"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#9] Oltre la soglia

[#9] Oltre la soglia 17/11/2010 19:36 #918

Periodo: Novembre 2010 - Gennaio 2011

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:33 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 17/11/2010 19:41 #920

QUELLO CHE NON V'ASPETTERESTE di gensi


Sarebbe facile raccontarvi la mia vita. Ma voi, in fondo, cosa volete da me? Cosa volete sapere? Volete davvero conoscere come ho incontrato la mia prima ragazza, com'è stata la mia prima volta, con che voto mi sono laureato, che lavoro faccio e perché mi trovo qui?

Dai su, non interessa a nessuno. Non in questo mondo. Tanto che sia semplicemente un impiegato che risponde al telefono o che sia un terrorista pronto a farsi saltare in aria poco vi cambia.

Sono uno, sono qui, vengo da lì e sono nato un giorno in un luogo. Sono di fronte a una scelta. Scegliamo tutti i sacrosanti giorni ma ci sono momenti dove è evidente che questa scelta cambierà il corso della nostra vita. Ce lo sentiamo dentro, arriva come un pugno allo stomaco che ci obbliga a scegliere. Reagire con un altro cazzotto oppure accasciarsi a terra nella speranza che qualcosa ci soccorra?

Ecco, io quel cazzotto l'ho appena ricevuto. Sono stordito, sono frastornato, sono incazzato ma sono anche indebolito. "Scegliere" è rabbia ma "scegliere" è anche rinuncia. È diritto ed è dovere.
Scegliere è imporsi un obiettivo, come Wile E. Coyote, ovvero catturare quel maledetto pennutto. Poco importa se il finale è sempre un tonfo in fondo al canyon. È la speranza, pressoché infinita, che quel finale si può cambiare. È l'ingegnarsi ogni volta per trovare un'alternativa a tutto ciò che è scontato.

Ci sentiamo tutti speciali, tutti unici, tutti diversi. Mai una volta che avessi incontrato qualcuno che ti dice "mi sento un medio, ragiono da medio, vivo da medio". Invece il mondo è pieno di chi "si sente qualcuno, ragiona da qualcuno e vive come se fosse qualcuno". Ma chi sei tu? Cosa voglio da te?

Giudicami in tutta franchezza, non stare a spiare dal buco della serrattura per capire com'è meglio agire. Agisci e basta. E se un proiettile ti trapasserà da una parte all'altra sarà valsa la pena di vivere. Che poi, ne vale davvero la pena? Lo dice la parola stessa, pena. Quasi che vivere fosse una sofferenza, un peso, una situazione dentro la quale ci capitiamo per sbaglio sgomitando come ossessi nel tentativo di ritagliarci uno spazio.

Vorrei essere nudo, sulla cima di qualche monte alpino senza dover necessariamente morire dal freddo. Avrei voluto far godere la mia compagna, farla godere davvero. Vedere gli occhi uscire dalle orbite fino a farle urlare "basta!". Vorrei avere la presunzione che questo a lei sarebbe piaciuto. Dannato me e la mia voglia di capire.

Vorrei non essere qui ad aspettare. Meglio, vorrei essere qui ma non dover aspettare. Vorrei smetterla di voltarmi indietro a vedere quanta strada ho fatto. Mi piacerebbe invece avere una mappa e vedere quanta ne devo fare di strada. Che senso ha questo viaggio? Se io pianifico di andare in un posto so esattamente quanti chilometri mancano. Qui so quanti ne ho fatti ma non quanti ne dovrò ancora fare. Che stranezza. Uno come fa a regolarsi e sapere se fare benzina o no? Finisce o per rimanere a secco, senza fare nuove esperienze oppure per fermarsi in ogni luogo nella totale dispersione illogica d'energie.

Che ridere, pensa se capita a me per davvero. Pensa come macina la mente quando adrenalina, ansia, speranza e ambizione si combinano assieme. Mi sento di spaccare il mondo. E sono certo, che se mai accadesse, quest'appunto mi aiuterà. Ma cosa faccio, accetto o no?

...


"Oltre la soglia di questa porta troverete sempre e soltanto un muro se solo vi ostinate a mantenere chiusi i portoni dei vostri pensieri. Non abbiate paura di pensare quando giunge il momento. Sceglietelo voi per primi per non ritrovarvi poi ad essere seconde scelte di qualcosa o, peggio ancora, di qualcuno."

...'Conclude così il suo primo discorso il nuovo Papa Alessandro IX. Ora linea all'approfondimento sportivo...'
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 06/09/2011 02:34 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 17/11/2010 19:43 #921

FREDDO ETERNO di Tavajigen


Gaia aveva passato la soglia. Aveva attraversato il margine estremo, il confine ultimo della galassia, era entrata nell'oceano nero, nel dominio del nulla.
Sentì anche l'ultimo calore svanire...ormai non c'era più futuro per lei, in quella galassia che l'aveva vista nascere, in quella spennellata di stelle che un tempo remoto lei adorava ammirare nel cielo notturno, e che ora vedeva distante, circondata dal buio assoluto.
Gaia era un pianeta, ma non uno qualunque: era il pianeta d'origine, dove Loro erano nati, dove erano cresciuti, dove avevano preso forza. Era il pianeta che Loro chiamavano Vecchia Terra.
Loro ne avevano velocemente preso possesso, surclassando ogni altra specie vivente, sfruttandone tutte le risorse, e poi, non ancora sazi, avevano rivolto il loro sguardo alle stelle.
Da Gaia erano partiti per la conquista della galassia; lasciandola finalmente libera di curarsi da quel male che rappresentavano per lei, da quel virus invincibile. Poi erano tornati, questa volta per difenderla, per proteggerla dagli Altri, uno dei tanti virus che avevano trovato in giro per la galassia.
Gaia si salvò, ma fu costretta ad assistere con orrore all'esplosione di suo padre-stella, che Loro sacrificarono per distruggere gli Altri, e conquistare la vittoria finale. A quel punto, libera dalla dolce stretta di suo padre, iniziò il suo lungo viaggio senza meta, senza freni, che la portò inesorabilmente alla fine della galassia, dove disse addio per sempre al calore delle stelle.

Gaia viaggiava ormai da millenni nel nulla, sperando un giorno di trovare nel tragitto della sua folle corsa un'altra culla di stelle, un'altra galassia, dove tornare a risplendere. Il tempo perse di significato, si dilatava, si annullava, sempre la stessa vista, sempre lo stesso freddo.
E fu in quel luogo ed in quel tempo fasulli che Loro ricomparvero, all'improvviso. Il momento prima era il niente, il momento dopo erano reali, erano presenti: miliardi di Loro, in milioni di astronavi, sospese nel buio più assoluto. Gaia pensò e sperò che fossero tornati per porre fine alla sua agonia di un destino senza calore, di una non-vita nelle tenebre...ma rimase stupita, non credette a quello che vide.
Senza fretta, con organizzazione perfetta, Loro riuscirono nell'impresa che per sempre avrebbero ricordato come la più difficile della loro storia. Per centinaia di anni scavarono la superficie congelata di Gaia, assicurando e collegando con poderosi cavi l'intero pianeta alle astronavi.
Poi puntarono le prue verso la galassia madre, tracciarono la rotta nell'iperspazio ed in breve tempo riportarono Gaia a casa, abbracciandola ad un nuovo padre-stella.

Nei loro libri di storia viene ancora oggi raccontato il curioso fenomeno che rilevarono poco prima di partire:

“Nonostante i milioni di anni passati nello spazio profondo, Vecchia Terra non era ancora diventato un unico blocco di roccia fredda: poco prima del salto nell'iperspazio gli strumenti registrarono chiaramente alcune eruzioni vulcaniche di moderata intensità, prova inconfutabile di presente attività tettonica.”

Quello che i libri di storia non possono sapere, quello che Loro non possono neanche immaginare, è che ciò che gli strumenti registrarono come eruzioni vulcaniche altro non erano che lacrime.

Era Gaia che ringraziava i suoi Figli, piangendo di gioia.
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:35 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 23/11/2010 17:17 #978

IL MALATO IMMAGINARIO di vaisecco


"Ciao Giovanni, io esco! Ti ho lasciato la cena in frigo".
Anche quella sera sarei rimasto solo.
"Grazie, divertiti..." furono le sole parole che riuscii a biascicarle in risposta.
Francesca era la mia compagna da oltre dieci anni.
Era una donna vitale, sovrabbondante di entusiasmo per qualsiasi cosa.
Decisamente era il mio opposto e forse per questo ci attraemmo dal principio.
Col tempo però caddi in una condizione che nemmeno il suo ottimismo riuscì a contrastare.
Tenace all'inizio, via via sempre più rassegnata ma comunque sempre al mio fianco.
Da ormai otto anni la mia vita era confinata all'interno di quattro mura. La cosa peggiore è che l'avevo deciso io.
Nessun handicap o problema di salute!
Semplicemente avevo deciso di fuggire da quella realtà che non riuscivo più ad affrontare.
Un'infanzia supervisionata da genitori improponibili, la voglia di riscatto adolescenziale affidata a comportamenti mai adeguati, il lavoro che aveva continuato ciò che mio padre aveva iniziato molto tempo prima.
Un colpo dopo l'altro mi aveva fatto arretrare fino all'angolo della mia esistenza.
Fu così che un giorno decisi di scendere dal ring per andarmi a rifugiare in un luogo dove non avrei più ricevuto attacchi. Casa mia.
Lasciai il lavoro con gran sollievo, lo stesso che provarono i miei pochi amici quando smisero di venirmi a trovare.
Ci mancavano i soldi, la mia ragazza non guadagnava molto.
Al riparo fra le mura domestiche studiai strategie per resistere: consultavo offerte di supermercati, seguivo trasmissioni tv dedicate a brave massaie, spostavo i pochi soldi in conti online che garantivano un interesse migliore.
Francesca era l'unico soldato del mio esercito e si preoccupava di estendere la mia copertura anche fuori dal mio territorio.
Ma non potevo pretendere che si accontentasse del poco che avevo da offrirle.

