"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#8] Il castello

[#8] Il castello 21/06/2010 01:42 #208

Periodo: Giugno - Novembre 2010

Numero partecipanti: 8
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"Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."
Ultima modifica: 06/09/2011 02:19 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 26/06/2010 10:23 #233

MURI DI DONNE DI CARTA di gensi


Se ne stava seduto quasi tutte le sere in quell’angolo. Ordinava il suo sidro e lo faceva durare per quasi tutta la notte mentre con il suo mazzo di carte si dedicava al suo passatempo preferito.

“…tre di picche, messo; sei di fiori, messo; donna di cuori, cazzo! Eccola qui, sporca traditrice. Maledetta lei e maledetto il suo genere.”

Il castello di carte che stava costruendo s’afflosciò non appena tentò di posizionare quella donna.
Non era la prima volta che una donna lo tradiva. Soprattutto una donna di carta.

Era un nobile decaduto, proprietario di uno dei più bei possedimenti del regno, un parco, un lago da far rabbrividire e un castello che era il fiore all’occhiello di tutta la classe nobiliare che rappresentava.

Se l’era miseramente giocato a carte affidando tutta la sua fede in quella donna che non l’aveva mai tradito fino ad allora. La posta in palio si alzò precipitosamente e non seppe resistere. D’altronde se è vero che sul piatto c’era il suo più importante possedimento era altresì vero che dall’altra parte c’era la “vita” e la possibilità di diventare il nobile più importante, ricco ed influente. Non solo. C’era anche lei. Una donna di carne e ossa, figlia del Re, promessa sposa di entrambi destinata a diventare Regina. In principio, la tenzone, doveva essere una sfida all’ultimo sangue come era in voga. Ma i due nobili, per nulla allettati dall’idea di sacrificare la propria vita, preferirono giocarsela così. Presi però dalla frenesia finirono per mettere in palio tutto il resto. Praticamente la loro vita.

“…jack di cuori, messo; asso di quadri, messo; donna di quadri…maledetta!”

Un altro castello cadde in quella serata e non poteva essere che una donna la responsabile. Forse lo faceva di proposito. Non era possibile che quella sua abilità nel posizionare le carte vacillasse ogni qualvolta gli capitava una donna per le mani.

“…cinque di picche, messo; sei di picche, messo; donna di fiori…noooooooo!!!”

Ennesima donna, ennesimo crollo. Un ritornello al quale ormai aveva fatto abitudine. Ma non si dava per vinto. Ogni sera era lì, a costruire, carta dopo carta, un nuovo muro pur essendo consapevole di non essere in grado di superare quel limite femminile. La sua testardaggine, la sua volontà di non arrendersi era ammirevole. Ed era ancora più ammirevole il suo modo di affrontare la situazione. Mai un gesto fuoriposto, mai uno scatto illogico e di rabbia. Si limitava a schifare quelle donne di carta ma riprendeva subito dopo aver rimescolato il mazzo.

“…quattro di picche, messo; re di cuori, messo; donna di picche…”

il castello restò in piedi

“…messa!”

Si alzò dal suo angolo e venne al bancone a pagare il suo sidro.

“Si è fatto tardi. Devo andare purtroppo, altrimenti chi li striglia i cavalli della Regina per la parata di domani?”.

Uscì dalla porta. Per quella sera decisi di rinunciare ai miei desideri di suicidio. In fondo quella che mi aveva lasciato era soltanto una donna. Avrei rimescolato il mazzo e ripreso a costruire il mio piccolo, fragile muro.
Ultima modifica: 06/09/2011 02:25 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 27/08/2010 18:55 #451

APPUNTI DI UN TACCUINO DA VIAGGIO di Munin


Irlanda 26 Aprile 2007
(promontorio imprecisato nella contea del Kerry)

L’arrivo della bassa pressione ha portato stamattina le prime nuvole
dopo alcuni giorni tersissimi. Un consistente aumento dell’umidità ha
prodotto foschie che uniscono nell’orizzonte la terra al cielo creando
paesaggi suggestivi, fatati.

«Che tempo di merda!»

A me quell’atmosfera piaceva.
Lo chiamavo "tempo romantico", quello in cui sentendo la pioggia
tamburellare sulle tegole del tetto si sta volentieri a letto con la
propria/o amata/o, quello in cui la temperatura un po’ più bassa tende
ad avvicinare la donna all’uomo.

«Peccato che abbia le mestruazioni».

Con queste premesse giungemmo in un promontorio da cui scorgemmo i
resti di un castello.
La pietra nera, che ancora sfidava il tempo, raccontava della sua
origine vulcanica, quasi che quelle mura fossero il parto della mente
di Efesto.

«Bel rudere! un originale rifugio per quei bovini».

Ci incamminammo allegramente dopo aver trovato il modo di scavalcare
la recinzione senza rimanere impigliati nel filo spinato.
Ci arrampicammo su per le mura, su gradini improvvisati,
immortalandoci poi, con le digitali, sopra i pochi archi ancora
intatti.
Le foto sembravano uscite da una vecchia copertina di un disco in vinile.
Paolo faceva da Jukebox vivente. Conosceva pressoché tutte le arie più
famose e dove non si ricordava il testo lo inventava di sana pianta
per la gioia di tutta la combriccola.

«Accidenti! ho pestato... Beh! chissà che porti fortuna».

Non era uno gran castello... per nulla simile a quelli italiani. Ad
esempio non aveva tutti quei fori per agganciarvi l’impalcatura in
legno, né un mastio centrale. Mancava poi di gran parte della cinta
muraria per cui era impossibile immaginarlo nel pieno del suo
splendore. Nel lato più umido era tutto ricoperto di edera.
Apparve chiaro, dopo un’attenta osservazione, che non era neanche un
castello, ma una piccola fortificazione con annesso camminatoio
laterale interrato nel prato ancora in parte intatto: la parte più
interessante...

«Non abbiamo nenche una pila!»
«Vado io! Tata, tata, tata (”lo squalo”)».

Paolo accese l’accendino e si infilò nel cunicolo.
Non potevamo seguirlo anche se la curiosità era tanta, ma la luce era
davvero fioca.
Aveva sempre avuto lo spirito avventuroso oltre che essere l’unico
fumatore del gruppo.
Chissa quanti altri turisti e indigeni avevano già esplorato quell'anfratto.

«Tata, tata, TATAAAA»
«Hounf, hounf! Grrr!»
«Oh Mammaaa... ahia!»
Tonck!
«Ohi!»

