"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#1] America (racconti)

[#1] America (racconti) 01/10/2011 03:11 #2744

L'America non è soltanto una parte del mondo. L'America è uno stato d'animo, una passione. E qualunque europeo può, da un momento all'altro, ammalarsi d'America. (Mario Soldati)

America è il tema inaugurale di questa quarta edizione di UniVersi.
C'è tempo fino al 30 Novembre (compreso) per postare i propri elaborati.
Se al 30 Novembre non ci saranno almeno 6 racconti in gara, il termine ultimo sarà prorogato al 15 Dicembre.
Se al 15 Dicembre non ci saranno almeno 6 racconti in gara, il termine definitivo e improrogabile sarà portato al 31 Dicembre.
I racconti vanno postati in forma anonima (gli autori saranno svelati a fine concorso, dopo le votazioni) effettuando il login con l'account "Titivillus", password "universi".
Ricordatevi di controllare il numero di caratteri prima di postare. I racconti che supereranno i 12000 caratteri (spazi compresi) saranno considerati fuori concorso.
Ricordatevi anche di postare un sottotitolo per la vostra opera.

A tutti voi buona scrittura! E che mentre vi scervellate in cerca di ispirazione possiate scoprire... l'America!

REGOLAMENTO COMPLETO


RACCONTI IN GARA
  1. Americano, troppo americano (12041) - fuori concorso
  2. Ingoia l'America (6539)
  3. Maceria (5926)
  4. America 3000 (2263)
  5. America Rossi (2886)
  6. Alaska (9699)
  7. Parto indotto (10160)
  8. Storia d'oltreoceano (7015)
  9. The Garden (5045)
  10. America (9476)
  11. Signora maestra (4388)
  12. I limiti di New America (12073) - fuori concorso
  13. Il grande cuore di Philadelphia (11803)
  14. La cosa più bella del mondo (7334)
  15. Rotte (10991)
  16. La periferia dell'impero (7360)
  17. Desert evening (11994)
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"Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."
Ultima modifica: 22/12/2011 16:22 Da White Lord.
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Re: [#1] America (racconti) 02/10/2011 20:16 #2799

Americano, troppo americano

<Vieni John, corri!>
Un’esplosione di lucciole aveva invaso i suoi occhi. I suoni gli giungevano attutiti dall’esterno, le urla concitate sembravano le note timide di un flautista alle prime armi. Il paesaggio, con i suoi colori innaturalmente dilavati, sembrava essersi avvolto su di lui come una sciarpa di lana in piena estate, gli impediva di respirare.
<Vuoi muoverti, cazzo!? Sali, siamo in pericolo!>
Le urla di quello che doveva essere un suo amico non riuscivano a strapparlo dal suo stato. Correva trascinato da qualcuno verso, ora lo ricordava, verso la camionetta. Doveva buttarci sopra il suo corpo, e così fece.
Sentì qualche scarica di mitra, nitida nel suo torpore. Buttati uno addosso all’altro, accucciati, impauriti e silenti c’erano i suoi commilitoni. I suoi amici. E –ora che ci faceva caso- c’era anche lui. Ginocchia al petto, occhi bassi a fissare un punto sul pavimento. Il terreno, si rese conto, il terreno sfrecciava sotto di lui; più probabilmente erano loro a sfrecciare sopra il terreno.
E poi, come succede nei film, e poi il risveglio fu improvviso, sgradevole, violento. Gli venne da socchiudere gli occhi, neanche avesse fissato il sole. Sentiva il cuore pulsare con forza in testa, le mani tremare. Era certo che, avesse provato ad alzarsi i piedi, sarebbe crollato a terra. E, sempre d’improvviso, si rese conto che tutti lo fissavano preoccupati.
<Ehi amico, tutto bene? Non sei ferito, vero?>
Pur delicata, quella voce era tutt’altro che gradita. Scosse seccamente la testa e cercò di bisbigliare qualcosa, senza successo. Alzò gli occhi, fissandoli su chi aveva parlato; era Pop, diminutivo di Popeye per via della forza e dell’amore per il mais soffiato. L’amico lo osservava, gli occhi un po’allucinati –come sempre- e la mascella contratta. Tutti lo chiamavano così da sempre, nessuno ricordava più il suo vero nome.
<L’ho… L’ho…?>
Il cenno affermativo dell’amico gli diede la forte sensazione di stare per vomitare.

Gardez, 18/07/2009, base americana. Una pattuglia di Marines è stata tutto il giorno fuori, in missione, ma quando il tramonto si avvicina è bene rientrare: “Queste sono zone pericolose, occhi sempre spalancati e fucile imbracciato, figlioli”. Così era solito ammonirli il capitano Scottfield, uomo saggio e soldato dall’enorme esperienza. Uno di quelli che quando ti parlano non ti guardano in faccia, sembra sempre che stiano osservando un punto alle tue spalle, oltre di te ma anche oltre il mondo. Quelli che non hanno bisogno di essere sgradevoli per ottenere il silenzio, quelli che nessuno si sognerebbe mai di deridere neanche in loro assenza. Un’istituzione.
E così la pattuglia si muoveva, serenamente, in quel paesaggio incredibile. È una zona semi-desertica, un po’ brulla; una specie di steppa. I veicoli, incolonnati ordinatamente, sembravano scodinzolare come un treno impazzito il cui ultimo vagone spazzola i binari.
I soldati scherzavano tra loro, stanchi ma lieti di aver fatto una volta di più il loro dovere di soldati. Di più: il loro dovere di americani.
John stava osservando l’orizzonte che avrebbe –a distanza di qualche minuto- nascosto il sole. Quello era il momento che preferiva, il momento in cui quella terra meravigliosa esprimeva appieno il suo splendore. Le montagne che corrugavano il terreno, un po’ riarso per la stagione, giocavano con la luce metallica che il sole morente donava loro. Ed erano giochi straordinari, le rendevano in lunghi tratti incandescenti, fondenti; sembrava che la luce si specchiasse sulle loro forme lievi, artificiali. Tutte le volte che le vedeva gli ricordavano le montagne di cartapesta che aveva visto una volta, piccolino, quando aveva visitato Napoli. Era rimasto strabiliato dalla bellezza di quei presepi ma, pensava, le montagne erano proprio inverosimili. Non era ancora stato in Medioriente.

Erano distanti poche decine di metri dal posto di blocco, dalla sbarra che permetteva di entrare nel campo-base. L’allegro chiacchiericcio che allietava il mezzo su cui John sedeva venne interrotto da un’imprecazione: uno del gruppo, tentando di fare il giocoliere, aveva lanciato male una bussola, che era finita giù dal mezzo semiscoperto. Non potevano lasciarla lì, toccava recuperarla: tempo di avvertire il plotone e i mezzi tornarono indietro dove era caduto l’oggetto. Tutti i sei che erano a bordo del mezzo scesero insultando –del tutto bonariamente- il giocoliere dei loro stivali.
John si avvicinò per prenderla, quando scorse nell’erbaccia al bordo della strada un’ombra. Nella sua ingenuità da novellino non colse subito, impiegò qualche secondo. Riuscì a quel punto a mettere a fuoco, mal coperto da una chiazza di vuoto dell’erba, un volto. Abbrustolito dal sole, deformato dalla paura, un uomo lo guardava. Resosi conto di essere stato scorto tentò goffamente di imbracciare il kalashnikof che aveva sulla schiena ma John lo anticipò, facendolo rotolare nella terra.

E rieccoci nella camionetta, scagliata a tutta velocità verso la base. <Hai fatto quel che dovevi, John, o tu o lui.>.
<Sì, esatto, stava per puntarti addosso un’arma, non dimenticartelo>.
Ma nella sua mente queste giustificazioni non valevano. Aveva fatto ciò che si era promesso di non fare: aveva ucciso. E aveva ucciso un poveraccio, probabilmente un pecoraro che aveva sperato di impossessarsi della bussola. L’aveva fulminato lì, inchiodato. L’aveva ucciso.
Quando si era arruolato nella Marina, -ma quanti anni erano passati?- l’aveva fatto per il patriottismo che suo padre gli aveva trasmesso sin da piccolino. John si era commosso quando sua moglie aveva scovato delle sue fotografie in cui, bambino, indossava la larghissima uniforme del nonno cantando l’inno. Il cappello gli cascava sugli occhi; suo nonno gli diceva sempre che quel cappello era una misura dell’età: quando fosse riuscito ad indossarlo sarebbe stato pronto a servire la Patria; fin quando sarebbe stato capace di tenere la testa sufficientemente diritta da non farlo scivolare via sarebbe stato all’altezza di servire lo Stato. E così si era arruolato, come fosse l’unica cosa da fare, come se la sua vita fosse vincolata ad una rotaia. Era entrato nella Marina, aveva completato l’addestramento. Era diventato ciò che doveva diventare: un soldato. No, soldato è un brutto termine, richiama il denaro. Mica era un mercenario. Era semplicemente diventato un figlio della sua patria.

Una cosa, però, non era proprio capace di farla. Era totalmente incapace di usare della violenza, di fare del male alla gente. Può sembrare strano per uno che si arruola. Se ne era accorto solo una volta partito per la missione in Afghanistan: quelle armi, quei gingilli che lo affascinavano, di cui esaltava entusiasta le caratteristiche con i compagni di reparto, affusolate scatole di lucente metallo; ebbene, quelle armi non erano giocattoli, erano capaci di mietere vite con una facilità impressionante. Non gli era mai capitato di vedere sparare dal vivo, né tantomeno era mai capitato a lui; né avrebbe mai pensato, né sperato, gli toccasse mai. Non pensava ne sarebbe stato capace, semplicemente. E invece, e invece aveva fatto fuoco con una naturalezza agghiacciante.

Era notte fonda nel campo. Nell’assoluto silenzio tutto dormiva, tutto tranne John. Nemmeno ci aveva provato, a dire il vero: aveva passato tutto il tempo a pensare, a riportare alla mente ciò che era accaduto. Erano le due: da circa cinque ore continuava a rivivere quella scena, a rivedere in lampi talmente nitidi da essere dolorosi gli occhi di quell’uomo. Non era riuscito a mangiare, non aveva rivolto una parola agli amici che tentavano di fargli coraggio.
Probabilmente era un padre di famiglia, pensava. Probabilmente vendendo quella bussola sarebbe riuscito a portare un dono ai suoi bambini, qualcosa che potesse farli sorridere in una terra tanto meravigliosa quanto martoriata. E invece non sarebbe mai tornato a casa, quell’uomo. Di certo la sua famiglia ormai aveva intuito il peggio. A John tornava in mente una poesia di Pascoli, che aveva studiato in traduzione. Era certo che la storia fosse simile, altrettanto struggente. Ma morire per bocca di un fucile perde qualsiasi connotazione eroica, qualsivoglia romanticismo. Non si può scampare a una scaglia metallica proiettata a velocità allucinante, né c’è bisogno di particolare bravura per maneggiarne. Gli tornava in mente anche un quadro, forse di Goya. Sì, il “Cinque maggio”. C’era, tra i condannati, un uomo che aveva lo stesso sguardo del suo.

Poteva intravedere la sentinella. Da dove era accovacciato John vedeva l’ingresso, la sbarra a chiuderlo. Ma lui ne era fuori. In realtà non è che gli fosse proprio chiaro perché, ma lui era fuori. Ripensandoci non riusciva a ricordare come, ma ne era uscito. Ricordava solo di aver strisciato per un lungo tratto e nell’assoluto silenzio per non essere visto. E ricordava che era uscito, a forte rischio di essere impallinato, perché voleva tornare laggiù.

Percorso un tratto di strada nell’oscurità John trovò il punto in cui la bussola era caduta. E, non senza un brivido, scorse il punto in cui doveva trovarsi l’uomo.
Si avvicinò carponi, senza che ci fosse una reale ragione. Per un generico senso di prudenza. Forse perché voleva metterci più tempo ad arrivare, forse temendo che quella greve oscurità l’avrebbe schiantato al suolo se si fosse alzato in piedi. Fu questione di pochi secondi; nell’impenetrabile oscurità che lo avvolgeva lo scorse. Gli andò affianco e sedette.

Poteva scorgerne distintamente i tratti. Una nuvola si era scostata, lasciando che la luna spargesse i suoi innocenti tentacoli su quella terra. Poteva scorgerne distintamente il volto: magro, la barba incolta, i capelli in disordine. La pelle bruciata come la ricordava; gli occhi, la morte aveva avuto la premura di chiudere quegli occhi, di nascondere il cieco terrore che li aveva uccisi dietro il tenue velo delle palpebre. Avrà avuto 25 anni. Poteva leggere su quel viso, chiaramente giovane ma già conscio della fine, poteva immaginarsi la sua vita. Una vita a lavorare, a spezzarsi la schiena. Magari a rubacchiare per arrotondare. Ma non era un delinquente, si vedeva. Si vedeva da quegli occhi.
Sedeva affianco a lui. Trasse fuori il portafogli e da lì la fotografia della sua bambina. Splendida nei suoi due anni, biondissima come la mamma. Quando era partito John non le aveva detto che andava in guerra, figurarsi. Le aveva detto che andava a fare un viaggio, un lungo viaggio.
Pensò alla sua bimba, al sicuro, magari nel lettone perché aveva avuto un incubo. Pensò ai figli dell’uomo che aveva affianco, magari costretti dall’indomani a lavorare per mangiare. Poggiò la foto sul petto di quell’uomo.

Dal portafoglio che aveva ancora in mano tirò poi fuori una banconota. Cinque dollari. Non poté che provare un moto di disprezzo per quel pezzo di carta, per quella divinità al cui altare si sacrificavano volentieri numerosi capri.
Lesse la scritta che da sempre gli era suonata stonata: “In God we trust”. Perché mai scriverlo su ciò che di più lontano c’era da una parvenza di santità, di superiorità? Che senso aveva quella frase, quella tronfia ipocrisia, quella vuota e populista propaganda? Oh, anche lui l’aveva seguita. Anche lui si era inorgoglito per quella folkloristica emanazione dello Zio Sam, appeso il cilindro al chiodo per manifesta kitcheria.
Ricordò poi di una storia che gli aveva raccontato il suo maestro, da piccolo. Raccontò che i greci erano soliti mettere una moneta in bocca ai defunti, perché potessero pagare il traghettatore delle anime e raggiungere l’Ade. Se lascio questa non lo fanno mica passare, pensò. E in un attimo, totalmente dimentico di ogni norma di buon senso e di logica, estrasse l’accendino e lo accostò alla banconota, che prese subito fuoco.

John giaceva ora a terra, in mano una presa di cenere, sul petto un foro circolare. Una fiammella era un facile e doveroso obbiettivo per i cecchini del campo base americano. Sentiva nelle narici un’intensa puzza, emanata dal suo amico. Ma non era sgradevole, anzi.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Ingoia l'America 12/10/2011 01:07 #2973

Ingoia l'America

Dakotah l'aveva conosciuta in una di quelle noiose sere passate davanti al PC. Televisione accesa a volume basso, giusto a fare compagnia, penombra e videochat casuale che girava ormai da ore.
Daniele ne passava almeno tre o quattro a settimana di sere così.
Si svestiva degli indumenti rimanendo soltanto in mutande o, qualche volta, con i pantaloncini del pigiama in quel gioco di vedo-non vedo che, spesso, portava i suoi risultati: l'ennesima spruzzatina di sperma prima del bidet e del letto.

Ma con Dakotah era stato diverso. Già trovare una ragazza nei meandri di quelle videochat sembrava un miraggio dato che pullulava di omo e bisessuali pronti a svuotare il loro calore alla prima immagine ritenuta vagamente sessuale. Avevano addirittura parlato, e a lungo, restando vestiti e scherzando sul numero elevato di maniaci e pervertiti che giravano in quel mondo parallelo.
In fondo lo sapevano tutti e due perchè erano lì. E non fu un caso, che la sera successiva, sul contatto privato della messaggistica istantanea, finirono entrambi per masturbarsi l'uno con l'immagine dell'altro seppur con qualche timidezza e remora di chi, poco esperto, non sa bene cosa 'dire' per dimostrare goduria.

Dakotah era l'esatto opposto dello stereotipo americano che, un italiano come Daniele, potesse mai immaginare.
Era in carne, questo si, a dimostrazione che la dieta americana non era delle più salutari e vestiva in modo bizzarro, anche questo si, a dimostrazione che lo "stile" non era proprio di casa.
Quello che era proprio al di fuori da ogni immaginario comune è che, Dakotah, era una contadina bigotta. Simpatica, ma dalle vedute assolutamente limitate. Quasi da integralista religiosa. D'altronde Daniele non si stupì quando lei le disse che era vergine e che non aveva mai baciato un ragazzo reale. Cosa che, per altro, giustificava in parte la sua presenza in un ambiente tanto particolare come quello delle videochat. Dakotah sfogava tutta una vita di regole moraliste e di frustrazioni passate a sentirsi dire «cicciona del cazzo» in quel mondo di assatanati, mostrando di tanto in tanto un capezzolo o un triangolo della sua fighettina pelosa. Etutti gli altri giù a masturbarsi, chissà in quanti, altrettanto frustrati come Daniele che dovevano sfogare così il dramma di chi è completamente inetto nell'intrattenere rapporti sociali reali. Ed è anche sufficientemente tirchio o povero da potersi permettere soltanto una connessione ADSL anziché una meretrice quando serve.
Tornado alla mentalità, Daniele, rimase stupito dal fatto che Dakotah non avesse per nulla viaggiato. Dava per scontato che gli americani avessero una visione globale del mondo e proprio non riusciva ad accettare che anche negli Stati Uniti potesse esserci una ventiduenne che ragionava come il più ignorante dei secessionisti. Ma questo era il prezzo che pagava chi aveva a malapena messo il naso al di fuori del proprio Stato.
Ragionò su questo Daniele. Prese la cartina statunitense e si rese conto che, in effetti, facendo le dovute proporzioni, anche lui non è che avesse girato chissà quanto. Aveva visto molte regioni italiane, velocemente la Francia e con più dettaglio la Svizzera. Ma basta. E in fondo la sua base non era poi così diversa da quella dell'amica americana. Così come lei non era mai stata in California, nel Texas o chissà in quale altro stato americano famoso, lui non conosceva Londra, non aveva mai visto la Russia e avrebbe fatto fatica a riconoscere tutti gli stati balcanici se non avessero avuto sopra scritto di quali si trattava.
E allora perché si sentiva diverso? Perché dare per scontato che un americano dovesse per forza essere più internazionale di un italiano?