Mi misi a tavola e cominciai a trangugiare svogliatamente la cena.
In TV trasmettevano una partita della mia squadra del cuore.
Da quanto tempo non andavo allo stadio!
Un senso di tristezza mi pervase, ma lo sconforto fu presto superato. Quanti pericoli avrei dovuto affrontare oltrepassando quella soglia?
No, era decisamente meglio così.
Lentamente mi inabissai nel susseguirsi di azioni della partita, fin quando una fitta allo stomaco mi fece piegare in due.
Un'altra fitta! Non capitava di rado ultimamente.
Finii di mangiare e mi misi a letto, senza peraltro riuscire a trovar pace nel sonno.
Dopo un paio d'ore rientrò Francesca.
Camminò in punta di piedi fino alla camera da letto e si fermò con un'espressione di disagio quando mi vide sveglio e sofferente.
"Non preoccuparti, è solo questa stupida fitta allo stomaco" le dissi.
"Tu, tutto ok?"
"Tutto ok..." si liquidò lei in modo sfuggente.
“Devi farti visitare, lo capisci?” mi rimproverò.
"Ne abbiamo già parlato Francy, niente ospedale!"
"Chiamiamo un medico e lo facciamo venire qui!
Abbiamo un po' di soldi da parte, cosa li risparmiamo a fare se non li usiamo in casi come questi?" disse determinata.
Aveva ragione, come sempre.
"E sia..." mi arresi io.

L'indomani Francesca chiamò il medico che in serata arrivò per visitarmi.
Questi mi chiese i sintomi, mi tastò in punti che mi fecero trasalire dal dolore finchè decise di dovermi fare delle analisi più approfondite.
"Non si preoccupi, la sua compagna mi ha spiegato che non intende muoversi da casa.
Provvederò ad eseguire qui gli accertamenti che mi necessitano."
"Se è così, allora grazie Dottore".

Era passata meno di una settimana dalla seconda ed ultima visita del medico quando Francesca si presentò con gli esiti degli esami.
Non sono del mestiere, ma capii cosa significasse la frase "tumore allo stomaco in avanzato stato terminale".
Il medico mi aveva scontato anche le cure, ormai non più necessarie.
Rimasi interdetto per un po', i pensieri nella mia testa si inseguirono velocemente senza una meta.
Non era servito a niente fuggire dalla realtà, alla fine mi aveva trovato lo stesso.
Lentamente riconsiderai la mia situazione.
Era vita quella che stavo facendo?
Macchè! Chiudere il sipario non era poi così triste.
Eppure questo pensiero non mi consolava.
Cosa volevo veramente?
Restare rinchiuso per sempre in quella casa? Fuggire da tutto e tutti per il resto dei miei giorni?
No! Non poteva essere quello!
Stavo solo prendendo tempo in attesa di ripresentarmi alla vita più forte, guarito dalle ferite e nuovamente pronto a combattere.
Ecco, quello evidentemente era sempre stato il significato del mio esilio!
Un significato che scoprivo solo ora.
E di tempo per ripresentarmi alla vita ne era rimasto poco!
Finalmente provavo una sensazione più forte della paura di vivere: la paura di morire.
"Vivremo intensamente ogni giorno, te lo prometto" mi disse Francesca rispondendo ai miei pensieri.
"...ma tu devi avere fiducia in me" concluse.
Quella sera Francesca, come per tante altre volte, si preparò ad uscire.
"Mettilo il cappello, ricordi ancora che freddo fa a Novembre?"
Mi misi il cappello, rassegnato all'inevitabile.
Dopo otto anni, tre mesi e dodici giorni, mi spinsi oltre la soglia di casa mia.

Era strana la sensazione della nebbia sulla pelle, non la ricordavo più così come non ricordavo il profumo che la descriveva.
Per quella prima uscita non ci spingemmo oltre un lento giro dell'isolato. Ci fermammo davanti alla panetteria, quindi al box che un tempo ospitava il mio motorino. Francesca faceva da cicerone raccontandomi le meraviglie di quel quartiere popolare.
"Pensavo sarebbe stato peggio" fu tutto quello che riuscii a dirle.
Ma altri giorni si susseguirono a quello, e altre uscite ne conseguirono.
Francesca prese un periodo di ferie dal lavoro e mi guidò fra lo splendore dei mercati all'aperto, dei parchi giochi in cui bimbi chiassosi si rincorrono, di campi coltivati da contadini cortesi che non rinunciavano a scambiare due parole con il forestiero di turno.
Avevamo ricominciato a fare l'amore, scherzavamo e ci divertivamo come due ragazzini.
Stranamente anche i dolori addominali erano cessati.
Sapevo però dell'influenza della mente sul corpo, e non m'illudevo di sfuggire da quella condanna.
"Chissenefrega" mi ripetevo, "la vivrò alla giornata, finchè potrò!"
Una mattina mi svegliai, presto come sempre accadeva ultimamente, con l'oro in bocca e la voglia di farmi baciare dal sole.
Francesca era già vestita.
"Hai fatto presto amore, come mai tutta questa fretta?"
Lei mi fissò con lo sguardo di chi nasconde un segreto, quello sguardo che molte volte le avevo visto nelle solitarie uscite serali.
"C'è una cosa che voglio dirti, ma non ci riesco. Ho preferito scrivertela" e spinse nelle mie mani una lettera.
"Promettimi di leggerla dopo che sarò uscita."
Sospettavo da tempo che mi tradisse.
"Credo di sapere di cosa si tratti" le risposi "non devi sentirti in colpa, è stato il mio atteggiamento che ti ha spinto a farlo".
Francesca mi lanciò uno sguardo fugace prima di andarsene.
Dopo qualche istante, aprii la lettera e lessi:

Mio caro Giovanni,

affido a queste parole il compito di spiegarti i motivi che mi hanno spinta a mentirti in questi ultimi mesi.
Assistere in modo impotente al tuo smarrimento è stato un dolore troppo grande da sopportare.
Sapevo chi eri sotto i molti strati di paura, ma non trovavo il modo di farti riemergere.
Ti vedevo scappare da un problema all'altro, annullando la tua personalità per evitarti di doverla difendere.
Devi credermi amore, non ho saputo trovare una soluzione migliore.
Senza quelle piccole dosi di veleno non avresti avuto male allo stomaco e non saresti più tornato alla vita.
Non devi mai più permettere a delle difficoltà di prendere in ostaggio la tua esistenza.
Tienilo a mente per i molti anni che ci restano ancora da vivere insieme.
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:35 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 23/11/2010 22:28 #983

OLTRE LA SOGLIOLA di Munin


«Paa! Perché il mare è azzurro?».

«Non so... non ci ho mai pensato».

Quella mattina fu proprio nera per gli abitanti della baia di Paseebel. Non che tutti si fossero alzati con la pinna sbagliata. Semplicemente non videro la luce. Molti si chiesero il perché di quell’insolito prolungarsi della notte. Pochi trovarono presto la causa.

I primi a capire la situazione furono alcuni pesci d’altura - i tonni - che, vedendo la cosa dalla superficie, si misero subito in salvo migrando in acque più limpide. Naturalmente non avvertirono nessuno scappando in fretta. In verità non si erano mai integrati con gli altri abitanti della baia.

«Senza luce non c’è vita!», dissero le alghe che, intuito il pericolo, misero in salvo i piccoli semi nascondendoli nel fondo marino sacrificando poi le loro lunghe braccia smeraldine per purificare l’acqua. Purtroppo fallirono. La cosa nera era troppo grande.

Una medusa, sentendosi protetta nel suo diafano ombrello, disse: «Cosa volete che mi succeda? Nemmeno i feroci predatori osano divorarmi!». Ahimè! Rimase di sasso quando la cosa nera, raggiuntala, lentamente, l’avvolse e la trascinò nell’abisso.

Dopo questi eventi molti abitanti cominciarono a temere il peggio. L’acqua venne agitata da un turbinio di pinne. In quello scompiglio ne approfittarono gli squali che, attirati dall’insolito movimento, fecero bisboccia saziandosi oltre la sazietà! In particolare uno, furbo, cercava di adescare le sue vittime dicendo: «Amici, calmatevi! Ascoltatemi! Acconsentitemi di dire che... anche se la giornata è nera... già il fatto che siamo ancora vivi... vuol dire che c’è ancora una speranza... fermatevi... parliamo...»

Un pesce palla si gonfiò a dismisura per sembrare ciò che non era. Ma la cosa non ne rimase impressionata. Lo si vide sparire e di lui non si seppe più nulla.

Una sogliola se ne stette appiattita, immobile nella sabbia, guardando compiersi il proprio destino dal basso.