Tra morsi e zuccate - lo capimmo poi questo - Paolo usci di corsa,
come un folletto, inseguito da un tasso che con il suo incedere
goffissimo cacciava l’intruso dall’atrio della propria tana.
In realtà tutti cominciammo a correrre ancor prima di veder uscire
Paolo e nella memoria di molti quel tasso divenne poi un lupo
solitario o lo spirito della fortezza, tutto dipendeva dal grado di
suggestione che in ognuno aveva scatenato quell’evento e dal tipo di
pubblico a cui si riraccontava l’accaduto.
Ultima modifica: 06/09/2011 02:26 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 14/09/2010 14:31 #483

IL RE DELLA COLLINA di White Lord


Il castello si ergeva alto e imperioso sulla brulla collina, come una marcescente unghia nera conficcata nelle carni della terra. Il sole pomeridiano cominciava a sparire dietro le cinque torri scure, rendendole protagoniste di inquietanti giochi di ombre. Curvi e allungati, sotto il sole al tramonto, i fantasmi di quelle torri si protendevano simili a vecchie dita lungo il fianco della collina, fino al villaggio sottostante, componendo una mano rapace pronta a ghermirlo. Nudi e sporchi piedi neri saettavano fra quelle ombre, inerpicandosi rapidi e agili fra rocce e arbusti, decisi e sicuri verso la cima della collina. Verso il castello.
Lo sguardo del ragazzo si voltò a guardare in basso, alle origini della sua scalata. Gli altri, laggiù, lo stavano osservando. Loro avevano già sostenuto la prova, quel giorno toccava a lui dimostrare di non essere più un bambino, di conquistarsi l’accesso al mondo adulto. Il pedaggio era all’interno di quel castello.
Giunto finalmente in cima si concesse qualche minuto di esitazione davanti al grande portone di legno ormai sfondato, forse da un glorioso assedio, forse soltanto dal tempo e dai tarli, e vi si inginocchiò accanto a massaggiarsi i piedi laceri. A sentire i polverosi racconti dei più anziani, giù al villaggio, non erano poi così lontani i giorni gloriosi di quella fortezza, quando i suoi muri, oramai neri e coperti dal muschio, trasudavano invece potere e ricchezza. Ma ora il castello giaceva abbandonato e i racconti di battaglie e gesta cavalleresche avevano lasciato il campo a spaventose storie di fantasmi. Il ragazzo spinse il pesante portone di quercia, temendo per un attimo che gli si potesse sgretolare fra le mani, e, trattenendo il fiato, entrò.
Gli sembrava di vagare da ore fra quei lunghi, interminabili corridoi, accompagnato soltanto dall’eco dei suoi passi. Ogni tanto sbucava in una stanza vasta e spoglia come le altre, tenuamente illuminata dalla luce del tramonto, che con difficoltà si faceva strada attraverso sparute, alte finestre. Grigia la luce, grigie le vecchie pareti: ogni singolo raggio di sole rendeva più spettrale ogni granello di polvere, ogni filamento di ragnatela, soffiando ovunque un alone di irrealtà, trasportando quel luogo fuori dal tempo. Ovunque, polvere viva e odore di muffa.
Quello che doveva cercare era un oggetto, da portare ai suoi compagni come prova del suo passaggio: il suo pedaggio, il suo trofeo. Se fosse riuscito a trafugare qualcosa di prezioso poi, oltre al successo avrebbe conquistato la gloria e il rispetto del gruppo. Ma ormai iniziava a disperare di poter trovare un qualsiasi oggetto in mezzo a quel deserto di polvere, figuriamoci qualcosa di prezioso.
Un grande arco si stagliava davanti a lui alla fine di quel lungo corridoio, molto più grande dei precedenti. E, oltre l’arco, due maestose file di colonne di marmo lo guidavano all’interno di una sala sconfinata. Si guardò intorno a bocca aperta: nonostante polvere, muffa e muschio fossero giunti anche lì, in quel luogo si poteva ancora percepire un vago profumo di gloria e potenza lontane. Ad un tratto lo vide: su un lungo tavolo grande quanto una stanza, un calice solitario brillava di luce propria. Si avvicinò con cautela. Era un oggetto splendido. Ciò che davvero sembrava aver preservato la vita, in quella sola stanza che non appariva irrimediabilmente avvolta dalla morte come il resto del castello, era proprio quel calice: tutto d’oro, tempestato delle gemme più strane e belle che avesse mai visto, catturava tutto il grigiore circostante per restituire raggi luminosi e caldi. Vi si avvicinò con bramosia; stranamente non vi era il minimo granello di polvere. Con sua grande sorpresa scoprì che non era vuoto. Non appena lo sollevò, un meraviglioso effluvio fruttato giunse alle sue narici: un nettare violetto ondeggiava placido e invitante, sicuramente il vino più buono alla portata di un essere umano. Fece per portarlo alle labbra quando una voce echeggiò dal nulla, raggelandogli il sangue e facendolo cadere all’indietro per lo spavento.
“Non berlo!”
Immobilizzato a terra dal terrore guardò le crepe e le incrostazioni sul muro di fronte a lui prendere vita, crescere e unirsi fino a formare una figura umana, grigia come il muro da cui veniva, come la polvere che permeava l’aria. Poi, la figura umana si staccò dalla parete e a passi lenti e strascicati venne verso di lui.
Non era un muro vivente, e nemmeno uno spettro, ma un vecchio, forse antico quanto il castello stesso, dal viso solcato da rughe profonde quanto le crepe dei muri in cui si nascondeva.
“Non berlo!” ripeté, “è avvelenato!”
Con un gesto lento e affaticato, eppur deciso, il vecchio prese il calice e lo vuotò per terra. Una ruga più grossa delle altre gli crepò il viso. Un sorriso.
“I servi, sai… Ci provano sempre…” sospirò, “ma ci vuole altro… del vino…”
Parlava flebilmente, sussurrando, o forse sospirando. Non era facile capire distintamente cosa diceva, sebbene si facesse sempre più vicino.
“Chi… chi se-sei?” riuscì a balbettare il ragazzo.
“Questa domanda la dovrei fare io a te, questo è il mio castello!”
Sebbene parlare sembrasse costargli tutto il fiato che Dio – o il diavolo – gli avevano lasciato in corpo, la sua voce suonava decisa, imperiosa. E una tiepida rabbia sembra avergli ora restituito un po’ di vita. Continuò, in tono leggermente più tranquillo.
“Ma non ho bisogno di chiedertelo, so benissimo cosa ci fai qui. Cerchi qualcosa da sgraffignare, come tutti gli altri mocciosetti prima di te, non è vero? Oh… non ti preoccupare… in fondo non mi dispiace… tutti quegli oggetti, tutti quei ricordi… troppo pesanti…”
Si fermò così, all’improvviso, a pochi passi da lui, lo sguardo perso nel vuoto. Per un attimo pensò che fosse morto lì, troppo stanco anche solo per chiudere gli occhi spenti o crollare a terra. Poi però si riprese e tornò a camminare verso di lui.
“Ma sai… ormai non è rimasto più molto…”
Il suo sorriso ora aveva assunto un’aria quasi malinconica, di compatimento, ma non verso sé stesso, ma verso qualcosa di indefinito, oltre la polvere.
“Sai… Una volta solo in questa stanza c’erano tanto oro e tante ricchezze che si poteva restare accecati. Guarda le pareti! Immaginale coperte di arazzi dorati! Guarda i pavimenti! Tutti coperti di sete dall’Oriente e toccate dalle labbra dei principi più potenti di questa terra, che qui, QUI si inginocchiavano dinanzi alla MIA potenza!”
Come se il sangue avesse ripreso a circolare in lui solo ora, il suo tono di voce si era alzato e si era fatto cupo e tonante, il suo corpo sembrava finalmente restituito alla vita, mentre il suo pallore si attenuava. Solo ora notò una massiccia e pesante corona sul suo capo, ormai irrimediabilmente divorata dal grigiore circostante perché si potesse stabilire se fosse d’argento, d’oro o di qualche strano metallo troppo prezioso e raro per poter ricevere un nome.
Il vecchio si inginocchiò davanti a lui, sollevando una mano. Era così vicino che ne poteva sentire il respiro.
“E guarda questo anello. Una volta è stato baciato da un Papa! Da un Papa!” concluse in un sussurro, che però stavolta trasudava potere.
“Io ti posso aiutare. Ti posso dare la cosa più preziosa che c’è in questo castello!”
Anche i suoi occhi si erano riaccesi ora, rivelando qualche lontana traccia di azzurro. Trasudavano bramosia. Il vecchio chinò il capo.
“La mia corona! Prendila! È tua se la vuoi!”
Il ragazzo si rimise in piedi lentamente, mentre l’antico sovrano restava inginocchiato davanti a lui, col capo chino. Per un attimo allungò le mani, proteso verso quella seducente corona, ma un moto di paura gli travolse il cuore. Il vecchio parve percepire la sua esitazione e volse nuovamente lo sguardo su di lui, con un’espressione che urlava compassione.
“Ti prego… È diventata pesante. Ogni giorno di più, sempre più pesante… Io sono vecchio. Non ho più l’energia per portarla… Non ho più energia da darle! Liberami! Ti prego, ti supplico… Liberami!”
Una lacrima schizzò fuori da una palpebra. Rabbiosa, come se dovesse dare fondo a tutta la sua energia per farsi strada sul viso scarno e crepato del vecchio sovrano. La pelle vecchia e grigia si tinse di rosa nel suo percorso, come se il vecchio stesse piangendo sangue.
Un terrore sordo pervase il ragazzo, un terrore ben più forte e possente di quello che, fino a quel momento, lo aveva immobilizzato. Girò le spalle al vecchio inginocchiato e iniziò una corsa indemoniata fra quei cupi corridoi e quelle stanze eteree. Su per una scala, giù per una torre. Veloce, veloce, mai abbastanza veloce, inseguita dalle grida del vecchio, che ormai urlava con tutta la sua forza.
“PRENDILA! È UN ORDINE! SEI UN MIO SUDDITO! PRENDI LA CORONA! LIBERAMI!”
La vecchia porta di quercia cadente si stagliò davanti a lui. Senza fermarsi un solo istante il ragazzo schizzò fuori e si precipitò giù dalla collina, oramai ammantata dalle ombre della notte. Soltanto quando ritenne di essere abbastanza lontano si concesse uno sguardo al cupo castello nero, ancor più tenebroso nell’oscurità della sera. Il vecchio re era affacciato alla finestra della torre più alta. Il suo urlo straziante scheggiò la notte. Un urlo di minaccia. Un urlo di rabbia e disperazione. Un urlo di rassegnazione.
“SONO IO IL RE DELLA COLLINA!”
Ultima modifica: 06/09/2011 02:26 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 06/10/2010 15:11 #525