Il rapporto dei due si consolidò nel corso dell'inverno. Non mancavano gli spettacolini erotici che divennero però sempre meno frequenti lasciando invece spazio a un sentimento che andava pian piano crescendo. Almeno da parte di Dakotah. Daniele rimase invece "impigliato" in quella stramaledetta voglia di fare l'infermiere che aveva. Non riusciva a staccarsi da lei, consapevole che, tolta la prestazione sessuale, proprio le piaceva. Ma gli dispiaceva. Non voleva fare la figura dell'uomo del cazzo che l'aveva sfruttata solo per una sega di tanto di tanto. Non voleva, anche lui, farla sentire come un oggetto e basta.

Quando a giugno, Dakotah, annunciò a Daniele un suo viaggio in Europa, lui, non ebbe il tempo d'avere una reazione sensata. Si limitò gentilmente a dirle «se vieni in Italia fatti viva» e lei rispose prontamente che sarebbe «sicuramente» passata dal bel paese.
Quando poi Daniele la scrutò uscire dagli arrivi dell'aeroporto chinò il capo. Dakotah era ancora più brutta ma, soprattutto, più grassa di quanto appariva in webcam. Era stata brava nel corso dei mesi a mostrarsi meglio di quanto non fosse in realtà. Dipinse ugualmente sul volto un'espressione cordiale e l'accolse.
Dakotah lo abbracciò forte, come a voler sentirsi addosso finalmente il ragazzo che tanto l'aveva fatta godere, seppur virtualmente.
Erano d'accordo per andare assieme all'hotel che avrebbe ospitato lei. Da buon cavaliere romantico s'offerse di portare lui i bagagli. Alla principesca richiesta «vuoi salire su?» non seppe resistere. Poco importava se Dakotah era obesa. Quello era il suo ruolo. Daniele stava per diventare il suo primo ragazzo, colui che l'avrebbe baciata per primo, sverginandone le segrete terre.
Il conquistatore italiano stava per scoparsi un'americana. Ma non una qualunque. Una vergine americana che davvero vedeva in lui il ragazzo 'giusto'. O forse solo il primo ad averne avuto il coraggio.

Goderono, senza troppe immagini da favola. Già si conoscevano intimamente e fu più facile sciogliere tutti i ghiacci e passare al sodo. Dakotah, finalmente, non si sentiva più come la sfigata americana che non aveva mai baciato un ragazzo. Daniele, dal canto suo, già pensava in prospettiva: prima o poi avrebbe potuto raccontare a qualcuno d'aver sverginato un'americana. Non solo. Questo semplice, stupido rapporto, avrebbe cambiato per sempre lo stereotipo americano di Daniele: da quel giorno infatti, per lui, tutte le donne americane sarebbero state delle porche che ingoiano. E non come lo snob, fighe di legno italiane, alle quali fa schifo tutto.


A margine di questa storia mi par doveroso dar dunque anche il mio parere.

Migliaia di anni di storia, milioni di persone, milioni di sentimenti, riassunti così, in un commento da bar che li raggruppa tutti.
Che bello sapersi diverso da questo "Daniele", ora, qui.
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Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 13/10/2011 01:18 Da gensi.
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Re: Ingoia l'America 31/10/2011 19:27 #3158

Maceria (America)

1934
8 A.M.
A ME RICArdo ha sempre fatto sorridere. Non perché fosse particolarmente simpatico o spiritoso, anzi. E in quel caso sarebbe stato riso e non sorriso.
Non perché provavo compassione per lui. E in quel caso sarebbe stata smorfia; e non sorriso.
Io lo capivo. Non fin da subito forse. Ma dopo un po'... si; dopo un po' ho iniziato a capirlo. E a volergli bene.
Gli sorridevo.

Lo conobbi al circo di San Sebastian o meglio, come si dice là, Donostia, nell'inverno del '27.
Io aiutavo un prestigiatore. La cosa mi occupava più tempo di quello che non si potrebbe pensare: cinque ore tutti i giorni di prove e riprove e al fine settimana si andava in scena. Non che il lavoro mi appassionasse più di tanto, la paga era poi ben misera ma mi servivano quei soldi; e me li dovevo far bastare per pagarmi stanza e studi.
Ricardo faceva il trapezista.
Ricordo ancora il respiro pesante e le gocce di sudore che coloravano l'atmosfera malinconica del piccolo circo mentre egli, giovane nei suoi anni, volteggiava da una parte all'altra del tendone quasi fosse un ciondolo di raro metallo. La terra sporca sotto di lui. E io, in basso, che lo guardavo a bocca aperta. “Un angelo senza ali” pensai la prima volta che lo vidi.
All'inizio non mi considerava molto, chiuso com'era in quella sua armatura di superbia, presunzione, ma anche dedizione e maniacale ricerca della perfezione. Poi, pian piano, il fiore si schiuse. E furono momenti felici. E giorni intensi.
E mesi difficili.
“America! E' lì che mi vedrai.” - mi disse dopo una lunga seduta di allenamento - “Sarò il primo trapezista straniero del Nature Theatre Of Oklahoma!” Me lo diceva con gli occhi lucidi. E in quelle lacrime prigioniere - che forse mai sarebbero affiorate – la si poteva vedere davvero, l'America. “L'America è il futuro, è la libertà. Soldi. Successo.” - “Donne?” chiesi io, interrompendolo, con tono malizioso. “Forse” mi rispose scherzosamente.
“L'America rappresenta quello che mio padre non è riuscito a fare, Meri. Quello che non è potuto diventare.” - era per lui una sofferenza parlare in quel modo ma era chiaro che avesse bisogno di confidare a qualcuno questa cosa - “io devo meritarmela la possibilità. Io ho potuto scegliere. Devo meritarmela, la scelta.” Camminò verso la porta del tendone, senza aspettarmi. Poi si girò di colpo, lo sguardo in alto ad ammirare il suo trapezio oscillare lievemente, solitario nella penombra dei riflettori opachi, destriero che attende paziente il suo cavaliere:
“Ricordati Meri, quando il trapezista muore, è allora che entrano i clown.” - disse - “quel giorno mio padre non li vide i clown. Io si.”
Suo padre era morto in un incidente proprio lì, a Donostia. Ai suoi tempi la rete di protezione dei trapezisti era un lusso a cui gli addetti ai lavori circensi, durante gli spettacoli, non avevano ancora pensato. Era richiesta la perfezione; l'errore lo si pagava a caro prezzo.
Inutile dire che sua madre, una donna molto silenziosa e permissiva, entrava in uno stato di agitazione quasi violento quando suo figlio si esibiva nei vari spettacoli. Agitazione il cui effetto era amplificato dalla contrapposizione tra la forza emotiva sprigionata e la minutezza fisica di quella già anziana donna.
Io e Ricardo eravamo fidanzati o, come preferiva dire lui, “amanti”. Eppure vivemmo un amore molto statico. Fatto di poca fantasia e tanto lavoro a frapporsi tra di noi. Tanto che capitava che sovente eravamo fin troppo stanchi anche solo per parlare. E allora era come se fossimo davvero due estranei che condividevano un tetto, un letto.
Ed era allora che prima di prender sonno passavano delle ore. E mi ricordavo di tutte le cose che mi avrebbero potuto trarre in salvo dalle pressioni del presente e l'incertezza del futuro. Come mi piaceva la storia dei due amanti in fuga che corrono via da un vecchio treno arrugginito, nella neve siberiana! Me la raccontava sempre mia madre quando vivevo ancora con lei e papà, a Biarritz. Erano amanti o estranei? E il fagotto che la donna portava in grembo era un bimbo? In effetti, quei due fuggiaschi erano reali o fantasmi? Tante volte avevo sognato di essere la protagonista di quella storia. Poi mi accorsi che mi sarei accontentata di esserne anche solo una comparsa. Magari un passeggero del treno o una donna ferma alla stazione che aspetta qualcuno. E li vede: i due amanti in fuga.
Saremmo mai stati come loro? Fuggire la notte per rincorrere un'idea, una speranza. Ricardo si.
Io no. Non avevo la sua forza. La sua voglia di arrivare, di stupire. Ero io la comparsa nella storia di Ricardo, ero io quella che non sarebbe fuggita la notte. Ricardo si.
Ed è quello che fece, nel 1929. Scappò via senza lasciare detto nulla, solo uno stupido bigliettino, scritto in fretta e furia qualche ora prima che partisse, che rifletteva con limpidità tutta la difficoltà sua di vivere le cose serenamente e seriamente. Lo conservo perché tutto sommato leggerlo ogni tanto mi fa stare bene. Non so perché. Forse è che mi fa sorridere ancora una volta. Finisce così:
“Ah MERI CAsomai non ci dovessimo vedere più
ti amo”

Col senno del poi il 1929 si rivelò un pessimo anno in cui approdare negli Stati Uniti. Di quell'anno conservo due immagini:
Rockefeller che commenta:”quando il garzone del barbiere entra in borsa, Rockefeller esce.” Fu uno dei pochi a salvarsi.
Un ritaglio di giornale che mostra la foto di tre giovani uomini ammassati per strada, vestiti di stracci, inanimi. Il primo sulla destra è Ricardo. Era disposto a morire per l'America. Forse l'America non lo era per lui.

Erica è una bimba bellissima. Ha i miei occhi chiari, più grandi. Viviamo a Tulsa, in Oklahoma. E' una cittadina tranquilla dal passato burrascoso. Chissà che non sia un caso se siamo giunte proprio qui.
Le piacciono i giochi di prestigio. Io la porto spesso al circo.
9 A.M. ERICA dorme. A ME RICArdo, suo papà, ha sempre fatto sorridere.
Un giorno glielo dirò.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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America 3000 02/11/2011 09:42 #3163

America 3000

Succede sempre che a un certo punto uno alza la testa... e si accorge che la nave è ferma.

È una cosa difficile da capire. Voglio dire, ci stanno milioni di persone sull’astronave, tra ricconi in viaggio, emigranti, gente strana e noi... eppure ce n’è sempre uno, uno solo, uno che per primo... se ne accorge. Magari è lì che sta mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte intermedio... magari è lì che sta avvitando un bullone... alza la testa un attimo, butta un occhio verso il finestrino... e se ne accorge.

Allora si inchioda, lì dove si trova, gli parte il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si gira verso di noi, verso la nave, verso tutti ed esclama, piano e lentamente: siamo arrivati.

Poi si avvicina al finestrino, come per guardare meglio, come per sincerarsi che sia davvero così, che non sia uno scherzo della relatività, e ripete, questa volta con maggiore entusiasmo, siamo arrivati.

La nave è grande, e si potrebbe pensare che da più parti ci sia qualcuno che, nello stesso momento, si alza… e se ne accorge. Invece no, è sempre uno, uno solo, quello che, dopo aver controllato dal finestrino per essere sicuro, si gira, abbraccia il primo essere che passa, ricco, povero, equipaggio o robot e gli grida SIAMO ARRIVATI!
Poi rimane lì, immobile come se dovesse entrare dentro una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva portata lui la nave fin lì. La sera, dopo il lavoro, e le domeniche, si era fatto aiutare dal cognato, astrofisico, brava persona... prima aveva in mente qualcosa di più vicino, poi... gli ha preso un po’ la mano, ha fatto una serie di salti... ed eccoci qua.

Quello che per primo si rende conto che siamo arrivati. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no... e nemmeno una questione di geni, è il destino, quello. Quella è gente che da sempre aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già lo vedevi, l’arrivo, già lì pronto a scattare, a scivolare giù per i nervi e sangue e che altro, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido “Arrivati!”, c’era già in quegli occhi, di bambino, tutta l’emozione dell’arrivo.

Lì ad aspettare.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#1] America (racconti) 02/11/2011 16:57 #3165

AMERICA ROSSI
Non riusciva a darsi pace, era giovane ma nella sua breve vita aveva conosciuto persone con i nomi più assurdi, Tecla, Minerva, Adalacchia, per non parlare dei nomi classici del sud, la città ne era piena, Calogero, Cosimo e poi Assunta, Immacolata, Concetta e addirittura un suo vicino si chiamava Concetto, che assurdità. E quelli di luogo? Asia, Manila, Ginevra, una sua bis nonna Italia, perché quindi non poteva chiamarsi America?
Quindi provare a capire il rifiuto dei genitori era impossibile, fuori da ogni logica, più ci pensava e meno lo capiva, perché? perché? Ma non rinunciava di sicuro, anzi bisognava insistere! Ed era proprio ora di ritentare, tra poco a cena si sarebbe riunita tutta la famiglia.
La cena, che grande appuntamento familiare, dopo le fatiche giornaliere mamma papà ed anche il fratellone sarebbero tornati per stare tutti insieme intorno ad un tavolo. A dirla tutta non era chissà che, spesso si guardava la tv in silenzio oppure si discuteva della nuova auto del vicino ed altre cose del genere, il gossip di quartiere, ma era sempre uno stare insieme e se non si parlava molto voleva dire che in fondo andava tutto bene.
Ecco il rumore delle chiavi nella serratura per la prima volta, mamma, solita entrata di corsa con un "ciaoooo" urlato, poco dopo papà ed il fratellone che quasi sempre rientravano insieme, per un secondo ed ultimo giro di chiavi.
"A Tavola!" Dopo una manciata di minuti era di nuovo la voce della mamma, ora calma e serena, ci voleva poco a capire quando era felice ed aveva tutto sotto controllo. Il momento si avvicinava e le mani iniziavano a sudare, ma anche i sogni iniziavano a farsi largo, e se avessero detto sì? America che nome fantastico. La A iniziale per essere sempre primi negli elenchi, nome bello ed utile, seguita dalla dolcissima M pregna di musicalità, dalla durezza della R e dalla forza della C, le ultime intervallate da una I quasi impercettibile ma essenziale.
Già pensava al giorno del cambio di nome all'anagrafe, che emozione, sognava tutti i giorni quel momento. L'impiegato del comune grassoccio e unto che con la solita aria di chi ha già lavorato troppo nella vita chiede certezze "Lei quindi si vorrebbe chiamare America Rossi, America, come il continente giusto?" ed il sì sarebbe stato pronunciato con solennità, sotto lo sguardo comprensivo del padre; che in realtà c'è tutto un iter da seguire per cambiare nome, prefettura, scartoffie etc etc ma il sogno era questo ed andava bene così.
Basta sognare ora, è il momento; dopo aver messo dell'acqua nel bicchieri di tutti schiarì la voce e si girò verso il padre "Papà, senti, mi piacerebbe tornare ad un vecchio discorso che avevamo fatto, non riesco proprio a capire cosa ci sia nel nome America che non ti piace".
Il padre con gli occhi al cielo sbuffava "Ma che minchia dici Salvatore, lo vuoi capire o no che America è un nome da femmina?"
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Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 02/11/2011 17:00 Da Titivillus.
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Re: [#1] America (racconti) 04/11/2011 03:03 #3169