Ci fu anche chi – come i granchi - accusava altre specie di essere la causa di quella tragedia apostrofandole: «Voi, polpi e seppie, con il vostro inchiostro avete imbrattato l’elemento oltre misura!». Comunque, anziché muovere una chela o proporre una soluzione, preferirono rintanarsi negli anfratti delle rocce marine. Ma la cosa non risparmiò neppure loro, intrappolandoli per sempre, il quelle tombe naturali.

Un banco di sardine decise che non avrebbe mai accettato l’esistenza di una giornata nera. Avevano intuito che era in gioco il destino dell’intera baia. Certo se si confrontassero questi piccoli pesci azzurri con i giganti dei mari ci si domanderebbe: cosa mai potrebbero fare?

Le sardine ragionando conclusero che affrontare tutta la cosa, come fecero le alghe, sarebbe stata un’impresa titanica, al di fuori della loro portata. Decisero quindi ci concentrarsi in un sol punto, tutte assieme. «Dobbiamo tentare! Altro non ci resta.», dissero. Lo stare ferme aveva, per loro, l’odore della morte.

Aumentando progressivamente la velocità, si avvicinarono alla cosa nera e come un sol proiettile bucarono la melma. Subito un raggio di sole penetrò la coltre indicando a tutti i sopravvissuti la via della salvezza.
Non tutte le sardine si salvarono, ma il loro sacrificio giovò a tutti.

«Paa! Ora so perché il mare è azzurro».

------------------

Alla fine di questa prima decade del ventunesimo secolo,
pensando a certe baie, mi vien da dire... non saprei che pesci pigliare!
Ma voi...
oltre la sogliola...
vi siete mai chiesti da quali pesci siete circondati?
A proposito... che pesci siete?
Non barate! La vostra puzza si sente fino a qui!
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:36 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 18/12/2010 15:25 #1150

VENT'ANNI CON UN CLICK di Efri


Per molti usare la cravatta è solo un modo di apparire, ma per Franco ha sempre significato qualcosa di più. Detestava quelli che vanno a lavoro sempre elegantissimi e poi, per uscire con la moglie o con gli amici, si sbracano. Per lui indossare la cravatta era un modo d’onorare le persone attorno con una normalissima espressione del suo modo d’essere.
Certo, poi a differenziare le varie occasioni ci pensavano i colori, i tessuti, i nodi: una bella seta ed un nodo Windsor per le occasioni formali, tessuti più resistenti e nodi comuni per i momenti più casual, per un colloquio di lavoro importante come nel caso di quella mattina sicuramente un bel nodo Manhattan, il suo preferito, quello che gliela lasciava un po’ sporgere dal collo prima di farla cadere sul petto. Ricercato ma non sfarzoso.
Nel mettersi la cravatta prima d’uscire la mattina Franco urlava a se stesso un incoraggiamento da spogliatoio in un prepartita infuocato, “sei pronto a fare del tuo meglio, vai e spacca tutto!”.
No, mica lo diceva davvero, ma lo sguardo che si rifletteva nello specchio non lasciava dubbi.

Era stata Maria, sua moglie, a rispondere al telefono “era la segretaria della banca, ti vogliono vedere già domani, che sia un buon segno?”
Con questo dubbio ancora nel cuore Franco si mise a percorrere i circa 30 km che dividevano casa sua dalla sede centrale della banca per cui appena due giorni prima aveva affrontato la prima selezione.

Alla segreteria dell’ufficio di selezione del personale arrivò con circa un quarto d’ora di ritardo rispetto all’orario indicatogli, complice il traffico e l’aver cercato per una mezz’ora buona un parcheggio libero.
“Queste selezioni potrebbero farle anche in luoghi logisticamente un po’ più comodi.. o forse è così che vogliono eliminare un po’ di candidati?!” penso mentre trafelato attendeva l’arrivo della segretaria che allontanandosi verso il corridoio gli aveva fatto cenno con la mano di attendere qualche istante.
Certo, la situazione attorno a lui era decisamente diversa da quella del giorno addietro. Non che si attendesse il centinaio di persone che c’erano per il test scritto, ma almeno incrociare qualcuno degli altri candidati.. Nessuno a parte le persone intente a lavorare o almeno a sembrare indaffarate dentro gli uffici dalle vetrate trasparenti: grande trovata per aumentare la produttività, sorrise tra sé.
Non che gli dispiacesse più di tanto esser solo, l’approccio con gli altri candidati non era stato certo dei migliori. Quattro ragazzotti lo avevano avvicinato, scambiandolo per un impiegato, chiedendogli informazioni sull’imminente inizio della prova e alla sua risposta esclamarono “ah pure tu! Ok scusa”.
“Tu?” penso Franco stizzito “mica sono tuo fratello, tuo amico!”, non sopportava questo modo dei ventenni d’oggi di dare a tutti del “tu” senza alcun rispetto. E poi quel “pure” che vuol dire… e innervosito andò a svolgere la prova.

“Chi? Ah…ok, me ne ero anche dimenticato” disse il responsabile della selezione a bassa voce, ma non sufficientemente per non essere udita, prima di andar incontro a Franco con un sorriso di circostanza, “Venga, venga in ufficio caro, ci tenevo a fare due parole con lei”.
“Ecco qui… ho tra le mani il suo curriculum e la domanda che c’ha scritto.. in effetti è tutto corretto e… anzi devo dirle che ho anche dato un’occhiata al test che ha fatto l’altro giorno e non sarebbe nemmeno andato male, ma…”

Dare il giusto peso alle parole, farci la massima attenzione, era una caratteristica di Franco, anche se il più delle volte, negli ultimi anni, questo diventava quasi un difetto a detta altrui e con la risposta “sì, ma io intendevo…” restava sempre fregato. Ma nella lingua non ci sarebbe da intendere, ci sarebbe da capire: un passaggio troppo complesso per troppi.
Capire cose come “anche un occhiata” o “non sarebbe nemmeno”. Non lasciavano spazio ad interpretazioni e a Franco bastarono per ascoltare tutto il resto del discorso con la rilassatezza della rassegnazione.

“Purtroppo la nostra segretaria ha commesso uno spiacevole errore inserendo nel nostro database i suoi dati, le ha attribuito una errata data di nascita e vent’anni di meno… vede la banca c’ha dato istruzioni per cecrare persone al di sotto dei 30 anni.. del resto si sarà reso conto anche lei che al test erano tutti…. Sì insomma vede…. Ho proprio voluto parlarle personalmente per scusarmi del disagio, per noi i rapporti umani vengono prima di tutto… poi comunque il test è fatto e bene, magari in un altro momento… insomma.. anche perché leggo qui che lei hai già lavorato in banca e anche se l’hanno lasciata a casa per il sovrannumero dovuto alla fusione con un altro Istituto, le hanno comunque fatto delle ottime referenze…. Insomma la gente d’esperienza serve sempre!”
Bene, bravo, sei riuscito a rigirare per bene il discorso.
“Capisco, capisco, non si preoccupi. Sarebbe bastata una telefonata, ma comunque grazie lo stesso” disse a mezza voce alzandosi dalla sedia per la voglia di chiudere il prima possibile quella conversazione.
Nell’accompagnarlo verso l’uscita il responsabile, con l’aria soddisfatta di chi aveva appena svolto il proprio compito, esclamo “ah ecco, Anna, scusati anche tu con il signore”.
“In effetti è tutta colpa mia, mi perdoni! Sono stata assunta da poco e ancora faccio qualche errore con il programma del database” disse sorridente la biondina scollacciata comparsa a fianco della segretaria dietro il bancone, accentuando con un piegamento laterale del capo ed un marcato sbatter di ciglia un imbarazzo, forzato e innaturale.
“Spero non aver causato troppo disturbo.”
“Non si preoccupi, avrà tempo d’imparare, quanto a me da disoccupato ho abbastanza tempo libero, non tema”.

Prima di rimettersi al volante Franco si fermò a comprare il settimanale di annunci di lavoro, sarebbe stato più comodo farselo arrivare direttamente a casa con l’abbonamento, un’idea rifiutata con forza, poi un pacchetto di sigarette da dieci. Non fumava da circa vent’anni, dal funerale di suo padre.
Promettendosi di gettare il pacchetto e di ricomporsi prima di rientrar in famiglia, Franco, al volante nel lento traffico del rientro, si allento ampiamente la cravatta e accese la sigaretta aspirando profondamente. Alla radio la voce graffiante di Iggy Pop cantava “Oh, the passenger. How, how he rides. Oh, the passenger. He rides and he rides. He looks through his window. What does he see?”
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 06/09/2011 02:37 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 20/12/2010 23:07 #1162

NON UN GIORNO COME GLI ALTRI di hic-sunt-leones


Quel giorno non era un giorno come gli altri. Già dal primo battito di ciglia me ne resi conto.
La sera prima, anche quella sera, rientravo, maledicendomi per essere ancora nello stesso stato penoso, anzi peggio rispetto al giorno prima, e peggio ancora di quello ancora precedente. Uno strazio. Ma come si poteva arrivare a tanto, come era possibile potesse accadere una simile cosa?
Oltrepassai la solita, imperterrita scricchiolante soglia, e il tanfo si impossessò brutalmente delle mie narici. Conati di vomito mi scossero, ma non avevo proprio niente da vomitare. Barcollai alla ricerca di un posto libero dove sdraiarmi e come sempre cercai di non calpestare nessuno, ma non era semplice in quell’ammasso di carne o, meglio, di pelle e ossa. Se schiacciavo mani o arti lo capivo a volte solo da leggeri grugniti, tanto era la stanchezza e l’incapacità a reagire. Quello che uno veramente voleva in quell’inferno era solo dormire, effimero oblio di un’angoscia troppo pesante da sopportare. Mi maledissi per questa mia supina accettazione di una situazione indegna. Come poteva arrivare a tanto? Come si poteva superare la soglia dell’umana sopportazione e raggiungere vette di tale ingiustificabile ferocia? Poi, ad un certo punto, mi addormentai.

