"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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ARGOMENTO: [#5] La pagina mancante

[#5] La pagina mancante 11/06/2010 06:35 #130

Periodo: Ottobre 2009

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Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 12:50 #370

LA FOLLIA di Psycho_Kikini


Con quelle mani grosse, dai solchi forti e pieni di tempo, che si posano sui poggioli scemando la rigidità di poco fa e che paiono due foglie secche, il conte sedeva su una poltrona maestosa. Lo sguardo rigidamente composto, come le corde di quelle barche che escono in mare e hanno le vele. E le hanno tese, così che il vento sembra regalarle per sempre al mare di lì a poco. Ma che poi, quasi per rispetto verso la loro geometria, così semplice, lascia in equilibrio. Intorno a lui, al conte, grossi quadri di quelli che se ne vedono tanti e che non se ne guarda nessuno.

"Vuoi del thè, Pier?"

Quasi era bassa come Pier, la cameriera. Fuori dalla finestra c’era una bella pioggia, ch’era bello stare in casa, pareva d’essere in uno scatolone senza tempo in mezzo a una tempesta. Il mare, comunque, si vedeva, quindi non pioveva tanto forte.

"Del thè? Sì, grazie Adelia", il conte tossì seguendo la scena, quasi fosse a teatro, "Solo uno, di zucchero".

I tappeti sotto i piedi rendevano il contatto col mondo quasi accidentale, il freddo era leggero e veniva a folate, perlopiù sulle braccia. Posò il libro che stava leggendo, “L’elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, preso poco prima dalla libreria. Bevve il thè, e si riscaldò.

"Tua madre arriva stasera, avverti Adelia, saremo due in più in tavola"

"Ancora gli zii? Questa volta anch’io verrò a cavallo"

"Niente cavallo, vengono la duchessa Whilen e sua figlia. Ora fa’ ciò che ti ho detto e datti una pulita, o dovrò mandarti a dormire coi cavalli"

Il conte si grattò il collo, l’anello blu scuro attorno all’anulare conferiva alla scena un’illusoria importanza.

Pier fissò con lo sguardo il momento; gli occhi anche se diretti alla libreria, molto fiorita, non fissavano che il momento. L’istante che aspetta l’attimo successivo. Il momento in cui sarebbe accaduta un’azione, che è una grossa normalità, un’azione. E’ come la montagna davanti casa. C’è. E’ lì di mattina e anche di sera, è grossa, imponente, ma tuttavia è sempre lì. Eppure è una montagna, non un sasso qualunque. Scrutava lo scorrere dei momenti fuggevoli passando in maniera quasi impercettibile dal momento passato a quello presente; tempo che lo faceva e si ritrovava già nel passato. Poi si alzò, e gli sembrò d’aver fatto molto. Era un gioco della mente.

Pier era emozionato, e non sapeva perché. Avvertì Adelia e corse per le scale, in camera. Osservò il suo mondo. Possibile se ne accorgesse ora solo? Tutto il suo cosmo danzava su fili vecchi ormai. L’aria, qui, era proprio sbagliata. Era fermo nel mezzo della sua stanza, nuovamente in quella condizione di irrealtà dei tappeti, ma che stavolta divampava su tutti i suoi sensi. S’era perso nella sua stanza, s’erano mischiati i venti della giovinezza infantile e di quella più matura. Pareva quelle barche con le vele belle bianche. Si denudò, freneticamente, come avesse paura che quei vestiti, sporchi dei giochi all’aperto, non avrebbe potuto mai toglierli se non in quel lasso di tempo, davvero breve, in cui lo fece. Le calze le lanciò sul tavolino e colpirono una trottola che cadde sul pavimento in legno.

Fuori aveva smesso di piovere, si capiva dalle gocce che stabili riempivano il vetro delle finestre. Conosceva la contessa Whilen e la figlia, o perlomeno si ricordava della loro esistenza, anche se l’ultimo incontro doveva risalire a molto tempo addietro. Tuttavia le presentazioni furono come quelle fra sconosciuti; fu presto pronto in tavola dove il conte e la madre gli lanciavano occhiate ora per i gomiti in tavola ora per la postura.

L’anello del conte stava bene col giallo canarino della tovaglia. Gli occhi di Pier, come un vagabondo, passavano da un luccichio del bicchiere arrossato dal vino, all’immagine calda del cibo, dal naso grasso del conte, ai capelli della contessa Whilen, fino alle mani eleganti e vestite d’anelli della madre. Sapeva che di fronte a sé stava Lilly Whilen, la figlia della contessa. Ma il suo sguardo vagabondo le fissava solo le mani, sobrie e di sola pelle, che con grande zelo si adoperavano sulla tavola.

"Pier, racconta alla contessa com’è andata l’altro giorno nella vallata" lo raggiunse la voce della madre "Dovete sapere che Pier va spesso ad aiutare il conte nella caccia" si rivolse agli altri.

Pier s’accorse che non s’era accorto di nulla. Capì che la madre si era rivolta a lui, fissò lo sguardo sulla scena e vide gli occhi posti tutt’intorno con la forma della tavolata e diretti verso di lui. Aspettavano una risposta, e ogni istante rendeva la scena più pesante per lui. Disse che non ricordava. Il conte si meravigliò, disse che sembrava molto divertito quel giorno. Continuò a scusarsi per la sua memoria, e diede la colpa al mal di testa. Era stanco, ma era eccitato, sentiva un’emozione d’infinito graffiargli i polsi, il collo, le tempie. Fu all’apice di quegli impulsi che alzò lo sguardo dinanzi a sé. Era molto più che alzarsi dalla poltrona. Forse anche questo era un gioco della mente, ma era qualcosa di più, aveva qualche diavolo in più. Gli occhi di Lilly non lo guardavano, ma seguivano anch’essi i propri movimenti sul piatto. A Pier ritornò in mente il conte, quel suo stare immobile sulla poltrona, e poi sua madre, e provò a immaginarsi come avesse conosciuto il conte; e suo padre, come diavolo si erano conosciuti? Ormai fissava Lilly non solo nelle sue mani, ma in tutta la sua figura che emergeva dalla tavola quasi in modo buffo. Gli sembrava di avere la montagna davanti, e si sentì un sasso.

Doveva essere quello l’amore di cui aveva sentito parlare – pensò il giorno appresso, quando tutti, eccetto Adelia che dalla cucina mandava rumori sordi, erano ancora nel sonno. Si convinse che non poteva essere quello, che si sbagliava. Sdraiato sul prato chiuse gli occhi, quando li riaprì una formica stava sul suo braccio. La uccise e ne scacciò il cadavere. Cosa avrebbe detto Lilly? Cosa avrebbe fatto? La sua mente ora era una prateria frastagliata, con un burrone, una gola profonda da dove intravedeva un fiume. Ma solo guardare faceva terrore. Aveva paura, e sorrideva. Ma quale maledetto gioco faceva ora la sua mente? Un leprotto gli passò non tanto distante, si fermò e scappò così veloce che lasciò allo sguardo di Pier solo i fili d’erba che si muovevano.

Non sapeva quanto la contessa Whilen e sua figlia sarebbero restate ospiti. Il terzo giorno dal loro arrivo lui e Lilly furono incaricati di andare al bosco poco lontano e di proprietà del conte, per raccogliere more e lamponi. Si conobbero. Si capiva che si piacevano. Ogni tanto parlavano e ridevano, ogni tanto si guardavano solo. Poi Pier la prese, si sfiorarono. Nell’atmosfera rumorosa del bosco ogni movimento era rimarcato. Non sapeva neppure cosa dovesse fare, ma lo fece. Poi tornarono verso casa, passarono per la tenuta, mangiarono qualche mora e scherzarono. Quando furono a un passo da casa Pier sussurrò una follia all’orecchio di Lilly. Lei rispose che doveva essere pazzo, lui disse di fidarsi di lui.

Doveva proprio essere pazzo per fare una cosa così. Era mattino, stavolta così presto che persino Adelia dormiva ancora. Diede due colpi alla porta della stanza dove Lilly dormiva con la contessa. Poi andò al salone, prese il volume della sera prima e ne strappò una pagina. La luce era un sospiro e quasi non ci vedeva. Ogni passo suonava greve per le scale. Vide dall’interno Lilly aspettarlo di fuori. Sull’erba la stilla. Quando furono oltre il bosco tirò fuori dalla tasca la pagina che aveva strappato. I passi decisi tra l’erba cercavano di nascondere la sua paura. Guardò la pagina dai caratteri neri come le nuvole oltre il monte e lesse ad alta voce, imitando gli attori che amava seguire al teatro:

Osservate con quanta previdenza la natura madre del genere umano ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri, dissennati, godrebbero felici di un'eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 12:54 #371

ULTIMO ATTO di L_Indio


Ritornò rapidamente verso casa. Una volta giunto sulla soglia, lasciandosi la porta alle spalle, si accorse che nulla era come prima. Il corridoio, spoglio, oltre la porta di puro legno massiccio, non lasciava intravedere altre aperture lungo tutta la superficie. Invano tentò di accendere la luce azionando l’interruttore alla sua sinistra. Le mura solitamente bianche e luminose, ora sporcate da trasparenze malsane, apparivano crudamente opache. Affrontò senza pavidità il buio e si accorse che il corridoio non sembrava familiare come prima. Lo spazio all’interno, infatti, appariva diverso dal solito. Più stretto e lungo, tanto che, quando Paolo allungò la mano, aspettandosi di indovinare la maniglia della porta, non trovò nulla al di fuori del vuoto. Decise allora di camminare lentamente, a piccoli passi. Il pavimento, un tempo anonimo e rassicurante, era divenuto, per le piante dei suoi piedi, un sentiero ricoperto di foglie e samare, fradice e maleodoranti, sotto gli aceri in autunno. E riusciva anche a sentire il rumore del calpestio. Giunse finalmente in fondo al corridoio e afferrò la maniglia della porta che conduceva al soggiorno. La aprì e scorse un uomo di spalle seduto sulla sua poltrona che lo attendeva da molto tempo.
L’ uomo gli apparve di fronte, seduto su di una poltrona. La poltrona di Paolo. Un dono dei genitori la poltrona di damasco, comoda quanto aristocratica. Con la testa completamente calva, che non lasciava intuire ombra di peluria, l’uomo non fece una piega quando vide Paolo sopraggiungere.