Alaska

Bob Staller lasciò la città il quindici dicembre milleottocentonovantasette.
Il locale era sempre zeppo, a quei tempi. Quell'anno, poi, il gelo era giunto presto, con le prime nevi e il ghiaccio sui vetri già a metà autunno, e non c'era un solo minatore, che io sia dannato se mento, che non si fermasse, finito il turno, a mandar giù qualche sorso di whisky o bourbon. Facevo soldi onesti, e quegli uomini erano, in fondo, bravi diavoli, una volta conquistata la loro confidenza.
Quel figlio di buona donna di Bob non era da meno, oh no: lui beveva più di un mulo, e quando era ubriaco, beveva ancora fino a dimenticare di esserlo, o, se era d'umore più nero, fino a ricordarsi della famiglia che aveva perso tanti anni prima. E poi ricominciava. Smetteva solo per le poche ore sufficienti a riprendere il senno, pronto per affrontare il suo turno nelle buie e pericolose gallerie della miniera di carbone, vigile e attento.
“È il Kentucky, Ned,” mi diceva sempre, con la sua voce roca e pastosa come catrame. “Se non bevo qui, dove? Trovami un altro stato con un bourbon altrettanto buono, e io ci andrò.”
Avevano tanti altri motivi, per bere. Solo nei primi dieci mesi del novantasette, quindici minatori avevano perso la vita in sei drammatici incidenti in miniera, ma per i padroni erano solo numeri su una dannata ricevuta. A nulla erano servite le denunce del neonato sindacato: il carbone non si scava senza rischi, rispondevano; e tutto restava come prima.
Per Bob era tutto un gioco, un breve schizzo sul diario della sua vita spensierata. Per lui gli anni passavano come temporali estivi, rumorosi e intensi, ma rapidi ad arrivare ed altrettanto rapidi a partire. Mi aveva raccontato, una volta, che andava fiero dei venti mesi trascorsi qui in città, perché mai si era fermato in un posto così a lungo. Gli dovevamo piacere davvero molto, aye.
Ma ormai il richiamo della strada si faceva più forte, e resistere al canto della sirena è arduo, quando il marinaio è ormai a portato d'orecchio. “In Kentucky c'è il carbone,” mi disse una mattina d'agosto, porgendomi il bicchiere vuoto affinché lo riempissi, “e in Alaska invece l'oro. Hai sentito, Ned? Nelle valli del Klondike hanno scoperto l'oro, un anno fa. Stanno partendo in migliaia, a cercare avventura e fortuna.”
Lo sapevo, certo. Era sulla bocca di tutti dalla metà di luglio, quando i primi pionieri erano tornati a Seattle con gli zaini colmi del prezioso metallo. Mi chiedo tuttora se Bob ne avesse fatto menzione per caso, o se già l'idea dell'Alaska aveva messo radici nei suoi pensieri. Di sicuro tornò a pensarci seriamente dopo l'esplosione in miniera dei primi di settembre, dalla quale uscì miracolosamente con pochi graffi, e solo il diavolo sa come.
“Un giorno o l'altro me ne vado, Ned,” mormorava. Il primo giorno d'autunno si portò in miniera una mappa delle terre a nord-ovest dei grandi laghi, piegata e stropicciata dentro la borsa del pranzo, e quando finì di lavorare venne di corsa al locale, sbattendola sul bancone. “Guarda. A Seattle si prende un battello per Skagway o Dyea,” seguì la costa del Canada con l'indice, “– con meno di trenta dollari ci si paga il viaggio. E si è in Alaska!”
Subito, però, il suo viso si fece più tetro, e scosse la testa sospirando. “È lì che il viaggio si fa estremamente faticoso e pericoloso. Il primo tratto è terribile: si deve raggiungere il Lago Lindemann attraverso il passo Chilkoot, ma il sentiero è troppo ripido per i cavalli e l'unica possibilità è percorrere tutte le trenta miglia, da Dyea al lago, a piedi. Sapevi che i viveri per sei mesi arrivano a pesare più di mille libbre?”
Lo sapevo, ma finsi di non averne idea e gli feci cenno di continuare, mentre pulivo il bancone. A Bob piaceva avere qualcuno che lo ascoltasse, ed io avevo un cuore troppo tenero per strappargli quella soddisfazione.
“Aggiungi l'equipaggiamento di scavo e drenaggio, e arrivi facilmente a una tonnellata. Ci credi, Ned? Per quelle trenta miglia di sentiero si perdono almeno due o tre mesi, perché più di trenta libbre non riesci a portare in spalle, e quindi devi fare avanti e indietro ottanta volte per ogni singolo tratto.”
A inizio ottobre cominciò a informarsi sulla costruzione di canoe e piccole zattere. Il tratto del fiume Yukon che va dal lago Lindemann a Dawson City è lungo cinquecento miglia, mi raccontò. Non è un corso d'acqua facilmente navigabile, spiegò poi, almeno fino a Whitehorse: le sue rapide avevano già affondato numerose imbarcazioni, e quando si cadeva nelle agitate acque gelate, sopravvivere era praticamente impossibile.
“Ma io non ho paura,” continuò, facendomi l'occhiolino, “ho lavorato per un anno nel porto di New York, e un paio di trucchi sulla navigazione li ho imparati, Ned. Quel fiume non mi spaventa, nossignore. È maggiore il mio timore per tutto quel lavoro di falegnameria che serve per costruire la zattera, decisamente.”
Il venticinque di ottobre nevicò, un evento eccezionale, come ho detto. Lavorare in miniera si faceva ancora più spossante, perché i bocchettoni dell'aria, all'esterno, si riempivano di neve, e passavano ore prima che fossero liberati; intanto, l'aria nelle galleria si appesantiva, e il calore cresceva senza sosta. Il bourbon che servivo dava forza a molti uomini, e mi chiedo come facciano ad andare avanti, ora, con le gole secche a causa di questo dannato proibizionismo.
Ad ogni modo, Bob era sempre più convinto che l'oro dell'Alaska fosse la risposta ai suoi problemi economici, ed era più che disposto a rinunciare a un paio dei suoi anni, in cambio di una comoda sistemazione nei seguenti. Durante quell'improvvisa nevicata d'autunno, fu costretto, come tanti altri, ad aspettare nel locale che il tempo si placasse, ma ne fu felice, perché poté inseguire un po' più a lungo del solito i suoi grandi sogni, e costruire castelli e torri con la sua impressionante fantasia. Quella notte accennò per la prima volta al prestito, argomento che tornò poi spesso nelle nostre conversazioni.
“Ho del denaro da parte,” diceva, “ma non è abbastanza, Ned. Non lo è per niente. È sufficiente per il viaggio e per i viveri, ma non per i macchinari e per gli attrezzi, e nemmeno per mantenere la concessione. Dovrò anche acquistare un fucile, o forse una pistola, considerati i pericoli della frontiera e delle terre selvagge. Vedrò di farmi prestare dei soldi da una banca, Ned. È a questo che servono, no?”
Sì, le banche servono a quello, ma solo se sei la persona giusta. Hanno imparato la lezione già ottant'anni fa, durante la corsa all'oro della California: i pionieri sono un investimento rischioso, e per ognuno che rende il prestito con i suoi corposi interessi, altri cinque non riescono, vittime di incidenti o, più semplicemente, sfortunati o incapaci. Dopo una settimana di tentativi falliti, Bob tornò al locale, con un'espressione triste e addolorata sul viso.
“Nessun prestito senza garanzie, dicono,” si lamentò, “ma le uniche cose che possiedo le ho addosso. Non è un granché, vero Ned?”
Provavo pietà a vederlo appoggiato al bancone con lo sguardo vacuo e perso, finendo un bicchiere dopo l'altro. Era un buon uomo, forse il migliore che avessi mai incontrato, ed era un miracolo che non fosse stato spezzato da tutte le innumerevoli delusioni che aveva sofferto nei suoi quarant'anni di vita. Ero dispiaciuto che non gli fosse offerta un'ultima possibilità, e iniziai a considerare l'idea di aiutarlo direttamente. Presi una decisione attorno alla metà di novembre, e glielo dissi una di quelle fredde sere.
“Vuoi prestarmi dei soldi?” mi chiese, sorpreso e incredulo. “Non posso accettare, Ned, non posso davvero. Tu hai il bar da portare avanti, non puoi permetterti una tale spesa. E poi gli impiegati delle banche hanno ragione, che garanzie offro io? Lo sai bene, non valgo il rischio. Grazie lo stesso, Ned. Sei un vero amico.”
Dovetti insistere a lungo e con forza prima che accettasse finalmente la mia offerta. Era ormai fine novembre quando iniziò a prepararsi per la partenza. Era intenzionato a raggiungere la costa ovest in primavera e l'Alaska nei primi giorni di giugno, per riuscire così ad arrivare in Klondike, a Dawson City, entro la fine dell'estate.
“Prometto, Ned,” mi giurò solennemente alcuni giorni prima del quindici dicembre, “che il cinquanta per cento dei miei guadagni saranno tuoi, anche quando avrò ripagato il debito. E io mantengo le mie promesse, Ned!”
La sera del quattordici organizzai una festa a sorpresa, di cui fu molto contento. Ci salutò con le lacrime agli occhi, e la mattina seguente, alle prime luci, prese il treno verso ovest. Non seppi più nulla per lunghi anni, fino all'estate del millenovecentoquattordici.
Il resto è ormai noto. Bob fu fortunato, in Klondike, e registrò una delle più proficue concessioni minerarie degli ultimi trent'anni. Lavorò duramente e senza sosta, prima sepolto nella neve, scavando profonde buche in riva allo Yukon ghiacciato, e poi gestendo notte e giorno il gruppo sempre più vasto di uomini alle sue dipendenze. Quando tornò nel Kentucky, lo fece in limousine, dormendo in hotel di lusso e bevendo champagne.
Quando mi disse a quanto ammontava la mia metà del suo patrimonio, rimasi senza fiato. Con quel danaro avrei potuto acquistare centinaia di locali come il mio, e avanzarne ancora per vivere senza pensieri nella New York dei più ricchi borghesi.
“Senza di te, Ned, non ci sarei mai riuscito,” disse, come se fosse passata appena una settimana da quel giorno lontano di un freddo dicembre. Ero un poveraccio, un minatore di carbone senza futuro, e ora possiedo un piccolo impero.”
Fece una pausa e mi diede una leggera, amichevole pacca sulla schiena.
“Dio benedica l'America,” mormorò. E mi sorrise.
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Re: [#1] America (racconti) 10/11/2011 23:37 #3214

PARTO INDOTTO

Non voleva partire, a voi che non lo conoscete posso dirlo. Cammina al freddo su un marciapiede largo quanto le strade del suo paese, circondato da palazzi e gente di fretta all’inseguimento dei propri impegni o forse solo in fuga dal gelo. Pensa a sua madre e d’istinto abbassa lo sguardo, rincalca il mento nel collo alto del maglione e prova a non piangere. Cerca una panchina vuota, il tempo di una sigaretta e via verso il tepore e gli odori della metropolitana.

Dicevamo. È uno come tanti, non pensate a un alieno. Gli piacciono il buon cibo, le belle donne, il calcio, le castagne, la birra doppio malto. Mica felicissimo ma nemmeno sotto un treno: vizi nella norma, alti e bassi come tutti, famiglia onesta, infanzia felice. Da qualche tempo però, esattamente 4 giorni prima che prendesse quel maledetto volo, ha un problema. Ha capito di essere un viaggiatore anomalo. Uno che ha voluto salire su un aereo e cercarsi rogne a tutti i costi, più in fuga che in cammino. Un viaggiatore come tanti forse, ma ora, nella solitudine di questi giorni lui direbbe solo: sono un viaggiatore come me.


Il VCM, nonostante quello che dice in giro per convincere e convincersi, in realtà non ama viaggiare. Si tratta di un soggetto perlopiù abitudinario, sedentario, pigro. La scoperta dopo poco lo annoia, il ritmo della città lo stanca. Non vedrebbe l’ora di sbragarsi sul divano e ordinare una pizza da consumare guardando una partita alla televisione, possibilmente nel tepore di una casa ben custodita.
Ma allora perché mai un VCM decide di partire e abbandonare la sua apparente tranquilla quotidianità? È presto detto: questa quotidianità alla fine proprio tanto tranquilla non è. Egli custodisce gelosamente una lista di rimpianti, rimorsi e frustrazioni degna della carta dei vini del miglior ristorante di New York, per completezza di ansie e paure e l’infinita serie di ostacoli mentali a una vita rilassata e serena. Tutto ciò fa crescere nel suo animo tormentato la consapevolezza di dover fare qualcosa, fino a quando un futuro possibile diventa un imperativo assoluto e immediato: muoversi, ora. Qui la scelta ricade tragicamente verso quella che per colpa di conoscenti, amici, scrittori e oroscopi sembra essere una tappa obbligata nella carriera biografica di qualsiasi giovane di questi tempi: la famigerata esperienza all’estero (EAE). E allora si, via, facciamola questa EAE, partiamo alla ricerca di noi stessi, nuove avventure, nuovi amici, magari anche un po’ di fica che non guasta (ma questo un VCM non lo dice mai, parla di valori universali, lui, di formazione dell’individuo e cazzate simili).

Una volta deciso che i tempi per la partenza sono ormai maturi, il VCM compie il primo passo verso la fuga dalle terre a lui care: parlarne con tutti. Notate bene, questa è una fase cruciale perché proprio diffondendo ai quattro venti le proprie intenzioni si compromette a tal punto che un eventuale ripensamento provocherebbe una colossale figura di merda. In pochi giorni informa chiunque che si, ora vive un momento di stallo e ha deciso - che menzogna - di vedere un po’ come gira il mondo. Informato un numero sufficiente di malcapitati, una ventina almeno, intuisce peró che l’irrimediabile si sta ormai realizzando e in troppi ormai sanno. È costretto a partire sul serio.
Così, di fronte a un destino ormai scritto, si scopre indifeso sotto il fuoco di due distinti eserciti. Da una parte gli scettici, che come parassiti su un corpo inerme prosciugano ogni goccia di artificioso ottimismo che il VCM credeva di possedere, non mancando mai di sottolineare ogni imprevisto o disgrazia in cui potrebbe –ma leviamolo pure questo condizionale- incorrere. E poi ci sono loro, la truppa dell´ottimismo, gli incoraggiatori. Tra gli arruolati in questo battaglione i veterani che l’EAE l’hanno già fatta, quelli che l’EAE è un rimpianto che ancora duole, quelli a cui magari non importa assolutamente nulla ma un incitamento non lo fanno mai mancare. Tutta gente in buona fede, sia chiaro, pronti però a dare sostegno a chi in buona fede non lo è per niente, quel VCM che avrebbe accolto con moderata soddisfazione anche una frattura a un polso pur di rimandare l’imminente disgrazia e potersi giustificare al mondo con un “mannaggia, proprio ora, vedi il destino”. Ma gli ottimisti tutto questo non lo sanno, cosicché ogni amorevole consiglio diventa una sentenza di condanna e ogni pacca sulla spalla una spinta giù dal precipizio.

A poco dalla partenza, nonostante sia ancora al riparo fra le pareti di casa, il VCM è Oltre. Il suo viaggio in realtà l’ha già fatto immaginando un´incredibile sceneggiatura in cui poco dopo il decollo conosca una bellissima donna, che destino vuole vada nella sua stessa città, e i due si innamorino. Per poi, pensate voi che che culo, trovare subito il lavoro della sua vita e ritornare a casa, un giorno, da vero eroe. È vittima di uno strano stato febbrile con sintomi quali ebbrezza e fantasie al limite della fantascienza. Controllare sul mappamondo dove sta andando? Si, forse, non ora. Al VCM importa solo una cosa, viaggiare da spirito libero nel recinto della sua mente. All´improvviso però accade qualcosa di strano, un risveglio brusco e fastidioso con un retrogusto di paura a contaminare il tutto. Se da adolescenti vi è mai capitato di puntare la sveglia alle 4 del mattino e aprendo gli occhi avete provato un senso di terrore, chiedendovi se fosse davvero necessario ridursi a studiare all’ultimo minuto, allora potete capire. Ecco, a pochi istanti dalla interrogazione dell’anno, il VCM è tanto conscio dell’ imminente bocciatura quanto sicuro che la mamma non accetterà la scusa del mal di testa, della febbre da fronte sul termosifone, dell´assemblea d’istituto. Non ci prova nemmeno a tirar fuori delle giustificazioni perché alla mamma ha detto di aver studiato, di essere pronto, anche se lei qualche dubbio in realtà ce l’avrebbe e gli concederebbe –solo stavolta- di stare a casa. Ma il VCM no, spinto da una forza a metà fra coraggio e idiozia, parte comunque, zaino in spalla e un po’ di soldi per la merenda.

Approdato in terra straniera, il VCM subisce il peso di quel grande interrogativo che qualunque suo omologo si porrebbe, di fronte alla vastità del nuovo che si rivela ai propri sensi: e ora che cazzo faccio? Per prima cosa decide di organizzare una veloce perlustrazione. Momenti fatali, problematici, critici. Il VCM, credendo che chiunque fra le centinaia di persone che incrocia per strada noti la sua presenza, prende le prime astute precauzioni. Mette da parte il suo zaino, perché si sa che girare per la città bardato da turista è l’indizio primo attraverso cui l’aborigeno individua lo straniero. Percorso qualche chilometro, ovviamente senza lasciare la via principale (è un attimo venire scoperti se si sta col naso per aria alla ricerca della stella polare), riprende la strada per l´hotel precedentemente memorizzata individuando almeno 5 chiari punti di riferimento. Appena scorge la grande insegna luminosa gialla imbocca l’incrocio, eccolo, è salvo.
Lo so che vi sembra esagerata tutta questa drammatizzazione, ma sappiate che per un VCM anche le esperienze apparentemente più piacevoli sono in realtà incubi che aspettano solo di trasformarsi in realtà. Non l’aggressione, nemmeno perdere l’orientamento; ciò che il VCM veramente teme più di ogni altra cosa è la comunicazione con il mondo. Se camminando per le vie di una città vi capitasse di incrociare un individuo a capo chino sotto il peso dei pensieri, triste y solitario, che a un vostro sguardo, a un accenno di alzata di mano, a un mi scusi per cortesia oppone un gambe in spalla, testa bassa e pedalare, state certi di aver appena incontrato un VCM. Terrorizzato dall’ignoranza linguistica egli, prima che uomo, è principalmente un cercatore di funghi, un fine conoscitore della punta delle proprie scarpe, un esteta del marciapiede. Non provate a fermarlo perché a patto che ci riusciate vi risponderà con un alzata di spalle e un bofonchiare confuso, no speak, lasciatemi andare, non ho fatto niente! Quando poi decide di dare una spolverata di normalità alla sua EAE, aprirsi al nuovo mondo e prendere una birra in un locale, tutto è organizzato nei minimi particolari manco si trattasse di una rapina alla Federal Reserve. Entrare, ordinare da bere come i protagonisti dei migliori libri di grammatica, sedersi in disparte -un po’ bohemien e un po’ Clint Eastwood- e aspettare che l’oste domandi cosa cerchi da quelle parti, el gringo. Ovviamente nel progetto del VCM e soprattutto nelle sue ingenue speranze, una catena di eventi lo porterebbe a conoscere tutta la clientela del locale in un vorticoso scambio di vedute e di bevute. E invece la realtà, che come i fiumi in piena prende strade diverse dai tracciati del pensiero, riporta spesso il VCM alla cruda e sana concretezza dell´ esistenza, che se in qualcosa eccelle è di sicuro nel servire il conto ai sogni con tempismo e scrupolosità. E può così succedere che appena varcata la soglia credendo di essere in un saloon di El Paso, il gestore di suddetto esercizio al posto di posare lo straccio nel lavandino e il bicchiere appena asciugato su un ripiano, guardi strano il VCM; e all’unisono tutte le teste puntino l’entrata come calamitate; e pure il flipper improvvisamente taccia; e i giocatori di freccette percepiscano nell’aria un disturbo che sospenda l’elegante movenza alla ricerca del centro perfetto ; e tutti si chiedano cosa ci faccia uno sconosciuto in un club privato con tanto di cartello d’avviso all’entrata.

Così il VCM, gentilmente invitato a levarsi dalle palle, riprende la via di casa. Voleva solo una birra e pazienza se le fantasie rimangono tali, ma almeno una pinta, diamine. Cammina mesto, un po’ abbattuto, abbastanza incazzato e un poco divertito, che la realtà in fin dei conti così schifo non fa e comunque è l’unica fontana da cui bere.

Seduto in attesa della metro incontra lo sguardo di una ragazza , lunghi capelli neri -lui ha un debole per le rosse, ma fa niente- e un viso mediorientale, da cui sboccia inaspettato uno splendido sorriso. Si, proprio a me. Che splendida giornata.
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Re: [#1] America (racconti) 12/11/2011 01:02 #3216

Storia d'oltreoceano

Attento moro perché, l'America, non è nemmeno lontanamente paragonabile all'Europa.

- A che piano va? -
- Eppure dovrei aver chiuso il gas, ma non lo ricordo -
- Scusi, a che piano va? -
- Eppure sono solo un paio di giorni che sono qui... -
- Signore, mi scusi, a che piano va?-
La mia interlocutrice, una signora sulla quarantina ma arcigna come una di settanta, mi fissa negli occhi. Scocciata si appresta ad aprire di nuovo la bocca quando, prima che possa sputarmi di nuovo in faccia quella sua ormai fastidiosa domanda, rielaboro nella mia mente le precedenti e, girando la testa per non incrociare il suo sguardo - chiaro gesto di disinteresse - le rispondo che vado al piano terra.
Lei preme un tasto: non riesco a vedere quale dal riflesso della sua mancina inanellata prodotto sullo specchio. Poco mi importa.
Lo sguardo è disperso e vaga, furtivo, attraverso quei palazzi. Lo sguardo è vorace e si ciba di ogni più piccolo dettaglio: il mio terzo giorno americano iniziava così.
Loro avevano ragione a dirmi che non siamo in Europa. Assolutamente.
La cosa buffa è che la maggiore differenza la noto proprio in ascensore: il tempo non sembra mai passare dentro gli ascensori ed in ascensori che servono palazzi anche di cinquanta piani d'altezza, sembra ancora più lungo.
Rallentiamo e le porte si aprono sorridendo alla mia schiena: poco m'importa.
La signora svalica la soglia e non mi saluta: mi interessa ancor meno. Sono costretto a girarmi per pigiare sul freddo metallo del freddissimo ascensore. Piano terra: la mia destinazione.
Finalmente raggiungo il mio obiettivo e sono fuori di casa.

