"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)

AU1-06: Versus

Marco e Tullio di arturobandini

Il cielo su Torino è limpido, l’aria tersa dei primi giorni di ottobre è già fredda, ma il sole ancora scalda i molti manifestanti radunati in Piazza Vittorio Veneto, mentre in lontananza si possono scorgere le montagne innevate. Le vette sembrano incoronare la vecchia capitale sabauda, rendendola maestosa, pur nel grigiore dei suoi difficili anni ‘70. Lo sguardo di Marco si spinge lontano, verso i Rossi attestati alla larga imboccatura di via Po. Lui e i suoi si trovano dalla parte opposta, vicino al ponte, mentre in mezzo alla piazza trenta Carabinieri tentano di impedire il contatto tra i due gruppi. Marco sa che da qualche parte, laggiù in mezzo al nemico, c’è Tullio e ha il terrore di doverlo affrontare in battaglia. Con la mano sinistra stringe forte la spranga per sentirsi più sicuro, poi stende il braccio destro nel saluto romano e grida “Presente!”. I camerati lo imitano in maniera automatica: tutti assieme declamano la medesima parola, la quale rimbomba nella piazza, galvanizzando gli animi.


Marco e Tullio sono nati nel giugno del 1954 a Torino, a venti minuti di distanza l’uno dall’altro, in una giornata calda e felice. Sono gemelli identici nell’aspetto e per tutta l’infanzia parenti e amici hanno faticato a riconoscerli. Hanno sempre giocato sulla somiglianza perfetta, architettando scherzi così complessi, da ingannare persino loro padre, Paolo.
Quest’ultimo, ragioniere, è un uomo medio, entusiasta di rappresentare in maniera a dir poco plastica il concetto di piccolo-borghese. Lo stipendio da bancario è ottimo per i tempi, ma non potrebbe mai essere definito ricco. Vota Liberale perché gli sembra essere il partito più equidistante dal marxismo e dal fascismo, laico, eppure alleato ferreo della Grande Balena Bianca, la DC. È un uomo gentile, ma mai ossequioso. Gli piace chiacchierare, ma non scade mai nel pettegolezzo. Si definisce cattolico, ma non va spesso in chiesa. Anche dal punto fisico non presenta nessuna caratteristica memorabile, ne in positivo, ne in negativo.
La madre, Caterina, li ha sempre riconosciuti senza difficoltà, incredula che pochi sapessero vedere le differenze tra i bambini. Fa la maestra elementare e ha continuato a lavorare anche dopo essersi sposata, nonostante il marito potesse permettersi di mantenerla. È alta e di bell’aspetto, caratteristiche ereditate in ottima misura anche dai figli. Cresciuta in un ambiente moderatamente socialista, figlia di un operaio FIAT, condivide la pacata tranquillità del marito, il suo essere equidistante da tutto, il non volersi immischiare in niente che non riguardi la famiglia o il lavoro.
Marco e Tullio dividono tutto fin dall’inizio: il grembo della madre, le attenzioni dei genitori e dei parenti, il banco di scuola, i libri, le vacanze in colonia, i campi scout, i primi compagni di classe e tutti gli amici. Eppure, frequentando le Medie, sviluppano interessi diversi, se non opposti: Marco è attratto dai numeri e dalle scienze, mentre Tullio predilige le lettere e la storia. Dopo l’Esame di licenza i due si separano, iscrivendosi uno al Liceo Scientifico Volta, l’altro al Liceo Classico Gioberti, due piccole istituzioni in città.
Quando iniziano le Superiori è il 1968, l’Università è in fermento e trascina con se tutto il resto della scuola. Marco e Tullio ci capiscono poco, del resto i loro genitori non hanno mai parlato di politica in casa e quel poco che hanno colto è arrivato dalla TV di Stato, attraverso telegiornali pallidi e poco interessanti. Sono solo ragazzini, ma vengono presto trascinati nel ciclone della contestazione, spinti soprattutto dal desiderio di far parte di qualcosa di più grande della loro modesta, per quanto sicura, realtà piccolo-borghese. Non è ancora qualcosa di conscio, ma presto capiranno meglio questa pulsione e sapranno identificarla e descriverla. 
Quando giunge il ‘69, l’atmosfera si fa plumbea, in piazza muoiono sempre più persone, mentre il lungo sciopero generale, al quale per la prima volta oltre agli operai partecipano anche molti colletti bianchi, si protrae per un tempo che appare infinito. Lo Statuto dei Lavoratori costa lacrime e sangue, ma alla fine viene ottenuto, grazie a una pertinacia collettiva straordinaria.
Durante quell’anno il Volta si schiera a destra, diventando un covo del Fronte della Gioventù, unico Liceo neofascista di tutta la città, mentre il Gioberti si adagia compattamente sulle posizioni del Movimento Studentesco prima e di Lotta continua dopo. Lo stesso accade a Marco e Tullio, provocando tra di loro una frattura non solo politica ma addirittura esistenziale: leggono libri di culture opposte, non hanno più amici in comune, persino i vestiti sono diversi.
Marco si vota al rugby, in quegli anni palestra di addestramento per chiunque voglia imparare a menare le mani e si consideri fascista. È alto, grosso e veloce, un perfetto seconda linea. Tullio pratica invece la pallacanestro nelle giovanili della seconda squadra di Torino, l’Auxilium, covo marxista-sportivo della città. Il suo allenatore, un ex partigiano garibaldino, gli regala il ‘Che fare?’ di Lenin e lo sottopone a un duro allenamento pesistico: “In Piazza i muscoli serviranno, credi a me”.