- “Chi è lei?” -

- “E’ la domanda che mi rivolgono tutti.”- Rispose l’uomo con tono placido e aggiunse sorridendo - “Tuttavia ognuno conosce il motivo della mia visita, perché in qualche modo ho ricevuto un invito” -

Paolo, immobile ed ancora in piedi, dominato dalla sua paura inquietante per quell’uomo, si accorse di come quella presenza avesse un’aria tutt’altro che estranea, ma, seguendo la sola rotta che il suo essere fosse in grado di presentargli in quell’istante continuò con tono interrogativo:

- “Io non la conosco e non credo di averla invitata. Poi, anche se l’avessi invitata, come è entrato in casa mia? chi le ha dato le chiavi?” -

- “Caro amico, io non ho bisogno di chiavi per aprire la porta” -

- “Lei è un ladro allora!” - Concluse Paolo spaventato”. -

- “Affatto. Semmai il ladro sei tu!” -

Paolo cominciava ad intuire qualcosa, e anziché recuperare progressivamente la calma, come avrebbe fatto chiunque nel momento in cui intuisce ciò che prima gli era oscuro, iniziò a tremare. Tutto il corpo vibrava mentre il sudore scendeva rapido dalla fronte e gli graffiava le guance.
L’uomo si alzò dalla poltrona. Era piuttosto basso di statura. Indossava un gilè rosso, mentre il mantello nero era stato adagiato su un braccio della poltrona sulla quale era seduto. E poi dei pantaloni malconci forse di un colore grigiastro. Poteva risultare elegante ad un primo sguardo, ma di una eleganza impostata, inusuale, come di chi non indossa quegli abiti ogni giorno, ma solo in momenti particolari. Solo in occasioni importanti. “Che occasione è questa?” Pensava Paolo tra sé e sé. “Cosa sarà venuto a fare? eppure lo conosco… eppure so chi è… no… non è lui… non può esserlo.”

Paolo aveva solo trent’anni quel giorno.

Come un lampo si ricordò del prestito. -“Si, dunque, è solo questo”- Pensò.

Nonostante la sua altezza, i suoi piedi non toccavano il pavimento quando era seduto, l’uomo aveva un aria austera, e sembrava tutto fuorché una persona goffa. Poi gli occhi. Di quale colore fossero non ci è dato saperlo, ma sembravano fuoco ardente.
Da quando si era alzato dalla poltrona non faceva altro che camminare da un punto all’altro della stanza con la testa china ed il libro ben saldo tra le mani.

Paolo lo fissava con curiosità ora. Il suo cuore aveva cominciato a battere con regolarità nel momento in cui aveva realizzato quale fosse il motivo della visita. Ma si sbagliava.

Paolo non era sposato e non aveva figli. Pensava di essere troppo giovane. Sarebbe arrivato presto per lui il giorno in cui avrebbe stretto il figlio tra le braccia, e gli avrebbe dato tutto ciò che non aveva ricevuto da propri genitori. Era alto e magro. Il viso era segnato da alcune rughe, nonostante la giovane età gli conferisse un aspetto piuttosto gradevole che piaceva molto alle donne. Ne ebbe molte nella sua breve vita ed il vizio del gioco. Non ne avrebbe avute più. E non avrebbe avuto figli, mogli, nipoti. La sua vita di lì a poco sarebbe svanita nel nulla evaporando dopo l’ultima scarica celebrale, mentre la sua carne e i suoi organi lentamente si sarebbero decomposti divorati dai vermi che ne avrebbero risparmiato solo le ossa. Solo le ossa. E di lui più nulla. Nemmeno il ricordo. Nemmeno un figlio. Nemmeno l’amore.

- “Hai paura?” - disse l’uomo -

- “No. Perché dovrei averne?” - sorpreso rispose Paolo –

- “Stai per morire.” –

- “Non si preoccupi. Restituirò i soldi appena possibile. Anzi mi dia il tempo di una sola settimana e li avrete tutti. So che viene per conto del signor Carti. Tutto sarà risolto come avevamo stabilito.”-

- “Ah si?”-

- “Si. E non capisco perché lei sia venuto qui proprio oggi. Avevo parlato direttamente con il signor Carti e mi aveva assicurato che fino a venerdì non avrei avuto alcuna richiesta.”-
- Paolo era certo di poter chiarire l’equivoco nonostante l’uomo apparisse fermo nelle sue intenzioni omicide.- “Questa gente è pagata per spaventare, dopotutto è il suo mestiere”.- Pensò.-
- Continuò - ”…mi dispiace ma credo ci sia stato un equivoco tra lei ed il signor Carti. Sono sicuro che tutto si risolverà. Adesso facciamo una telefonata; la faccio parlare direttamente con lui in modo tale che le possa spiegare…” -

- “Non è questo il problema. Hai preso una cantonata caro Paolo” lo interruppe bruscamente l’uomo. - Aperse il libro che reggeva avidamente tra le mani e strappò una pagina con forza. –

- “Io non sono quello che credi”.-

- “Come?” -

- “E’ giunto il momento. Sono venuto a toglierti la vita” -

Il sangue divenne improvvisamente freddo. Paolo poteva sentirlo scorrere dentro di sé come un fiume straripato. Prima sentì la sua consistenza gelida nel cuore ed in un movimento ampio inondare il resto del corpo. Un movimento frenetico e dirompente.
- “ Lascia che ti mostri la pagina che ho strappato dal libro del caso.” - L’uomo, sorridendo, si avvicinò e mise nelle mani di Paolo la pagina strappata poco prima. -
- “Sai cos’è la pagina mancante?” - continuò con tono sarcastico.

Paolo capì, non aprì bocca e vide sulla pagina solo una scritta “PAOLO LORENZI 12/10/2009”.
Prese la beretta riposta nel baule vicino alla poltrona e si uccise quando le 22 erano già scoccate.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 12:57 #372

LA FACCIA DI PLASTICA di vaisecco


Pagina 2284

Le gocce di pioggia rieccheggiano sulla tettoia della vecchia segheria.
Il profumo dell'umidità s'intinge dell'aroma di segatura sparsa tutt'attorno in un disordine meticoloso.
Il fragore delle gocce che cadono incessanti mi avvolge, una presenza al mio fianco da cui sento il bisogno di farmi sorreggere.
L'aria è fresca, il tipico clima autunnale che si respira in quota.
Una nebbiolina mi veste del suo mantello confondendo la mia presenza, proteggendola.
Mi sento sicuro nel mio nascondiglio segreto, lo conosco solo io e qualche amico fidato. Ma ora ci sono soltanto io, gli altri sono tutti rientrati quando è arrivato il temporale.
Respiro profondamente; minuscole e infinite creste lievitano sulla mia epidermide, ma non ho freddo. Mi guardo intorno muovendomi al rallentatore: non voglio perdermi un solo fotogramma di questa scena, io insieme al mio me stesso più intimo, insieme felici.
Sento che questa sarà la mia casa per sempre.
"Domenicooooo!!!"
Il profumo della segatura svanisce, il rumore della pioggia cessa di abbracciarmi, i bulbi piliferi della pelle si quietano... "Sono qui papà, arrivo!"


Pagina 5121

Cammino lungo il sentiero battuto. In realtà è molto ben battuto per essere un semplice sentiero di montagna.
L'urlo stridulo di un clacson mi sorprende mentre una specie di vasca da bagno col tettuccio mi supera con a bordo due persone più qualche bastone di ferro.
Proseguo ancora per alcune centinaia di metri e poi mi fermo a guardare il punto dove un tempo la vecchia segheria proteggeva l'accesso al mio nascondiglio segreto. Ora fa da perimetro ad un bel pratino all'inglese sul quale campeggia, in un angolo, un cartello con incisa la scritta "Buca 8".
L'autista della vasca da bagno si accinge al tiro: effettua uno swing di prova, quindi nota la mia presenza e mi ordina di spostarmi dalla sua visuale: "Levati dal mio campo visivo, mi deconcentri!".
Non lascio il tempo al caddy di assecondare il suo padrone che ho già abbandonato il posto, lasciandovi solo un ennesimo frammento di cuore.


Pagina 10091

Torno a casa da lavoro, la solita giornata trascorsa per metà a cercare di dare un senso a qualcosa e per l'altra metà ad addossarmi la colpa per non esserci riuscito.
Saluto i colleghi, sempre con la solita espressione di plastica che meriterebbe di essere messa sotto le ruote di un potente cingolato, e anche in quel caso l'espressione non cambierebbe.
Mi ricordo che cominciai ad indossarla molti anni prima, quando l'essere stufo cominciò a stufare. Da allora sono diventato un professionista nel depistaggio delle mie emozioni.
Mi avvio verso la mia moto, una vecchia enduro che fa a pugni con le esigenze di traffico della grande metropoli.
Rientro a casa, facendo la massima attenzione ad aprire il portoncino prima che la pazza della mia vicina schizzata possa rendersi conto che sono una preda vulnerabile a qualche pesante oggetto lanciato dalla finestra.
Apro la porta di casa, sempre silenziosamente. Mi tolgo le scarpe e cammino in punta di piedi.
La mia ragazza mi accoglie con entusiasmo, come sempre; quindi si accorge che anche oggi è una giornata no. Come sempre.
E s'incupisce.
Lei vuole parlare: non capisce dove stia il male, sarebbe tutto così bello se non mi mettessi d'impegno a rovinare tutto.
"Dobbiamo pensare a noi" mi dice e, mentre sento pronunciare quelle parole remote, mi accorgo che in quel "noi" non sono compreso io, ma il personaggio che porto a spasso.
Però lei forse davvero questo non lo sa.
Nonostante tutto, la mia espressione sintetica resta salda, così che anche a lei possa rimanere il dubbio che forse non va poi così male...
Io la invidio, profondamente.
E torno a concentrarmi sul nulla.


Pagina 12001

La mano mi fa parecchio male, ma non credo sia rotta.
La mia vicina mi guarda dal basso: respiro lentamente, la guardo al rallentatore cercando di non perdermi nessun dettaglio di quella scena.
Gli occhi dilatati sono chiari nell'iride, forse verdi. I capelli spettinati sono anch'essi chiari; probabilmente da giovane faceva la sua bella figura.
Il viso, tumefatto, è inondato di sangue che esce a fiotti dal naso.
Non ho avvertito il momento in cui il mio comportamento compassato che accompagnava la mia espressione sintetica ha lasciato il posto a qualcosa che non conoscevo; una pagina mancante della mia storia, soffocata da tante altre uguali l'una all'altra.
Rallento ancora di più la mia azione nel tentativo di recuperare quante più emozioni possibili.
Quando finalmente mi sento pronto, le sferro un potente calcio in faccia con i miei stivali da motociclista.
I suoi occhioni smettono di fissarmi.
Finalmente sento dipingersi sul mio volto un sorriso sincero.
Ho ritrovato la mia pagina.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 12:59 #373

UN PREMIO PER OSCAR di icarothelight


e credo che tu sia d’accordo con me.
Ora, però, è venuto il momento di chiudere questo strano ed intenso percorso. Sono sempre stato piuttosto prolisso (lo sai bene tu!) ed almeno alla fine cercherò di essere breve.