In strada penso che i film Americani esagerino a dipingere i vicoli di New York con dei tombini fumanti d'odio e di vapore acqueo. La città è molto tranquilla ma una cosa attrae istantaneamente la mia attenzione. Mi avvicino. Quale orribile paradosso mi si pone davanti agli occhi. Oddio, la vista non era orribile, piuttosto era triste. Era il paradosso ad essere orribile. Poco prima una donna con anelli da vendere, in buona salute e senza null'altro da chiedere alla vita. Una donna, diciamolo pure, benestante. Una donna sposata che, visto l'orario, dipendeva finanziariamente dal marito o poteva prendersi il lusso di non presentarsi al lavoro tutti i giorni. Non ve l'avevo detto? Si, l'avevo già incrociata due volte dal mio arrivo, ed una terza volta l'avevo vista soffiarmi l'ascensore poco prima di rientrare in casa. Bene, una donna del genere contrapposta a quella ragazza per strada. Ha un cartello ed un bambino piccolo di fianco a lei. Trema nella sua culla, ha freddo. E' cianotico. Guardo lei, ma non ho la forza di fissarla negli occhi per più di pochi secondi: gli sguardi di chi è più sfortunato di me, non li reggo. In quei pochi secondi, però, noto che la ragazza ha degli splendidi occhi color nocciola e l'espressione di una che, nella vita, deve averne ingoiato di fango. Sembra ancora una bambina, eppure ha preso tante bastonate dalla vita. Non lo sò e non glielo chiedo: ma lo leggo chiaramente in quegli occhi. Se mi erano bastati pochi secondi per captare quel dramma, non riuscivo ad immaginare cosa avrei scoperto in quei minuti di lì a poco.
Sono piantato, lì davanti. Per non guardarla in viso cerco di osservare altri particolari. Le mani. Ecco, le mani sono strette e più rosse in prossimità delle nocche. Si sforza ancora di combattere. Gli stracci con i quali è vestita sono il preambolo al suo racconto. Mi ci fermo a parlare. Dall'inglese che parla mi sembra straniera. Eppure mi sbaglio.

- Sono nata nel Bronx, a nord di qui. Ho avuto un bambino da uno stupro e non me la sono sentita di abortire - Scelta coraggiosa, penso nella mia testa e lei, in quel momento di incrocio di sguardi, pare capirlo ed annuisce sommessamente. - come puoi intuire, non ho soldi per mantenere il mio bimbo. Non ho soldi nemmeno per me. Non ho soldi per nulla, nemmeno per tornare nel Bronx questa sera. Mi racconta che la sua famiglia l'ha ripudiata: credenti e praticanti da generazioni. Persone i cui principi morali battono tre-a-zero l'amore per una figlia. Persone convinte che, i responsabili di uno stupro, siano le persone che lo stupro lo subiscono.
La fermo: non reggo assolutamente il discorso. Le propongo di andare in taxi fino a casa sua o, comunque, fino a quello che è il suo alloggio-a-cielo-aperto, là dove è nata.
Mi dice che nessun tassista ci porterà ma, nella mia fiducia eterna nelle persone, credo che non solo ci porteranno ma che ci faranno anche un bello sconto. La raccolgo dandole una mano: non è forte ma è sicuramente più forte della sua.

Ci avviciniamo al marcapiede. Fermo un giallo. Mi chiede dove siamo diretti e, allo squillare della lettere "BR..." quello sgomma e parte a razzo. Sarà stato solo un caso, penso nella mia testa mentre vedo per la prima volta la ragazza sorridente: aveva già capito a cosa andavamo incontro e rideva della mia poca fiducia. Fermo il secondo, il terzo, il quarto.. Il settimo taxi. Nessuno ci vuole portare e la metro non è un posto sicuro per una persona poco coraggiosa, una ragazza che ha subito uno stupro e la sua creatura.
Alla fine si ferma un ragazzo: non è cinese, non è di colore. Probabilmente è nuovo della zona. Magari nuovo del continente. Decide di accompagnarci e riusciamo anche a contrattare sul prezzo.
Mano a mano che ci avviciniamo alla parte vecchia della città, passando per i quartieri ricchi, la tristezza mi invade. I campi da basket, recintati, aumentano sempre più e l'aria sì che acquista una parvenza di mistico - nell'accezione più negativa del termine. Vedo futuri atleti che, un giorno ed in nba, manderanno in visibilio decine di migliaia di persone in giro per il globo. Già stanno arringando le folle a suon di schiacciate, sfondamenti e pinnate. La loro reputazione ed i loro soprannomi sono conosciuti da tutti da queste parti. Incredibile la fantasia degli americani nel dare soprannomi. Molti di loro saranno anche dei criminali: inevitabile pensarlo visto il degrado nel quale sono entrato.
Case che cadono a pezzi. Senzatetto che si scaldano attorno a bidoni che fumano: si, questa volta anche odio. Ambulanze, macchine della polizia, ancora campi da basket. Poi il nulla per diversi chilometri. Il tassista guida molto meno rilassato di prima. Deduco che ci stiamo avvicinando.

Solo adesso mi ricordo di non essere da solo in quel taxi. Mi giro verso la ragazza che mi guarda con grande, grandissima ammirazione: un eroe greco tornato in patria dopo una battaglia con l'elmo nella destra, e lo scalpo del nemico imprigionato nella sinistra, veniva osservato con minor ammirazione. Penso d'essermi innamorato della ragazza. Sia chiaro, non amore nel senso canonico del termine. Mi sono innamorato della sua storia, della sua forza di combattere contro tutti e contro tutto. Mi sono innamorato, eppure non è bella. Mi sono innamorato perché ha più forza di volontà lei in quei vent'anni che io nei miei trentaquattro ed ho deciso che la porterò con me... Via con me.
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Re: [#1] America (racconti) 19/11/2011 15:47 #3328

The Garden

Grave errore scoprire solo dopo le prime sei ore di volo che mi sarebbe bastato chiedere e subito m’avrebbero portato generosi rifornimenti di buon vino rosso, gratuitamente per giunta.
Chissà se mio padre, quella volta, era stato più sveglio di me!
Ah, mi raccomando, non pensate che sia un alcolizzato, non potrei essere così performante se non avessi uno stile di vita sano, ma il volo mi mette ansia, ho sempre cercato di farne il meno possibile. Figuratevi farsi una tirata unica di 10 ore, Milano - New York senza scalo. Qualche bicchiere d’un buon vino è l’ideale per rilassarmi e assopirmi un po’.

Sono passati 12 anni e del mio primo e unico viaggio in America non conservo un ricordo nitido, solo alcuni flash sono impressi nella mia mente e sono fatti soprattutto di luci, suoni, colori e odori rimasti, come tratteggi d’una fiaba, dentro i pensieri d’un bimbo d’otto anni immerso in un universo sconfinato e sconosciuto.
Il primo di questi ricordi è il muro di grattaceli che ti trovi davanti arrivando dall’aeroporto verso il centro di Manhattan. Enormi palazzoni che con tutte le luci alle finestre accese e brillanti, complice lo scuro cielo delle prime ore della sera, conferiscono un’aurea di luminosità a tutto.
Poi il lento traffico del viaggio in taxi fino all’hotel. Lento, sì, ma allo stesso tempo frenetico, con accelerate esagerate e frenate decise che si susseguivano all’infinito. Chi c’è stato sa di che parlo.
Grandi viali che, tra auto e cartelloni pubblicitari, erano anch’essi pieni di luci. Fu proprio questo quello che mi colpì più di tutto, una sorta di grattaceli orizzontali oltre a quelli verticali. Sembravano specchiarsi l’uno sull’altro.

Il momento più emozionante del viaggio fu invece quello che racconta del The Garden, come qui confidenzialmente lo chiamano tutti, il Madison e di mio padre ancora più emozionato di me, anzi sicuramente molto più emozionato di me.
Per quella vacanza aveva speso una piccola fortuna e non so immaginare con quale coraggio aveva chiesto a mia madre di sacrificarsi e rinunciar al viaggio mentre lui e gli amici del palazzetto inseguivano un loro desiderio di una vita. Del resto i soldi erano quelli che erano, o partivo io o mia madre.

Ma ritorniamo all’ingresso al Madison Square Garden. Tutti si aspettavano il classico palazzetto all’italiano, se pur enormemente più grande, la classica cattedrale nel deserto, circondata da parcheggi tutt’attorno e invece… Invece eccoci ad entrare parecchio confusi in questo fabbricato in piena 7^ strada, la fashion Avenue, tra i magazzini di Macy e la monumentale sede delle poste. Incominciamo a fare scalinate e corridoi come in un palazzone d’uffici e poi all’improvviso entri in un portone ed eccolo… enorme, impressionante, che trasuda leggenda: il parquet più famoso di tutta l’NBA.
Vi risparmio le emozioni provate nel vedere i miei campioni preferiti, ma non posso non citare Bryant e O’Neil da una parte, Marbury e Hardaway dall’altra per uno spettacolare Lakers vs Knicks.
Ora però ripenso anche a tutto quanto ruotava attorno all’incontro: i video dei giocatori proiettati ad ogni angolo, le musiche a tutto volume, le performance delle cheerleaders, l’emozionante inno con tutti gli spettatori in piedi, poi il mio hot dog da 30 centimetri e le patate fritte di mio padre, non quelle in sacchetto o i bastoncini da fast food, ma veri pezzettoni di patata fritti da affogare nella salsa al formaggio calda, il tutto portato direttamente dalla cameriera al proprio posto, privilegio delle prime file e noi eravamo nella ventesima, l’ultima della parte più bassa, perché se fai la cosa che sogni da una vita bisogna farla alla grande!

Il vino fa effetto e incomincio ad assopirmi. Questa prima classe è davvero comoda. Riesco quasi a distendere completamente le gambe io con i miei 213 centimetri.

Il risveglio è stato brusco, non avevo nemmeno sentito gli annunci all’interfono dell’atterraggio, c’ha pensato l’hostess a richiamarmi per bene!
Ed eccolo, Maurizio, ad attendermi al gate. Sarà lui per i prossimi giorni, i prossimi anni spero, ad aiutarmi in tutto qui.
In auto, nel traffico, che per inciso è ancora come mi ricordavo, mi spiega come ha organizzato il mio soggiorno, mi racconta la situazione del basket qui e, mentre osservo dal finestrino oscurato uno dei tanti Sbarro della città con il suo tricolore nel logo e i suoi richiami alla cucina italiana e alla pizza, mi consiglia su come entrare nel cuore degli americani, di come ripagarli dell’attenzione e dell’importanza che sicuramente mi daranno.

New York, 28 giugno 2006
“With the first pick in the 2006 NBA draft, the Toronto Raptors select: Andrea ……”
A sentire il mio nome faccio per alzarmi. Le gambe, pur forti e robuste, tremano…. quell’universo sconosciuto e sconfinato è ora la mia dimensione.


Nota dell’autore: racconto di fantasia, liberamente ispirato e dedicato ad Andrea Bargnani, numero 1 al draft NBA del 2006, primo e unico europeo della storia ad esser chiamato come prima scelta nel mondo del basket professionistico.
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Ultima modifica: 19/11/2011 15:49 Da Titivillus.
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Re: [#1] America (racconti) 20/11/2011 19:05 #3360

America

Era bagnato fradicio di pioggia e sudore, era stanco ed aveva bisogno di dormire, ma sapeva che la gamba non gliel’avrebbe permesso: il dolore lo tormentava da sei giorni, da due la ferita aveva cominciato a puzzare.
Raggiunse faticosamente il rifugio che gli aveva dato protezione durante le notti di pioggia incessante, una piccola grotta sulla scogliera. Trovarla aveva forse significato salvarsi, ma raggiungerla diventava ogni giorno più difficile, appoggiato ad un ramo come un vecchio al proprio bastone.
Si sdraiò sfinito e rivolse lo sguardo al mare in tempesta, la pioggia non accennava a diminuire e le onde si infrangevano con forza sugli scogli. I suoi occhi si fermarono sui resti dei tre alberi che spuntavano dal mare, nel punto esatto in cui giaceva la Santa Clara, affondata nelle basse acque della baia. Il ricordo si fuse con il sogno…

“Terraaaaaaaa!!!”

Aveva ascoltato molte volte il racconto di marinai che avevano già fatto la Traversata e ormai credeva di essere preparato al significato che avrebbe assunto quel grido quando avrebbe avuto il piacere di sentirlo; aveva il potere di spazzare via mesi e mesi di oceano, di onde incessanti, di vento in faccia, di corde che sfregavano sulle mani callose, di canzoni su femmine che da sgualdrine di porto diventavano principesse in attesa del ritorno del proprio rubacuori…ma quando poi lo aveva udito dal vivo si era bloccato, un brivido freddo gli aveva attraversato la schiena.

“Terraaaaaaaaaaaaa!!!!!”

Ce l’aveva fatta. Proprio lui, Isacco da Firenze, figlio di Dio e di una puttana, era riuscito ad arrivare fin là, era riuscito a fare la Traversata. Anni passati a fare il mozzo nelle peggiori carrette del porto di Pisa, altri anni ad affinare l’arte marinaresca, e finalmente ora era lì, ad un passo dalla gloria. Chissà cosa avrebbe detto sua moglie se lo avesse visto in quel momento, chissà cosa avrebbe pensato suo figlio.

Aprì gli occhi, era già l’alba.
Doveva alzarsi ed andare in cerca di cibo, dimagriva sempre più e la debolezza la stava ormai avendo vinta su di lui. I granchi che riusciva a catturare tra gli scogli non erano abbastanza, ma non poteva avventurarsi nella giungla, l’avrebbero sicuramente trovato e a quel punto sarebbe stata la fine.
Uscì dalla grotta appoggiandosi al ramo e cominciò a discendere la rupe, almeno aveva smesso di piovere ed il mare sembrava essersi calmato. Giunto a riva guardò l’orizzonte, cercando di prevedere il tempo con lo studio dell’incedere delle nuvole, e fu in quel momento che la vide.
Non c’erano dubbi, era una nave. Ancora si vedevano solo gli alberi e poco più, era troppo lontana, ma la sua rotta era chiara: la prua era indirizzata verso la baia.
Isacco sentì la vita scorrere dentro di sé, si mise subito in cammino; doveva arrivare alla spiaggia prima che sbarcassero, doveva assolutamente avvertirli del pericolo. Avanzò saltellando fra i massi, aiutandosi con la stampella; il cuore gli esplodeva nel petto, la febbre gli bruciava la gola e la testa, la tosse non gli dava tregua.
La nave aveva calato l’ancora ed una scialuppa si stava preparando a portare uomini a terra, quando Isacco si trovava a non più di un centinaio di metri dalla spiaggia. Fu allora che il ramo si spezzò, facendolo crollare a terra. Nell’impatto colpì un sasso con la tempia, il mondo vorticò e si spense davanti a lui, riportando la sua mente a sei giorni prima…

Lui e i suoi compagni erano sbarcati da pochi secondi che già gli indigeni stavano cominciando a spuntare dalle palme al limitare della spiaggia. Erano decine e decine, nudi, con la pelle rosso ruggine, strani disegni pitturati sulle braccia, sul volto, intorno agli occhi. E armi, tante armi: lance lunghe con punte affilate, fionde legate alla vita, cerbottane levigate e finemente incise.
Fernando Brandaglia , capitano della Santa Clara, era stato ben preparato dai suoi superiori e conosceva l’accoglienza che gli americani gli stavano donando in quel momento: silenzio, timore, attesa.
Aveva chiamato vicino a sé Camatli, uno dei tanti indigeni presi come schiavi da altre spedizioni, giunto insieme a loro nella Traversata in qualità di interprete, e aveva dato l’ordine di aprire in mezzo alla spiaggia il grosso baule che avevano portato fin dall’Italia. Quindi aveva passato quasi un’ora ad illustrare, aiutato da Camatli, la bellezza dei doni che avrebbe offerto di lì a poco agli indigeni: tessuti di tutti i tipi e colori, sgargianti tappeti persiani, arazzi ricamati da abili mani.
Nulla di tutto ciò era però lontanamente paragonabile ai regali che Fernando Brandaglia si stava aspettando dagli indigeni: era ormai noto a tutti i naviganti che una volta sbarcati sarebbero stati scambiati quasi sicuramente per degli dei, e per questo ricoperti di doni di enorme ricchezza, soprattutto a base d’oro.
Quella che però Fernando Brandaglia non si aspettava, e per la quale rimase decisamente stupito, fu la lancia che gli si conficcò in gola appena ebbe terminato di decantare le sue stoffe. Gli indigeni li avevano assaltati, senza un motivo apparente; evidentemente la storia delle razzie degli europei stava cominciando a diffondersi, in questo tanto desiderato nuovo mondo.
Molti uomini dell’equipaggio non avevano neanche fatto in tempo ad estrarre le pistole che già erano morti. Isacco non aveva una pistola e la sua decisione era stata pertanto semplice: darsi alla fuga. Si era gettato in mare, cercando di nuotare fino alla Santa Clara, dove avrebbe trovato la salvezza. Un indigeno non era però stato d’accordo: aveva scagliato la sua lancia e l’aveva centrato al polpaccio destro. Isacco aveva perso i sensi per il dolore lancinante, risvegliandosi dopo qualche ora sulla riva della scogliera, circondato dai granchi…

Quando riaprì gli occhi sentì il sapore del sangue, un rivolo rosso gli scendeva dalla tempia fin sulle labbra.
Raccolse le poche forze residue e si costrinse a strisciare verso la spiaggia; la scialuppa stava per approdare sulla sabbia. Il terrore si impadronì di lui, capì che sarebbe arrivato troppo tardi.
Arrancando metro dopo metro giunse sul lido e vide l’inevitabile: un uomo, sicuramente il capitano, stava illustrando i doni portati agli indigeni, che erano già tutti schierati al limitare della giungla. Isacco inspirò tutta l’aria possibile ed emise l’urlo che gli salvò la vita:

“NOOOOOOOOOOOOOOOO”

Poi svenne.
Si risvegliò su un morbido letto, il beccheggio gli fece capire di essere a bordo della nave. Aveva freddo, non sentiva più la gamba, ma ce l’aveva fatta, era ancora vivo. Forse avrebbe rivisto sua moglie, suo figlio…ricordava come se fosse ieri il giorno in cui era partito, quando Enea gli aveva chiesto:

“Babbo, quando arriverai in America?”