OGGI È UN BEL GIORNO di Tavajigen


Oggi è un bel giorno. Pensò il piccolo Martin appena aprì gli occhi.
La mamma entrò in camera e spalancò gli scuri della finestra, la flebile luce dell'alba si affacciò all'interno.
"Tesoro, non hai dormito stanotte?"
"Sì mamma, mi sono svegliato da poco."
"Bene, allora tirati su, dobbiamo prepararci, ti ricordi che oggi è domenica, vero?" chiese la mamma aiutando il figlio ad alzarsi e a vestirsi.
"Certo mamma! Oggi per la prima volta mi porti al mercato! E vedrò il cattello!"
"Si dice castello, Martin."
"Sì giusto, e quanto è grande un castello mamma?"
"E' molto grande."
"Come la stalla?"
"Di più Martin..."
"Come il campo di grano?"
"Molto di più tesoro...stai un po' fermo che non riesco a metterti le scarpe, e mi raccomando cerca di fare il bravo oggi, la mamma deve fare delle commissioni importanti, devi comportarti da uomo."
"Farò il bravo mamma, te lo prometto."
"Ci credo caro." disse la madre con un sorriso, stampando un bel bacio sulla fronte del piccolo.

Il castello era grande davvero.
Del resto era il castello del re, capitale del regno, fortezza da sempre inespugnabile, mai conquistata nella sua lunga storia.
Martin si fermò davanti all'enorme porta di ingresso del castello, bocca socchiusa, braccia allargate, occhi che guizzavano da ogni parte, cercando di afferrare, di racchiudere tutto quello che aveva davanti.
"Muoviti Martin, non ti fermare in mezzo alla folla."
Un fiume di gente stava attraversando il gigantesco portone di quercia, rinforzato in acciaio, controllato da ben cinque armigeri per lato. Martin non aveva mai visto un soldato così da vicino, ma non poteva attardarsi, sapeva che la mamma lo avrebbe sgridato.
Stringendo forte la mano di sua madre la seguì all'interno delle alte mura, la piazza principale si aprì dinanzi a loro. Centinaia di persone camminavano, si salutavano, parlavano, ridevano, discutevano, facevano affari...Martin non credeva che potesse esistere tutta quella gente in un posto solo.
In fondo alla piazza spiccava uno degli edifici più grossi dell'intero castello: la cattedrale. Il palazzo del tesoriere, dove la mamma doveva recarsi per pagare i tributi, si trovava proprio accanto a quella magnifica chiesa.