Figlio mio, se starai leggendo questo foglio di carta, vorrà dire che avrai avuto fede in questo strambo uomo che è (stato) tuo padre. E che quindi sei riuscito a trovare l’ultimo pezzo del mosaico. Come ormai avrai capito, gli ultimi anni, per me sono stati qualcosa di diverso. Il tempo che si accendeva ad intermittenza segnava una tacca dolorosa ad ogni colpo di tosse. La mia proverbiale allegria si era slacciata, scivolata così improvvisamente che facevo quasi fatica a ricordarla. E’ stato circa 5 anni fa che ho deciso di tornare a divertirmi come un tempo ed ho cominciato a regalarti i libri. Un libro all’anno, per 4 anni . Tanto bastava. Ogni volta che te ne portavo uno leggevo nel tuo sguardo un plotone di punti interrogativi. Tu non hai mai amato leggere e non capivi come io, che ti conosco (conoscevo… scusa ma è difficile scrivere pensando da morto!) così bene, potessi aver pensato ad un regalo di quel tipo. Ogni volta poi che ti chiedevo come ti fosse sembrato il libro, la tua risposta mi pugnalava, regalandomi una strana scossa di vita e allegria. Quasi sempre il tuo parere era: Interessante! Non male! Bello! Ed ogni volta per me era la stessa sensazione.
Vedi Oscar, io cercavo in quei libri regalati un segno, una prova della tua considerazione. Sei sempre stato così avaro nel trasmettere i tuoi sentimenti. All’epoca non sapevi nulla della mia malattia e l’atto di leggere un libro sarebbe stato davvero leale. Puro. Istintivo. Una piccola fiamma, che mi permettesse di accendere le ultime candele. Un segno del tuo affetto.
Tu invece i miei quattro libri non li hai mai letti. Ogni anno speravo che tu , sorridendo, mi dicessi di quanto strano fosse tuo padre ed, invece, quella speranza è rimasta appesa tra i giochi che non farò mai.
Se tu però stai leggendo queste righe, allora vuol dire che forse qualcosa è scattato ed allora, seppur dall’alto, io piangerò di gioia. Dimmi un po’, sta piovendo mentre leggi?

In tutti i libri che ti ho regalato c’era una pagina che avevo precedentemente tagliato e rincollato alle altre. Se tu ne avessi mai letto anche solo uno, lo avresti notato al volo perché la pagina ti sarebbe caduta tra le mani ed avresti potuto leggere quello che ti avevo scritto. In una c’era un numero, in un'altra un indirizzo, nella terza un posto e nella quarta il perché di tutto ciò. Avresti alla fine trovato una chiave (e spero tu l’abbia fatto) che avrebbe aperto una cassetta di sicurezza e dentro ci avresti trovato il foglio che forse tieni tra le mani.
Ti scrivo tutto questo nel caso in cui, per qualche strano motivo, fossi riuscito ad arrivare a questo foglio per altre vie che ora come ora , non possono che sfuggirmi.

Credo di poterti immaginare il giorno in cui me ne andrò, quando ti regalerò il mio diario. Tu mi guarderai trattenendo il respiro, forse il magone ti stringerà lo stomaco quando lo prenderai. Vorrei tanto che mi potessi stringere la mano forte. Ma sì che lo farai! Ne sono quasi certo! (di sicuro c’è solo la morte lo sai vero?)
Ebbene tutto ciò che avrai da fare (oltre a seppellirmi per bene s’intende!) sarà leggere. Per una volta nella vita. Fino all’ultima pagina… che non troverai, perché è quella che stai leggendo ora (forse).
Ti renderai finalmente conto che ne è valsa la pena per davvero.
Nella mia vita ho sempre cercato di essere un padre giusto e mi sono speso per la tua crescita dal primo giorno. Tu potresti pensare di non aver dato molto in cambio ma, figlio mio, non è così. Ogni battito del tuo cuore si depositava sulle mie labbra permettendomi di essere l’uomo scanzonato ed allegro che sono stato.

E’ questo il mio ultimo regalo. E’ così bello sapere che alla fine ci sei arrivato (perché ci sei arrivato fin qui vero?). Ed allora cosa aspetti, mio tesoro… ?
Gira il foglio!
La vita ha così tanto da fare (ma, fidati, anche la morte!)
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:01 #374

MARCO IL BIOLOGO di Bob_Bolognese


Il commissario guardò fuori dalla finestra ancora una volta. Era teso e fumava il sigaro con noncuranza, dando boccate nervose e aggiustandosi contemporaneamente il nodo della cravatta. Il detective Segni lo guardava paziente, aspettando che prendesse la parola. Avevano discusso per più di un’ora su quel caso, e non vedeva l’ora di andarsene. “Detective” – disse infine, dopo un’ultima boccata al sigaro – “Ripongo in lei la massima fiducia. E’ un caso difficile, ma sono certo che saprà giostrarsi bene. Il caso è suo”. Segni si alzò dalla sedia. Salutò con un cenno del capo il commissario, e senza proferir parola uscì dall’ufficio.

“Ecco la Repubblica”. Marco diede i soldi all’edicolante, prese il giornale e si diresse verso la biblioteca. Era una bella giornata, il sole alto nel cielo non dava però il tepore desiderato , l’aria quella mattina era particolarmente fredda. Chiuse bene la cerniera del giubbotto e lesse solo la prima pagina delle cronache locali mentre camminava in mezzo alla gente. “Ancora un omicidio” – pensò – “E sempre della stessa fattura, una ferita mortale al collo. Ma quando lo beccheranno? Se va avanti così metteranno il coprifuoco prima o poi”. Arrivò nella biblioteca della sua facoltà. Da qualche giorno aveva bisogno di un particolare libro di biologia per l’università ma non lo riusciva a trovare da nessuna parte. Si diresse frettolosamente verso gli scaffali ed iniziò la sua “caccia al tesoro”. Dopo parecchi minuti di tentativi a vuoto e domande al personale, finalmente riuscì a trovare il libro. Fece per prenderlo, quando una persona lo urtò, facendogli cadere il libro e causando rumore. Marco si aspettava almeno una parola di scuse, invece l’uomo neanche lo guardò: continuò a camminare tranquillamente tra gli scaffali. “Imbecille..” sussurrò Marco. Vide che era un elegantone, giacca e cravatta nera ed indossava occhiali scuri. “Pure gli occhiali dentro la biblioteca? Ridicolo…”.

Andò a sedersi ad un tavolo lì vicino ed iniziò a prendere appunti febbrilmente.

“Bene, e con questo ho finito.” Erano passate ben quattro ore da quando si era seduto col suo libro di biologia. Finalmente era venuto il momento di andarsene, soddisfatto del proprio lavoro. Si alzò in piedi per andare a risistemare il libro, quando notò ancora quell’uomo in nero, seduto su una poltrona, intento a leggere qualcosa. “Ancora qui? Ma dico io, come fa a leggere indossando gli occhiali da sole? Certo che c’è n’è di gente strana in giro..”. Divertito, andò verso lo scaffale all’angolo e posò il libro. “Curioso – pensò – questo libro non l’avevo notato prima. Curioso anche il titolo..”. Si intitolava ‘Marco il Biologo’. Un libro piuttosto spesso, che attirò subito l’attenzione di Marco, per via della rilegatura sgargiante. Lo prese, vide che non c’erano notizie sull’autore, sconosciuto. Lesse la prima pagina. Le sue pupille si dilatarono per lo stupore. Guardò verso il banco dell’accettazione. Vide l’uomo in nero, in fila per i prestiti. Guardava verso la sua direzione.

Mancava una manciata di minuti alla chiusura della biblioteca quando fece il suo ingresso il detective Segni. Si avvicinò alla ragazza in accettazione, le fece vedere il distintivo e le mostrò una foto, chiedendo se l’avesse visto: “Sì, sì, me lo ricordo bene – disse la ragazza – “E’ rimasto tutto il tempo a leggere un libro, seduto lì. Ah, ha pure preso in prestito un libro alla fine”. “Ottimo – esclamò Segni – mi può scrivere su un foglietto il titolo? Non credo sia rivelante, ma non voglio lasciare niente al caso”

Marco era incredulo. Seduto su una panchina, si divorò letteralmente il libro. Era la storia della sua vita. Dalla nascita ai suoi giorni. Diceva tutto su di lui, e descriveva alla perfezione tutto quello che aveva fatto e visto nella sua vita. Dai giochi all’asilo al primo giorno di scuola, dalla prima fidanzatina alle prime scorribande in bicicletta, dalle prime vacanze al giorno della sua maturità. Tutto preciso, tutto delineato alla perfezione. Era sudato, nonostante la temperatura si fosse abbassata decisamente da quel pomeriggio. Era ormai sera. Iniziò la lettura dell’ultimo capitolo, si intitolava: “L’ultimo giorno”. Dalla lettura delle prime righe si accorse che stava leggendo la descrizione di quel giorno.

“La luna era alta in cielo. Chiuse il libro e si accorse di essere solo al parco. La luce del lampione era l’unica cosa a tenergli compagni in quel momento. Forse no, però. Sentì un rumore e si girò…” Lesse ad alta voce queste righe, poi voltò pagina e si accorse che non c’era più niente. Una pagina strappata. Il libro era finito. Mancava una pagina. Cominciò ad ansimare.

La luna era alta in cielo. Chiuse il libro e si accorse di essere solo al parco. La luce del lampione era l’unica cosa a tenergli compagnia in quel momento. Forse no, però. Sentì un rumore e si girò. Era l’uomo in nero. Scattò in piedi, in preda al terrore. “Chi sei?? Che vuoi da me??”. L’uomo in nero lo guardava immobile, non rispose. “Chi ha scritto quel libro??” Urlò Marco. Nessuna risposta. L’uomo in nero si mosse, avanzando piano verso di lui. “Stai lontano da me!! Resta fermo!! Parla! Chi sei tu?? Che vuoi da me??” Marco tremava. Ricordò di avere in tasca un coltellino svizzero, e lo tirò fuori, minacciando l’uomo in nero. “Stai lontano! O, giuro su Dio, lo userò su di te! Stai lontano!!” L’uomo in nero sembrava non ascoltarlo. Continuava ad avanzare lentamente. Marco, colto dalla disperazione, tentò di infilzarlo col coltello. La lama sembrò passargli attraverso il corpo, non aveva effetti sull’uomo. “Non è possibile! Tu.. resta indietro!! Ti prego… no!” L’uomo in nero tirò fuori un coltello serramanico. Fu un attimo. Un grido, un tonfo a terra.