“Ci vorranno mesi di navigazione, figlio mio.”

“E quando tornerai?” Aveva risposto con tristezza il piccolo.

“Presto, te lo prometto.”

Dei primi giorni passati sulla nuova nave non avrebbe mai ricordato niente, li passò tra la vita e la morte, preda dei deliri febbrili.
Quando tornò finalmente lucido, il capitano della Speranza, mai nome fu più azzeccato per una nave, gli raccontò che, appena il suo urlo aveva echeggiato sulla spiaggia, un indigeno si era girato per scagliarli una lancia, ma un uomo dell’equipaggio era stato più veloce e lo aveva ucciso sparandogli con la pistola. A quel punto si era scatenato l’inferno e, sebbene gli indigeni fossero in numero maggiore, la potenza delle armi da fuoco aveva risolto lo scontro a favore degli europei, con solo poche perdite. Il medico di bordo aveva poi salvato Isacco, ma per farlo aveva dovuto amputargli la gamba all’altezza del ginocchio.
Passarono alcuni mesi, la Speranza era una nave dalla duplice missione: baratti con gli indigeni e classificazione di flora e fauna del nuovo mondo. Isacco si trovò quindi ad aiutare il suo nuovo equipaggio con un lavoro del tutto sconosciuto per lui, ma molto interessante. Con il passare del tempo riuscì a dimenticare il piede amputato, che nel primo periodo lo tormentava di continuo, dandogli la sensazione di essere ancora lì, di poterlo muovere, come un fantasma senza pace.

Erano trascorsi ormai quattro anni quando fece ritorno in Italia, sbarcando a Pisa.
Bussò alla porta di casa sua, non sapendo cosa aspettarsi. La donna che aprì, sua moglie, scoppiò a piangere appena lo vide, abbracciandolo e baciandolo senza tregua.
Dopo momenti interminabili, ancora stretto nel caldo abbraccio della moglie, Isacco aprì gli occhi lacrimanti e vide suo figlio, in fondo al corridoio, che lo fissava. Per un attimo gli sembrò uno di quegli indigeni, al limitare della spiaggia, uno di quelli che continuava ad incontrare nei suoi incubi, e che non l’avrebbe mai abbandonato per tutta la vita.
Si sciolse dalle forti braccia della donna e si diresse zoppicando, appoggiandosi alla stampella, verso Enea. Ora aveva circa sette anni, era molto più alto rispetto al ricordo che il marinaio aveva scolpito nella sua mente quel giorno di tanti anni fa. Si fermò davanti al figlio, il silenzio sembrava poter durare per sempre, finché il ragazzo non decise di romperlo:

“Ciao babbo.” Spostò gli occhi in basso, sul moncherino del padre. “Che ti è successo?”

“L’America ha voluto un dono.” Rispose Isacco. Il figlio sgranò gli occhi.

“Allora hai trovato l’America? Com’era?”

Isacco incrociò per un istante lo sguardo della moglie, che ancora stava piangendo, poi sorrise a suo figlio, lo abbracciò e lo strinse forte a sé.

“Sì Enea, l’ho trovata. Ed è bellissima.”
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Ultima modifica: 20/11/2011 19:43 Da Titivillus.
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Re: [#1] America (racconti) 24/11/2011 00:14 #3548

SIGNORA MAESTRA

- Buongiorno bambini! - Buongiorno signora maestra! - Oggi, parleremo dell'America, qualcuno di voi conosce qualcosa di questo grande continente al di la dell'oceano? - E' dove fanno la Coca Cola - Si Michele è vero - E' dove fanno le gomme col ponte! - Eh? Cosa intendi Mattia? - Ma si, le gomme che mangia sempre mio fratello, hanno un ponte disegnato sopra e mi dice sempre che vengono dall'America - Ah, il ponte di Brooklyn!! Si giusto, è il ponte di New York sopra il fiume East River, è sicuramente uno dei ponti più famosi al mondo, e poi? - E' dove vive l'Uomo ragno con Superman!! - Ma va che quelli sono fumetti scemo! - Elena, non si dicono quelle parole ad un tuo compagno. E poi sono pur sempre supereroi dei fumetti americani. - Scusi signora maestra, ma la piuttosto ci sta il mio Leo!! Oohh, che bello, ho il poster in camera sa? - Eh? Ma di chi parli Elena? - Ma di Leonardo Di Caprio signora maestra! Come fa a non saperlo?! - Ops, scusa Elena, hai proprio ragione, che sciocca sono!- Ah che schifo Di Caprio, la signora maestra è molto più bella! - Grazie Giulio, sei troppo gentile, si Alessio? - Dove c'è il McDonald con i BigMac! - A me mi piace il McChicken! - Non si dice "a me mi" Sonia, ricordalo.
Gli indiani e i cowboy!! - Giusto Mirco, sono una parte importante della storia americana.

Ok, ok stop, bravi! Sono tutti simboli americani, ora però vi racconterò io un po' di cose che molto probabilmente non conoscete. Forse saranno meno divertenti, ma sono
sicuramente interessanti. Cercate di prendere appunti meglio che potete, perchè domani farete un tema su questo argomento, sull'America. - Nooo, ancora tema signora maestra! - Eh si Michele, e mi aspetto molto dal tuo racconto, non mi deludere e sta molto attento adesso.

Come prima cosa, dovete sapere che l'America fu scoperta molto tempo fa, nel 1492, da un Italiano come voi. Si chiamava Cristoforo Colombo ed era nato a Genova, attorno al 1450 - Perchè attorno? Non si sa quando compie gli anni? - No, purtroppo non lo sappiamo con certezza, in quel tempo non si usavano i registri per le nascite, furono introdotti verso la metà del secolo successivo dal Concilio di Trento.
Colombo si imbarcò su una nave spagnola chiamata Santa Maria,seguito appresso da altre due imbarcazioni la Nina e la Pinta, messe a disposiozione dal sovrano di Spagna, la regina Isabella I di Castiglia. La cosa divertente, è che lui stava cercando di
raggiungere via mare navigando verso occidente i paesi orientali,come l'India o il Giappone. Sfruttando il principio della sfericità della terra. Non si aspettava certo di navigare per così tanto tempo, più di due mesi di viaggio, e di trovare sulla sua rotta un nuovo continente. Sbarcò su un isola abitata da selvaggi a cui diede il nome di San Salvador. - E perchè non la chiamò Isola di Colombo? - Bella domanda Luca. La chiamò San Salvador perchè lui era molto devoto e si sentiva orgoglioso di poter portare la fede cristiana in nuove terre. Colombo di ritorno in Spagna fu accolto come un eroe ma tali nuove terre vennero credute un inzio dell'Asia, non certo l'America di oggi. Bisognava però trovare un passaggio tra quelle isole toccate da Colombo e le terre assai più progredite e civili del Giappone e della Cina. Così i tre viaggi successivi di Colombo ebbero quello scopo. Ovviamente non trovò tale passaggio. Si cominciò a credere che tutto nella sua impresa fosse sbagliato, fu per questo accusato e addiritura imprigionato. - Che cattivi! Povero Cristoforo! - Hai ragione Lisa. Fu liberato e morì in seguito nel 1506 abbandonato da tutti e logorato lui stesso dal dubbio. Soltanto più tardi si capì che le terre scoperte da Colombo appartenevano ad un nuovo continente, l'America, che prese il nome da Amerigo Vespucci che esplorò le coste del sud. Da li ai giorni d'oggi questo continente diventò sempre più importante nella storia del nostro pianeta,per oggi basta così, ma nei prossimi giorni vi racconterò altre cose importanti.

Signora maestra? - Si Elena, dimmi. - Se domani nel tema oltre che di Colombo.... parlo di Leo non si arrabbia vero? - No Elena, non mi arrabbierò. Basta che tu mi dia uno dei pan di stelle che ho visto prima nel tuo zainetto. - Certo signora maestra, i pan di stelle li ho portati per lei. So che le piacciono tanto, io a ricreazione mangio lo snickers con la coca.


Didicato a FDM, una persona davvero speciale.
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Re: [#1] America (racconti) 24/11/2011 11:49 #3553

I LIMITI DI NEW AMERICA

Superata la cima della collina poteva scorgere l’unico deposito di ferro che New America avesse mai conosciuto. Secondo i Testi sacri si chiamava “Mayflower”, un nome insensato. Metropeo era convinto che nel corso dei secoli le innumerevoli trascrizioni dei Testi ne avessero corrotto il significato e pertanto iniziavano a suscitargli un duplice sentimento: da un lato si rendeva conto che costituivano un espediente per tenere unita la popolazione, ma d’altra parte non poteva negare che in fondo fossero intrisi di storia, e a lui interessava molto quella di New America.
Proprio per questo si stava dirigendo lì.

La Mayflower era la sede presidenziale. L’unico aggettivo che occupava la mente di Metropeo era “immensa”. La parte visibile era una semisfera, ma sembrava proseguire indefinitivamente sotto il terreno.
I Testi affermavano che si era infossata quando era arrivata su New America, dopo che fu lanciata dagli dèi attraverso l’abisso dell’ignoto per dare nuova vita all’Uomo che li aveva traditi. Il tradimento era essenzialmente l’uso eccessivo e inappropriato del ferro che aveva portato l’Uomo a toccare vette alle quali non era idoneo. Egli, infatti, causò la rovina della Terra, l’immenso giardino paradisiaco in cui viveva. Metropeo ardeva dal desiderio di toccare quelle vette.
Anche se si rendeva conto che quella era la parte più metaforica dei Testi, l’insistenza con la quale era sottolineato il rapporto tra il ferro e il progresso doveva avere un fondamento di verità storica.
Ecco perché doveva assolutamente parlare con suo cugino, il presidente Suez.

Entrato nella Mayflower, aspettò il permesso del segretario. Pensava di dover mostrare sicurezza in ogni suo gesto, ma adesso che si prestava a trovarsi davanti all’uomo che aveva in mano il suo futuro, pur essendo egli suo cugino, ogni pensiero deciso si dileguava lasciando spazio ad un’insensata paura. Così, oscillando come un pendolo da uno stato di sicurezza forzata a uno di naturale timore, udì il segretario: <Vai Metropeo, Suez ti aspetta di sopra>.
Salendo le scale era troppo concentrato per apprezzare di essere attorniato dall’oggetto del suo desiderio, ma era ovvio, quello era ferro sacro, intoccabile, l’ultimo sacrificio degli dèi per l’Uomo e il pensiero che quello potesse essere il suo ferro non lo poteva sfiorare.
Salì l’ultimo gradino. Aveva di fronte ad attenderlo l’uomo più influente di New America, l’eletto dagli dèi.

Chiacchierando come due uomini qualunque si diressero nella sala presidenziale.
Metropeo non era mai entrato nella Mayflower. L’aveva già vista esternamente, ed in particolare era rimasto impressionato quattro anni prima, quando vide con i suoi occhi la Mayflower che espelleva da una fessura orizzontale minuscola il foglio delle elezioni. La Mayflower, guidata dagli dèi, aveva scelto il suo inquilino, colui il quale sarebbe vissuto tra le sue pareti durante i festeggiamenti per il secondo millennio di vita di New America. E Metropeo si ritrovava lì quattro anni dopo, a pochi giorni dal nuovo millennio.

<Bene, adesso passiamo al motivo della tua visita.> Metropeo si sentì colto alla sprovvista, pensava di poter tenere le redini della conversazione, ma ora si rendeva conto che non sarebbe mai potuto essere così, non con Suez perlomeno.
<Ti chiedo il permesso di andare in esplorazione nella…zona inabitabile> disse con un ultimo sforzo prima di deglutire.
<Ah ah! Sì, certo Metropeo, ma ti consiglierei un modo più rapido e meno doloroso di morire!>
Sul volto di Metropeo si dipinse un’espressione di cupa serietà.
<Vuoi andarci sul serio, eh. Dimmi perché.>
<Ci potrebbe essere il ferro. Anche nelle immediate vicinanze alla zona abitabile, così da non dover rischiare la vita. Sai, secondo varie teorie…>
Suez non lo ascoltava più da quando aveva nominato la parola “ferro”.
<È vietato.>
<So benissimo che gli dèi non vogliono che usciamo dalla zona abitabile, ma non è assurdo? Avremmo il ferro necessario a far progredire New America fino ai livelli del paradiso Terra! E non lo useremmo…>
<Ora basta! Non ti rendi conto delle bestemmie che dici? Sei impazzito?>
Era atterrito dalla voce di suo cugino. Non l’aveva mai sentita così rauca, così terrificante.
<Sei uno storico o sbaglio? Sai perché siamo stati cacciati dal paradiso? Vorresti essere cacciato da New America? Che diamine t’importa di trovare il ferro? >
<Vita, libertà e ricerca della felicità>. Non sapeva neanche lui da dove avesse preso il coraggio di interrompere lo sproloquio quasi delirante del cugino. <Non sono forse i dogmi secondo i quali dobbiamo vivere?>
<E con questo?>
<Non sarò felice finché non avrò il ferro. Non so precisamente cosa ne farò, ma lo renderò disponibile a tutti i newamericani. Sai anche tu che i Testi sottolineano il rapporto esistente tra ferro e progresso. Voglio rendere possibile il progresso, questo è il mio obiettivo nella vita, questa sarebbe la mia felicità.> E mentre pronunciava queste parole si rendeva conto di aver asserito una verità alla quale non avrebbe mai potuto rinunciare.
<Capisco. Non cambierai idea neanche a costo della vita? Pensaci attentamente e rispondi con sincerità. Se non ti concedo il permesso tu proverai comunque ad andare nella zona proibita?>.
“Che cosa sarà mai uscire poco al di fuori dalla zona abitabile? Al diavolo, anche se fosse un pericolo mortale lo correrei, è lo scopo della mia vita, non ho altro…” tutto questo turbinò nella sua mente nell’arco di pochi secondi dopo i quali fece segno col capo che sì, lui, Metropeo, uomo qualunque, storico e studioso newamericano avrebbe inseguito il suo sogno a costo della vita.
Suez sospirò, <Seguimi allora.>

Camminarono fino a raggiungere una parete.
<Caring for environment.>
Dopo aver pronunciato quella formula magica, la parete si divise in due formando un varco attraverso il quale Suez passò con noncuranza. Il cugino, vedendo l’altro proseguire a passo svelto, non tardò a seguirlo.
<Ma dove è finita la parete?>
<Ora scenderemo.>
<Ma…ma…>
<No, non è tutto bloccato.>
Era sbalordito. Tutto ciò esulava dalle sue conoscenze, che pur riteneva alte. Ed era troppo eccitato per accorgersi che la voce di Suez era diventata asettica, come se stesse parlando ad un fantasma.
Arrivarono ad una porta vera.
<Prima di entrare devo…>
<Ti ho già detto di sì.>
<No, ormai sarebbe tardi, hai visto troppo.>
Per tre secondi Metropeo non sentì più il battito del suo cuore.
<Ti sto concedendo qualcosa di eccezionale. Solo i presidenti hanno questo privilegio. Lo faccio perché sei mio cugino, ma anche perché sei uno storico e…beh capirai da te.>
<Per tutti gli dèi, cosa stai blaterando?>, si stava abbandonando al panico.
<Calmati. Non sei il primo ad essere arrivato alla conclusione che il ferro sia legato al progresso. Altri hanno avuto la stessa intuizione. E sono morti. E, mi dispiace davvero Metropeo, questa è la tua sorte. Tuttavia ti concedo qualcosa per la quale tutti i quarantamila abitanti di New America sarebbero disposti a morire>, aveva deciso di utilizzare una frase ad effetto per tranquillizzarlo.
<Cugino, morirai al cospetto degli dèi.>

<Chi è costui? J, inizia ad attivare i registri.>
La voce dell’uomo non aveva neanche un’oscillazione del tono.
<Avevo già incominciato K.>
<L, siringa.>
<No, un momento>, era la prima volta che Metropeo vedeva Suez timoroso.
“Un uomo e due donne, tre persone…no! I tre dèi! La Trinità!”, era scosso da brividi, “Gli dèi sono su New America!”
<Permettete a quest’uomo di conoscere la verità prima di morire. Ricordate? Me ne avete parlato: sulla Terra era consuetudine concedere un ultimo desiderio.>
Sbuffando il dio che era stato chiamato K annuì.
<Grazie K.>, poi volse al cugino uno sguardo raggiante, <Addio Metropeo, sei sempre stato un uomo intelligente e questa è stata la tua rovina. Tuttavia esulta poiché ti sarà concessa la verità sulla storia di New America. Avresti mai pensato di poter morire conoscendola? Non credo>, agli occhi di chiunque sarebbe sembrato uno sproloquio partorito dalla mente di un pazzo.
<C-c-come puoi…>
<Gli altri sono morti senza aver raggiunto la verità. Grazie a me, tu la saprai. E il primo per conoscenza sarà re.>
<Tsk…umani.>, K, J ed L sospirarono scuotendo lentamente le loro teste.
Suez sapeva di aver agito per il meglio, “Non capisce che ormai il suo destino era segnato? Metropeo, è questo il massimo che posso fare per te.”
<Vita, libertà e ricerca della felicità. Ricordati di me quando pronuncerai il tuo discorso.>
<Addio.>
Suez si diresse nel suo studio con una foga che non riusciva a spiegarsi. “Certo, devo finire di scrivere il discorso.”

