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"Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto." (Italo Calvino)

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One More Turn

One More Turn

Fluttuavo in un mare oscuro, immerso in una sostanza impalpabile eppure allo stesso tempo calda ed avvolgente. Avete presente quando, al mare, vi rilassate “facendo il morto” e il mare vi sostiene, cullandovi coi suoi muscoli salati in una maniera talmente dolce e delicata che vi lasciate trasportare dalla corrente e dal saliscendi del moto ondoso in un dolce oblio?
Qualcosa di analogo mi stava capitando. Mi era del tutto uguale tenere gli occhi chiusi od aperti, tanto non vedevo nulla. Anche gli altri miei sensi erano come neutralizzati da una forza insipegabile.
Girando la testa da una parte e dall’altra, l’unica prova che avevo del movimento era il “tirare” dei muscoli del collo, ma a parte quello non ero in grado di poter affermare con certezza di essermi mosso. Stessa cosa per l’olfatto, il mio respiro era regolare ma non percepivo nessun odore nè alcuna “consistenza” dell’aria.
Riuscivo però a percepire il movimento del mio corpo, anche se più che una percezione si trattava di una sensazione. Ero sicuro di essere sospeso nel vuoto infinito tra corpi enormi che si rincorrevano l’un l’altro e, come giganti giocherelloni, si contendevano il mio corpo. Esattamente come quando “facevo il morto” al mare, percepivo il mio corpo andare su e giù, o meglio fluttuare nell’etere tenebroso in cui ero immerso. Ogni concetto di direzione era ormai obsoleto, poteva essere su come giù, destra come sinistra e io non me ne sarei mai accorto.
Eppure ad un certo punto mi accorsi di essere attirato verso uno di questi “giganti”. Non chiedetemi come me ne sono accorto, non lo so. So soltanto che mi sentivo sempre più attratto da un certo puntino nel vuoto cosmico che mi circondava...

Mi ritrovai seduto su un trono di marmo, praticamente nudo: una leggera veste serica mi copriva le gambe, mentre il torso era protetto da una placca dorata che mi lasciava scoperti i fianchi. Tuttavia non avevo freddo, anzi stavo bene.
Davanti a me stava un tizio barbuto con sguardo alla Gerard Butler quando lancia l’ambasciatore persiano nel pozzo: pazzo. Se ne stava in piedi con indosso la sua armatura luccicante, parlandomi come se fossi il sovrano e consigliandomi di attaccare i Russi, che a quanto capivo dal suo discorso erano nostri vicini abbastanza insolenti.
- Sire, ho appena visto la solitaria unità dell’impero Russo fare capolino lungo la frontiera. Se li attaccassimo ora, vinceremmo sicuramente.
- Cosa? E tu chi sei?
- Sono Eradan, il tuo consigliere militare, o grande Ramkhamhaeng.
- E se io non li volessi attaccare?
Il tipo mi lanciò un’occhiata lunga e penetrante. Evidentemente la mia risposta non lo soddisfaceva, lui desiderava che io dessi l’ordine di attaccare senza riserve (anzi, anche con quelle) e spazzare via senza pietà l’esercito russo.
Il mio principale problema in quel momento però era cercare di capire dove accidenti fossi finito.
- Sei libero di non farlo. Però sprecheremmo un’occasione d’oro. In due turni possiamo spazzare via il loro esercito e in quattro...
- D’accordo, se siamo così sicuri di poterli sconfiggere, attacchiamo. Ma non farmi scherzi, eh?
Il tipo mi fece cenno di seguirlo. Lasciata la sala del trono, attraversammo svariati saloni, uno più sfarzoso dell’altro ma tutti inesorabilmente deserti, finché non sbucammo in un sontuoso giardino. Attraversato il giardino, percorremmo un dedalo di corridoi e raggiungemmo un garage sotterraneo in cui era parcheggiata una jeep.
- Sali. Dobbiamo andare in battaglia per infondere coraggio alle truppe.
Presi posto, istupidito dal suo modo di comandare e chiedendomi dove fossi e perché stessi dando retta a uno sconosciuto con istinti omicidi e con qualche rotella fuori posto. Per quello che mi aveva fatto capire, lui era il consigliere e io il re, e non viceversa.
Tuttavia feci come mi diceva, poi salì anche lui sulla jeep e mise in moto. Il veicolo attraversò rapidamente un labirinto di viuzze piene zeppe di persone che si affrettavano a scansare appena notavano l’auto. Sbucammo fuori dalla città e ci inoltrammo per una strada polverosa.
Viaggiammo tutto il giorno, accampandoci al bordo della carreggiata per riposare la notte. Il giorno dopo riprendemmo la marcia, e finalmente arrivammo al fronte.
Intorno a me erano schierate due batterie di cannoni, tre compagnie di cavalleria pesante, una brigata di fanteria e persino due elefanti! Gli artiglieri si muovevano rapidamente intorno ai loro pezzi, puntavano e facevano fuoco, mentre i cavalieri facevano volteggiare le loro cavalcature in emozionanti giochi di destrezza; intanto i fanti lucidavano le canne dei loro fucili e i due pachidermi muovevano pigramente le loro orecchie flosce nell’aria stagnante della sera. Di fronte a loro invece era schierato l’esercito nemico, che consisteva di un paio di misere compagnie di uomini a piedi.
Il veicolo si arrestò proprio nel mezzo della prima linea, e la battaglia cominciò.
I cannoni spararono un paio di volte, aprendo una breccia nello schieramento nemico. La risposta dei russi non si fece attendere, ma si dimostrò vana: i fanti caricarono gli elefanti convinti di distruggerli, ma riuscirono soltanto a infliggere loro alcune ferite.
Ormai avevamo la vittoria in pugno, così mi rilassai e mi allontanai un attimo dalla jeep per osservare meglio il campo di battaglia.

Ero a malapena sceso dal veicolo che tre colpi di cannone partirono dalle linee russe. Due palle mi oltrepassarono di buona misura, ma la terza riuscì a colpirmi, tranciandomi di netto un braccio e mandandomi ruzzoloni sulla terra umida.
La vista cominciò ad annebbiarsi e persi i sensi. Tutto cominciò a roteare e a diventare sempre più scuro e sempre più freddo…

-Hai passato ancora la notte a giocare al computer?!? Guarda che non ti fa mica bene!
Mi ridestai di colpo, col braccio sinistro dolorante per il fatto che ci avevo dormito sopra.
Lo sapevo che non dovevo aspettare di sconfiggere Caterina di Russia...

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