Il detective Segni arrivò giusto in tempo per sentire le urla finali di Marco. Corse verso la voce, ma era troppo tardi. Vide Marco disteso a terra, una pozza di sangue sotto di lui. Il collo aperto. Andò dal custode dal parco, testimone suo malgrado della vicenda. “Ho sentito delle urla – disse al detective – e venni a controllare. Mai visto niente del genere”.

Segni guardò il commissario, soddisfatto: “Il caso è risolto.”. Vide il commissario accendersi il sigaro e tirare una boccata. Poi esordì: “Come l’hai scoperto?”. Segni tirò fuori il suo blocchetto appunti, gli diede una rapida scorta: “E’ stato relativamente semplice. Un ragazzo schizofrenico. Di giorno persona ‘quasi’ normale, di notte un killer spietato. Oggi è andato in biblioteca. Il personale mi ha detto di averlo visto prendere un libro da uno scaffale, e farlo cadere a terra, maledicendo ad alta voce il mondo. Poi rimase seduto a scrivere qualcosa su un quaderno, con accanto il libro, un trattato su torture medievali. Infine, prese la “Divina Commedia” di Dante in prestito. Poi andò al parco, il custode lo vide entrare e sedersi su una panchina, dove cominciò a leggere il libro. Dopo qualche tempo, sentì delle urla e andò a vedere, era lui che parlava da solo. Ad un certo punto prese un coltello, lo fece volteggiare nell’aria ed infine si tagliò la gola, tutto da solo. Il coltello è lo stesso usato negli altri omicidi”

Il commissario guardò verso la finestra, diede una boccata al sigaro. Il fumo uscì denso dalla sua bocca, il detective Segni ripose il suo blocco appunti. Prese in mano il libro che Marco leggeva al parco, la Divina Commedia. Si accorse che mancava l’ultima pagina: era stata strappata.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:05 #375

IL CORAGGIO E L'ORGOGLIO di Filhendil


Sorrisi anche quella sera,come facevo da mesi,all'ennesimo sconosciuto che si complimentava dandomi la mano.Occhi di vetro incuranti dell'affettività di un rapporto,impersonalità che unisce per motivi di utile.Io,Filippo Beni,enfant prodige della letteratura spazzatura dell'Italia di inizio millennio.Io che ho arricchito il mio editor col mio primo libro.La storia di un ragazzo che si innamora del fantasma dell'amica morta.Fino a vivere il sentimento così intensamente da poterla baciare,toccare. In poche parole,tante cazzate scritte in bello stile,ma pronte a bucare i cuori di ragazzini devoti a un amore che perderanno prima ancora di averlo davvero capito.Evitai altri incontri con critici del cazzo che speravano di far soldi col mio nome."Ho già un pappone,è Aldo Borghese,il mio editor".L'effetto di coca e MDA,presi prima di obnubilarmi la mente in mezzo a quella gente,stava svanendo.Mi serviva una fuga. Vidi una ragazza davanti all'Open bar dell'elegante hotel dov'ero.Bassina,fisico rassodato per pilates o altre puttanate simili,un vestito di raso color malva,scollato al punto giusto.Quanto bastava per sfogare la malinconia che già prevedevo per quella notte.Il fatto poi che il redattore di un quotidiano che aveva stroncato il mio capolavoro,le stesse vanamente offrendo un drink,la rese appetibile.Lui,l'onesto lungimirante che di me aveva capito tutto,io l'opportunista di turno,lei distesa sul divano del mio lussuoso attico in quartiere Monti,regalo del mio editor per le ottime vendite,mentre la sottoponevo ad accurate cure,col mio viso immerso fra le sue gambe.

Ore dopo,seduto sul mio letto,senz'accendendomi la consueta sigaretta perché già saturo di clichet,la osservavo dormire su un fianco:gli occhi chiusi,la bocca aperta.Un quadretto insignificante.Io che scrivevo di un'amore d'oltretomba e diventavo il Cupido del 2000,mentre questa creatura senza nome languiva sotto le mie lenzuola?No,era troppo anche per me.Mi alzai per versarmi una vodka.Presa con me la bottiglia,entrai in sala.Il colore di alcuni album di foto mi colpì,mi spinse ad aprirli.Le mani indipendenti dalla mente,già conscia di quello che avrei trovato:Alice. Il mio cuore si fermò per bloccare i battiti della sua anima,lanciata a mille su un'autostrada nera come il destino.Ripensai a lei.Eravamo cresciuti insieme,con la complicità che solo i bambini sanno avere,dando al mondo intorno a noi gli stessi colori. Democrazia dell'infanzia,dove ogni decisone è frutto di unità.Sei anni e il grembiulino col fiocco rosa per lei,azzurro per me.Tredici anni e i primi baci sui giardini fuori le scuole.Quindici anni,le prime feste,le forme del suo corpo che si disegnano di una bellezza straordinaria,viola come le onde increspate dei suoi occhi,accarezzate dall'oscurità di una notte liscia e setosa come il bruno dei suoi capelli.Vent'anni e in una sera di pioggia sentirsi dire che mi ama,da quando eravamo bambini e si spaventava del suo corpo,non capendo quei brividi che l'attraversavano quando era con me.Mi persi nel bacio di quella notte,accecante nella sua ombra che non poteva rifletterne l'esatta forma,tanta era la sua bellezza. Poi gli anni insieme,i progetti,l'amore.Prima dell'incontro col mio fantasma. Materializzato nel successo e nel bacio del protagonista del mio libro a quella sua ragazza che sfidava la morte per tornare in terra da lui."I moderni Orfeo ed Euridice" disse il mio editor,prima di propormi un assegno imbarazzante,una carriera sfolgorante,una vita di lusso a Roma.

"Prima di tutto l'immagine pubblica" aggiunse."E il privato?"chiesi io,ingenuo."Quello neanche esiste" mi spiegò.E allora il mosaico medievale che calpestavo sotto i piedi girando per la mia Firenze,si fece affresco nell'eterna città di Roma e volteggiò alto,azzurro come un cielo terso,sul soffitto di chiese che guardano l'infinità dell'Altissimo.Senz’Alice,che lasciò quel sostituto del Filippo che aveva baciato sotto una luna bagnata di pioggia,a vent'anni e senza idea di cosa fare della sua vita.Ma pur certa di sapere con chi passarla,per continuare a dare colore ai nuovi mondi che avrebbe scoperto.

Quel viaggio finì,più scintillante delle droghe che usavo per sciogliere il mio passato.Mi aveva riportato a un punto di partenza da cui avevo imparato a nascondermi,cercando di non annegare in acque troppo limpide per chi aveva fatto di tutto per intorpidire la sua vita. Mi svegliai con la testa poggiata sulla tastiera del PC. Una voce insistente diceva:"Fily,io vado perché sennò mi licenziano. Mi piacerebbe rivederti,ti ho scritto il mio numero sul cartoccio del latte. Ah,te ne ho bevuto un po',avevo bisogno di...rifocillarmi dopo stanotte". "Bevi quello che vuoi,basta che ti togli dalle palle" risposi.

"Ma vaffanculo" chiuse sbattendosi dietro la porta,dopo essersi sbattuta per tutta la notte la mia dignità.Con occhi stanchi mi focalizzai sul PC e vidi di aver scritto delle pagine.Le lessi lentamente,per il mal di testa e la paura che mi suscitavano parola dopo parola. Parlavano di Alice.Avevo finito per scrivere i sogni di quella notte e chiuderli in una storia. Un'allucinazione fin troppo vera.Almeno negli effetti.Erano le pagine migliori della mia vita.In preda a fame chimica le divorai,le corressi,le completai quasi,arrivando col mio racconto a quella mattina.La pagina mancante della mia storia con Alice era lì di fronte a me,bianca e ansiosa,come un lettore a cui beffardi si è strappato il finale del libro. Scriverla significava comandare le mie azioni future.Tornare da lei?O avere l'opportunità di dimenticarla?Il coraggio o l'orgoglio?Tempo dopo portati tutto al mio editore.Mi abbracciò:"Un capolavoro. Sporco,utopico,ma lo riportiamo facilmente nei binari giusti: il ribelle che poi ritrova la via,tornando dall'amore della sua vita. Altro che fantasmi:con questo sbanchiamo anche all'estero.Dai,scrivi il finale.Lo voglio così traboccante melassa da darmi il diabete".Lo fissai stranito:stereotipato,banale,avido,opportunista.In pratica mi vidi allo specchio.Ma con una differenza:lui,di quella storia,non aveva capito nulla.Una volta a casa,preparai un cocktail dei miei. Rhum,Tavor,due righe di chetamina.Poi,con gli occhi lacrimanti per qualche paranoia mentale,mi rimisi davanti al PC,fissando la mia mano.La stessa che aveva riaperto il mio passato,ridandogli vita,riempiendolo di sentimento.La guardai per giorni,per settimane.Ma non servì a far altro che scendere dentro i miei pantaloni.Per darmi un piacere che non poteva sostituire quello di scrivere quell'ultima pagina e riaprire la storia della mia vita. Borghese,dopo mesi di silenzio,passò da me. Entrò e mi prese il viso fra le mani:"Ma come sei ridotto? Sei fatto? O solo sbronzo?" Sorrisi,come sempre:"Bevo e mi drogo. Sai perchè? Gli uomini,a differenza delle donne,realizzano la bruttezza del mondo che li circonda.E allora bevono e si drogano".Mi colpì con uno schiaffo,ma non mi cancellò il sorriso.Era tutt'altro che un padre che cercava di riportare il figlio sulla retta via. Stava perdendo dei soldi e allora,realizzata la situazione,si prese la mia storia,le miei emozioni,il mio passato e scrisse il suo finale:Filippo,il mio omonimo protagonista di quella storia,tornava a casa dalla sua Alice,la inseguiva fino alla Chiesa dove stava per sposarsi e fermava le nozze con una dichiarazione da romanzo rosa.Poi vivevano felici e contenti.