Metropeo era chino a terra, guardava dal basso verso l’alto i suoi dèi.
<Suez l’abbiamo eletto noi>, K aveva ricominciato con quella sua voce priva di oscillazioni.
<Decidiamo il presidente scegliendo fra gli storici chi sembra il più adatto a sottomettersi a noi. Vedi umano, bisogna che il presidente abbia certe qualità…>
<Sapevo già che questa scelta spettava agli dèi.>
<Ma noi non siamo dèi.>
I suoi occhi si spalancarono increduli, ma il corso dei suoi pensieri fu interrotto dalla possente voce di K.
<Partiamo dal principio. La Terra esiste davvero. È un pianeta, così come New America, ma molto distante da noi. L’uomo nacque lì, non per mano nostra...Duemila anni newamericani fa, a causa di una catastrofe causata dall’uomo, la Terra si era stata ridotta ad un cumulo di macerie inabitabili. Fortunatamente un decennio prima i tre capi di un’organizzazione che lottava per la salvaguardia dell’ambiente, avevano raccolto fondi a sufficienza per permettere a meno di centomila uomini di fuggire su un pianeta che ritenevano abitabile. Attraversando l’”abisso ignoto” sulla Mayflower giunsero su qui dopo che sei generazioni di uomini s’erano succedute. Ma per evitare che l’uomo riducesse anche questo pianeta in polvere gli uomini stessi decisero di porre dei limiti alla zona abitabile rendendo impossibile varcare il confine con quella inabitabile: se tu avessi provato a mettere piede lì saresti stato incenerito. Inoltre sulla Mayflower furono imbarcati ventiquattro esseri costruiti dall’uomo chiamati robot. Ecco, noi siamo tre di quei robot, i custodi dell’umanità. Nati grazie all’uomo per impedirgli di arrivare ad un punto oltre il quale finirebbe con l’abusare delle sue capacità, causando la distruzione di New America.>
Il vortice di nuove informazioni sconvolse la mente di Metropeo causando un susseguirsi di decine di domande, ma dopo qualche istante solo una, l’ultima, venne a galla.
<I newamericani non sarebbero così stolti se avessero il ferro!>
<Anche gli americani originari non si ritenevano stolti, eppure…Comunque quando tu parli di ferro sbagli, sono i metalli in genere quelli a cui ti riferisci.>
Non badò a quella precisazione senza senso.
<Hai detto che siete mortali, quando morirete gli uomini saranno liberi. Dove sono gli altri ventuno?>
<Siamo attivati periodicamente a gruppi di tre. Quando a tre robot termina…come spiegarti…quando raggiungono una certa età attivano i successivi tre mentre loro si disattivano. Noi siamo i numeri dieci, undici e dodici. Comunque è inutile che ti faccia speranze, noi impediremo al vostro senso di superiorità sulla natura di svilupparsi. Presto saremo in grado di autoreplicarci.>
<Quindi il nostro è un destino già segnato. Questa religione…serve solo per condurre gli uomini dove volete voi. Siamo marionette nelle vostre mani>, respirava affannosamente. <Uccidetemi subito, è una verità non posso sopportare.>
K obbedì con la stessa freddezza con cui gli aveva svelato la verità.
<Potevi almeno chiedergli il nome. Adesso mi tocca aspettare Suez per completare il registro.>

<Concludo con l’antica formula che ci tramandano i Testi per ringraziare gli dèi!>
La folla era in delirio, Suez sembrò entrare per qualche secondo in trance...
“Vita, libertà e ricerca della felicità…che tu sia dannato Metropeo.”
In quel momento si rese conto di odiare la sua vita, non avere libertà e soprattutto che avrebbe dovuto fare il possibile per raggiungere la felicità.
<Gods bless New America!>
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#1] America (racconti) 30/11/2011 02:30 #3657

IL GRANDE CUORE DI PHILADELPHIA

Te le ricordi le luci del Wachovia Center, Nick? Quelle che viaggiavano impazzite sul parquet, quando lo speaker annunciava uno a uno i giocatori di quelli che sarebbero passati alla storia come i “leggendari sixers”. Compreso te ovviamente. From Maroussi Athens, Greece... number forty-five... Nicolaos Siiiradakis. E via una corsa liberatoria, apparentemente disinvolta, intimamente sempre emozionante, a prenderti gli high-five dei compagni e i flash dei fotografi disposti a bordocampo nelle posizioni più strane. Che poi il tuo cognome, a partire da quella “i” prolungata per due o tre secondi buoni, venisse storpiato in un ululato informe e sguaiato, quello era un dettaglio secondario.
E te li ricordi, Nick, i colori – quelli cangianti del maxischermo cubico e il rosso acceso degli spalti – e gli odori e i suoni del Wachovia Center? Quei suoni e quelle voci, di giubilo ed eccitazione, impazienza e poi ancora acclamazione, che erano anche per te. Soprattutto per te, a volte. A vederti ora, Nick, accasciato sotto il portico di una casa in stile Queen Anne lasciata abbandonata, le palbebre cadenti e l’aria in generale poco raccomandabile, si direbbe che la grandezza di quei gloriosi tempi ti sia un tantinello sfuggita.

Chad Brockman, detto America, scende a velocità più che doppia dal sovrappasso della stazione della trentesima strada e, zigzagando sui marciapiedi scalcinati e tra persone troppo lente per lui, si immette in più solitari e rassicuranti vicoli, direzione Powelton Village. Dio quanto odia prendere i treni metropolitani e ritrovarsi, o anche solo transitare, per quei caotici e maleodoranti luoghi che sono le stazioni di tutta Philadelphia! A Chad piace molto camminare, anche per chilometri, ma oggi un affare nella downtown è andato per le lunghe, e se c’è una cosa che odia di più di treni e stazioni, quella è fare tardi a un appuntamento di lavoro: quindi stavolta, per accorciare i tempi del tragitto, gli è toccato l’oleazzo della trentesima. Non che i clienti di Chad – perlopiù spacciatori di medio calibro, papponi e incalliti tossicodipendenti – siano persone così attente all’etichetta, ma per lui la professionalità è tutto.
Quell’ometto sulla cinquantina che risponde al nome di Chad Brockman lo puoi trovare spesso a sgattaiolare tra le vie a ovest del fiume Schuylkill. Tutti sanno chi è America. Tutti sanno che quell’uomo dall’aspetto tanto innocuo – la corporatura gracile, gli occhiali a lenti spesse come fondi di bottiglia, i capelli impomatati all'indietro con cura – gestisce buona parte del traffico di stupefacenti di West Philadelphia; e lo fa da solo. E se nessuno in tempi recenti ha mai dato noia o ha mai osato mancare di rispetto a Chad il bianco, in un distretto dove il settanta per cento della popolazione è di colore, è perché tutti sanno che quell’uomo dai modi tanto gentili e il viso sempre fresco di rasatura ci mette poco a piazzarti tre pallottole in mezzo alla fronte.
Chad dà un’occhiata inquisitoria all’orologio, scostando quanto basta il polsino della camicia: fra cinque minuti ha un appuntamento con Cuoregrande e arriverà in tempo.

L’ascesa e la caduta di Nicolaos Siradakis. Nick, come ormai un po’ tutti lo chiamano da vent’anni a questa parte, tenta di ricordare. Bolso com’è ora, fa fatica a immaginarsi ancora nei panni del giovane rookie che tra lo scetticismo generale venne chiamato come scelta numero sette dai Philadelphia 76ers: un autentico colosso di sette piedi dalla mano educatissima, come si dice in gergo cestistico. E come la sapeva usare quella mano fatata! Appoggi delicati al tabellone, tiri in sospensione, ganci con entrambe le mani... Il repertorio era di quelli succulenti. E ben presto i tifosi dei sixers se ne accorsero, e presero ad acclamarlo come salvatore della patria; che salvatore, non dell’ellenica patria ma se non altro della loro franchigia, lo era davvero, se era riuscito a portare già al secondo anno fino a playoff inoltrati una sbalestrata squadra da lottery. E più i tifosi lo acclamavano, più Nick ci dava dentro. E più ci dava dentro, più fioccavano soldi da sponsorizzazioni e aumenti di contratto. E più i verdoni fioccavano, più Nick ci metteva anima in stoppate e rimbalzi, oltre che nella fase d’attacco che già gli riusciva divinamente. E questo i tifosi lo notavano; e allora lo acclamavano ancora ancora di più. Era la ruota magica.
Il momento in cui la ruota panoramica raggiunse l’apice fu una serata di aprile di dieci e passa anni fa, ad Atlanta: gara sette di una finale di conference contro gli Hawks. Nick, sempre più affossato sui gradini della casa in stile Queen Anne, ha un brivido di euforia regressa al solo ricordare quegli attimi. La ruvidità del pallone che gli viene passato, o per meglio dire letteralmente scaraventato tra le mani, a pochi secondi dalla sirena. La voce a trombetta di un qualche telecronista vestito di tutto punto. Nick... with the jumper... at the buzzer... and it goes! Ciaff, solo retina. Solo il fondo del secchiello. Un nanosecondo di vuoto, di paralisi totale, e poi l’esplosione: nel cuore di Nick, e in quello di centinaia di migliaia di tifosi. Siamo in finale, siamo in finale! Voliamo a Los Angeles: perderemo, ma chissenefrega! Tante reazioni scatenate da un unico, perfetto, tiro. La Philips Arena che si trasforma in una bolgia, nonostante tutto. Nick che si guarda le mani con un’espressione basita, come se fossero corpi a lui estranei. Gli schiaffi benevoli dei compagni, i caroselli, le interviste sconclusionate, i titoloni dei giornali. Atlanta swept by the Greek colossus. Nick, the big heart of Philly. Nick, il grande cuore di Philadelphia. Non importa cosa sarebbe successo dopo: Nick “Cuoregrande” Siradakis era già asceso all’Olimpo delle leggende del basket.

– Sai perché mi chiamano America, Nick?
Chad pronuncia la domanda con tono pacato, leggermente reclinato verso il greco, ma bada bene a non avvicinarsi troppo perché il corpo di quell’omaccione emana rancidi effluvi.
Nick bofonchia qualcosa che dovrebbe assomigliare a un no: non riesce proprio ad apparire lucido, sebbene si sforzi di sedere compostamente.
– Qui a West Philadelphia mi chiamano America perché...
Chad si aggiusta il colletto della camicia; in realtà vuole dare del tempo a Nick per prepararsi all’ascolto. In tutta risposta, Nick offre un’espressione vagamente intelligente, gli occhi tenuti aperti a forza.
– ... perché come il nostro beneamato Paese, offro a chi ne ha bisogno, diciamo a voi sprovveduti o disperati, un’occasione per sognare, per volare alto. E vi do i mezzi per arrivare in posti che avete sempre desiderato o che credete di aver perso, vi ci conduco per mano. Ma non vi accorgete, Nick, che nel frattempo vi sto spremendo dal di dentro. E quando non c’è più niente da spremere... boom – Chad getta un sasso che teneva da qualche minuto in mano – vi lascio cadere.
Nick ha l’aria di chi si è perso nel discorso; o forse il fatto è che lo conosce già troppo bene. È in astinenza e solo i ricordi in questo caso possono fare da anestetico. Chad gesticola con le mani, in maniera controllata bisogna ammettere, ma agli occhi di Nick sembra un samurai che agita vorticosamente la sua katana. E lui ha solo voglia di ricordare.

Il giorno che Nick comunicò in una quasi funerea conferenza stampa il suo ritiro dall’attività agonistica, Pat Croce gli disse più o meno così: la vita di un ex sportivo è un vortice, tu puoi solo provare a ruotare in senso orario. Il significato di quelle parole si manifestò a Nick in tutta la sua crudezza solo qualche mese più tardi.
Il punto principale nella vita di un ex sportivo all’alba del suo ritiro è che tutto d’un colpo non si sa più cosa cazzo fare durante la giornata. La routine coniugale, i figli, le spese al supermercato, le visite ai parenti – le cose della vita normale insomma – che prima facevano da corollario all’estasi di una vita sportiva condotta ai massimi livelli, improvvisamente vengono elevate a unica fonte di piaceri e dispiaceri. E non bastano. Dio, se non bastano. Nick si ricorda delle prime serate in compagnia di Bobby Green, guardia dei sixers entrata in squadra appena un anno dopo di lui. Giusto un paio di birre e un poker innocente, si erano detti. Poi presero a frequentare l’Oasis, uno strip club verso l’aeroporto, e diventarono amici intimi di un paio di spogliarelliste, che poi diventarono parte integrante del poker innocente. E inutile dire che Alexis, la moglie di Nick, scoprì presto le scappatelle del marito, e non era per nulla d’accordo. Ma tanto le scappatelle presto non bastarono più, e Nick aveva ben altre preoccupazioni di una moglie che ti sbraita addosso appena ti vede: Nick non riusciva a trovare una ragione al perché la sua vita fosse diventata piatta, piatta come un match di regular season dove non ne imbrocchi una e ti limiti al compitino. Almeno finché Bobby non gli presentò un ometto occhialuto che si faceva chiamare America. Bobby, lo sai che io molto raramente tratto con i singoli consumatori... Lo so Chad, ma garantisco io per lui. E poi non lo conosci Cuoregrande? E chi non lo conosceva Nick Cuoregrande Siradakis!
Non appena si abituò a far uso di crack – e ci volle veramente poco – Nick realizzò che solo così riusciva a ritornare con la mente e con il corpo a quella serata di Atlanta: ogni volta era un nuovo pallone da buttare dentro. Ed ogni volta era un’esplosione di gioia che si rinnovava, quando il canestro si concretizzava nella maniera più spettacolare. Nick consumava crack a dosi sempre più massicce, ma aveva la lucidità per realizzare che il vortice di cui l’aveva avvertito Pat lo stava travolgendo in pieno, e lui, non solo non si stava aggrappando a niente, ma lo stava anche assecondando, in un moto solidale verso il collasso. Tutto, in men che non si dica, andò in malora: il matrimonio con Alexis, il conto in banca, i rapporti con i più cari... Nick, hai visto che ti faccio toccare la felicità con un dito? Sì Chad, ma la mia vita è un vortice, avrebbe voluto dirgli. La vita è un vortice e io sto finendo dritto dritto nel tubo di scarico. Ma non riusciva a smettere.

– E lo sai per quale altro motivo mi chiamano America, Nick?
Nick è esausto, vuole che Chad gli venda una dose, se trova sufficienti i pochi spiccioli che ha, o che si tolga dai piedi, lasciandolo marcire sotto quel dannato portico. Ma Chad, in fondo, gli sta simpatico, e non vuole certo dargli proprio ora, dopo anni di pacifico rapporto, motivo di irritamento. Fa uno sforzo e si stringe in una smorfia colma di contegno.
– Uhm...
– Perché proprio come il nostro beneamato Paese, quando i miei figli sono nel più tetro baratro, non esito a tender loro una mano. La mano della misericordia.
Chad si lascia andare in un ghigno soddisfatto. Nick lo nota e non sa come interpretarlo: è segno che mi vuole aiutare oppure mi sta per fare fuori? Non fa in tempo a completare il ragionamento che sente un ago traffigergli l’avambraccio. Tempo pochi secondi e crolla riverso al suolo.

Nick apre gli occhi, che stranamente sono meno pesanti del solito. Anzi, si sente proprio benone. Perlustra sommariamente l’area circostante con lo sguardo: è già notte ed è nel solito posto. Ma Chad dov’è? Rialzandosi, nota sui gradini una scatola di medicine già aperta: bromocriptina in fialette. Non sa che diavoleria sia, ma se è la cosa che Chad gli ha iniettato in corpo, deve decisamente procurarsene un po’, si ripromette. Fa due passi e accenna un turnaround come ai bei tempi, e nel fare ciò da una tasca della felpa bisunta gli cadono due cose: una banconota da cento e un biglietto scritto a mano. Dall’alto riesce solo a scorgere la firma, in un corsivo un po’ infantile: America. Afferra e legge il biglietto: un’espressione di incredulità mista a inopinato ottimismo si dipinge sul suo volto.
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Ultima modifica: 30/11/2011 11:30 Da Titivillus.
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Re: [#1] America (racconti) 30/11/2011 08:38 #3658