Facendosi largo per arrivare alla porta dove aveva sede l'ufficio delle imposte, passarono davanti alla bianca scalinata di marmo che portava all'ingresso della cattedrale. Proprio in quel momento uscirono dalla chiesa alcuni paggi dotati di chiarine, e lo squillo acuto delle trombe si fece largo nel vociare della folla.
In pochi secondi calò il silenzio e tutti cominciarono ad accalcarsi davanti alla scalinata. Martin e la madre vennero spinti in prima fila, impossibilitati a proseguire nel proprio tragitto.
L'araldo fece la sua comparsa.
“Nobili e popolo! Mercadanti e artisti di ogni arte! Prostratevi dinanzi al vostro unico sire: Re Arthur Stronghold, con la reale corte al seguito!”
“Mamma, che vuol dire porstatrevi?”
“Zitto Martin, inginocchiati presto.”
Altro squillo di chiarine, e il re uscì dal portone della chiesa, accompagnato dal capitano della guardia reale, Ser Ellis Bradford, dal sommo primo consigliere, Jacob Melville, e da alcuni nobili della corte.
Nella piazza erano tutti in ginocchio, nessuno osava fiatare. Il re prese la parola:
“Miei sudditi, sono stati mesi difficili quelli che abbiamo affrontato. Le guerre stanno impoverendo le casse reali, e i tributi sono stati alzati per far fronte al nemico. Appena avremo sconfitto gli infedeli la situazione migliorerà. Sono pertanto inutili le rivolte che puntualmente scoppiano nelle campagne, le prigioni sono ormai piene, e per questo ho appena ordinato alla guardia reale di soffocare le rivolte nel sangue.”
“Sono il vostro re, e nessuno deve permettersi di pensare il contrario! Volete la mia corona? Credete di essere più bravi di me nel governare?” il tono della sua voce si stava alzando, il popolo scuoteva la testa e mormorava dei no impauriti. ”Volete il mio posto come re? Volete questo castello?”
“Sì, lo voglio io!”
La voce di Martin infranse il silenzio.
Non vide neanche arrivare lo schiaffo.
“Ahia mamma!”
“Tu vuoi la mia corona? Tu vuoi il castello?” disse il re con una risata. “Guardia, portami quel bambino.”
Un fante armato della guardia reale scese la scalinata e si avvicinò a Martin.
“No la prego, la supplico mio sire, non voleva dire questo, è solo un bambino.” implorò la madre.
“Non gli farò niente, non si preoccupi. Guardia, avanti.” rispose il re.
L'armigero prese Martin per mano e lo condusse davanti al suo sire.
“Eccoti qui, dunque, desideroso di diventare re, come ti chiami ragazzo?”
“Mi chiamo Martin” rispose timidamente il piccolo. “Ma non voglio diventare re, voglio il castello!” aggiunse allargando le braccia per sottolineare le sue parole.
“Ma per avere il castello devi essere anche re, caro il mio Martin...ecco ora prendi la corona, e mettila in testa, così sarai re, e comanderai il castello.”
Il re porse la sua corona a Martin, che senza pensarci due volte se la mise in testa, continuando a tenerla con le mani per evitare che gli cadesse sulle spalle, dato che era troppo grande per lui.
“Ecco, è questo che volete?” urlò il re rivolgendosi alla folla. “Pensate che lui possa essere un re migliore di me?”.
Un coro di no si levò dalla folla, ancora inginocchiata. La madre di Martin stava piangendo sommessamente.
Il re si voltò verso il sommo consigliere.
“Ho fatto quello che mi hai detto.” sussurrò. “Li ho in pugno come vedi.”
“Benissimo, sire.” sibilò Melville. “Ora però non dovete tirarvi indietro, dovete dimostrare loro la vostra forza, dovete far loro paura. Queste rivolte devono finire, per il bene del regno.”
“Ma Jacob, è solo un bambino.” rispose il re.
“Meglio, maestà. Non abbiate esitazioni in questo momento, vostro padre non le avrebbe avute.”
In un attimo re Arthur tornò bambino, quando suo padre era re, quando lui era piccolo come quel bambino che ora aveva in testa la sua corona. Ripensò alla morte inaspettata di suo padre, al regno che aveva ereditato così presto, e a tutto l'aiuto che Jacob Melville gli aveva sempre dato in questi anni.
Scacciò i pensieri, si girò verso Ser Bradford, che aveva seguito la conversazione, e gli fece un cenno d'assenso. Il capitano della guardia reale si mise sull'attenti, rispose al cenno del re e si girò per rivolgersi ad un armigero vicino.

Oggi è proprio un bel giorno. Pensò Martin.
Poi rise, si girò verso la mamma e le gridò: “Mamma guarda! Sono il re del castello!”
La mamma sorrise, con ancora le lacrime agli occhi.
Poi vide l'uomo con la scure, e urlò.
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Ehi dol! Bel dol! Suona un dong dillo!
Suona un dong! Salta ancor! Salice bal billo!
Tom Bom, bel Tom, Tom Bombadillo!
Ultima modifica: 06/09/2011 02:26 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 06/10/2010 23:03 #536

DOMANDE SENZA RISPOSTA di Acciaio


“Salve viandante…. Dove ti stai dirigendo?”.

Grandoch, alzando la testa china verso terra per la stanchezza, si trova davanti un uomo alquanto strano. E’ alto, magro all’inverosimile, il naso aquilino sembra lo sperone di una nave, capelli bianchi lunghi raccolti in una coda, ma gli occhi… Gli occhi sono di un giallo incredibile, affascinante e sembrano poter scrutarti fino in fondo all’anima.

“Mi sto dirigendo al Castello, se mai lo raggiungerò. Sono in marcia ormai da 2 lunghi mesi.”
- “Ora capisco il perché siate in queste condizioni, sarete sfinito. Ma sedetevi un po’ con me, riposatevi qualche istante”.
- “Se mi fermo non so se poi riuscirò a ripartire, grazie dell’invito ma preferisco andare avanti”. - “Suvvia, che saranno pochi istanti in un viaggio così lungo. Sono sicuro che vi gioverà un po’ di riposo e poi posso raccontarvi qualcosa che sarà di sicuro interesse per voi, conosco molte storie sul Castello.”
- “ Dite sul serio? Che storie?”
- “Sedete qui con me e ditemi intanto per quale motivo vi state recando in questo luogo. Ci siete già stato in precedenza?”
- “Sono diretto al Castello perché mi hanno detto che la troverò le risposte alle mie domande, che troverò sollievo alle mie sofferenze”. -
“Mmh, interessante….. e quali sarebbero di grazia, le domande che tanto vi preme fare quando arriverete al Castello?”.
- “Chiederò come fare a lenire i dolori della povera gente.... e poi perchè bisogna sempre chinare
il capo di fronte ai potenti... soffrire per loro, morire per loro, senza mai niente in cambio.... perchè la giustizia vale solo per i ricchi.... perchè non contano le qualità delle persone ma solo il diritto di nascita... perchè.. perchè..... "

Grandoch ansimava e boccheggiava mentre le parole gli uscivano di getto, per l'agitazione e la passione che ci metteva nel bisogno di risolvere quei suoi interrogativi....