Quel giorno però non era un giorno come gli altri. Già dal primo battere di ciglia me ne resi conto. A dire il vero il tanfo di malattia, urina e sudore impregnava l’ambiente, togliendo il respiro non appena il cervello recuperava un minimo di lucidità, quel poco che ancora si poteva conservare in una tale condizione. Tuttavia, un flebile raggio di sole filtrava da una delle pericolanti e dolenti finestre dello stanzone, rendendo meno drammatica la prospettiva della lunga agonia della giornata. Doveva essere un giorno speciale: il raggio di sole aveva scelto me, si era posato sul mio occhio sinistro. Un preciso segnale. Quella sarebbe stata la mia giornata speciale.

Oltrepassai la misera e usurata soglia per l’adunata mattutina: lunghe file di ossa e pelle umane sfilavano per il cortile centrale, su cui si affacciavano, impettite e sinistre, le baracche che erano il nostro disprezzato ma vitale rifugio. Orrende, tristi stanzone impersonali, fredde e scricchiolanti, dove non era possibile avere alcuna privacy, ma pur sempre l’unico posto dove poter sperare di sdraiarsi e riposare, nel miraggio di avere per l’indomani la forza per rialzarsi, o forse anche no. Come per tutti i giorni precedenti, anche quel giorno mancavano delle persone, alcune erano in ritardo, chissà cosa sarebbe loro accaduto, altre ci avevano lasciato, vinte dall’inutilmente brutale martirio che ci infliggevano i nostri aguzzini.
Ci dirigemmo verso la prima baracca, e poi a destra, verso le cave di marmo. Le scale della morte erano là ad attenderci. Ci misero in spalla i soliti cestoni enormi, che sarebbero stati riempiti di pesanti pietre solo una volta discesi dalle scale scavate nel marmo con crudeltà indicibile, per rifarle in salita carichi come muli. Era un percorso ad ostacoli, sconnesso, con scalini di altezze volutamente diseguali, con pedate diverse, alcune strettissime, altre larghe, altre spezzate. Ogni giorno qualcuno cadeva, frantumandosi le ossa, e in queste condizioni equivaleva a morire. I sorveglianti del turno mattutino erano i più feroci carcerieri di tutti quelli conosciuti.

Quel giorno non sarebbe stato un giorno come tutti gli altri.
Eravamo in fila, uno dietro l’altro, già sfiniti prima ancora di cominciare. Per arrivare alle scale c’era un lungo tratto che costeggiava dall’alto la cava, scavata dieci metri più in basso. Non c’erano né parapetti né recinti, un orrido dirupo. Guardando in giù si poteva vedere la cava e le sue pietre mortali. Mentre camminavo riuscii a intrappolare tra le dita dei piedi una lumaca, e finsi di perdere l’equilibrio per poterla prendere tra le mani. Ci riuscii e me la misi in bocca. Mi guardai attorno. Nessuno sembrava essersi accorto di niente. Masticai piano cercando di non far rumore frantumando il coriaceo guscio esterno. Mi ritenevo fortunato quando accadeva che trovassi una lumaca per terra, ecco a che punto si era arrivati. Compagni di sventura cadevano e venivano strattonati, pestati, o uccisi a pistolettate. Come potevamo accettare tutto ciò? Lungo le scale due sorveglianti ridevano e scherzavano: andavano su e giù a insultare, spingere, riportare in riga i malcapitati che per disgrazia perdevano l’equilibrio o svenivano. Risalivano la scala e raggiungevano noi dietro in fila, gridando, minacciando e pestando. Maledetti bastardi.
Quel giorno però non era un giorno come gli altri. Ad un tratto vidi distintamente uno dei due aguzzini indicare un vecchietto smunto che con fatica indicibile stava risalendo le scale col suo iniquo fardello: capii con chiarezza che stavano scommettendo sul fatto che riuscisse o meno a risalire; osavano trovare motivo di scherno e divertimento scommettendo sulla sua vita. Il più alto dei due si avvicinò al vecchietto e gli diede una spinta: il vecchio fu sbilanciato e pur tentando con tutta la sua residua energia di mantenersi in equilibrio su quelle demoniache scale, lottando per conservare quel minimo refolo vitale che ancora gli rimaneva in corpo, non vi riuscì. Vidi tutto al rallentatore: lo stupito terrore dipinto sul viso del vecchio, il suo piroettare sgraziato, il piede in fallo, e l’inizio di una lunga, rovinosa caduta. Le risate dei due aguzzini. Gridai, gridai e gridai ancora. Le lacrime inondarono i miei occhi, non vidi più nulla. Il tizio alto mi si fece incontro e sentii dolore alla testa e alla schiena. Ma quel giorno era il mio giorno speciale, il giorno in cui smisi di accettare tutto, per ribellarmi.

Con una forza che mi nasceva da dentro e che mi scaldò la pancia, il cuore, i polmoni e si sprigionò attraverso le braccia e le gambe mi aggrappai alla cinta del soldato e spinsi con tutta la forza che avevo in corpo. Lo trascinai sul ciglio e oltre, giù, verso le pietre aguzze della cava. Fu tutto fulmineo, ricorderò sempre quel momento e lo sguardo di stupore dipinto sul volto del nostro aguzzino. Fu il mio trionfo. Sentivo che quello era il mio giorno speciale. Ci schiantammo giù con un tonfo sordo. Lui morì sul colpo, io non subito, ma l’emorragia interna scaturita dall’impatto col terreno, assieme alle mie pericolanti condizioni fisiche, rinviarono di poco il mio trapasso. Da quel giorno nessun altro soldato osò mai restare dalla parte del dirupo. Quella sera poi accadde un altro fatto insolito. I condannati della baracca N.24, quasi tutti russi, col calare della sera uscirono in massa nel cortile per cercare di fuggire scavalcando l’alto muro di cinta e il malefico filo spinato che vi correva lungo tutto il suo perimetro. Fu un’impresa eroica ancorché dalla riuscita impossibile: le vedette spararono e ne uccisero tanti, ma altri reclusi riuscirono quasi a scavalcare e perirono infilzati dal filo spinato, mentre erano vicini alla meta. Molti di loro si erano stesi per terra uno sull’altro per permettere ai compagni di arrampicarsi in cima al muro. Si erano organizzati, consapevoli di andare a morire. Solo due tra loro non furono più trovati. Se ne perse ogni traccia. Amo pensare che siano riusciti a scappare, magari trovando rifugio presso una stalla del villaggio, o in qualche casetta isolata, forse aiutati dalla gente del posto.

Quel giorno non fu un giorno come tutti gli altri. Purtroppo, troppi ne seguirono prima che finisse questo abominio. Quello che accadde quel giorno fu tramandato e si tramanda tuttora affinchè non possa cadere in un colpevole, acquiescente oblio.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:38 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 26/12/2010 20:52 #1169

