta e pantofole in continuo movimento, un suono metallico istantaneo sembra chissà che: il suono metallico di una webcam che cade. E che, ironia della sorte, punta là dove non dovrebbe puntare, come quando il cameraman inesperto inciampa e rovina in un’inquadratura a piombo. Ehi amore, ma si può sapere… Mi lancio a riposizionare con prontezza la webcam sul monitor del portatile. Primo tentativo andato male – maledetta clip che non regge mai. Si può sapere chi cazzo è che ti sta succhiando l’uccello?

Scherzo! Scherzo? Sì, scherzo: non c’è stata nessuna caduta di webcam, nessuna inquadratura compromettente. Era solo per condire di più il racconto. Lo sapete meglio di me, no? Lo sapete meglio di me che il destino non ha mai pietà per le persone… le persone normali voglio dire, che puntualmente vengono trattate male, tradite, derise alle spalle. Per non parlare dei santi o dei martiri, delle persone misericordiose e veramente buone, sì insomma di tutta quella gente lì, che secondo me viene snobbata dai piani alti addirittura di più. Il destino ha sempre un occhio di riguardo per gli stronzi come me.
E così, chiusa brillantemente la videoconferenza con la bassa Normandia, avanti con Manila l’aspirapolvere. E poi avanti con Manila l’acrobata – c’ha un cazzo di nome, che mi rifiuto di pronunciare, ed è matta come un cavallo, però ci sa fare, niente da dire. E poi avanti con Manila l’inopportuna. Ti ringrazio, ti ringrazio veramente, ma come dire… Maneela, sei stata stupenda, ma ora devo andare, s’è fatto proprio tardi, devo andare… a comprare da mangiare al gatto. Ma vuoi uno strappo per caso? Come dire: puoi gentilmente toglierti dai coglioni?
Via Manila. Via Maneela. Via le vespe e i tappetini sudici posto-guida, che ora sono tirati a lucido. Quasi consumati. Il destino, sempre lui – o chi per lui –, ha almeno il buon gusto e la decenza, in questi casi, di lasciarmi sempre con un consistente cerchio alla testa e una spolverata – giusto una spolverata – di sensi di colpa. Ho bisogno di un aiuto dall’esterno, ho bisogno di quella che io chiamo la leva alcolica. Per citare una battuta dal film che probabilmente ho visto più volte in vita mia: fategli ingozzare un paio di whisky e guarirà. Non so se guarirò, se guarirò del tutto per lo meno – francamente mi sembra un’impresa disperata –, ma a poco a poco che mi ingozzo e mi annaffio di Ballantine's, il cerchio si trasforma sempre di più in una serie di anelli, prima due poi tre, poi forse anche quattro, che ondeggiano attorno alla mia testa; e la spolverata di sensi di colpa diventa un giubbottino primaverile, di quelli che metti e levi in continuazione a seconda dell’intensità del sole. Ti chiedo scusa, Ari – non l’ho detto, ma si chiama Arianna la mia ma amore. Ti chiedo fortissimamente perdono, Ari. Ti prometto che questa stronzata è più o meno l’ultima. Dico l’ultima, ma lasciami il bonus delle occasioni speciali, dovessi avere per le mani una simil Scarlet, ok? Quand’è che torni? Venerdì? No, giovedì, hai ragione, torni giovedì. E allora giovedì ti verrò a prendere all’aeroporto con la faccia che mi viene meglio e un arbre magique al cocco, pronto da scartare, visto che ti piace tanto farlo. Passeremo giornate meravigliose, ad ascoltare pallosissimi dischi indie e a dirci citazioni di film e serie televisive. E allora tu, dopo qualche settimana o mese, mi perdonerai per questa e le mille altre stronzate che ho fatto, e che tu, da persona intelligente quale sei, avrai certamente intuito. Mi perdonerai e passeremo giornate meravigliose. E io non amerò nessun altro all’infuori di me.
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Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 06/09/2011 03:37 Da White Lord.
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