Invece il Filippo reale si sedette ancora davanti al pc.Arrivò fino a quella pagina rimasta vuota.Aspettò qualche minuto sorridendo,poi battè sicuro sulla tastiera:"La vita è per chi ha il coraggio. La morte per chi ha solo il suo orgoglio".E aggiunse la parola FINE,come nei film. Poi tutti i farmaci e le droghe che aveva trovato in casa facero il loro effetto.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:07 #376

COME INGA FROM SWEDEN di vanessa_tornella


azione. insomma, una volta d'estate becchiamo qui delle danesi che stavano in un villaggio e chiedevano i passaggi per campomarino, che è una zona a una decina di km da dove erano loro. io stavo con uno che mo' mi sa che chiede l'elemosina in germania o negli usa (non ho capito bene) e un altro tizio che mo' fa il poliziotto (all'epoca no). quello che guidava era il primo tizio e si chiama michele, detto strappagghione. strappagghione è difficile da tradurre, comunque vuol dire tipo uno che è come un elefante in un stanza di cristalli, uno che come si muove fa danni, che prende una cosa in mano e la rompe, etc: avete capito, no? bene.
queste danesi chiedevano un passaggio: loro erano in due, noi in tre. minchia, michele strappagghione le vede che chiedevano e INCHIODA che quasi quasi mi spacco la testa sul parabrezza. le fa salire. queste ridevano alle battute in inglese/dialetto tarantino di michele strappagghione. michele come lo vedi ridi, infatti mi sa che quelle non capivano un cazzo. e niente, queste ridevano e questo coglione diceva tipo "ehehehe iu are veri naize german gherl eeeheheheh" (pronunciato cosi') e quelle ridevano e dicevano: "we're not from german y, we come from denmark" e michele strappagghione mi chiedeva: "ce cazzu ha ditto sta zoccola?", ed io: "michè, ca so' danesi no tedesche, muerti tua!", e lui: "di do ete ca sonto?!" (di dov'è che sono?), ed io: "niente, michè, vafangulo: sò tedesche". michele strappagghione continuava: "eheheh do iu laic itali is uanderful ma nos como iu ehehehe". quelle ridevano, io piangevo proprio. arriviamo a campomarino. diciamo se volevano venire con noi, quelle dicono sì.
una in macchina seduta dietro, io le fissavo sempre le menne e quella rideva, quindi ho pensato: "mi sa che vuole il cazzo in bocca".
e niente, quel coglione di michele strappagghione dove le porta? al bar treppalle dove c'hanno solo la birra raffo. allora io gli urlo: "MICHè MUERTI TUA PORTIAMOLE A "PANNA E CIOCCOLATO" CHE E' UN POSTO 'BUONO', STRAMUERTI TI MAMMATA MICHè.", lui dice: "aspè che mò chiedo.", ma io dico "MICHè CHE CAZZO CHIEDI MU ERTI TUA ZITTO MICHè E ANDIAMO A "PANNA E CIOCCOLATO" STRAMUERTI TUA! CHE FIGURA CI FAI FARE, MICHè!" e michele strappagghione sai che fa? chiede: "du iu laic this LOCALS?" indicando quel fetido bar. allora. quello era il bar dove noi andavamo sempre, ma non con le straniere! cioè, quel bar fa schifo pure alle tedesche che non si schifano mai. e quelle invece dicono "YES, IS NICE LIKE YOU" a michele strappaggione. cioè, io ho pensato che queste o erano handicappate o ci volevano rapinare.
e niente, queste si sono bevute due raffo grandi. bevevano le raffo grandi sui tavolini della motta. e ridevano. questo bar c'ha il bancone con lo specchio, il poster del taranto 88/89 e la scritta raffo ovunque, c'eran tipi con le madonne che piangono sangue al collo che bevevano al bancone e guardavano le tipe assatanati e quelle pazze ricambiavano gli sguardi ridendo, a quei tipi che solo a guardarli ti mettevi paura: 'sto posto e' sul mare, c'ha pure il porto, era sera tardi e di quelli lì dentro credo che il più tranquillo s'era fatto 5 anni per rapina a mano armata. allora l'ottimo michele strappagghione SAI CHE CAZZO TI COMBINA?!? vabbè, strappagghione che ti combina mo' te lo dico.
finito di bere, a una di queste (che si chiamava anja e lui diceva "anna") dice: "anna camon uid mi on the SPIAGG, uid de stars ui tolc" e quella dice "WOW! GREAT! OK!". CIOE', CAPITO? QUESTA VA'.
con questo essere grasso e unto dal tribale sul collo, che sembra un hooligan inglese cinquantenne. e quella che andò con lui era BONA (l'altra bellina). allora niente, lui va con questa. il futuro poliziotto stava zitto come sempre. io cerco di intortarmi l'altra, lei parlava, era tranquilla ma voleva aspettare l'amica senza allontarsi troppo: al porticciolo non ci voleva venire con me. vabbè, dopo un po' ritorna quel coglione tutto trafelato, sudato e rosso. dice: "ou, la tetesca s'ha sintuto brutta!, ma lo dice con una faccia incredibile (oh, tra l'altro ancora tedesche le chiamava), ed io dico: "che cazzo hai combinato michè!? MUERTI TUA MICHE' IO NON TI CONOSCO! STRAMUERTI TUA!", e chiedo preoccupato: "MA LEI DOVE CAZZO STA ORA, MUERTI TUA?!", lui dice: "sulla spiaggia. ha vomitato, non capisco ce cazzo ste dice. boh ste propria brutta!". quel pazzo di michele voleva dire all'amica dov'e' che era rimasta l'altra e lasciarle lì, ma io insistevo, chiedeso cosa cazzo avesse fatto lui, cioè: un attimo fa stava bene, era normalissima e poi si sente male e vomita??
e niente, in pratica andiamo lì e il fatto era questo: michele strappagghione le aveva messo in cazzo in gola, questa aveva vomitato perché era tipo stesa, s'era mezza affogata, robe così. ma non ho capito bene, diciamo che è così più o meno. e quello quando l'ha vista così l'ha fatta finire di vomitare, poi quella stava male e allora l'ha schiaffeggiata. infatti lei stava tutta rossa in faccia, ma proprio rosso fuoco, eh? lui niente vomito di lei addosso, ma lei era completamente vomitata. dico ovunque, pure sui capelli. e lei era rossa. dico, lei aveva la faccia ROSSO FERRARI, capito? cioè, michele strappagghione l'aveva schiaffeggiata fortissimo per farla riprendere e c'aveva le mani inzaccherate dello sbocco di anja.

pausa. comunque, il discorso vero secondo me è che lui c'aveva il cazzo al gusto di topo morto che non si lavava da 5 mesi e aveva tutta la cappella circondata di sebo, quello che un tempo era bianco ed ora giallo, quindi mettendoglielo in fondo l'olezzo ha fatto salire l'alcol a lei, poi in quella posizione strana lei non riuscendo a respirare s'è affogata col cazzo, col vomito e "cazzi" vari. ma vi dico davvero: era una cosa assurda. cioè, mi sembrava di stare in un teen movie anni '80, a raccontarlo credono sempre che non sia reale.

play. a quel punto l'amica di anja si incazzò, gridando: "police jail aunagana". michele strappagghione si stava arrabbiando ed agitato fa: "CE CAZZO STE DICE QUESTA, CE CAZZO STE DICE STA ZUCCULONA, EOU!!!". ormai si erano avvicinate delle persone, era un casino. sembrava tipo un mezzo stupro come situazione. infatti, quell'altra strillava sempre di più, allora michele ad un certo punto le fa, agitatissimo ed incazzatissimo: "EOU, CI TA MUERTO! T'A Dà STA MUTA STRAMUERTI TUA SQUAGGHIATI, CA MO' TI SCANNO, MUTAAAAAAAAAAAAA! MUERTI TUA CAPITO MUTAAAAAAAAAAAAAA!". quella s'è talmente cacata sotto che non ha fiatato più, poi michele mi disse una cosa che io non scorderò mai: "VABBE', MA MO' QUESTA CI LAPURTAMO MI MUCITA TOTTA LA MAGHENA!" ("vabbè, ma se ora questa la riaccompagniamo mi sporca tutta la macchina!"). calmatosi un attimo, ci ha detto: "ho un'idea, venite" e noi lo seguiamo. allora, voi tenete conto che lì ormai c'era la calca di gente, quando ad un certo punto vediamo che lui inizia a correre. boh, noi accelleriamo il passo e lo seguiamo. arriviamo alla macchina, sale e dice "eou, salite di corsa!". noi saliamo e dico io "michè, ma che cazzo fai?" e lui parte sgommando e gridando:
"L'AMU FUTTUTO A STI TETESCHE ZOCCULE UHUHUUUUH" e batteva forte la mano sul volante. poi siamo andati in un locale sulla costa, ma a tipo 20 km da lì, come se niente fosse. io gli dicevo: "michè muerti tua l'hai lasciate lì" e lui "ce cosa?", "MICHE' LE DANESI! MUERTI TUA!". a quel punto michele dice l'ultima: "vabbè, ou, CHE PRENDI TU?", poi si gira e urla al barista "IO PRENDO UNA VODKA LISCIA!".

titoli di coda. questa è la storia delle danesi a grandi linee. una storia che ci insegna quanto le scandinave in genere siano molto luride ed anche stupide come i sassi. oh, detto tra noi: io penso che chissà che aveva fatto a quella poveraccia. la sua versione era quella che ho avete visto, ma la sua versione mi sembra proprio strana ed io ci tengo a dirvelo. anche perchè, ora che ci penso, io gli chiedevo: "michè, l'è struppiata pure?!" ("l'hai anche picchiata?"), e lui: "EOU, MA VAFANGULO! NO! BASTA CO' STE TEDESCHE! MUERTI TUA!". questo rimarrà un mistero per sempre, come se mancasse la pagina finale di un racconto.

primi contenuti extra. comunque, la mia opinione da persona che ha vissuto questa storia, mo' ve la dico: secondo me, lei all'ultimo c'ha ripensato e l'ha respinto perché lui era troppo diretto, magari lei voleva i preliminari e lui l'ha menata perché non li voleva i preliminari: sappiamo tutti che fai i preliminari solo se non hai fatto un bel campionato, altrimenti se sei forte vai diretto in coppa senza preliminari. e quindi anja gliel'ha respinto via dalla bocca, cose così. poi, aspettate, quella gli avrà detto sicuramente qualcosa, ma uno come michele strappagghione non capisce mai un c azzo, quindi, eccitato come un orango, ha interpretato quelle parole strane come il via libera ad infilarglielo in gola. almeno, questo lo penso io, poi non so che ne pensate voi. e per quel che ne sappiamo, la mia versione vale quanto la vostra.