LA SOLITUDINE DI MARIA di psycho_kikini


Maria esce da messa zoppicando, nel silenzio assolato delle domeniche cristiane, che hanno nel vuoto il rombo della campana ripetuta. Col bastone si tiene tutto il bacino largo e impacciato, quel bacino che era pur vero ballonzolasse da sé quando camminava, ma anche lei ce lo faceva apposta ad aumentare il volume di quelle sue zoppicate, per calcolo a scomporsi nei movimenti, a tenersi alla stampella. A tratti stringendo più forte il lungo cappotto della signora bassa con cui esce dalla chiesa, attraversa il mercato chiuso.
-Allora come va, signora Marì? – e come andava? Così, si tirava avanti. Fortuna che c’era la vicina, che toccava tenersela buona, che le comprava il latte e le uova –E Luna, la nipotina, mo’ quanti anni c’ha?- Luna, rispondeva, s’era fatta grande, e ora forse la prendevano a lavorare ai magazzini, lì al centro commerciale. Almeno si guadagnava qualcosa- E Marco, lavora più al gas? - ci lavorava, ci lavorava ancora.- E invece l’altro, oddio, com’è che si chiama?- Roberto diceva? –Eh, Roberto, che fa? Anche lui al gas?- No, Roberto non c’aveva mai lavorato al gas, prima lavorava all’ospedale ma ormai erano tanti anni che faceva il fotografo. –Ah, il fotografo.
Segue un poco di silenzio, col battito dei passi sul marciapiede mezzo bagnato, ma solo a chicchi perché il sole che s’è alzato questa domenica asciuga tutto, che già le macchine non hanno più goccioline. Poi Maria chiede alla signora Franca le medesime cose che quella aveva chiesto a lei, col tono rassegnato e pacato con cui aveva dato poco prima le sue risposte. E naturalmente pure Franca tirava avanti, sia pure con gli acciacchi e con l’età che passa, col suo Giuseppe morto che a Dicembre fanno vent’anni, che a proposito facevano una messa, ci veniva la signora Maria? E così continuano quel loro ultimo tratto a perpetrare una seconda messa, un secondo rituale, a parlare di Giuseppe, di quanto fosse stato un brav’uomo, così che a Franca si gocciano un po’ gli occhi, ma sempre è così, quindi fanno per consolarsi sin quando non si salutano e lentamente, come trascinassero qualcosa, fanno ritorno ognuna a casa propria.
Quando è su casa dà subito le due mandate, lascia cadere la stampella gridandole dietro i morti e a passi lenti, sui quali pesa tutto il bacino e il femore rotto due anni prima, si siede ai piedi del letto, togliendosi con un gesto scorbutico della mano gli occhiali dalle lenti enormi, sia da sole sia da vista; li poggia infine sul comodino cubico, e si distende. Tutta vestita con persino ancora le scarpe, marrone chiaro dalla punta arrotondata, dorme fino all’alba del mattino seguente.
La vita di Maria era semplice all’osso. A dormire dormiva quanto riusciva, di rado superava l’alba, a mangiare mangiava poco, di malavoglia, senza più il gusto dei sapori. Pregare e camminare erano le ultime sue complete occupazioni, ma anche lì con tutti gli acciacchi diveniva complicato. E la fede, Maria lo sa, è facile avercela quando s’è dentro alle cose, ma quando tutto è annebbiato e distante, là chi la trova più la forza per crederci? chi più? Ci fosse rimasta almeno Trastevere, come la vedeva lei: sì, certo, le strade i vicoli le piazze son sempre quelli, e si balla ancora alla festa de’ Noantri, ma sono tutti vecchi, nessuna giovinetta più. E, Maria lo sa, non ha senso ributtarsi là, osserva anzi persino con una smorfia di disgusto quelle sue poche amiche rimaste che ancora vanno a ballare in piazza, che la chiamano tra loro: è roba passata, quelle sono le ultime briciole che cadranno dal tavolo con una sola passata di mano. Capita che da anziani il cerchio sembri ricomporsi, l’uomo ritornare bambino, come se la fanciullezza non fosse mai stato quel punto di partenza a cui sempre ci siamo rivolti, ma solo un punto d’arrivo a cui tendiamo inesorabilmente. Maria a questo non aveva mai pensato, ma lo sapeva col corpo. Quello stesso corpo che le si incastrava nella tazza del cesso, che bisognava chiedere aiuto per farsi tirare su; e chi chiamare d’estate? Mentre tutti stanno al mare, o all’estero, e a Roma ci rimane solo lei?
L’estate a Roma è tutta una storia. Si popola di stranieri, parla più lingue che l’Europa intera, e c’ha tutti gli occhi speranzosi su di sé. E col sole poi, che la taglia tutta quanta, che girando per Trastevere metà ti tocca corrugarti per la luce e l’altra metà all’ombra puoi rilassarti la fronte, col sole dicevo piglia colori, come non fosse fatta di palazzi ma d’alberi e basta. Ma Maria si accorge appena ch’è arrivata e si dice con le giunture delle braccia, col ginocchio e con le guance: è l’ultima, sora Marì; lo capisce da sé, mica ci serve il medico. Se lo ripete, guardando nello specchio indesiderato della finestra, in un’occhiata sola, lei e la sua Roma. Si mangia un mandarino, ancora non c’è il sole, beve un po’ di latte ed esce senza nemmeno dare una mandata, tirando i morti alla porta. Fuori è tutto furtivo, l’effetto del mattino, e le poche macchine tagliano veloci per la città. C’è da osservarla dal ponte di ferro, con sotto il fiume verde, c’è da figurarsela come una radura rocciosa con le macchine unici animali. Quando arriva sotto le mura fa meno freddo e c’è più luce. Lungo tutta la Colombo si trascina, con le rughe del volto contratte, premendo sul bastone che più volte le sfugge, sotto lo sguardo di quei pochi passanti che rallentano e le chiedono se tutto va come deve, se per caso non serva un aiuto, ma lei pare non sentirli né vedere quelle poche puttane che si attardano dal benzinaio e si girano, attirate dal rumore, roteando i loro tacchi grandi, dei piccoli grattacieli sotto lo sguardo del benzinaio indiano del turno di notte; e andando si figura tutto chiaro nella sua mente vecchia, proprio mentre fugge via dalla città eterna come un legato o un tribuno qualsiasi avrà certo già fatto, con fede cieca e insieme aspettando ciò che si deve compiere, e ancora prefiggendo col corpo che accadrà. Molto le si chiarisce, adesso che il suo cervello è al limite, assaltato dal corpo sfatto. Ma di tutto ciò, la città, vuoi che se ne curi? Sciocco chi la tratta meno di una donna vanitosa, chi non le usa prudenza. Essa comincia già a tirarsi su, con le luci che si spengono nei lampioni, col sole che si piazza bello diritto, coi rumori che crescono e si disperdono, senza più il rimbombo del silenzio. Proprio allora arriva all’Eur, che nella sua mente è “l’Eure” ed è una distanza, un luogo straniero come quando era un viaggio arrivarci. E’ invaso da un sole maligno che si spulcia gli archi e ci lascia grosse fette di ombra. E poi, dopo che dai ginocchi è cascata sul fianco e con le spalle e le mani si regge al muro, e quando finalmente è crollata giù, si guarda le macchine, si guarda gli archetti a luci e ombre sui palazzi dell’architettura fascista; com’è triste, com’è, valere meno di quell’ombra, che almeno almeno ogni mattina rimonta su, e sì che cambia pure lei secondo lo schiribizzo di qualche d’un altro, ma almeno rieccola là, senza colpe a ogni mattina piantata in terra. Qui nessuno la chiama ‘signora Marì’, qui non la conosce nessuno, e alla gente che le chiede se va tutto bene risponde solo che Roma s’è magnata pure a lei.
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:38 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 27/12/2010 12:20 #1171

OSCURE TRAME di Acciaio


- Ciao Arkady. Come va?

Arkady non si era accorto che Viktor era entrato nell'atrio dell'immensa sala e gli era arrivato alle spalle. Troppo preso nei suoi pensieri mentre osservava la parete di basalto in cui era incassata la "Porta Myushev", la porta della sala del Consiglio che dava accesso al balcone dei proclami e dei discorsi più importanti che il Capo di Stato rivolgeva alla nazione intera. Erano molti secoli ormai che non veniva più aperta. Su quel balcone sono stati fatti pochi ma importantissimi discorsi, che hanno segnato ogni volta il futuro dell'intero paese. Non si sale sul quel balcone a sproposito, non si scherza con l'aurea di potere, dramma e rispetto che lo permea.

- Ciao Viktor, non ti avevo sentito arrivare. - Le rughe che solcavano il suo volto e le pensanti occhiaie erano peggiorate. - Che ci fai qui? Non dovresti essere alla parata? Devi seguire il discorso pubblico di Anatoly.

- Se la caverà, non ti preoccupare. E poi ne ho già viste fin troppe di parate. Tu piuttosto, perchè continui a venire qui a fissare quella porta? Lo sai che dovresti occuparti di ben altro. Non lasciare che inutili fantasie ti distolgano dal tuo dovere.

- Inutili fantasie dici? Può essere. Ma a volte mi chiedo invece se non sarebbe la soluzione ai problemi del paese. Questa crisi che ci sta attanagliando sta fiaccando il morale della nazione. Non si vedono miglioramenti all'orizzonte, il futuro mi sembra sempre più nero Viktor.

- E' per questo che dovresti essere sul campo a cercare soluzioni. Sei tui il vice primo ministro, hai delle responsabilità pratiche più che politiche, queste ultime spettano ad Anatoly. Oltretutto hai le capacità giuste per questo incarico. Sei stato preparato a dovere.

- Ho passato mesi interi a scervellarmi su ogni possibile situazione, su ogni possibile progetto di ripresa. Tu stesso hai bocciato molti dei miei progetti, delle mie soluzioni, evitando di proporle ad Anatoly. Non so più cosa escogitare, questa è la peggior crisi degli ultimi trecento anni. E anche in quell'occasione l'unica soluzione praticabile per il nostro avo fu.....

Entrambi instintivamente si girarono a guardare verso "la porta"....

Trecento anni orsono, l'allora consigliere di stato Kostantin Gladilin, trisavolo dei fratelli Anatoly e Arkady Gladilin attuali Primo Ministro e Vice Primo mistro del paese, spalancò quella porta e da quel balcone fece un discorso a tutta la nazione. Annunciò che aveva deposto l'allora capo del governo ormai incapace di portare il paese fuori da quella profonda crisi e che prendeva nelle sue mani il potere. Promulgò subito una serie di leggi marziali che, a scapito di un lungo ventennio di atroci sofferenze per il popolo, riuscì a far risorgere il paese e farlo tornare al suo antico splendore. Nacque così la dinastia Gladilin, che regnò nel vero senso della parola per i secoli a venire, anche se per salvare le apparenze, le cosiddette cariche istituzionali rimasero sempre in vigore. Apparenze che servivano per far credere al popolo di essere ancora in una democrazia.

- Non pensarci nemmeno, sai bene cosa significa e dove porta quella scelta.

- E' appunto per questo che sono sempre qua. E' per questo che ci sto pensando seriamente e più ci penso, più mi convinco che sia l'unica strada percorribile.

- E' una strada senza ritorno, una strada che non dà garanzie di successo. Molto, molto pericolosa. Può essere la breccia che apre le porte ad una guerra civile ed il paese in questo momento non potrebbe sostenerla.

- Viktor, se non lo faccio io, non lo farà nessuno. Lo sai.

- E' per questo che non posso permettertelo. Il paese ha bisogno di un uomo come te, di una guida onesta e coraggiosa.

- E' Anatoly la guida, ora come ora.