Tullio esce dal fumo dei lacrimogeni, un fazzoletto bagnato davanti agli occhi, la hazet 36 nella mano destra. Stringe forte la pesante chiave inglese, ben capace di rompere un braccio, una gamba e ovviamente una testa. Poco prima ha pestato due fascisti, ma adesso sta cercando quelli del servizio d’ordine del FUAN, quelli duri, e tra di loro c’è di sicuro suo fratello. Spera di non imbattersi proprio in lui, perché è certo che non saprebbe cosa diavolo fare: come si può massacrare di botte il proprio gemello? Ha paura di quell’eventualità e sa benissimo che Marco prova lo stesso identico timore, anche se entrambi cercano di mascherarlo, l’uno all’altro.
All’improvviso l’incubo si materializza di fronte agli occhi: suo fratello è lì, a pochi metri e sta sprangando forte un compagno. Incrociano lo sguardo per un attimo, poi sentono dei passi di corsa e vengono entrambi investiti da un cuneo di uomini in divisa, lanciato a bomba contro i manifestanti. Il Prefetto ha inviato la Penitenziaria, la quale se ne fotte di massacrare giovani fascisti o giovani comunisti: gli agenti sono vecchi, sono duri, quasi tutti reduci della RSI, e odiano gli studenti, considerandoli borghesucci che ‘giocano alla politica’.