"Si calmi si calmi, signore, non si agiti! Quante domande, quanti interrogativi. Mi par di capire che abbiate sofferto molto voi e la vostra gente e che siate di poveri natali. Di dove venite?"
- "Sono originario di Molkograd, una piccola contea appena fuori Gabath. Sono un semplice contadino è vero, ma onesto e buon lavoratore, ho dei figli molto in gamba, ma a causa di coloro che ci governao.... anzi, che ci tiranneggiano, essi non potranno aspirare ad altro che a fare a loro volta i contadini. Invece meriterebbero una vita diversa, quantomeno la possibilità di tentare altre vie, oltre che zappare la terra o essere dei fanti da guerra da macellare".
- "Parole sante, parole sante. E quindi si aspetta, una volta raggiunto il Castello, di ottenere le risposte ai suoi interrogativi, di trovare una qualche soluzione per il destino dei suoi figli, della gente come lei insomma?"
- "Certo!!" - rispose con calore Grandoch - "Me lo hanno assicurato, per questo sto facendo questo viaggio lungo e difficile, per un futuro migliore per tutti!!! A proposito, è ora che io riparta"
- "Certo, certo." rispose lentamente l'uomo alto e magrissimo dal naso aquilino - "Ma mi dica, da chi ha
sentito parlare del castello?
- "Beh da.... da...." - esitante Grandoch si accorge di non saperlo, non gli viene a mente. Come faceva a conoscere del castello? Da chi l'aveva saputo? E la strada per raggiungerlo?

"Deve sapere, mio caro amico" - disse con comprensione l'uomo dagli occhi incredibilmente gialli - "che raggiungere il CASTELLO è un viaggio molto particolare, di sola andata. Forse ci troverebbe le risposte che tanto anela, ma non potrebbe comunque comunicarle ai suoi cari. Un giorno è certo, ci rivedremo, così le farò visitare IL CASTELLO. Ma non ora, so che sarà dura Grandoch di Molkograd, ma se vuole aiutare i suoi cari e la sua gente deve tornare indietro e resistere, per loro."

Grandoch lo fissava incerto, senza capire. Nel mentre l'uomo gli mise una mano sulle spalle....

"Aaaargghh, il CASTELLO!!!!" - si trovò ad urlare Grandoch dal suo letto di morte.... delle bende inzuppate
di sangue lo avvolgevano nel tentativo di arrestare un'emorragia provocata da uno squarcio sul petto. La ferita infertagli da un soldato dell'esercito nemico. L'esercito di Molah, in guerra per conquistare le terre di Gabath.

"Padre, padre!!! Pensavamo che fossi morto!!! Non ci lasciare , ti prego!! Resisti!!" - "Figli miei" - disse
Grandoch stringendoli a se e con gli occhi lucidi "resterò con voi, ancora per un po' non preoccupatevi. Il CASTELLO e le sue risposte possono aspettare...".
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:27 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 21/10/2010 19:55 #643

IL CASTELLO di psycho_kikini


«Ricordo ancora, mio sire, il giorno in cui misi piede in questa meraviglia. E permettetemelo, di dire ‘meraviglia’, tal’è. Ecco, se l’emozione non m’inganna io vi giunsi nei vostri sedici anni e nei miei venticinque. Mi disprezzerete per questo, ma confesso che vi amai, mio sire, quand’ero ragazza; poi vi temetti (che amore e timore concordino in me?), quand’ero donna; vi osservo, ed altro non so fare, ora che sono vecchia e voi poco meno. Servire voi è stato servire due persone: è stato servire voi medesimo e il mio amore per voi. Oggi che le rughe e il passato hanno tradito codesto spettro che l’umanità chiama ‘amore’, sono più leggera e più vuota. Eppure voi non potevate, mai potevate corrispondermi: siete così a fondo solo, mio sire, che neppure le lacrime vostre sono vostra parte. Siete abbandonato e austero, la vostra figura m’appare talvolta come una madonna da crocevia di campagna, destinato a perire d’una cannonata. O contraddite pure le mie insolenze, le mie ultime insolenze. Giacché non vi muovete, mi permetto di continuare. Quanta fatica parlarvi! E più pesante ancora pretendervi l’attenzione. M’accorgo di aver detto cose assai sciocche e qui, dinanzi a voi: ve ne chiedo perdono. Ma ora che dunque tutto ciò finisce, non si scioglie in me né un inchino né una lacrima: mi si intrecciano la lingua e le mani. Ma ora ho l’animo così freddo che mai, mai mi sembra d’esservi stata meno lontana di adesso. Sicché prendo congedo senza coraggio di raccomandarvi a Dio, poiché per Lui non s’ha da provare invidia. Salute a voi, che il castello non v’appaia troppo grande, sire.»

Il silenzio della prima sera e il suo colore di luce scura insinuati tra i tappeti e i lampadari, sino alla sedia intagliata del re. Egli vi si appoggia come già congedato dalla realtà. La tenda sul fondo dell’ampia sala ondeggia spinta dal vento che preme fin dove gli è concesso. La donna quindi dominò la tenda col suo palmo certo, chiuse la finestra ed uscì. Giunge l’ultimo dispaccio, l’uomo che lo porta quanto colui che lo riceve ne conoscono la natura. Se solo tutto potesse essere ristabilito, per un attimo, nuovamente: non per risolvere o mutare, bensì per gustare, e solo davvero per gustare, l’armonia particolare che esiste solo nel passato. Non si ricorda più che forma ha il ramo intero quand’è spezzato. Non si ricorda niente, neppure la vittoria o non c’è nulla da ricordare.