- Si, Arkady. Lui è un altro dei motivi per cui mi servi qua. Ci servi qua. Un giorno arriverà il momento della sua sostituzione, per il bene del paese, e tu dovrai essere li.

- Non sono le parole che dovrebbe dire "il consigliere di Anatoly".

- Bada a come parli ragazzino. Il mio dovere di consigliere del Primo Ministro l'ho sempre fatto, Anatoly infatti ha il massimo dei consensi nonostante questa brutta crisi e nonostante "se stesso". Non credi?

- si....

- Bene. Come tutti però anch'io ho le mie preferenze, tra le quali non compare Anatoly, ma tu. E questo lo sai, Arkady. In questo periodo è però saggio che quando ti trovi solo nelle stanze del palazzo tu sia armato.

Arkady alzò gli occhi, nervoso. - Perchè? Temi un attentato di qualche folle? Siamo già a questo punto?

Viktor, guardando deciso negli occhi il Vice Primo Ministro, appoggia un pugnale di oro e avorio finemente lavorato sul tavolo vicino a loro.

- Non un folle, ma tuo fratello Anatoly. E' da un po' che continua a contestare tutti i tuoi progetti di riforme e a farneticare che lo vuoi mettere appositamente in cattiva luce per usurpagli il posto.

Arkady lo guarda sgomento.

- So che è difficile da credere, Arkady, ma dato il momento di profondo stress non so come possa reagire se vi incontraste qui da soli e iniziaste una discussione. So che tu non gli faresti mai del male, ma è di lui che non mi fido. Difenditi ragazzo, prendi con te il pugnale e tienilo pronto per ogni evenienza.


Due giorni dopo mentre stavano attraversando le vie della capitale, il consigliere Viktor ed il Primo Ministro Anatoly discutono tra loro.

- Viktor, che mi dici di mio fratello? E' un po' che non lo vedo, questa situazione difficile ci tiene sempre lontani. Gli hai portato i miei saluti?

Viktor rimane scuro in volto e risponde con un grugnito distratto.

- Cosa c'è vecchio mio, qualcosa non va? Arkady sta male?

- Tuo fratello mi preoccupa Anatoly. Continua a dipingerti come un fantoccio in balia degli eventi, sparla di te con tutti e non nasconde velleità di comando. Ho il timore che stia progettanto un colpo di stato da mesi.

- Victor, cosa ti passa per la testa? E' impossibile! Io e Arkady siamo sempre andati d'accordo, siamo cresciuti assieme e assieme siamo sempre usciti dai problemi. Abbiamo condiviso sempre tutto!

- Mi spiace essere io il portatore di queste terribili notizie Anatoly. Ho provato a calmarlo, dissuaderlo, ma non ci sta più con la testa. Lo vedi anche tu dai progetti di riforme che continua a fornirti che sta farneticando.

- In effetti ultimamente i suoi dispacci e le possibili soluzioni ai problemi del paese non mi sono più sembrati partorire dalla sua mente logica ed arguta. Finora si era sempre dimostrato un genio nell'elaborare strategie economiche e progetti di collaborazione internazionali, ma le sue ultime trovate erano prive di senso. E' per questo che le abbiamo dovute bocciarle assieme io e te. Ma rimane sempre Arkady il mio adorato fratello, sangue del mio sangue.

Vikotr annuisce comprensivo e con lo sguardo contrito posa una mano sulla spalla di Anatoly

- Lo so, è terribile. Lo sai che seguo fedelmente la tua famiglia da quando siete nati e tutto questo mi addolora quanto te. Cercherò di fare tutto quello che è in mio potere per risolvere la situazione, ma per il momento è la tua vita che più mi preme e la vedo in pericolo. Non dovrai mai restare solo e disarmato in presenza di Arkady, non si sa mai quello che potrebbe fare.

Così dicendo fa scivolare nella mano di Anatoly una piccola pistola splendidamente intarsiata in oro e argento.


Tre settimane dopo Anatoly sta attraversando il lungo corridoio che porta alla sala del Consiglio, ha appena ricevuto i resoconti economici dell'ultimo trimestre ed è scuro in volto. In quel momento esce dalla sala Arkady, sembra di fretta, vede il fratello e abbassa lo sguardo con una smorfia e prosegue.

- Arkady, dobbiamo parlare dei tuoi progetti, delle tue riforme che non stanno nè in cielo nè in terra. Mio dio, ma che ti sta succedendo? Non troviamo più un momento per discutere e valutare le cose assieme, sai bene in che tremenda situazione ci troviamo.

- Che sta succendo a me? E a te invece? Non hai fiducia in me, perchè hai paura che potrei rubarti il posto! E' per questo che continui a bocciare tutte le mie riforme, non vuoi che si metta in luce il mio operato. La verità è che non hai il coraggio di portare avanti progetti seri, del paese non ti interessa nulla, pensi solo a te stesso e a liberarti di coloro che potrebbero metterti in ombra!

- Ma che stai dicendo Arkady, i tuoi progetti sono delle pure follie!

Arkady gli si fa incontro, rosso in volto. Anatoly preso dal timore di un suo gesto folle estrae dallo stivale la piccola pistola consegnatagli da Viktor. Arkady la nota e urlandogli - Allora era vero! - estrae il pugnale e gli si getta contro.

Parte uno sparo, i due si accasciano a terra, stretti l'uno all'altro.


Quattro giorni dopo, una folla oceanica si ritrova nella piazza principale della capitale, il volto verso l'alto a scrutare la "porta Myushev" che dà accesso alla balconata del palazzo del Consiglio. Sono le quattro e trenta di un pomeriggio freddo e ventoso e dopo tre secoli la porta si apre nuovamente e a passare, oltre quella fatidica soglia, si presenta vestito di tutto punto, il Consigliere di Stato Viktor Romanenko.

- E' con mio grande rammarico che devo dare al paese una terribile notizia. Dopo giorni di lunga agonia, i due fratelli Gladilin, Anatoly e Arkady, i nostri amati capi di stato, sono morti questa notte. Tutti gli interventi dei medici per quanto preparati sono stati inutili. In un momento così drammatico, ho deciso di uscire dall'ombra di consigliere e di farmi carico di tutte le responsabilità assumendo ad interim la carica di Primo Ministro della Nazione.

Un brusio salì dalla folla.

- Non abbiate timore, ho qui con me delle soluzioni che potranno, con il vostro aiuto, portarci fuori da questa tremenda situazione.

Così dicendo sollevò con una mano un voluminoso incartamento e con l'altra gli battè sopra il pugno più volte.

- Mesi e mesi di duro lavoro, ma che a causa di alcune divergenze con i precedenti ministri non sono state attuate, perdendo così tempo prezioso per tutti noi! Ma ora io, Viktor Romanenko, farò quello che andava fatto e con il vostro benestare riporteremo la nazione al suo antico splendore!!!!

La folla si mette ad urlare estatica, tra grida di giubilo e cori di speranza. La morte dei fratelli Gladilin sembra già dimenticata. Come le foglie che d'autunno vengono spazzate via dal vento. Romanenko dopo aver salutato la folla si gira per rientrare a palazzo. Con il sorriso sulle labbra, attraversa ancora una volta la soglia più famosa del paese.

Stretto sotto il braccio ha ancora tutti i progetti per il futuro. I progetti di Arkadin Gladilin. Quelli veri.
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:39 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 05/01/2011 18:15 #1234

ONE MORE TURN di TheKaspa


Fluttuavo in un mare oscuro, immerso in una sostanza impalpabile eppure allo stesso tempo calda ed avvolgente. Avete presente quando, al mare, vi rilassate “facendo il morto” e il mare vi sostiene, cullandovi coi suoi muscoli salati in una maniera talmente dolce e delicata che vi lasciate trasportare dalla corrente e dal saliscendi del moto ondoso in un dolce oblio?
Qualcosa di analogo mi stava capitando. Mi era del tutto uguale tenere gli occhi chiusi od aperti, tanto non vedevo nulla. Anche gli altri miei sensi erano come neutralizzati da una forza insipegabile.
Girando la testa da una parte e dall’altra, l’unica prova che avevo del movimento era il “tirare” dei muscoli del collo, ma a parte quello non ero in grado di poter affermare con certezza di essermi mosso. Stessa cosa per l’olfatto, il mio respiro era regolare ma non percepivo nessun odore nè alcuna “consistenza” dell’aria.
Riuscivo però a percepire il movimento del mio corpo, anche se più che una percezione si trattava di una sensazione. Ero sicuro di essere sospeso nel vuoto infinito tra corpi enormi che si rincorrevano l’un l’altro e, come giganti giocherelloni, si contendevano il mio corpo. Esattamente come quando “facevo il morto” al mare, percepivo il mio corpo andare su e giù, o meglio fluttuare nell’etere tenebroso in cui ero immerso. Ogni concetto di direzione era ormai obsoleto, poteva essere su come giù, destra come sinistra e io non me ne sarei mai accorto.
Eppure ad un certo punto mi accorsi di essere attirato verso uno di questi “giganti”. Non chiedetemi come me ne sono accorto, non lo so. So soltanto che mi sentivo sempre più attratto da un certo puntino nel vuoto cosmico che mi circondava...