LA COSA PIÙ BELLA DEL MONDO


Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che ero riuscito a regalarmi un pasto caldo e, Dio mi salvi, nel gelo di quell’inverno avrei spesso dato l’anima per ottenerne uno. Quel vento ghiacciato pareva non voler cessare neanche per un istante: soffiava furioso notte e giorno, correva impazzito fra quei giganti di cemento, li sferzava e li colpiva senza tregua, sembrava volesse buttarli giù, e diamine se a volte non sembrava davvero sul punto di riuscirci! Ma a penetrarti e tormentarti le ossa non era tanto il freddo, quanto il lamento: quel vento ululava senza sosta amplificato dagli alti palazzi e sembrava aver trasformato tutta New York in un gigantesco strumento a fiato che lentamente declamava il suo dolore. E che il diavolo mi porti se quel musicista dal gelido alito non era la Grande Depressione stessa, che in un tragico atto finale aveva deciso di incarnarsi in quell’inverno impietoso ed eterno e coprire per sempre l’America sotto una coltre di ghiaccio.
Per una volta sorridevo, mentre lasciavo che le mie angosce svanissero via insieme al freddo, le mani e il viso avvolti nel tiepido vapore che saliva dalla zuppa bollente poggiata sul tavolo. Nella miseria è più facile apprezzare le piccole cose e quella sudicia bettola di piccole cose me ne dava tante: un vago odore di fumo, cipolle marce e sudore permeava l’aria, facendomi sentire in qualche modo a casa, mentre le finestre opache e coperte di polvere – da quanti anni non vedevano uno straccio? – isolavano perfettamente quel piccolo angolo di paradiso dall’inferno là fuori. Ma la cosa migliore era la meravigliosa creatura lì seduta, all’angolo opposto della sala. Era in compagnia di un uomo più grande, non saprei dire se il marito o il padre e francamente non mi importava. Diavolo se era bella! Un vestitino povero, eppure così grazioso, incorniciava meravigliosamente quel suo corpo minuto eppure dalle forme prosperose, mentre morbidi e vaporosi boccoli biondi scendevano ad accarezzare le sue gote rosse e il suo visino angelico. Ah! Avrei passato la sera intera a guardarla!
Condividevo il tavolo con un uomo che, a giudicare dall’aspetto e dallo sguardo cupo, non doveva passarsela molto meglio di me. C’è chi nasce con la camicia e chi è costretto a subire tutte le sventure di questo mondo; il poverino dava le spalle all’angelo biondo e sicuramente il suo umore non ne beneficiava, ma quello era un giorno di festa per me e mi sentii in dovere di attaccare bottone:
«Ehi amico! Guarda un po’ lì! Dimmi tu se non è la cosa più bella del mondo!»
L’uomo si voltò a guardarla per pochi secondi, poi mi rivolse uno sguardo sprezzante e sbuffò il suo disappunto, per tornare a mangiare in silenzio. A quanto pare avevo sbagliato tavolo. Cercai di non farmi rovinare il momento idilliaco; stavo quasi per tornare a perdermi con la mente in quei boccoli biondi quando il mio commensale sussurrò qualcosa:
«Americaaaaa!»
«Come?»
«Americaaaaaa!»
L’uomo alzò un pochino la voce e questa volta potei udirlo meglio. Lasciava andare quella parola sommessamente, quasi a riprodurre un grido lontano, quasi ad imitare la voce del vento che, là fuori, continuava ad ululare.
«Americaaaaaa!»
Non intendevo proprio farmi rovinare la serata e cercai quanto più possibile di ignorarlo, evitando il suo sguardo e concentrandomi sul mio piatto; ma l’uomo non sembrava voler desistere e alzò un poco la voce, come a voler lanciare quel grido strozzato al mio inseguimento.
«Americaaaaaaa!»
Sbottai.
«Insomma, che diavolo vuoi?»
«La cosa più bella del mondo, fratello. Di belle ragazze ce ne sono tante su questa terra, credimi, e la loro bellezza sfiorisce così presto… Ma quel grido, chi lo dimenticherà mai?»
Decisamente avevo scelto il tavolo sbagliato, ma non volevo farmi trascinare in quel gioco perverso e cercai per un’ultima volta di ignorarlo e far morire la conversazione. Senza successo.
«Non puoi capire vero? Americaaaaaaaa! Ah com’è bello, anche a distanza di anni!»
Cedetti.
«Non posso capire eh?» Questa volta lo fissai, inchiodando il suo sguardo. «Anch’io ero su una nave tanti anni fa. E io… l’ho gridato.»
Strabuzzò gli occhi. Adesso non giocava più e per la prima volta mi guardava con interesse.
«Tu… Tu l’hai vista per primo? Tu l’hai gridato?»
Riabbassai lo sguardo, soddisfatto della reazione e annuii.
«Hm…»
«E… Cosa hai provato? È bello? Che effetto fa? Ti prego parlamene.»
«Cosa vuoi che si provi? Certo che è bello; è un po’ come rinascere. Il mondo si ferma e ci sei solo tu, e Lei, e tutti i tuoi sogni là davanti, così vicini che ti pare quasi di poterli toccare, abbracciare. E non sei più davvero sicuro di cosa ti accada intorno, di avere il controllo; ti senti avvolto da un torpore paradisiaco, lo senti salire verso il cuore e lì esplode furioso, ti entra nei polmoni e scalpita, su e giù, fino al cervello, per poi schizzare via dalle tue labbra e lo devi urlare, con tutta la forza che hai in corpo: Americaaaaaa…»
Mi resi conto tutt’a un tratto di avere il viso bagnato di lacrime. Il mio compagno di tavolo ormai mi guardava fisso, perso nel mio racconto, così continuai.
«Sì, ti pare di poterla abbracciare tutta, l’America, solo gridando al vento il suo nome. Ma alla fine che cos’è un grido, se non vento affidato al vento? Bastasse un grido per catturare i propri sogni… Guardami. E guardati anche tu, Dio Santo! Qui, sporchi e vestiti di stracci, a ingollare una brodaglia annacquata come fosse un nettare divino! Abbiamo lasciato le nostre case, la nostra vita, la nostra famiglia, e per cosa? Solo per poter udire quel grido? Dove sono i campi di carote giganti, gli alberi dai fiori d’oro, dove sono ora i nostri sogni? Non è con un grido nel vento che li si conquista; al massimo si impara ad amarli. Ma avrei voluto impararlo prima, nel mio Paese, sudare per renderlo un posto migliore, invece che fare la fame qui per inseguire una Terra Promessa che chissà se esiste poi…»
Abbassammo entrambi lo sguardo e restammo un attimo in silenzio. Fui io a romperlo per l’ultima volta.
«Ma sai… In fondo hai ragione. La cosa più bella del mondo è un grido nel vento, ma non il tuo. È il grido di una ragazza disperata in un giorno di primavera, che piange, geme e si strappa i capelli. E grida il tuo nome, lo grida con tutto il fiato che ha in corpo, quasi non ne volesse più per sé stessa. Lo grida quasi a volerci mettere dentro l’anima, consegnartela attraverso la brezza marina. Lo grida così forte che riesci a sentirlo anche se sei già così lontano, su quella nave enorme, ad anelare l’oceano. La senti che ti implora, ti supplica di ripensarci, di ributtarti in acqua e tornare a nuoto da lei. Ah, se lo farei adesso! Attraverserei tutto l’Atlantico per lei! Ma è tardi ormai per i sogni: allora ero giovane e stupido e i miei, di sogni, li ho regalati tutti all’America.»
Il mio commensale non mi guardava più: giocherellava col cucchiaio, scrutando torvo nel fondo del suo piatto. Non saprei dire se avessi vinto quel sadico gioco; forse avevamo perso entrambi, ad ogni modo non avevamo più nulla da dirci. Finimmo di mangiare in silenzio, lasciando che i nostri ricordi vagassero lontani, trasportati dal vento gelido e ululante, verso Manhattan e poi verso il mare; e lì si persero nella nebbia, confondendosi fra i sogni e le speranze abbandonate in un grido, al largo di Ellis Island.
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Ultima modifica: 23/12/2011 02:52 Da White Lord.
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[#1] America (racconti) 30/11/2011 11:02 #3659

ROTTE

1326 A.D. – In navigazione
“Comincio a essere stufo di questa distesa d’acqua. Non avrei dovuto accettare questa assurda impresa… chissà che cosa avevo in testa quando ho accettato…”
Sentenza lo guardò paziente, in silenzio e col solito sguardo profondo, che sembrava scrutasse i pensieri leggendo attraverso le palle degli occhi dell’interlocutore. Gli disse con tono pacato e fermo: “Arriveremo. Hai accettato perché dentro di te sai che oltre c’è qualcosa. Vedrai”.
Il mozzo tacque. Dentro di lui sapeva che era così. Sentenza aveva ragione. Sentenza aveva sempre ragione. Riprese a sistemare le funi fischiettando il solito motivetto che gli valeva il nome con cui tutti lo chiamavano: Stornello.

Niccolò Tortora appariva calmo, ma nel suo animo ragione e istinto si dilaniavano. Un tira e molla senza fine. Gli ultimi lunghissimi giorni di mare piatto e brezza fin troppo leggera gli avevano insidiato in cuore un tarlo molesto e vorace: forse era veramente un’impresa folle e stava portando a morte certa tutto l’equipaggio. Ormai navigavano da mesi e l’unica cosa che aveva visto erano cielo, nuvole, acqua, acqua e ancora acqua. Quando pioveva poi sembrava che l’unico elemento esistente al mondo fosse quel maledetto liquido trasparente, se si eccettuano i tre legni che li portavano e che parevano miracolosamente fluttuare sopra le onde in quelle giornate umide e plumbee. Si trattava di tre barche semplici, piccoli bastimenti mercantili che Tortora era riuscito a fare suoi insieme ad altre imbarcazioni di medio-piccole dimensioni durante tutta una vita passata sui mari mercanteggiando ed esplorando lande poco conosciute.

Aveva avuto fortuna Niccolò, in passato era stato ardito e si era spinto per mari e zone ignote quanto pericolose, tornando però sempre con carichi e merci particolari che riusciva a rivendere molto bene nei vari mercati del Mediterraneo e dei mari europei. Questo suo ardimento, condito con un modo di fare sempre misurato ed equilibrato eppur sempre sicuro di sé, anche quando aveva contro il parere dei marinai e della gente comune, soprattutto in occasione delle rotte poco consuete che tanto ardiva provare, crearono attorno al suo personaggio una certa aura di autorevolezza e un che di leggendario. Tant’è che ormai era chiamato e conosciuto da tutti come Sentenza: quello che diceva era degno del massimo rispetto e credibilità vista la sua illustre esperienza di uomo di mare, a maggior ragione dopo essere tornato sempre, non senza momenti veramente difficili e pericolosi, dai viaggi che intraprendeva, anche e soprattutto a dispetto di mezzi economici e navali non di primissimo ordine.

Per questo ennesimo viaggio si era però spinto davvero tanto oltre. Forse troppo. Raggiungere terra navigando verso occidente, pur sapendo che probabilmente non c’era altro che acqua, o addirittura delle cascate gigantesche in prossimità della fine del mondo, tali da ingoiare qualsiasi flotta avesse osato avvicinarsi, come si vociferava in giro. Sentenza non credeva alla teoria delle cascate, e seguendo il suo istinto aveva preparato il viaggio. La Antip, il bastimento su cui viaggiava, era una barca di medie dimensioni, la più curata di quelle che possedeva. L’Atica invece aveva dovuto lasciarla a casa, avendo diverse riparazioni da effettuarvi, fresche cicatrici di una delle sue ultime avventure. Lo accompagnavano poi in questa impresa la Anni, bastimento piccolo e piuttosto vetusto ma che si rivelava essere una barca comunque affidabile sebbene non velocissima, e la Samaritana, altra barca medio piccola così battezzata perché la aveva portata a casa dalla Samaria, arcaica regione toccata nel suo girovagare oceanico.

Il morale della Antip era ancora tutto sommato buono, e questo perché Sentenza era là sopra, e con il suo magnetismo riusciva a infondere calma e speranza ai suoi. Lo preoccupavano la Samaritana e la Anni: nonostante avesse messo i suoi uomini più di fiducia e carismatici a capo dei due bastimenti, Andrea Capovetere, detto lo Smilzo, e Giuseppe Avetrano, da tutti conosciuto come Pesce. C’era il consistente rischio che lo scoramento e la fatica accumulata in tanti giorni di mare potessero sfociare in qualche pesante lamentela e, temeva, in aperta rivolta. La Anni poi era anche lenta e rappresentava un freno per gli altri due bastimenti, mentre la Samaritana sembrava cominciasse ad avere problemi in qualche zona dello scafo. Nonostante queste preoccupazioni, Niccolò Tortora camminava su e giù per la nave e dispensava parole di sostegno a tutti, incoraggiando chi manifestava segnali di sconforto e ammonendo bonariamente chi mostrava avvisaglie di aggressività. Un grande capitano.

Stornello continuava a fischiettare, anche se le improvvise comparsate da sottocoperta di Rica, l’aiutante nonché figlia putativa di Sentenza, lo distoglievano dai suoi doveri, cosa per cui gran parte della ciurma lo prendeva abbondantemente in giro. Il Guercio e Trizio lo sbeffeggiavano sonoramente, tra le risate dell’equipaggio divertito. Rica sapeva di questo suo ascendente su Stornello (e non solo), ma ne rideva insieme a loro. L’equipaggio del resto era costituito dai fedelissimi di Sentenza, motivo per cui Rica, unica donna in mezzo a tanti omaccioni, si sentiva al sicuro, tra fratelli. Rica veniva da qualche parte in Asia. Era stata trovata quasi in fasce da Sentenza durante uno dei suoi viaggi, abbandonata sullo scuro arenile di una costa semi-desertica. Accudita e cresciuta in mezzo ai marinai ne aveva ormai assunto abitudini, modi di dire e atteggiamenti, tanto da sembrare una di loro, se non fosse stata di carnagione così olivastra e di sesso femminile. Aveva folti capelli ricci e scuri, occhi neri come l’ebano che contrastavano con il suo sorriso candido e generoso. Non si poteva definire una bellezza mozzafiato ma emanava un fascino esotico che catturava qualsiasi uomo si fermasse ad osservarla con un po’ di attenzione.

Il piacevole intermezzo tra Stornello e Rica aveva alleggerito l’atmosfera sulla Antip e distolto per un attimo l’attenzione dell’equipaggio dalle consuete occupazioni marinare, quando un acuto grido proveniente dall’alto scosse l’aria. “Terra, Terra, Terraaaaaa, è Terra, Terra, Terraaaaaa, Teeeeeeeeeeerraaaaaaaa!” Dall’albero maestro Lince gridava la parola di cinque lettere che suonava come melodia tra chi se ne stava giù, incredulo e stranito. Tutti presero ad assieparsi a prua per cercare con gli occhi la sagoma da troppi giorni agognata. Il Guercio prese a gridare anche lui, e poi anche Stornello, che allungando la mano sembrava evocare a sé la terraferma che cominciava a stagliarsi più nitidamente. Trizio si fece incontro a Sentenza e gli gridò: “Eccola, eccola, eccola la terra che aspettavamo!”. Stornello si voltò di scatto verso il capitano e chiese gridando: “Dove siamo arrivati, che terra è mai questa?”. Sentenza rivolgendo lo sguardo a Rica e puntando un braccio affinchè gli passasse le mappe disse: “A me Rica” e Stornello prese a gridare “Amerìca, Amerìca, Amerìca” e con lui tutto l’equipaggio all’unisono, cui si unì il coro delle navi vicine sopraggiungenti.
Sentenza sentì sciogliersi il cuore, diluendo tutte le negatività e le paure che lo avevano attanagliato negli ultimi lunghi giorni di navigazione. Riprese però presto il controllo e intimando ordini a destra e a manca organizzò le operazioni per l’approdo. Le tre navi toccarono terra all’imbrunire, vicine a una radura e con gli equipaggi che appena misero piede al suolo si lanciarono in esclamazioni di giubilo e abbracci liberatori dopo l’astinenza da un appoggio saldo dove poter finalmente camminare e correre.

Il fato beffardo era però alla finestra. Durante l'avvicinamento alla costa la Samaritana aveva incocciato contro uno scoglio nascosto sul pelo dell'acqua, riportando danni sul già malconcio scafo. Gli equipaggi, una volta a terra, ebbero il loro da fare per attrezzarsi per trascorrere la notte. Stornello, Trizio e altri due mozzi furono mandati a far legna, ma nella foga cominciarono ad abbattere una palma della radura vicino alle navi. Era talmente alta che, cedendo sotto i colpi zelanti dei frenetici marinai, finì per schiantarsi proprio sopra la Anni e la Antip, con esiti disastrosi sui due bastimenti già provati dall’estenuante navigazione. Fortunatamente nessuno era a bordo e non ci furono vittime. Il problema però sarebbe stato il ritorno, considerando che la Samaritana era già fuori gioco, la Antip semi distrutta e la Anni, la meno danneggiata, aveva gli alberi spezzati, non garantendo quindi una navigazione adeguata, e non era attrezzata per muoversi a remi. Senza mezzi né arnesi adeguati per riparare i tre bastimenti risultava un’impresa titanica provare ad aggiustare i danni.

Successe che Sentenza, Stornello, Rica e tutti gli altri furono relegati per sempre in quella terra, quella Amerìca tanto agognata che ora si tramutava nella loro nuova casa senza uscita. Gli indigeni che vi abitavano li accolsero con stupore ma pacificamente, e presto Sentenza e i suoi uomini avrebbero conosciuto ed apprezzato gli usi e i costumi di quella gente così diversa e arcaica rispetto a loro, ma così ricca di umanità. Dopo l’abbattimento della Anni e della Antip Sentenza recuperò il diario di bordo, le mappe delle rotte e altri documenti che riteneva vitali nell’ottica di poter salpare e tornare ai luoghi natii, per dire al mondo intero che aveva avuto ragione, ancora una volta. Finì per mantenere aggiornato solo il diario di bordo, ribattezzato diario di terraferma, dove annotò con dovizia di particolari le avventure del suo viaggio e le coordinate, secondo i suoi calcoli, di quella terra sconosciuta. Nei primi tempi del soggiorno forzato in Amerìca affidò ai flutti, all’interno di una piccola boccetta in vetro, diverse pagine ricopiate del suo diario, nella speranza che, giungendo a qualche lupo di mare in navigazione, potessero dirottarlo verso quei lidi lontani per ricondurre lui e la sua ciurma alla cara e vecchia Europa. Ma ciò non avvenne. Nei primi anni del suo soggiorno in quella landa ogni giorno Sentenza passava ore seduto su uno scoglio ad osservare il mare, con la segreta speranza di avvistare una minuscola sagoma triangolare, che avvicinandosi avrebbe preso i contorni di una nave, di un bastimento o anche di una semplice barchetta a remi. Col passare degli anni perse a poco a poco questa speranza e si rassegnò, con la flemma e l’intelligenza che lo contraddistinguevano, ad avviarsi sempre più verso l’integrazione con gli indigeni. E così il suo equipaggio, che mise radici in Amerìca.

1491 A.D. - Genova
“Signore, guardi qua, me lo hanno consegnato al porto”. “Di che si tratta stavolta, altri guai o difficoltà in vista?”. “No, Signore, credo al contrario si tratti di un’occasione incredibile da sfruttare per ottenere il placet”. “Dai qua, lascia giudicare a me”.
Gli occhi di Cristoforo si illuminarono alla lettura di quelle pagine gualcite e quasi illeggibili. La storia lo attendeva.
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Re: [#1] America (racconti) 30/11/2011 16:37 #3674

La periferia dell'Impero (America)

Seduto, al buio, la testa china su un tavolaccio, gli occhi pesti di sonno e di botte, niente sembra potermi risvegliare da questo torpore. Poi qualcuno mi afferra un braccio, mi scuote, mi tira in piedi con forza. “E che ti credevi, di aver trovato l'America?”

Di colpo sono sveglio, di nuovo lucido. Sono un bambino, e mio padre mi rivolge la stessa frase, certo in un tono più garbato, senza strattonarmi. Sì, l'America, il mitico luogo dove i sogni si avverano, il moderno presunto Bengodi. Il paese che, nella su frase, simboleggiava l'aver raggiunto tutto quello che si potesse desiderare dalla vita; magari con un po' di fortuna, magari con un piccolo aiuto, ma sempre di successo, di situazione invidiabile si trattava. Lo ricordo bene, quel periodo, e ricordo perfettamente anche gli anni successivi, quelli della prima adolescenza; non solo per via del poco tempo che è passato, saranno forse dieci anni, ma piuttosto per tutte le volte che ci ho riflettuto sopra, mai senza la vergogna e l'insoddisfazione delle cose che non puoi più correggere.

All'inizio non capivo, non sapevo cosa fosse l'America. Poi lo chiesi a mio padre, una di quelle volte in cui pronunciò quelle parole; e lui mi spiegò, gli occhi sognanti di chi aveva visto i propri nonni, zii, genitori partire miseri e derelitti dall'arido Sud e tornare ricchi e borghesi da Oltreoceano. Con lui iniziai a sognare anch'io, a guardarmi incontro adorando tutto quello che fosse americano. Cinema americano. Musica americana. Cibo (di merda, sia detto una volta per tutte!) americano. Vestiti americani. Tutti emblemi di un capitalismo feroce, dell'Impero che omologa qualunque cosa. Ma all'epoca non sapevo, mi beavo nella mia ignoranza e sorbivo tutto quello che la cultura dominante a piene mani mi propinava. Come del resto fan tutti.