«Voglio raccontarvi, poiché mi permettete libera parola, un po’ di me fuor dello scherzo. Perché è sì vero che sono il giullare, ma maestà anch’io ho un’anima. E se non è più pura, perlomeno è intensa, ed è da voi stata ferita ripetutamente. Se v’è un destino maligno per un uomo brillante è provocare riso ad ogni sua frase. Da ogni parte in codesto castello mi si guarda e si ride. Delle volte la natura persino pare deridermi. Forse ci somigliamo voi ed io: a me la risata a voi il potere hanno trattato noi assai malamente. Non ridetene, buon Dio, sento che è la verità! Ma una differenza, ed è di ciò ch’io voglio dirvi, divide il nostro comune destino: sempre s’accetta una risata, pure così balorda qual è per me, ma un potere vecchio come il vostro, non lo vuole neppure più la terra. Non vi compatisco, ma s’io credessi nella pena di certo lo farei. A voi che in così poco tempo avete perduto tutto, lascio però l’ultimo mio dovere: un ultimo inchino. Ma a mio modo sia: dal capo alla vita un saluto, dalla vita al capo uno scherno.»
Violini e violoncelli sono rimasti adagiati a terra, vicino a un clavicembalo. Nella loro posizione vi è ancora la cura di chi l’ha stabilita. Ma se bloccare una musica è un atto possibile,talvolta è inumano. Non sempre vi è la possibilità di riconciliare il silenzio al suono se non cambiando suono o cambiando tempo. Qui il silenzio divora la realtà, mentre il futuro si approssima troppo lentamente. Una figura piena fa sorridere il re.

«Anche a me favella mi s’è data, quale giorno! Finalmente è arrivata fortuna per vossignoria, oggi che non mi cacciano. Voi re, dovete fare com’io vi dico. Francia, Inghilterra, Gibilterra, le batteremo tutte. E tutte le donne, cianfruglione donne; cianfruglione!, le mangiamo come le fragole. Quelle poppe, ci mangiamo, della Gilbilterra. Le poppe della Gilbilterra: e che poppe! Sì! Cosa v’arrischiate a ridere? Poppe più grandi della nave. Quante navi mi date maestà per le poppe di Gibilterra? Me la inciafruglio tutto a terra e poi col mare nella sabbia, alla faccia degli inglesi. E dico bene? Eh? Dico bene? Solo un altro denaro, c’abbisognamo di un denaro ancora e poi ci beviamo tutto il mare degli inglesi. Lo lasciamo senza sottana il mare agli inglesi. Zozzi! Tutta sozzura, lazzaroni! Lo so io, che pensate voi. Pensate: e la regina? Me la bevo! Me la bevo anche lei! All’osteria! Ma no, no, che v’arrischiate d’aspettare l’indomani, m’abbisogno d’un denaro e vi porto la chiappa- questa che mi tocco,- ma di tutti i francesi: gli taglio la chiappa! Ai francesi, sì! A quei luridi!
Maestà, vi baci il Signore! Vi sono debitore!, debitore!, debitore! di questo danarone, bello danaro mio. E mi raccomando, vossignoria, non v’attardate in altre vie domani, v’abbiamo le questioni che v’ho detto, e che non devono udire, no, non devono udire qui, sottovoce, sottovoce; io mi inchino, a voi baciomano, bacio vossignoria, maestà!»

Non è agitazione. E’ sentire che qualcosa è stato sbagliato. Tuttavia questo pensiero si muove di moto dolce e corrosivo. Le finestre sono quasi lastre nere.

«Mio re, vi debbo molto eppure vedo che non posso che parlarvi. Più non sopporto le mie parole! Sento in esse lo schifo annidatovi, la paura e la codardia, il fetore dei mezzi umani, e più pesante ancora il destino. Per voi le mie parole hanno composto odi. La vostra protezione m’è stata cara come quella d’un padre. Permettete il mio impeto, e perdonatelo. Sento che voi mi somigliate, maestà. Io e voi, abbiamo entrambi cercato vanamente. Credo che se la nostra anima comprendesse entro se stessa il mondo, addirittura fisicamente, forse viverne le terre ci sarebbe assai più lieto. Giacché questo non è accaduto, è mai possibile superare ugualmente questo limite? Potremmo mai vivere, ma in modo distaccato anche esistere, e saldamente? Nuove parole e domande senza risposta; e per tutti ormai il mio sguardo è altezzoso (se solo sapessero quanto li carezzo ogni mio pensiero). Odio gli intellettuali!»

Il dispaccio è appena visibile sul legno quando anche l’ultima visita ha lasciato il castello: è la volontà del re. Si sentono rumori, del tutto usuali. Mai come quando il tempo è qualcosa di chiaramente delineato in una fine promessa e attesa, questi rumori vorremmo appartenessero ai nostri gesti. Quando il dispaccio, ancora sigillato, non era più visibile neppure dalla poltrona vicina dove il re sedeva, egli chiuse gli occhi. Poi dormì, leggermente, senza cura. All’alba fu nuovamente sveglio, sul paesaggio immutato. Dei cavalli si sentivano già gli zoccoli.
Ultima modifica: 06/09/2011 02:27 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 25/10/2010 19:17 #685

IL CASTELLO di Fraidur


C'è un sottile velo di nebbia steso sulle strade di Redjegen, un evento non raro per una cittadina di montagna.
La stagione fredda è ormai alle spalle ed il sole riscalda le foglie ancora umide di rugiada mentre la piccola cittadina inizia a riprendere vita dopo la gelida notte.

Dalla mia finestrella vedo già il panettiere spalancare gli scuroni del suo negozietto, i viaggiatori sellare i cavalli alla locanda pronti per ripartire, la mamma sistemare il piccolo prima di lasciarlo correre a scuola.
La routine quotidiana sta ricominciando, rapida ed inesorabile.

Da quassù, tutte le persone sembrano piccole formichine laboriose intente a lavorare con l'obiettivo di accumulare risorse per un inverno che non verrà, per questo quando guardo fuori e vedo il mondo evolversi provo un enorme senso di tristezza, una sensazione di fastidio che mi fa ripudiare tutto ciò che è al di fuori di queste 4 mura, della mia stanza.
La mia piccola, essenziale, sporca stanza. Al suo interno non ho praticamente nulla e questo è tutto ciò che vorrei avere.
La lanterna ancora accesa illumina le pagine bianche del mio libro e la penna intinta nel calamaio sembra attendere soltanto la mia mano, ma ancora non mi va di impugnarla, oggi voglio continuare a guardare il mondo muoversi attorno alla mia stanza.
In lontananza scorgo due persone che litigano, sembrano un uomo ed una donna, mentre una terza figura sembra tentare di dividerli, ma senza risultati. Uno dei due litiganti mi sembra il notaio della cittadina, mentre l’altra figura ha tutta l’aria di essere la moglie. Ora lei è a terra e lui sta continuando ad inveirle contro mentre la terza figura continua a tentare invano di allontanare il notaio.
Mentre mi godo la scena non riesco a trattenere la mia gioia: “Ahahahaha, vecchio notaio, scommetto che non era così che hai pensato il tuo matrimonio prima di sposarti! Ora tornatene al tuo lavoro e goditi la gabbia che ti sei costruito con le tue mani!” Sento il sangue ribollire nelle vene dalla gioia di tale scena, non c’era nulla di meglio per cominciare la giornata che vedere il fallimento della società urlare in strada.