Mi ritrovai seduto su un trono di marmo, praticamente nudo: una leggera veste serica mi copriva le gambe, mentre il torso era protetto da una placca dorata che mi lasciava scoperti i fianchi. Tuttavia non avevo freddo, anzi stavo bene.
Davanti a me stava un tizio barbuto con sguardo alla Gerard Butler quando lancia l’ambasciatore persiano nel pozzo: pazzo. Se ne stava in piedi con indosso la sua armatura luccicante, parlandomi come se fossi il sovrano e consigliandomi di attaccare i Russi, che a quanto capivo dal suo discorso erano nostri vicini abbastanza insolenti.
- Sire, ho appena visto la solitaria unità dell’impero Russo fare capolino lungo la frontiera. Se li attaccassimo ora, vinceremmo sicuramente.
- Cosa? E tu chi sei?
- Sono Eradan, il tuo consigliere militare, o grande Ramkhamhaeng.
- E se io non li volessi attaccare?
Il tipo mi lanciò un’occhiata lunga e penetrante. Evidentemente la mia risposta non lo soddisfaceva, lui desiderava che io dessi l’ordine di attaccare senza riserve (anzi, anche con quelle) e spazzare via senza pietà l’esercito russo.
Il mio principale problema in quel momento però era cercare di capire dove accidenti fossi finito.
- Sei libero di non farlo. Però sprecheremmo un’occasione d’oro. In due turni possiamo spazzare via il loro esercito e in quattro...
- D’accordo, se siamo così sicuri di poterli sconfiggere, attacchiamo. Ma non farmi scherzi, eh?
Il tipo mi fece cenno di seguirlo. Lasciata la sala del trono, attraversammo svariati saloni, uno più sfarzoso dell’altro ma tutti inesorabilmente deserti, finché non sbucammo in un sontuoso giardino. Attraversato il giardino, percorremmo un dedalo di corridoi e raggiungemmo un garage sotterraneo in cui era parcheggiata una jeep.
- Sali. Dobbiamo andare in battaglia per infondere coraggio alle truppe.
Presi posto, istupidito dal suo modo di comandare e chiedendomi dove fossi e perché stessi dando retta a uno sconosciuto con istinti omicidi e con qualche rotella fuori posto. Per quello che mi aveva fatto capire, lui era il consigliere e io il re, e non viceversa.
Tuttavia feci come mi diceva, poi salì anche lui sulla jeep e mise in moto. Il veicolo attraversò rapidamente un labirinto di viuzze piene zeppe di persone che si affrettavano a scansare appena notavano l’auto. Sbucammo fuori dalla città e ci inoltrammo per una strada polverosa.
Viaggiammo tutto il giorno, accampandoci al bordo della carreggiata per riposare la notte. Il giorno dopo riprendemmo la marcia, e finalmente arrivammo al fronte.
Intorno a me erano schierate due batterie di cannoni, tre compagnie di cavalleria pesante, una brigata di fanteria e persino due elefanti! Gli artiglieri si muovevano rapidamente intorno ai loro pezzi, puntavano e facevano fuoco, mentre i cavalieri facevano volteggiare le loro cavalcature in emozionanti giochi di destrezza; intanto i fanti lucidavano le canne dei loro fucili e i due pachidermi muovevano pigramente le loro orecchie flosce nell’aria stagnante della sera. Di fronte a loro invece era schierato l’esercito nemico, che consisteva di un paio di misere compagnie di uomini a piedi.
Il veicolo si arrestò proprio nel mezzo della prima linea, e la battaglia cominciò.
I cannoni spararono un paio di volte, aprendo una breccia nello schieramento nemico. La risposta dei russi non si fece attendere, ma si dimostrò vana: i fanti caricarono gli elefanti convinti di distruggerli, ma riuscirono soltanto a infliggere loro alcune ferite.
Ormai avevamo la vittoria in pugno, così mi rilassai e mi allontanai un attimo dalla jeep per osservare meglio il campo di battaglia.

Ero a malapena sceso dal veicolo che tre colpi di cannone partirono dalle linee russe. Due palle mi oltrepassarono di buona misura, ma la terza riuscì a colpirmi, tranciandomi di netto un braccio e mandandomi ruzzoloni sulla terra umida.
La vista cominciò ad annebbiarsi e persi i sensi. Tutto cominciò a roteare e a diventare sempre più scuro e sempre più freddo…

-Hai passato ancora la notte a giocare al computer?!? Guarda che non ti fa mica bene!
Mi ridestai di colpo, col braccio sinistro dolorante per il fatto che ci avevo dormito sopra.
Lo sapevo che non dovevo aspettare di sconfiggere Caterina di Russia...
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Ultima modifica: 06/09/2011 02:41 Da White Lord.

Re: [#9] Oltre la soglia (racconti) 08/01/2011 02:02 #1285

NELLA FEBBRE di White Lord


17 Dicembre.

La sala d’aspetto, come il resto dell’ospedale, era completamente intasata. Era difficile muoversi in quella marea di lettini improvvisati e cadaveri agonizzanti. Si diceva che molti fossero stati ammassati direttamente nei corridoi dell’obitorio. Più per risparmiare tempo, che spazio. Movimenti occasionali si coglievano fra i mucchi di coperte accatastate lungo le pareti: la miglior sistemazione disponibile per chi ancora riusciva a sfuggire all’abbraccio del coma eterno. Mi aggiustai distrattamente la mascherina, mentre senza meta mi avventuravo nell’anticamera della morte.
– Samuele, vero?
Un medico mi si avvicinò con aria affabile. Non indossava la mascherina, ma nel viso non riuscivo a leggergli alcuna espressione che mi aiutasse a capire come stesse Sara. Feci per porgere la mano, ma con mia sorpresa lui pose la sua sulla mia spalla. Non credo fosse diverso dai soliti medici per natura. È che in mezzo alla tragedia o ti fai più umano o perdi la tua anima. Lui aveva ancora la sua. Non posso dire che quell’inaspettato contatto umano non mi fece piacere, ma neanche mi aiutò a stare meglio o a scacciar via la mia angoscia.
– Ascolti… La situazione è critica, non solo qui, ma in tutti gli ospedali della nazione. Non abbiamo più letti, abbiamo perso metà del personale sanitario e le cose peggiorano di ora in ora. Al momento possiamo assistere i comatosi solo per 5 giorni. Dopodichè… nel caso le condizioni del paziente non migliorino…
– Cosa?
– Dobbiamo lasciarli andare.
– Ma mi dica qualcosa! Come sta? Quante possibilità ci sono che si riprenda?
Il dottore esitò. Forse considerando quanto etico sarebbe stato darmi false speranze.
– Finora nessuno si è mai risvegliato dal coma… Mi dispiace.
Non dissi niente. Credo che continuai a fissarlo, ma in mente avevo solo lei. Cercavo di raggiungere la consapevolezza di averla persa, ma non ci riuscivo.
– Lei è il fidanzato vero?
Annuii. Lui abbassò lo sguardo, poi fece passare il braccio dietro la mia schiena e mi strinse in una specie di abbraccio. Allora non capii bene quel gesto. Mi lasciò così. Da solo, in mezzo alla morte.


18 Dicembre.

“… Inarrestabile l’avanzata dell’IT-Virus. Il numero dei morti nel mondo potrebbe aver raggiunto il miliardo in queste ore, mentre sono almeno due miliardi i contagiati. Le autorità sanitarie hanno ormai rinunciato a trovare una cura per il coma febbrile: tutti gli sforzi si stanno concentrando ora nel tentativo di arginare l’infezione. È vivamente consigliato restare in casa. Nel caso sia assolutamente indispensabile uscire, indossate l’apposita mascherina ed evitate il contatto diretto con gli ammalati. Ricordiamo che vige il coprifuoco dalle 20 alle 8…”
Spensi la radio. Le poche stazioni che ancora trasmettevano davano soltanto notizie sulla pandemia. Avevo sfrecciato per ore nella città deserta, ma la mia rabbia non si era placata. Il senso di impotenza che mi aveva travolto all’ospedale si era trasformato, col passare delle ore, in un incontrollato desiderio di spaccare il mondo. Ma si era fatto buio ora, sarei dovuto tornare a casa; non potevo pensare di poter continuare a sfrecciare solitario per la città senza dare nell’occhio e si iniziavano a vedere parecchi militari in giro, ormai.
Mi guardai intorno. Un piccolo gruppo di persone si affaccendava vicino a un supermercato dalla saracinesca divelta, probabilmente tentando di accaparrarsi gli ultimi viveri disponibili. Quel quartiere mi era familiare. Una fitta mi assalì il petto. Era in quella zona che avevano trovato Sara. Per la prima volta mi chiesi cosa ci faceva lì, se vi si era trascinata in preda ai deliri della febbre e, in tal caso, come. Il quadrante dell’orologio segnava le 19:11. Tirai un profondo respiro prima di ripartire e prepararmi a un’altra notte insonne. Ad un tratto la mia attenzione fu catturata da un luogo familiare. Il centro sociale Nirvana si stagliava davanti a me. Un covo di hippie strafatti, cultori delle più assurde sette orientali di cui sentissero parlare. La migliore amica di Sara lo frequentava, ogni tanto. Non sapevo perché, ma quel luogo si era improvvisamente infilzato nel mio cervello e, lo sapevo, non mi avrebbe lasciato libero.