Appena entrato nel Fronte Marco si sente fascista fin nel midollo e la sua adesione è un’autentica scelta politica e culturale, delle quale sa di non poter più fare a meno. I libri di Julius Evola lo guidano giorno dopo giorno, spingendolo a desiderare di diventare un soldato politico, un eroe disposto a lottare per l’Idea fino alla morte, un guerriero destinato a farsi élite, per guidare i meno intelligenti e capaci: i cittadini comuni. Non ama l’MSI, ritenendolo un covo di traditori in doppio petto, complici del Nemico, lo Stato Borghese, ma rimane nell’organizzazione giovanile del partito, perché altrimenti non saprebbe come fare politica. Il suo interesse e la sua ammirazione vanno a organizzazioni come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, radicali se non eversive, le quali non hanno però rappresentanza a Torino.
Marco è extraparlamentare in Lotta continua fin dalla sua nascita, nell’autunno del ‘69. Legge o tenta di leggere i grandi del marxismo, Marx stesso, Engels, Lenin, Marcuse, un po’ capendo le loro parole, un po’ no, ma è soprattutto grazie alle conferenze e ai comizi dei leader come Sofri, Rostagno e Viale che si forma politicamente. Lc spinge i giovani d’estrazione borghese a (ri)diventare proletari, per poi mettersi alla testa delle masse assieme a tutti i migliori e compiere la Rivoluzione tanto agognata, quella che porterà gli esseri umani a essere finalmente uguali.
Le conversazioni tra i due gemelli si riducono a frasi strumentali del tipo “Passami l’olio”, “La mamma ha detto che è in tavola”, e non dividono più la camera come da bambini, quando erano inseparabili. Eppure, assente l’altro, vanno a curiosare tra i rispettivi libri di riferimento, cercando di capire cosa pensa e in cosa crede il fratello. Si rispettano perché entrambi odiano lo Stato Borghese e vogliono la Rivoluzione o qualcosa di simile, ma le loro ideologie non possono ovviamente incontrarsi su nessun altro punto, o almeno così ritengono. Talvolta pensano che le armi e la clandestinità siano le uniche soluzioni per ottenere i rispettivi obiettivi, ma non sono sicuri di poter seguire una strada così terribile e definitiva, non fino in fondo.
Nel vestire sembrano modelli dei ‘cataloghi’ degli opposti estremismi, specialmente in inverno. Marco ha sempre addosso scarpe a punta o anfibi di tipo militare, jeans a sigaretta, camicia nera o grigia sotto un golf grigio o nero e sopra a tutto la giacca di pelle da aviatore. Tiene i capelli cortissimi e si rade la barba anche due volte al giorno, almeno quando esce alla sera. Tullio porta le Clark’s d’ordinanza, jeans scampanati, dolcevita nelle varie tonalità del rosso o del marrone e ovviamente l’eskimo, il giubbotto della sua area politica. I capelli e la barba, molto lunghi e fluenti, lo impicciano quando gioca a pallacanestro, al punto da fargli abbandonare la squadra. Nonostante le differenze, la somiglianza tra loro rimane incredibile, immediatamente percettibile da chiunque li veda assieme.
Loro padre Paolo non riesce a capacitarsi di aver generato due estremisti, a uno chiede di farsi crescere un po’ i capelli, “Non hai mica i pidocchi”, all’altro di tagliarli, “Guarda che non sei un mau mau”. È molto preoccupato per il destino dei figli, anche se vede che vanno bene a scuola, che sono persone brillanti e, in prospettiva, di successo. Caterina, loro madre, è invece un po’ angosciata da Marco, perché non le sono mai piaciuti i fascisti e le sembra di capire meglio le posizioni di Tullio. Ovviamente continua a pensare che per i suoi ragazzi si butterebbe nel fuoco e spera che anche loro farebbero lo stesso per lei, per quanto li faccia sbuffare spesso con le sue ramanzine.
Neppure le ragazze li distolgono dalla politica, poiché le prime relazioni nascono nell’ambiente dell’impegno. Marco si fidanza con una camerata dolce come il miele con lui e feroce come una Furia con i Rossi. Tullio invece salta da una compagna all’altra, sfruttando l’aspetto fisico virile e piacevole: le ragazze del suo gruppo sono quasi tutte disinibite e hanno una voglia matta di scoparsi quanti più compagni possibile.
Nel ‘73, dopo una Maturità brillante per entrambi, Marco si iscrive a Giurisprudenza, il motore nero dell’Università di Torino, mentre Tullio va a Filosofia, il covo riconosciuto degli studenti marxisti. Il ‘74 è molto difficile per la città, gli scontri di piazza si moltiplicano, diventando sempre più violenti. Dopo il primo anno di corso, i gemelli salgono le gerarchie dei rispettivi servizi d’ordine. Quando all’inizio di ottobre scendono in piazza, sono ancora più timorosi di scontrarsi, poiché a entrambi sembra ormai del tutto inevitabile. 

Marco e Tullio si aggirano ansiosi nel Pronto Soccorso, dove sono stati portati in stato di fermo. Entrambi stanno cercando il proprio gemello, temendo che possa essere stato massacrato dalla Penitenziaria. Tra i manifestanti si è sparsa la voce che durante gli scontri ci sia stato almeno un morto e i fratelli provano angoscia pensando alla possibilità che la vittima sia uno di loro. Alla fine quasi sbattono l’uno contro l’altro, le tracce del pestaggio ben visibili sui rispettivi volti, ma nel complesso stanno entrambi bene, ce l’hanno fatta. Si abbracciano impacciati sotto gli occhi increduli di compagni e camerati. Poi si danno la schiena e tornano dai rispettivi sodali, finalmente rassicurati.

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