Ma un fastidioso suono spezza questo ebro momento, un rintocco di campana.
Il campanile suona le 7:30, per ricordarci che lui scandisce la nostra vita, ci segue e ci infetta come una febbre letale. Io ho la cura, ma nessuno la vuole! Come vorrei poter mettere le mani al collo di quel prete, come vorrei estirpare questa malattia che ci consuma dall’interno! Ed in pochi mi ringrazierebbero!

Continuando a guardare fuori non vedo altro che ottusità e ciecità, ciechi che corrono per le strade nei loro sfrenati ritmi di vita, ottusi che in piazza si credono di fare chissà quali cose parlando d’affari, nessuno vede che non c’è vita in tutto ciò, nessuno si accorge di essersi costruito con le proprie mani una prigione in cui ha definitivamente rinchiuso la vita gettando la chiave in chissà quale palude.

Dov’è la vita? Perché l’avete chiusa in gabbia?

Ma che motivo avrebbe la vita di stare qui, dove nessuno la desidera ed è anzi scacciata come il più oscuro demone?! La vita è ben accorta a starsene lontano dalla città, lontano dalla società, lontano dalla prigionia, la vita non vuole morire.

Ed io? Voglio morire?

Ho scelto di vivere, ma ho commesso un grave errore ed ora sono qui.
In questa cella hanno rinchiuso il mio corpo, ma non la mia anima, io vivo pur essendo chiuso in queste quattro mura mentre quegli stolti con un intero mondo a disposizione sono incatenati con la faccia rivolta verso il muro. Ormai si sono abituati a vedere soltanto quel muro monocromatico, conoscono ogni suo particolare ed hanno disegnato un mondo su di esso. Sono terrorizzati alla sola idea di girare il volto verso il mondo reale.

Potessi tornare indietro sono certo che non ricommetterei lo stesso errore.
Io che ero legato come loro ho girato il volto.
Ho visto il vero mondo, ho visto la vita, ho visto il falso mondo disegnato nel muro ed invece che scappare mi sono fermato e sono tornato indietro per far girare il volto anche agli altri.

Ho provato a dir loro la verità, ma nessuno vuole la verità. E’ per questo che ora sono rinchiuso in questa cella, nella torre di questo castello nel quale credono di poter arginare quella verità che tanto li terrorizza.

Mi allontano dalla finestra, intingo bene la penna nel calamaio e nel mio libro scrivo:

"Ma io rido, perché i prigionieri sono loro, non io."
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:28 Da White Lord.

Re: [#8] Il castello (racconti) 02/11/2010 14:22 #715

RIVELAZIONI NOTTURNE di hic-sunt-leones


Aramir non poteva sapere che dopo essersi addormentato non avrebbe più riaperto gli occhi. A dire la verità non poteva nemmeno immaginare che la sua testa sarebbe stata quasi tranciata in due da un secco colpo di scure. Almeno lasciò questo mondo senza accorgersene e senza dolore. Non fu lo stesso per Genna, che gli dormiva accanto: fu infatti svegliata da un materiale viscoso che con violenza le si era appiccicato in faccia; ebbe solo il tempo di capire che per lei era finita… In un battito di ciglia ebbe il tempo di inquadrare il cranio spappolato del marito e di vedere la scure infrangersi contro di lei. A nulla le valse difendersi con l’avambraccio, non fece altro che peggiorare la sua situazione, rendendo necessario un secondo colpo del carnefice sul suo esile collo per far cessare definitivamente anche il suo respiro.
Ladolac, Mirmidon e Duskan subirono la stessa identica sorte, passati ad uno ad uno, a tradimento, patirono la crudele e affamata lama dell’ascia che li sorprese in dormiveglia, senza lasciare loro possibilità di difesa alcuna.
Meredith invece ebbe la sfortuna di essere ancora alzata: venne sorpresa davanti alla porta della sua camera, dove la scure si fece prepotentemente largo tra il collo e la spalla, separandole quasi di netto il busto.
Era quasi finita, mancava solo una persona…