ultimi contenuti extra. secondo me, alla fine lei se lo meritava. ma puoi andare da sola in posti del genere, specialmente se sei bona, con quelle premesse e con quell'ominide? eddai, è colpa tua. te le vai a cercare. come quella storia di qualche estate fa, con la veneta zoccola in vacanza in spagna: ogni sera voleva fare una "vacanza" a base di cazzi sconosciuti e in disco s'intrattiene gordo uruguagio ubriaco. quel grassone stava con LA MAGLIA TAROCCA DI FORLAN e l'anello d'oro col BRILLOCCO ROSSO. un tipo GRASSO e UNTO. e la veneta in disco all'inizio ci stava. michele strappagghione, per farvi capire, e' come quell'uruguagio, solo molto piu' grezzo, rozzo e spostato. oh, ora che ci penso (e sara' venuto in mente anch e a voi), noi italiani potevamo anticipare i tempi se solo quella danese moriva. che poi michele strappagghione è proprio un coglione. cioè, penso che un figa del genere lui l'aveva vista solo nei film porno e che fa? la fa vomitare anzichè trombarla come si deve (magari facendo divertire anche lei, ché al divertimento delle donne non ci pensa mai nessuno). comunque, una cosa che non si spiega, al di la' del fatto che michele strappagghione non ci sa fare con le donne, è questa: perché quella figa di anja andò con lui?! ma i danesi sono tutti ricchioni??? non credo, infatti mi piace pensare che, molto semplicemente, lì le donne sono tutte stupidissime barbie come la famosa inga from sweden (certate su youtube), tipe che ti vedono e dicono "my name is inga and i'm from sweden and i'm in love with you if you bring me to ibiza".
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:10 #377

IL PIRATA CORTESE di Hic-sunt-leones


Passava interi pomeriggi nel solaio della casa dei suoi nonni, le ore volavano senza che se ne accorgesse. A volte si rendeva conto del tempo che trascorreva solamente dalla fioca luce solare che filtrava dal lucernaio, che annunciava il calare della sera e l’accensione lungo la via dei pochi solitari lampioni a gas. Adorava quella stanza polverosa e rivestita di vetuste travi di legno, i cui scricchiolii nascondevano storie antiche e lontani segreti. Curiosava all’interno degli enormi bauli impolverati di suo nonno, stipati di favolosi cimeli e preziose chincaglierie. Il piacere che provava nello scoprire quei tesori era uno dei momenti per cui valeva la pena sopportare ogni giorno le torture della scuola.
Voleva diventare un capitano di lungo corso, e comandare un vascello veloce solcando gli oceani a vele spiegate, alla scoperta di nuovi territori. I racconti della vita marinaresca di suo nonno gli riempivano la testa e permeavano ogni singolo istante delle sue giornate. Il nonno era per lui un eroe e la persona che avrebbe voluto essere da grande. Voleva emulare le sue imprese, navigare e vivere il mare, sentire il profumo salmastro dell’aria marina, vedere planare i gabbiani sul pelo dell’acqua e sentire il vociare del suo equipaggio. Ora suo nonno non c’era più, perciò lo ricordava in quella stanza scricchiolante e spartana, assurta a vestale di avventure nautiche senza tempo, cristallizzate nella fissità della polvere di quel solaio. Non sapeva ancora che il libro trovato in fondo ad uno dei numerosi e dimenticati bauli di quel tempio avrebbe per sempre cambiato il corso della sua esistenza. Era un antico tomo di cuoio, pesante, sgualcito e odoroso. Le pagine erano tenute assieme da rozzi e spessi cordoni, che però erano stati legati con grande perizia. Ci soffiò sopra prima di aprirlo e una nube di polvere si alzò addensando l’aria di un fumo stantio, foriero di remote vicende. Un piccolo ragno, importunato dal terremoto che lo aveva investito, si allontanò lestamente dalle ingiallite pagine del libro, andando a cercare una nuova dimora in mezzo al rassicurante polveroso sudiciume dei bauli.
Giuseppe lesse e rilesse tutte le pagine di quello che scoprì essere il diario di un bucaniere, di nome Emilio Roseto. Fu rapito e affascinato dalle storie che si dipanavano da quelle pagine avvizzite, estasiato nel leggere di come Roseto era riuscito ad accumulare un tesoro enorme durante le sue navigazioni insieme ai suoi pochi fedeli seguaci. Da quella lettura si era lasciato trascinare nelle innumerevoli avventure vissute da quell’uomo straordinario e senza paura. Ciò che lo segnò però, soprattutto negli anni a seguire, fu la pagina conclusiva dell’annoso testo:

Eventi novembrini nefasti. Pericolo imminente, quindi ci prepariamo alla fuga.
A bordo di Ciudad ormeggi mollati. La Corporazione delle Sette Invitte insegue alle calcagna.
Soccombiamo? Sogno di essere sotto la palma con ai piedi il caldo sud.

Il mio tesoro si trova


La pagina era strappata e si interrompeva bruscamente. Le poche pagine rimaste erano vuote, senza alcun altro segno.

19 anni dopo
Giuseppe aveva dedicato se stesso a quel diario, ripercorrendo le rotte di Roseto e cercando ogni più piccola testimonianza della sua esistenza. Voleva trovare il suo tesoro. Aveva speso gli anni migliori della sua vita dietro questa chimera. Il prezzo da pagare era stato comunque molto, troppo alto. Nessuno gli dava retta, i compagni di ventura lo evitavano, perché Giuseppe avrebbe provato a coinvolgerli in un’impresa basata su congetture deboli e prive di fondamento, causate da un’ossessione che non gli dava scampo. Si era allontanata da lui perfino Margherita, che però in fondo sperava lui non fosse ancora perduto per sempre. Forse era il caso di lasciar perdere tutto.
Poi una notte, d’improvviso, l’illuminazione. Corse alla scrivania e fece dei complessi calcoli su delle astruse carte geografiche che aveva sparse sullo scrittoio. Non riusciva a darsi pace e continuò la sua febbrile attività nella penombra del suo studio. Il disordine era totale: mappe nautiche sparse ovunque, atlanti aperti in mezzo alla stanza, appunti, schizzi, note, libri dappertutto. Infine il grido di liberazione dopo tanto cercare! Aveva dato un senso alle oscure ultime parole del diario, ricavandone cifre che era riuscito a contestualizzare: 29 N 15, 12 O 7.

Così si mise in mare da solo, con un’imbarcazione di fortuna acquistata con gli ultimi spiccioli a disposizione. Giunse, dopo un tempo di navigazione che anche a lui parve indefinito, in un’isola sperduta, pressoché deserta, lontana da qualsiasi rotta commerciale, situata all’estremo nord-occidentale di un arcipelago, distante dalle altre isole. Era esausto ma con la tenacia propria dell’ostinato raggiunse il luogo che aveva individuato come quello giusto. E c’era. Il cuore sembrò esplodergli in petto, dovette accucciarsi un attimo a terra, carezzando i fili dell’erba ingialliti dal sole e facendosi cullare dal rumore delle onde contro gli scogli. Era là, davanti a lui. La grande palma. Si alzò in piedi e, pregustando un momento troppo a lungo agognato, vi si avvicinò, osservandola rapito. Vi girò intorno una, due, tre volte. La scrutò, l’accarezzò, la baciò. Poi si orientò, cercò il sud, e si stese ai suoi piedi. Si accese un sigaro e se lo fumò, beatamente. Fu il momento più bello e pieno della sua vita. Poi prese a scavare, metodicamente. Non seppe quanto tempo ci volle, ma alla fine la pala cozzò contro qualcosa che non era terriccio nè pietra. Era un suono sordo, legnoso. Non era una radice. Era uno scrigno in legno. Ritrovato a distanza di tanto tempo. Giuseppe si sedette. Lo scrutò a lungo prima di forzarlo. Non era nemmeno sicuro se aprirlo. Ma lo fece. E vi trovò dentro quello che non si aspettava di potervi trovare. Una semplice pergamena arrotolata, inserita in una bottiglia di vetro. Ruppe la bottiglia e srotolò la pergamena. Il suo cuore accelerò i battiti mentre i suoi occhi, presi da una frenesia incontrollabile, scorsero avidi il pezzo di carta invecchiato che reggeva tra le mani sporche di terra:

esattamente dove lo ho nascosto. Per questo ho strappato questa pagina dal diario. Un vecchio trucco imparato da un corsaro. Così facendo so che il mio tesoro è al sicuro.

E poi la frase per localizzare il tesoro, vero capolavoro di quell’estroso Roseto:

Eventi novembrini nefasti. Pericolo imminente, quindi ci prepariamo alla fuga.
A bordo di Ciudad ormeggi mollati. La Corporazione delle Sette Invitte insegue alle calcagna.
Soccombiamo? Sogno di essere sotto la palma con ai piedi il caldo sud.


Nel foglio strappato poi si leggeva ancora, scritto con un altro inchiostro, segno che questa parte del testo era stata trascritta in un momento diverso rispetto alla prima parte:

Ci vuole altro per farmela in barba. Sono riuscito a rientrare in possesso delle mie ricchezze. Sciagura a te, se speravi di avere il mio tesoro. Dimostri però acume e costanza per essere arrivato fino a qua. Significa che hai trovato il mio diario, smarrito il giorno della fuga. Sei in gamba. Meriti un premio. Guarda bene sul fondo del forziere. Che la buona sorte ti assista come ha assistito me.
Emiliano De Rose.

P.S. Emilio Roseto è il mio nome di battaglia, anagramma di IL TESORO E’ MIO. E con me sarà seppellito. Ormai dovresti sapere che amo giocare con le parole.


Quell’uomo…una mente eccelsa. Avrebbe voluto conoscerlo di persona. Un sorriso sincero increspò il viso di Giuseppe mentre sfilava il finto fondo dello scrigno, raccogliendo nella mano un sacchettino in panno contenente gemme preziose dalle magnifiche tonalità.
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:12 #378

LETTERA DAL FUTURO di MIKE975


1300 a.c. nei pressi della Siria orientale in un villaggio di nativi.