Un giorno, però, tutto questo cambiò per sempre e, come quando davanti ai tuoi occhi non hai più delle lenti colorate, tutto mi apparve nella sua vera forma. Quando qualcuno mi passò un libro, tutto iniziò ad essermi più chiaro: vidi il male che tutto quello aveva fatto al mondo; vidi i miei avi sfruttati e derisi in questo presunto paese libero, ripagati con dollari sporchi già del loro sangue e del loro sudore; vidi i mille popoli calpestati in giro per il mondo, vidi Allende, vidi gli argentini, vidi l'imperialismo e la globalizzazione. Furono mesi di scoperta ansiosa ed affrettata; mesi densi di un desiderio bruciante che mi teneva in piedi fino a notte fonda, a leggere saggi e trattati di storia, economia o politica. Fu come addentrarsi in una foresta tropicale fino ad allora sconosciuta, con tutta l'emozione che deriva dalla scoperta e dal doversi far strada, da soli, nel groviglio della vegetazione; non fu facile e richiese tutte le mie energie. Ma, del resto, che senso avrebbe avuto continuare a frequentare amici sempre più lontani da me, ignari della realtà? Che senso avrebbe avuto portare avanti i miei studi di diritto, quando questo significava semplicemente studiare le tagliole che i potenti avevano posto sul cammino dei popoli? Mi ritrovai quindi con molto, molto tempo a disposizione per questa mia esplorazione; a 20 anni, una nuova adolescenza mi aveva preso e sconvolto.

Arrivò poi il momento della condivisione del viaggio con altri amabili folli. Anche loro alla ricerca della strada giusta all'interno di quella giungla che è la nostra società, seppero farmi sentire a casa in quello che, semplicemente, era il posto dove loro vivevano, un bilocale ricevuto in eredità da Paola e messo in comune. Dapprima iniziai a frequentarlo solo saltuariamente, poi divenne un'abitudine passare lì le serate e le notti, nell'aria satura di fumo, a parlare di come cambiare questo mondo strano. Iniziai a dormire lì, ogni tanto; e alla fine pure questa divenne una costante, tanto che un giorno lasciai casa dei miei genitori, con mia madre incredula e mio padre fuori di sé per la rabbia.

In questa sorta di comune ogni tanto spuntavano personaggi nuovi, che si fermavano da noi per qualche giorno e qualche settimana. Persone di ogni tipo, come maschere che si affollano e si danno il cambio su un palcoscenico. Li ricordo tutti, uno per uno, e nitide sono impresse nella mia memoria tutte le loro parole. Soprattutto uno, Pablo, uno spagnolo alto e magro come pensi ne possano esistere solo nella nostra immaginazione; non aveva passato, almeno così pareva, perchè nessuno riuscì a raccontarmi nulla di lui, neppure chi gli aveva consigliato questo posto in cui riposare durante il suo viaggio per l'Europa. Un tipo fumantino, sempre pronto a sbottare ed ad inveire contro il sistema; non credo di aver mai sentito così tante volte di seguito la parola “lotta”, nella sua accezione più violenta. Pablo, con la sua retorica, ci avrebbe spinto ovunque; su molti di noi occupanti stabili non aveva grande presa, ma il suo ascendente riusciva a colpire parecchi altri; ed io fui tra questi. La decisione di passare al gioco serio, alla guerra vera, arrivò la sera stessa in cui lui partì: non vi furono parole tra noi, solo uno sguardo, che bastò ad entrambi per capire quello che sarebbe successo. Del resto, nella settimana precedente Pablo, con una freddezza apparentemente inspiegabile in un carattere come il suo, aveva spiegato minuziosamente cosa avrebbe fatto se avesse voluto condurre una lotta armata contro l'America. Ed io decisi che quello mi bastava.

Se di quei momenti mi rimangono ricordi compiuti, sedimentati in mesi o addirittura anni di riflessione, di quello che venne dopo ho solo flash sovrapposti. Una bomba artigianale, fatta seguendo il manuale del perfetto artificiere su internet. Una tuta nera, per scivolare meglio nella notte. Una borsa, per contenere tutto. Il 53 preso per arrivare in centro senza fare troppo sforzo, ridendo di gusto all'invito a non portare esplosivi a bordo, riportato su tutti i cartelli (probabilmente mai letti prima) assieme a mille altre norme; sì, certo, come no, quale bombarolo non rispetta queste norme? Scesi due fermate prima del McDonald, poi a passo lento lo raggiunsi. La sua insegna svettava luminosa contro il cielo nuvoloso della notte, facendosi strada nella nebbiolina che ci avvolgeva; era lassù, come il vessillo di un male che sovrasta tutto, come sarebbe apparsa la testa di Golia ad un Davide del terzo millennio. Dovevo agire: di soppiatto mi avvicinai alla porta sul retro, pronto a forzarla. Ma era socchiusa: fu un attimo entrarvi e deporre lo zaino, per poi correre incontro alla notte umida. Sentii un colpo sul mio viso, un poco incoraggiante scricchiolio del mio setto nasale, quindi persi i sensi.

“Eh, che cazzo ti credevi?”. Uno schiaffone mi riporta al presente. “Pensavi forse che sarebbe stato così facile? Mica è l'America questa!”. Il poliziotto ride di gusto, inguainato in una divisa quasi stretta per contenere la mole del suo torace. Capisco che i miei progetti di lotta sono finiti, almeno per ora, che la guerra personale appena iniziata era già stata persa. Poi, di colpo, qualcuno bussa alla porta; il mio carceriere si alza ed apre, ed entra qualcuno di alto, magro, senza divisa. Accende la luce, abbagliando la mia vista; ma non abbastanza da non farmi riconoscere la silhouette con cui avevo passato tante serate a discutere di piani e progetti segreti quanto ipotetici. Pablo, maledetto figlio di puttana!
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 12/12/2011 05:15 Da White Lord.
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Re: [#1] America (racconti) 30/11/2011 22:49 #3689

America – Desert evening

Il cuoco mi colse impreparato quando sferrò un pugno sul bancone gridando: «ma dove diavolo si è cacciata?» Lo aveva già fatto altre quattro da quando ero entrato nel locale annichilendo per qualche secondo il chiacchiericcio degli avventori con quel vocione roco che si ritrovava. Ricordo che sobbalzai sulla panca e mi rannicchiai istintivamente contro la vetrata perché diversamente da prima l'omone era proprio di fronte al mio tavolo ed era grosso, santo cielo quant'era grosso! Si voltò verso di me, fece scivolare la mia ordinazione sulla tovaglia, grugnì il suo disappunto e tornò a occuparsi dei fatti suoi. Nessuno sembrò fargli caso.
Il gigantesco hamburger stava soffocando strangolato da tre tipi di salse: gialla, verde e rossa; mentre un esercito di patatine fritte si preparava all'assalto finale nascosto nell'insalata tagliata sottile, punteggiata qua e là da oggetti simili a frutta secca sparsi come detriti di un'esplosione.
«Il Big Don's Nightmare!» L'anoressico camionista seduto al tavolo di fronte sghignazzava beffardo guardando il chilo di carne sfrigolare sotto il mio naso. «Hai visto Maude? Questo tizio sì che ha del fegato!»
La donna fissava il vuoto fuori del bar. «Aha...» Bisbigliò.
Era troppo grassa. Non poteva essersi seduta da sola a quel tavolo... Non poteva starci! Dovevano avercela incastrata spingendola in tre o quattro, e altrettanti avrebbero dovuto faticare per liberarla.
«Avanti... Assaggialo.» L'invito dell'omino somigliò troppo a una sfida, una sfida che raccolsi e usando solo il forchettone – perché l'hamburger era tenerissimo - tagliai una bella fetta in corrispondenza della salsa rossa. Me la ficcai in bocca. Le labbra screpolate dello sconosciuto si allargarono in un sorriso e un attimo dopo capii perché: fu come se la lingua mi avesse preso fuoco! Ingollai tutta la birra che avevo solo per smettere di piangere.
Rideva. «Salse speciali, ricetta segreta tramandata da generazioni di Hunt. Il trisavolo di Don le imparò da un messicano... O era un indiano? Eh, eh... Che importa? Beh, quando ti sarai ripreso inizia con la verde, è meglio.»
La cicciona aveva allungato il braccio verso la bottiglia ma non riusciva ad afferrarla nonostante fosse a una spanna dalla sua mano. L'ometto gliela passò e non si voltò più perché seguì ogni movimento della compagna con una dolcezza inaspettata per una persona dall'aspetto così affilato. La donna non disse nulla, bevve solo un sorso senza mai staccare gli occhi da qualcosa là fuori.
Guardai anch'io. Il sole era andato a dormire da un po' di tempo, ma il cielo brillava ancora, grigio-azzurro, striato a occidente da effimeri filamenti che parevano sul punto di cadere sulle lontane formazioni rocciose come ragnatele bagnate d'oro. La settantasei tagliava in due il paesaggio perdendosi a sud-ovest. Filava via dritta come solo le strade americane possono fare, trionfo degli ingegneri senza fantasia che dopo aver tracciato una linea retta su una cartina abbattono con l'esplosivo ogni ostacolo, collina o montagna che la interseca. Qui non si costruiscono gallerie, qui si avanza sempre verso l'obiettivo senza mai deviare. Sorrisi di quella considerazione pensando a quanto potesse realmente rispecchiare la differenza tra europei e americani.
«Prenda un po' di salsa gialla, invece.» Suggerì un sussurro.
Mi voltai verso il cameriere. Era un ragazzo lentigginoso cui mancavano solo gli occhiali per sembrare il personaggio di un fumetto.
«Perché?» Risposi mantenendo lo stesso tono di voce.
«La verde è la più forte delle tre. Si dice che nell'impasto ci sia anche dell'habanero. La gialla invece è una specie di antidoto.»
«Cosa?»
«Sì! Rinfresca la bocca. Un boccone di gialla poi uno delle altre. Si fidi.» Mi fece l'occhiolino.
Obbedii con molta cautela e annuii soddisfatto quando alla mia lingua tornò la sensibilità. Sorrisi al ragazzo che nel frattempo stava prendendo le ordinazioni tre tavoli più avanti. Decisi che il cameriere si era appena guadagnato un bella mancia perché il piattone era davvero gustoso se si dava al palato il tempo di adattarsi allo choc.
Il locale in cui ero finito era impossibile da catalogare. L'architettura e il mobilio ricordavano gli anni sessanta, ma alcune pareti erano tappezzate di perline di legno scuro e il soffitto era attraversato da grossi tronchi proprio come in una baita di montagna. Il juke box suonava musica country e due televisori ultrapiatti, muti, erano sintonizzati uno su un canale di news e l'altro su uno di sport. Sopra l'ingresso era appesa la testa impagliata di un cervo che da come fissava davanti a sé sembrava molto interessato alla partita di football.
Il bancone separava l'unica stanza in due parti, una con i tavoli per mangiare e l'altra con dei giochi: un flipper preistorico, un quadro di freccette e un biliardo consumato occupato da due donne sulla quarantina. Piuttosto mascoline ma alquanto attraenti non importava loro nulla della partita in corso perché in realtà si stavano corteggiando con discrete carezze, sussurri e strusciate. Anche i due ragazzi al bancone le avevano notate e le sbirciavano volentieri tra un sorso di birra e l'altro, però io fui l'unico a farsi beccare. La più aggressiva delle due mi guardò in malo modo e mosse un passo verso di me con evidenti cattive intenzioni. L'altra la trattenne e la trascinò via. Mi salutò col dito medio alzato.
Finito lo spettacolo i due ragazzi lasciarono una banconota da venti sotto il boccale prima di andarsene. Sgommarono via sul loro gigantesco pick up illuminando per qualche minuto la strada.
Con tutta quella carne in corpo avevo una sete del diavolo. Ormai nel locale eravamo rimasti solo sei: io, la strana coppia, un uomo dall'impeccabile soprabito marrone, forse un rappresentante, un vecchietto con la camicia a scacchi che dormiva a faccia in giù sul suo tavolo e il cameriere che stava pulendo il pavimento. Capii che quest'ultimo stava solo aspettando la mia mancia perché quando lasciai i soldi sul piattino e mi diressi al juke box li afferrò quasi subito, ringraziò e sparì.
Non lo rividi più.
Infilai un quarto di dollaro nell'infernale macchinario e scelsi una canzone a caso. Country, come sempre. A metà della prima strofa mi ritrovai non so come il cuoco a mezzo metro. I baffoni grigi, il viso duro come il cuoio e gli occhi azzurri mi incutevano un timore primordiale.
«Potrei avere una Bud?»
L'uomo andò al bancone dove stappò la birra lasciandomela poi lì sopra. Tornò nella sua tana solo dopo aver sbottato di nuovo la sua eterna domanda: «dove diavolo è finita?»
Il vecchietto mi stava ridacchiando in faccia, sdentato come un ingranaggio. Sputò con formidabile precisione centrando la sputacchiera due metri più indietro e poi crollò di nuovo addormentato.
Pensai a quanto fosse assurdo quel posto: un motel, un distributore di benzina e un bar. Non c'era nient'altro a Dry Waters, un paese sperduto nel deserto neppure segnato sulla cartina stradale. Ci ero capitato per caso perché ero stufo della monotonia dell'interstatale e avevo deciso di proseguire per una strada secondaria. Niente abitazioni, nessun negozio, solo l'ennesimo non-luogo di passaggio, moderna versione delle stazioni di ristoro delle rotte commerciali del vecchio west.
Entrò una giovane donna col grembiule bianco del bar. Si stava ancora aggiustando i capelli con una pinza e mi passò davanti come un fulmine. Ero certo che si sarebbe presa una bella lavata di capo non appena avesse messo piede nella cucina invece non accadde un bel nulla, così me ne tornai al mio posto proprio mentre la canzone stava mielosamente finendo.
Avevo poca voglia di andare a dormire. Farlo significava chiudere la giornata e dare il via alla prossima: sveglia presto e via, di nuovo in viaggio... Verso dove? Per chi?
Sbuffai.
Fuori si era fatto troppo buio per vedere altro che i fari dei pochi veicoli sulla strada principale. Le luci dell'insegna del bar si mangiavano quelle delle stelle. Solo la luna poteva batterle, un quarto di falcio ingiallito e stanco.
«Buonasera. Vuole ordinare da mangiare?» Domandò una voce gentile.
«No grazie...»
Era davvero carina. Capii perché il cuoco non aveva avuto la forza di rimproverarla.
«Ehm... A dire il vero avrei ancora spazio per un dolce,» mentii, «cosa avete?»
Con un sorriso malizioso intuì di avermi in pugno. «La miglior torta di mele dello stato. Però dopo il Big Don's Nightmare...» Indicò i resti collosi delle tre pregiate salse in bella mostra sul mio piatto. «Dopo un'abbuffata come quella è meglio lo Sgrassatutto del Deserto.»
«Ho paura a chiedere di che si tratta.»
Rise melodiosa e il vecchietto addormentato ridacchiò come un eco distorto. «Non si preoccupi, me lo sono inventato adesso. Pensavo a un sorbetto alla nocciola.»
Rimasi a bocca aperta.
«Ho studiato pasticceria in Francia.»
«Aggiudicato.»
La sentii sferragliare in cucina. Un sorbetto!
Il camionista e la sua sproporzionata compagna se l'erano svignata senza pagare. Come avesse fatto la donna a spostarsi senza farsi notare fu un autentico mistero. Di lì a poco anche il rappresentante uscì rivolgendomi un saluto sincero, così restai solo io in attesa passando in rassegna le foto appese dietro il bancone. In una si vedeva la versione ringiovanita del cuoco mentre stringeva la mano a un personaggio politico a me sconosciuto, in un'altra invece, molto più vecchia, due ragazzotti corazzati fingevano di affrontarsi in una mischia di football.
«Eccolo qua!»
Mi servì un bicchiere pieno per metà di sorbetto marroncino con un biscotto triangolare infilzato di traverso nella panna che guarniva il tutto, bagnata di liquore. Qua e là scaglie di cioccolato. Il profumo di amaretto era irresistibile.
«Incredibile...» Dissi.
Sorrise.
Mentre divoravo quella fresca delizia la cameriera risvegliò gentilmente il vecchietto. Quegli le sorrise come un bambino e obbedendo al suo tocco uscì traballando dall'ingresso principale. Incerto ma deciso camminò fin dove potei seguirne l'incedere.
«Le piace?»
«Meraviglioso. Complimenti. Davvero!»
«Sul menu non c'è, ma avevo tutti gli ingredienti. Sono contenta che le...»
Qualcosa le rubò le parole di bocca. Mi voltai e notai il cuoco immobile accanto al biliardo. Stringeva una padella gocciolante schiuma e fissava il vuoto in un punto imprecisato tra me e lei. «Non è venuta. Dov'è?» Borbottò.
«Non lo so, papà. Dammi quella padella. Sei stanco ed è quasi mezzanotte. Vieni, ti accompagno a letto.»
Osservai la scena sentendomi uno spettatore fuori posto. Ricorderò per sempre lo sguardo disperato di quell'uomo a metà tra disperazione e incredulità, la lacrima che gli scese tra le rughe profonde come una vita intera e la rassegnazione con cui si lasciò condurre altrove. Sparirono per parecchio tempo mentre io finivo controvoglia il delicatissimo dessert. Parecchie domande mi frullarono nella testa mentre respingevo l'ipotesi di andarmene alla chetichella.
«È ancora qui?» Chiese lei quando tornò.
«Mi sembrava indelicato andarmene senza ringraziarla.»
Sorrise di nuovo, stavolta stancamente.
«Caffè?»
«Sì.»
Caldo e profumato. Poi si sedette di fronte a me.
«Mary Ann.»
«Eric.»
E mi parlò. Della testardaggine di suo padre, della rabbia di sua madre fuggita via da quel buco, degli studi abbandonati, di più di un paio di sogni maciullati dalle ruote del tempo e della vita di una donna ormai troppo vecchia per ricominciare eppure troppo giovane per rassegnarsi a non farlo. Si aprì completamente. Ascoltai a lungo e con piacere, parlai meno di lei ma non le nascosi nulla di me. Facemmo l'alba galleggiando su un fiume di parole, dubbi, ricordi e delusioni, e quando la luce del giorno ci fece tornare timorosi nelle nostre tane capii che l'incantesimo si era spezzato.
Mary Ann si alzò, fece per andarsene, tornò indietro e mi diede un bacio distratto sulla guancia. Infine sparì nel retrobottega.
Con tutta quella caffeina in corpo mi misi in viaggio senza accusare alcuna stanchezza. Per alcuni giorni pensai di tornare indietro.
Sfortunatamente lo pensai solo.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 01/12/2011 15:25 Da White Lord.
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