Yago sentiva le voci indistinte di suo padre e sua madre, che in modo soave e lieve lo chiamavano a loro, lo invitavano a raggiungerli, ma una sottile nebbiolina gli impediva di vedere esattamente le loro espressioni. Era un richiamo fortissimo, cui sentiva di non poter resistere ma, tutto ad un tratto, un secco rumore di rami spezzati lo ridestò di colpo, era suo fratello inciampato in una catasta di legna…
Yago si svegliò di colpo e percepì nella stanza una presenza estranea, minacciosa e incombente. Il lampo che illuminò per un attimo le pareti gli regalò un’agghiacciante illuminazione: un uomo armato di ascia stava per vibrare un colpo mortale sopra il suo giaciglio. Si lasciò scivolare per terra e cominciò a correre verso l’uscita della sua camera, per raggiungere l’atrio del castello in cerca di aiuto. Sentì vagamente imprecare il carnefice mentre tirava su l’ascia che doveva essersi incastrata da qualche parte. Il vento, la pioggia e il forte temporale gli impedirono di sentire altro. L’imperversare degli elementi faceva fischiare ogni angolo del castello, rendendolo ancora più spettrale e tetro di quello che fosse realmente. Nella sua corsa disperata, Yago passò nel corridoio delle guardie e inorridì alla vista degli squarci inferti a Ladolac. Non gli servì cercare gli altri, una scia di sangue faceva capire che probabilmente anche Mirmidon e Duskan avevano subito lo stesso barbaro trattamento. Yago si sentì mancare. Senza fermarsi si diresse verso l’ala est del maniero per raggiungere le stanze dei suoi genitori, ma sapeva di avere alle sue spalle il predatore, che lo stava rincorrendo. Se avesse continuato la sua corsa verso la camera matrimoniale si sarebbe messo in un vicolo cieco. Dovette allora cambiare percorso e lesto girò a sinistra, verso la torre di avvistamento. C’erano scale molto strette da salire e con l’ascia il suo inseguitore avrebbe fatto fatica: lui invece era minuto e rapido e conosceva a memoria ogni pietra di quell’ambiente. Arrivò in fretta, alzando la botola che lo portò all’aria aperta, in cima alla torre attorniata di merli. Pioveva a dirotto. Yago si rese drammaticamente conto che aveva fatto una sciocchezza: si era messo in trappola da solo. Non aveva via d’uscita, e il suo inseguitore stava arrivando lassù, per finirlo. Rischiò il tutto per tutto, aveva una sola opzione. Scavalcò i merli e con attenzione, sulla pietra scivolosa, provò a raggiungere dall’esterno della torre la piccola finestra che dava sulle scale a chiocciola, per ritornare giù. Il rischio di cadere era enorme, ma non aveva alternative e, forse, avrebbe preferito morire così che sotto i colpi d’ascia di un folle omicida. Il coltellino che gli aveva regalato il nonno e che teneva sempre con sé gli fornì un aiuto essenziale nel suo tentativo, fornendogli un punto di appiglio fondamentale. Il vento e la pioggia lo sferzavano e rendevano ancora più ardua la sua impresa. La forza della disperazione e lo spirito di conservazione lo premiarono e fu vicinissimo alla finestrella. Doveva solo saltarci dentro per ritornare giù. Il pericolo era però quello di saltarci dentro quando il maniaco non fosse ancora arrivato in cima alla torre, trovandosi quindi in sua mercè. Ancora una volta un lampo fugò i suoi dubbi: la luce improvvisa illuminò l’ombra lunga del carnefice sulle scale, che era quasi arrivato alla botola. Quindi Yago potè catapultarsi dentro dall’esterno e fuggire scendendo le scale. Cadde e scivolò sui duri gradini in pietra ma si rialzò e prese a correre come un forsennato.
Non sapeva se il suo inseguitore gli fosse alle spalle o meno. Sapeva che non aveva il tempo di scendere e aprire l’enorme portone, gli sarebbe costato troppo tempo. Inoltre sapeva che ormai tutto il personale del castello era stato trucidato, così come probabilmente i suoi familiari: suo padre, sua madre, Meredith e suo fratello, Olaf. Lacrime di rabbia e impotenza rigarono il suo viso. Sapeva dove dirigersi: nell’unico posto sicuro che conosceva. Un passaggio segreto noto solo a lui e ai suoi familiari. Uno degli accessi si apriva dalla sala degli arazzi, dietro all’arazzo coi colori giallo-blu della casata. Lo raggiunse e spinse in dentro la pietra rettangolare che fece scostare appena la parete nelle quale si infilò richiudendo il passaggio alle sue spalle. Era buio là dentro, e dalla fretta si era dimenticato di prendere una delle torce, dannazione. Doveva cercare la via giusta ugualmente, ma era terrorizzato. Senza luce era difficile muoversi, anche perché il passaggio dava su un dedalo di angusti corridoi che portavano in diverse zone del castello. Se avesse sbagliato e fosse uscito in un altro punto all’interno della fortezza avrebbe potuto ritrovarsi nelle braccia dell’assassino. No, doveva trovare l’uscita che dava nella corte interna adiacente al fossato, che gli avrebbe permesso di cercare aiuto all’esterno delle mura del castello. Non ci riusciva però in quello stato. Si sedette e scoppiò a piangere sommessamente, incapace di trovare altre vie d’uscita alla sua situazione.
D’un tratto un rumore sommesso acuì tutti i suoi sensi: si alzò in piedi, appiattendosi alla parete, in attesa. Qualcuno era entrato nel passaggio segreto. Yago si sentì svenire, cominciò a tremare. Poi però il pensiero che solo lui e i suoi familiari conoscessero il passaggio lo riempì di nuova speranza: forse non erano tutti morti! Cautamente mosse qualche passo in direzione del rumore che aveva udito. Poi si fermò, trattenne il respiro e cercò di capire chi fosse entrato. Si bloccò dove uno dei corridoi si immetteva in una sorta di incrocio con altri tre corridoi e attese. Captò un incerto calpestio avvicinarsi sempre di più… colse anche una luce, sempre più nitida… impugnò l’inseparabile coltellino e si preparò a tutto. La luce ormai illuminava l’incrocio e Yago sapeva che il nuovo entrato era vicinissimo, li separava solo l’angolo del corridoio. Vide una piccola torcia, poi una mano, un piede… ma era Olaf! Yago non potè trattenere un grido, mentre scioglieva tutta la sua tensione. Abbracciò con foga il fratello maggiore, esclamando:
“Ma allora sei vivo anche tu!”
“Yago, tu! Sono entrato per vedere se qualcuno di noi si era messo in salvo. C’è nessun altro?”
“No, non credo. Dobbiamo uscire dalle mura e cercare aiuto. Dato che hai la torcia usciamo subito”
“Sì, però prima dobbiamo vedere se dentro qualcuno ha bisogno di noi”
“Ma c’è un pazzo omicida tra le mura del castello! Dobbiamo cercare aiuto!”
“Sì, ma ora siamo in due, e se non entriamo subito, dopo potrebbe essere troppo tardi. Hai visto Meredith o mamma e papà? Potrebbero avere bisogno di noi!”
“E’ vero, ma dobbiamo fare attenzione”
“Ok, il mio piano è quello di uscire dal corridoio degli arazzi, da lì andremo alle stanze per vedere cosa è successo. Stammi vicino”
“Ti seguo”
Olaf si diresse sicuro verso l’uscita nella sala degli arazzi, da dove era entrato Yago. Si fermò prima di uscire e disse a Yago di aspettare un suo cenno per venire fuori, in modo da controllare che non ci fosse il folle nei paraggi. Yago annuì e attese spasmodicamente. Passarono dei secondi infiniti, poi Olaf gli fece cenno di uscire, via libera. Yago teneva serrato il pugno sul coltellino. Uscì cautamente fuori dal passaggio segreto, rasente alla parete, fuori dagli arazzi. Olaf era dietro di lui e gli fece cenno di proseguire verso il centro della sala in direzione delle camere da letto della famiglia. Yago si mosse, e ancora una volta un lampo improvviso gli fornì un’orrenda lettura: un’ombra con le braccia alzate, minacciosa dietro di lui. Yago si mosse d’impulso, si lasciò cadere a terra e rotolò di lato. L’ascia gli sfiorò la spalla, calando violentemente sul pavimento in pietra. Con una capriola Yago fu su Olaf e gli piantò il coltellino dietro al ginocchio destro. Olaf gridò e si accasciò, mollando l’ascia. Yago tornò verso il passaggio segreto prendendo la torcia che Olaf aveva appeso in uno dei fermi della sala, probabilmente prima di riafferrare l’ascia. Con la vista offuscata dalle lacrime Yago si apprestò a raggiungere l’esterno di quel maledetto castello.
Ultima modifica: 06/09/2011 02:29 Da White Lord.
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