Tradotto dall'ebraico


"Caro figliolo,ciò che e' stato tramandato dai miei arcavoli in infiniti aneddoti narrati vicino al sacro fuoco della nostra terra potrà essere finalmente fissato nel tempo"disse il capotribù al suo primogenito.
"Certo padre, potrò usare gli insegnamenti avuti in questi anni da Isaia che mi ha iniziato all'arte della scrittura"chiarì Yussuf.
"Sarà un lavoro lungo e faticoso ma sono sicuro che lo porteremo a buon fine e tutto il mondo conoscerà la parola del nostro creatore"disse accarezzandogli il capo.
"Ce la farò papà"annuì.
"Allora dai ... iniziamo".
La storia inizia pressappoco così e dopo decenni trascorsi tra la pace delle oasi circostanti, le cure amorevoli delle donne del villaggio e approfittando della non belligeranza tra i popoli vicini il nostro Yussuf,divenuto nel frattempo uomo adulto e maturo completa il suo immane lavoro insieme al padre. Fa così capolino uno dei primi libri comparsi sulla faccia della terra e forse il più importante ... la bibbia. Spirato l'anziano genitore Yussuf decide di scrivere altre copie di codesto testamento,un po' per compiacere la memoria del padre,un po' per il fascino che tali pagine emanano. Prova improba questa che lo mette a dura prova nel fisico e nell'anima e pur con l'aiuto dei suoi fratelli Yussuf riesce a completare il lavoro solo all'età della saggezza che la sua lunga barba bianca testimonia. Ma la salute lo sorregge ancora e il suo destino e' evidentemente scritto così come quello della sorte dell'umanità. Nessuno come Yussuf, infatti, avrebbe più influenzato così il decorso dell'uomo sulla terra.
Decise così di lasciare la sua numerosa famiglia e il villaggio che i padri dei suoi padri avevano abitato. Errante vagò tra paesi vicini e meno vicini,tra genti sconosciute e diffidenti fino a che la salute glielo permise ed ovunque lasciò una testimonianza del suo passaggio, nei luoghi più importanti anche una preziosa copia delle scritture per lui sacre. Si spense di vecchiaia e di stanchezza proprio in uno di questi paesi che ora prende il nome di Gerusalemme.Il suo lavoro era compiuto, suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui e i suoi avi lo avrebbero accolto nel'aldilà' come un re;non sapeva in realtà cosa aveva scatenato. Negli anni a venire ogni popolo interpretò la bibbia di Yussuf; ci fu chi la tradusse a proprio vantaggio per rabbonire i sudditi, chi non seppe coglierne le sfumature linguistiche ,chi invece la prese alla lettera. Tutti volevano avere ragione e nel nome della verità nel corso dei millenni si combatterono guerre, morirono milioni di persone nei modi più atroci e i crimini più efferati si giustificarono con le scritture di Yussuf,ma non furono queste le cose peggiori. La vera conseguenza tragica fu l'inaridimento delle menti, illuse dalla mera promessa del libro; si rallentarono le scienze e le arti, l'intelligenza esplosiva dell'uomo fu imbavagliata e a fatica ne uscì fuori e comunque troppo tardi.

Ora lo posso dire con certezza, ora che so che la vita dell'uomo sulla terra ha percorso interamente il suo destino, il sole si sta esaurendo e si sta espandendo;piano piano la Terra brucerà con il suo carico di vita. Molti sono andati via con le navi spaziali coscienti di allungare di poco la loro inutile vita; senza possibilità di ritorno è un viaggio senza speranza. Io ho deciso di rimanere accanto alla mia amata terra e morire con lei, al posto mio sull'astronave metterò questa lettera che spero qualcuno possa trovare e da essa esserne illuminato.
Il mio messaggio è soprattutto questo: l'universo ha dato all'uomo la vita e la possibilità con le risorse e condizioni uniche della terra di scampare al suo inevitabile destino di estinguersi. Sarebbe stato possibile in tutto questo tempo avere tecnologie avanzate e traghettare la vita verso la salvezza nell'infinito dell'universo ma questo sogno è stato bruciato dalla pagina mancante che Yussuf volutamente non trascrisse nella bibbia e nelle copie che distribuì. Precisamente venne omessa la prima pagina ritrovata solo dopo l'anno 2100 che diceva così:
"Racconti,memorie e storie di FANTASIA dei miei avi,coloro che permisero il mio avvento nel mondo. Queste novelle tramandate a voce allietarono la dura vita dei padri dei miei padri nel corso dei lustri precedenti facendoli riunire sotto il fuoco sacro di un unico villaggio che grazie a loro ne ebbe la genesi".
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:13 #379

L'INSIEME DI TUTTE LE COSE ESISTENTI di Efri77


La Chrysler Pt Cruiser nera del 2000 correva velocemente tra le ampie curve dei colli toscani. La direzione era certa, Pienza, la strada per arrivarci dall’uscita dell’autostrada assolutamente no.

Quest’incertezza e la previsione di arrivare con una buona mezzora di ritardo all’anomalo appuntamento erano i motivi di quell’andatura così sostenuta e del crescente nervosismo del guidatore. Nemmeno la musica che si poteva ben udire anche al di fuori dei vetri oscurati dell’auto contribuiva a rasserenare Alberto, l’uomo al volante. Ascoltava più volte e con un’attenzione quasi maniacale lo stesso frammento di canzone tamburellando con le dita sulla parte superiore del volante, alternando gesti d’insoddisfazione con il capo a bisbigli tra sé e sé. A volte senza smettere di guidare riusciva perfino a segnarsi qualche breve appunto nel blocco di carta strategicamente posizionato sul sedile del passeggero insieme alla lettera contenente l’invito per quel giorno e l’indirizzo da raggiungere.

Il motore sembrò quasi sbuffare con un misto di stanchezza e di soddisfazione per l’obiettivo raggiunto, all’ingresso della Cruiser nel cortile di quella signorile villa proprio a ridosso dell’ingresso ovest della cittadina quattrocentesca. L’ampio spazio antistante al fabbricato era già popolato d'una dozzina di auto e Alberto notò subito le targhe delle più svariate zone d’Italia. La sua attenzione ricadde poi sulle figure umane alle finestre del piano terra, sembravano osservarlo e questo aggiunse disagio a quello per la strana situazione.

Stanchi di attendere silenziosamente in quel grande salone, più d’uno s’alzò e si diresse verso le finestre dopo aver sentito l’arrivo dell’ennesima macchina e quella musica a tutto volume. A qualcuno le parole cantate in lontananza parvero ricordare qualcosa.

“Prego si accomodi qui. Pochi minuti e sarete ricevuti”.
L’impressione di Alberto fu quella di entrare in una sorta di lussuosa sala d’aspetto dove nessuno, per imbarazzo, per nervosismo o per semplice non curanza, manifesta la voglia di conoscere davvero gli altri. Non faceva per lui quel tipo di atmosfera e pochi minuti dopo intervenne di colpo.
“Che mortorio, nessuno che interviene in questa Fed…. Ops! Scusate il lapsus.. in questa sala intendevo…”.
La frase lasciò particolarmente stupiti i presenti e dopo qualche istante di sbigottimento un uomo sulla quarantina, moro e tra i più alti presenti esclamò ad alta voce e con un forte accento veneto: “Icaro!?!”… e fu come una liberazione.

Con l’aria di colpo mutata segui una buona mezzora di presentazioni, di saluti affettuosi, di battute e soprattutto risate su quel tempo sprecato tra imbarazzi e discreti “Buongiorno signori”.
Cosa, del resto, che può capitare tra chi s’era conosciuto solo in internet e per giunta dieci anni prima: Icarothelight, Marcoslug, Gensi, Hic-sunt-leones, Vaisecco, Maurocap, Natureboy, Filhendil, White_lord, Mike975, Psycho_kikini.

A interrompere il festante chiacchiericcio dei presenti fu la voce tonante e profonda d’un vecchio apparso a metà delle scale verso il piano superiore. “Ci avete messo proprio un bel po’ a riconoscervi” disse quasi ridendo, ma a colpire i presenti più che la meritata canzonatura fu l’aspetto di quello che sembrava essere il padrone di casa; una specie di Gabibbo con la barba di Giuseppe Verdi, come sussurro Gensi ad un amico vicino.
“Io sono il nuovo responsabile della casa editrice Utopia, che circa dieci anni fa pubblicò il vostro libro. Diciamo che non fu propriamente un successo, come ben sapete, ma ho avuto modo di rileggerlo mesi fa e vi ho riunito qui per proporvi uno scambio.. e naturalmente per offrirvi la cena, anzi salite che è tutto pronto!”

Durante la festosa e abbondante cena i commensali continuarono ininterrottamente a ricordarsi gli aneddoti dei loro scritti giovanili, a raccontare della loro vita e delle ultime esperienze. Certo tra una portata e l’altra non mancò qualche frase amara, intrisa di rimpianti, né qualche battutina polemica, specie tra Icaro e Natureboy, presto risoltesi con una sincera e liberatoria risata collettiva.
Uno solo era diventato un vero scrittore e solo di quello viveva - il cui nome, però, chi vi scrive proprio non lo ricorda – ma tutti lo erano stati per qualche tempo grazie a quel libro collettivo.
Ogni tanto qualcuno chiedeva dettagli al vecchio, ma il suo appetito era proporzionale alla mole. “Dopo, dopo. Ora gustiamoci queste specialità”. Bruschette d’ogni tipo, pici all’anatra, fiorentine con patate al forno e pecorino di Pienza lo tennero a lungo occupato. Solo dopo aver terminato l’ultimo goccio del vino rosso servito in tavola come “della casa” rivolse un cenno d’intesa alla cameriera che poco dopo entrò con due ampi vassoi coperti, collocandoli al centro del tavolo liberato dai piatti.

“Bene, veniamo al nostro scambio. Spero abbiate rispettato le indicazioni riportate nell’invito. Nel primo vassoio metteteci i vostri racconti inseriti nel libro, scritti a mano e autografati.. entreranno nella mia personalissima collezione. E ora, mentre Hic mi fa il favore di sistemarmeli in ordine dell’indice originario prego gli altri di scoprire il secondo vassoio”.

Al destare dal generale stupore sempre il vecchio “eccola lì, la seconda edizione di “Universi di Scrittura”, copertina di pelle e rilegatura di prestigio… la presenteremo in Germania alla prossima fiera del libro e i miei stanno già lavorando alla traduzione in inglese e tedesco”.
La comprensibile euforia alle stelle durò parecchi minuti e fu Vaisecco il primo a lanciarsi a stappare sulle bottiglie di spumante giunte ad hoc per il brindisi.

“Qui però ne manca uno… manca la pagina di uno di noi!” interruppe Hic. “Ad aver fatto il libro eravamo in 12 e ora che lo noto qui noi siamo solo in 11” disse rivolgendosi verso il posto che fino a qualche stante prima era del padrone di casa, ma approfittando della confusione generata dall’annuncio la sedia era vuota. Restava solo una finta barba bianca ed una lettera..