19 Dicembre.

La ragazza dai capelli rasta parlava senza sosta, mentre mi guidava fra quei corridoi impregnati di incenso e ricoperti di tendaggi esotici e improbabili ritratti del Buddha.
– … E noi chiediamo solo un piccolo contributo per l’associazione. Ormai ci sono gruppi quasi ad ogni ora e abbiamo anche un buon numero di ritornanti che possono fare da guida durante l’esperienza febbrile. Garantiamo sempre almeno una guida. Ecco, siamo arrivati. È lì, oltre quella vetrata.
Un buon gruppo di persone, forse una quindicina, era sparsa nel salone oltre il vetro, chi seduto, chi gettato per terra in improbabili posizioni. In fondo, una figura seduta a gambe incrociate parlava lentamente ed era chiaramente l’unico elemento lucido del gruppo. Gli altri si muovevano come ipnotizzati, in preda ai deliri, per lo più con un’espressione estatica sul volto.
– È un’esperienza incredibile, te lo assicuro. Si va oltre la soglia della percezione, è come sfiorare la divinità.
La ragazza parlava in tono sognante, mentre contemplava il grottesco spettacolo oltre il vetro.
– I tuoi sensi sono attivi come non lo sono mai stati prima. Gli odori, i sapori, le sensazioni… è tutto così incredibile. Ed è piacevole. La febbre inizia subito, al massimo un’ora dopo il contagio. Ci si sente solo un po’ deboli e infreddoliti, ma appena si raggiungono i 40 gradi si raggiunge il paradiso.
– Ora ricordo dove ti ho visto. Eri sul giornale. La lista dei ritornanti. Sei una di quelli che sono guariti dal virus.
Annuì.
– Non hai idea del perché non sei andata in coma?
Si rabbuiò leggermente.
– Avrei preferito restare lì... E tu? Sembri molto triste.
– Lo sono.
– La felicità non è di questo mondo. È lì, oltre questo vetro. Devi provarlo. Abbiamo moltissimi partecipanti e associati, se vuoi puoi indicare le tue preferenze per il partner e cercheremo di accontentarti.
La guardai interrogativo.
– Non sai come si trasmette il contagio eh?
Mi strinsi nelle spalle. Mi sembrava una domanda banale.
– Goccioline di saliva?
Scosse la testa e sorrise divertita.
– Stanno cercando di tenerlo nascosto. Significherebbe ammettere che la gente si sta contagiando volontariamente. L’IT-Virus si può prendere solo con un rapporto sessuale con un infetto. O con un ritornato da non più di una settimana.
Mi colpì come un pugno in testa. Il mondo iniziò a girare vorticosamente. Barcollai.
– Ti senti bene?
– Ho bisogno di una boccata d’aria.


20 Dicembre.

Appena aprì la porta mi fiondai su di lei e le urlai tutta la mia rabbia. Furioso com’ero, sporco, spettinato e con una barba di 4 giorni, dovevo fare davvero paura. Ma lei non si scompose quanto avrei voluto; sembrava avvolta in una placida indifferenza.
– È COLPA TUA STRONZA! L’HAI PORTATA TU AL NIRVANA!
Non indietreggiò neanche.
– È stata una sua scelta Sam. Lei non era felice.
– Sì che lo era! Aveva una vita perfetta e stavamo programmando il matrimonio! Chissà quali fottuti deliri da drogata di merda le hai ficcato in testa!
Continuava a guardarmi immobile, senza rispondermi, con uno sguardo di compatimento dipinto sul viso. Il pugno la colpì con violenza. Cadde a terra, mentre dalla bocca prese a uscire un fiume di sangue. Forse le avevo rotto un dente. Mi inginocchiai su di lei, la mia faccia a un centimetro dalla sua. Adesso iniziava ad avere paura. Adesso si ragionava.
– Perché? Perché tu sei ritornata? Come hai fatto?
– Sara non ritornerà Sam! Non lo vuole! Rassegnati!
Cercava di evitare il mio sguardo. Le sbattei la testa contro il pavimento.
– GUARDAMI QUANDO TI PARLO! Come hai fatto a tornare?
Adesso piagnucolava. La donna di ghiaccio si era sciolta. Lacrime si mescolarono al sangue sul suo volto tumefatto.
– C’è una soglia laggiù. La trovano tutti, prima o poi. Se vi si passa non si torna più indietro…
– Continua!
– Non la salverai Sam! Non puoi!
La lasciai andare per un attimo. Adesso sorridevo.
– Tu non sei ritornata da molto… Sei ancora contagiosa…
Cercò di divincolarsi.
– No! Pazzo! Stammi lontano!
Mi slacciai i pantaloni.


21 Dicembre.

La febbre si era impossessata di me troppo in fretta. Tremavo come una foglia e faticavo a tenere il volante, mentre la strada si faceva sempre più sformata e indefinita. Non potevo arrendermi ora, dovevo ancora fare un’ultima cosa. La città, per fortuna, era deserta. C’ero quasi. Fermai la macchina e scesi. Caddi. Credo più di una volta. Il terreno era diventato improvvisamente molle ed elastico. Arrancavo come in mezzo alle sabbie mobili nel tentativo di raggiungere il portone davanti a me. Non so come feci per inserire la chiave nella serratura e quanto tempo ci impiegai. Ero già in un altro mondo. Andavo avanti solo con la mia disperata forza di volontà. L’ultimo barlume di lucidità mi colse quando finalmente entrai nella sua stanza. Mi gettai sul suo letto, esausto. Il suo profumo riempiva l’aria come non mai, mi avvolgeva e mi penetrava. Com’era dolce…


21 Dicembre. Nella febbre.

L’arco si stagliò improvvisamente davanti a me. Una strana nebbiolina grigia lo circondava, impedendo di vedervi attraverso. Potevo però percepire una strana energia che mi chiamava e mi spingeva ad attraversarlo. Mi sarei sentito così bene se l’avessi fatto… Era la soglia. L’avevo trovata.
– Sam!
Il cuore mi balzò in gola. Dovetti fare ricorso a tutto il mio coraggio per voltarmi.
– Sara…
– Che ci fai qui? Mi hai seguita?
– Sara… Io ti amo. Ho bisogno di te. Torniamo indietro…
Si mordicchiò il labbro, come faceva sempre quando era nervosa.
– Quello non è il mio posto, Sam.
– Tu… Tu non eri felice?
Scosse la testa piano, quasi si sentisse in colpa ad ammetterlo.
– Ma… Avevi tutto. Una vita perfetta…
– … E un lavoro perfetto. E un fidanzato perfetto. E una famiglia perfetta. In cui dover recitare obbligatoriamente una parte perfetta. E dover essere perfettamente felice. È tutta finzione Sam. È un mondo adulterato in cui ti senti solo costretta ad essere felice. Io non lo sono mai stata. E tu eri troppo preso dal tuo mondo perfetto per accorgerti che qualcosa non lo era.
Aspettava una mia reazione, ma io restai in silenzio. Non sapevo cosa dire. All’improvviso mi sembrava di aver sbagliato tutto, ma ancora non capivo bene in cosa.
– Ho cercato in tutti i modi di essere felice, te lo giuro. Soprattutto per te. Ma più cercavo di adattarmi al mondo che mi hai costruito intorno e più mi sentivo infelice. Quella vita non ha più niente da darmi.
– Hai deciso quindi… Attraverserai la soglia.
Abbassò lo sguardo.
– Non posso. Non riesco a passare. Non si apre per tutti, ma non voglio tornare indietro.
– Ma non hai molto tempo. I medici presto ti staccheranno la spina.
– Lo so.
– Com’è stato?
– Cosa?
– Tradirmi.
– Non è stata la prima volta.
– L’ho immaginato.
– Credimi. Io ti amo. È solo che cercavo… non lo so neanch’io cosa.
Mi voltai. La soglia splendeva di luce argentea davanti a me. Vi adagiai lentamente le mani sopra, che sparirono subito dietro la densa nebbia.
– Io... credo di poterla tenere aperta per lasciarti passare.
– E che ne sarà di te?
– Sarai felice oltre la soglia?
Mi regalò quel suo adorabile sorriso da bambina che mi aveva fatto innamorare di lei.
– Sì, lo sarò.
Si avvicinò tremante alla soglia.
– Addio Sam.
– Addio Sara.
Improvvisamente mi gettò le braccia al collo e le sue labbra si incollarono alle mie. Le presi il viso fra le mani e mi persi nella sua bocca. Eravamo una cosa sola, per l’ultima volta.
Tornai a posare le mani sulla soglia. La nebbiolina sembrò farsi più rada e trasparente nel mezzo. Sara iniziò ad attraversarla.
– Com’è? Fa male? – mi chiese.
La nebbia aveva completamente avvolto le mie mani e si stava ora espandendo lungo tutto il corpo. Mi sentivo incredibilmente leggero.
– No… È come… Svanire…


Un altro dove. Un altro quando.

– Ci ha fatto sudare questa bimba eh?
L’ostetrica consegnò delicatamente il neonato, finalmente ripulito, alla neomamma, spossata ma felice dopo il difficile parto. Gli occhi della donna si illuminarono nello stringere delicatamente il fagottino di coperte. Il padre, ad un lato del letto, sembrava decisamente più provato e sconvolto della madre, ma subito si avvicinò per ammirare la nascitura.
– Ma guarda che bambina bellissima è la mia figlioletta! Ha preso dalla mamma!
– E com’è brava! Guarda com’è tranquilla! Neanche un piantino! Visti i calcioni che mi davi ti facevo più irruenta!
– Avete già deciso come chiamarla?
La donna guardò la sua bambina e le sorrise, rivolta più a lei che all’infermiera.
– Sara. Si chiamerà Sara.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 06/09/2011 02:42 Da White Lord.
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