“Cari amici di UniVersi e colleghi di Fed, sono qui a scrivervi per salutarvi con il massimo affetto.. a malincuore lascio questo tavolo, metafora del nostro Hattrick. Già da un paio di anni il motivo principale che mi ha tenuto qui siete voi e le vostre iniziative. Mi avete fatto due regali preziosi: stimoli per scrivere al di là di quanto (come “giornalista” di terza scelta) faccio per lavoro, ma per puro piacere… anche per tirar fuori cose che da tempo avevo dentro di me e non avevo forza di raccontare; il secondo regalo è stato costringermi a trovar il tempo per farlo..magari di corsa e all’ultimo secondo, ma è stato importante.
Ho conosciuto persone speciali, che spero di non perdere grazie a facebook, al blog e quant’altro.
E’ venuto questo momento perché a brevissimo mi lancerò in un nuovo e impegnativo lavoro da metter su tutto solo, avrò bisogno di tutte le mie forze e di tagliare alcune cose che mi portano via tempo e attenzione, ma questo ovviamente non può essere con le amicizie e i rapporti di stima, appunto.
Vi lascio con questo in bocca al lupo per la pubblicazione, alla quale, se servirà, darò comunque tutto il mio appoggio organizzativo e se lo riterrete opportuno anche la mia entusiasta partecipazione con i racconti fatti finora.

In ultima, la provocazione di organizzare prima o poi un degno raduno di Fed, con la speranza che lo scrittore di fama tra noi possa esser davvero presente…”
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:15 #380

LA CACCIA AL TESORO di gensi


Non c'era niente da fare. Arrivava sempre quel maledetto giorno di quel maledetto campeggio estivo nel quale bisognava obbligatoriamente partecipare alla caccia al tesoro.

Sarei voluto sparire. Odiavo questo gioco. Odiavo essere obbligato a girare, a piedi, in lungo e in largo i boschi attorno alla casa coloniale per scovare indizi e trovare i vari animatori dislocati a destra e a manca che ti facevano dei giochini idioti nel tentativo di aiutarti e/o depistarti.

Si perché c'erano anche quelli che ti depistavano per far vincere il fratellino o il cuginetto e se uno provava a lamentarsi, ovviamente, loro dicevano che non era vero e che facevano gli stessi giochi per tutti uguali e identici.

Balle.

Ma tanto ormai ci avevo fatto l'abitudine visto che era la quarta caccia al tesoro. Anzi, a dire il vero, sapevo già anche dove potevano essere gli animatori per non parlare del tesoro. In fondo i posti "nascosti" non erano tanti. C'era la grotta, c'era l'ex rifugio e c'era il grosso albero isolato in fondo al bosco dove si poteva nascondere il "tesoro" dietro l'immenso tronco. Tanto, scavare, non era lecito. Così come non poteva essere in cima a un albero o in altri luoghi presunti pericolosi. Quindi doveva per forza essere in uno di questi posti.

Mi avevano assegnato un compagno, uno che era al primo campeggio della sua vita. Che noia. Non potevo neanche spiegargli il perché del mio lassismo visto il suo irritante entusiasmo per questa avventura.

Gli proposi un accordo. Gli spiegai che per me non era la prima volta e che quindi potevo già immaginare dove potesse nascondersi senza andare dagli animatori che ti facevano perdere solo tempo. Forse fu il fascino "del ragazzo più grande" ma mi credette alla lettera e accettò.

Gli dissi che io sarei andato alla grotta, visto che era il luogo più lontano. Lui sarebbe dovuto andare prima al rifugio che non era troppo lontano dalla partenza e poi dal tronco d'albero. Fatto il viaggio ci saremmo incontrati alla partenza, di nuovo, con la quasi certezza di aver centrato l'obiettivo mentre le altre coppiette stavano a smenarsela con gli animatori.

Lui partì a razzo. Era uno molto ambizioso pur essendo uno scriciolino. Ci teneva a fare bella figura sin da subito visto che sapeva che sarebbe tornato qui chissà quante altre volte.

Un po' mi fece tenerezza, lo ammetto. Ricordava me, al mio primo anno. Anche io ci tenevo tantissimo e, soprattutto, vinsi la caccia al tesoro dannandomi l'anima per trovarlo. Mi erano bastati i primi giochi degli animatori per capire che erano del tutto inutili. Non si poteva scavare, doveva essere una cassa sufficiente grossa, insomma, non si poteva proprio nascondere chissà dove. E difatti feci bingo. Dietro al tronco. Pensare che era la prima volta che lo mettevano li.

Io m'incamminai verso la grotta. Era uno dei pochissimi posti che non avevo mai visitato per benino. Mi ero sempre fermato all'ingresso anche perché, il tesoro, poteva solo essere lì, dove ancora filtrava la luce naturale. Alle spalle dell’ingresso infatti, un crollo naturale, aveva lasciata aperta una piccola cavità. Ci sarebbe passato a malapena un bambino strisciando quindi era impossibile che il tesoro fosse così all'interno. O era all'ingresso, o non c'era. L'anno prima mi ero fermato a guardare da quello spiraglio. Purtroppo la luce tenue mi aveva soltanto permesso di vedere che, superato questo ostacolo, si apriva un grosso polmone. Ma non si capiva né se c'era qualcosa, né se ci fosse qualcuno.

Questo era l'anno buono. Avevo fregato a mio padre una di quelle luci che usano i pescatori per le loro sessioni di notte. Mi sentivo tanto un minatore.

Il tesoro non c'era all’ingresso, lo avrebbe trovato il mio compagno allora, per la sua e la mia gioia.

Mi accovacciai tutto e m'infilai lungo il pertugio.

Che spettacolo!

Non appena alzai la testa mi si aprì di fronte uno scenario fantastico. Da terra e dal cielo si erigevano enormi stalagmiti e stalattiti che in più punti si univano formando delle colonne meravigliose. Sembrava di essere entrato in un tempio nascosto e dimenticato dal mondo, colorato intensamente di bianco lattiginoso non appena la luce sulla mia testa ne accarezzava la superficie. Prestai estrema attenzione a non abbattere nessuna stalagmite durante il mio percorso. Cominciai a sentire un rumore, una sorta di fruscio che man mano cresceva di intensità. Alzai lo sguardo e uno stormo di pipistrelli volteggiava sulla mia testa al che mi spiegai anche il fetore che proveniva all'interno di tale grotta. Tanto bella da vedersi quanto oscena da annussarsi. Preso dallo spavento corsi verso la mia sinistra urtando qua e la ogni cosa incontrassi sul mio percorso. Mi infilai in una sorta di insenatura dopo essermi accertato che al suo interno non ci fossero altri esseri viventi. Quando mi rigirai diedi una ginocchiata terribile contro un qualcosa di duro. Pensavo fosse la parete della grotta e invece era una specie di forziere. Proprio come quello che si vede nei film dei pirati.

Provai a forzarlo, ma niente, non si riusciva ad aprire. Il lucchetto era dannatamente grosso e non avevo con me nulla che mi potesse aiutare. Provai a sollevarlo ma pesava troppo. Niente. Rimasi lì qualche minuti a pensare. Ma ancora niente. Questa era una cosa che bisognava affrontare con gli strumenti giusti.

Non potevo stare lì ancora per molto. Probabilmente il mio compagno aveva già trovato il tesoro e mi aspettava. Se lo vedevano da solo, tra l’altro, rischiavamo di perdere entrambi perché lo scopo del gioco era lavorare assieme. Ma noi, in fondo, stavamo lavorando assieme…solo che vai a spiegarlo a quei “bigotti”.

La nausea per quel puzzo poi diventò sempre più forte. Avevo bisogno di aria pulita. Ripresi la strada per la cavità e uscii dalla grotta. Il mio compagno era lì, che mi aspettava, con un sorriso a trentadue denti e pronto a riempirsi di ringraziamenti per avergli fatto vincere la gara. Indovinate un po’? Il tesoro era dietro l’albero grande.


Un anno dopo (circa)


Non c’era niente da fare. Quell’anno sembrava che il campeggio non dovesse mai arrivare. Avevo passato il resto delle stagioni a pensare e ripensare cosa cavolo ci potesse essere dentro quella cassa. Forse dei gioielli, forse dei libri, forse un cadavere. Finalmente, arrivò il giorno della caccia al tesoro. Gli animatori storici si stupirono di tutto questo mio interesse. Proprio io che ormai potevo fare “l’animatore” tanto era il tempo che avevo passato all’interno di quel campeggio.

Mi affidarono una compagna. Le feci lo stesso discorsetto dell’anno prima e funzionò di nuovo. Io andai verso la grotta lei verso il rifugio e poi l’albero. Il giorno prima avevo nascosto non troppo lontano dalla partenza quanto mi potesse essere utile. Una luce, un tronchesino, un martello e uno scalpello. Anche una mascherina per l’odore della grotta. Per un attimo mi balenò l’idea che forse qualcuno già lo sapeva e lo avrebbe aperto prima di me. Poi, quando lo ritrovai davanti ai miei occhi, ancora intatto, capii che nulla era cambiato.


"Ora siamo io e lei, signora cassa. Ma io sono armato e lei è pronto a lasciarsi “scoprire”".

Fuori il tronchese dalla borsetta.

"Dai su, forza, forza, ancora più forza".


STANG


Il rumore metallico mi reca un invidiabile sorriso sul viso. Il lucchetto è saltato. Come immaginabile però, per via del tempo, il coperchio non si vuole sollevare. Prima lubrifico il tutto e poi mi armo di martello e scalpello per fare leva sulla piccola fessura e provare a scassinarla.


Cla-a-a-a-a-a-a-a-a-a-a-a-a-c-k..


Sollevo il coperchio, punto la luce al suo interno e dentro è pieno di
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:17 #381

L'ERRORE 610 di White Lord


Appena entrò in casa Ewe si precipitò al computer già acceso che la chiamava, saltando agilmente i bambini che giocavano nell'ingresso. Suo marito, al computer di fronte, le rivolse un incerto cenno del capo, ma Ewe non lo vide o, comunque, non ritenne di dovergli rispondere.
Non appena fece il login aprì la pagina di suo marito: "Ciaoooo amoreeee!" digitò rapida sulla tastiera "Ke fatika gg! 1 po d sex virtuale x riprendermi?"
"Ma c sn i bambini!" non si fece attendere la risposta.
"Tnt mika leggono! "


Ciò che irritava Adam non era tanto la consapevolezza di essere a un passo dalla morte, quanto piuttosto il fatto che ciò che gli stava accadendo era quanto di più lontano ci fosse dalla sua idea di trapasso, e forse anche da quella di qualsiasi comune mortale. Soprattutto, non sopportava che ci fosse saltato in mezzo senza accorgersene, e che senza accorgersene sarebbe morto. Perchè nessuno gli aveva mai detto che morire è un po' come sparire.
Fu così che il maggior tormento di Adam nei suoi ultimi, solitari giorni fu cercare di individuare il punto d'origine. Che ci fosse riuscito o meno, sta di fatto che nelle sue ultime elucubrazioni non riuscì a levarsi dalla testa quelle fredde serate autunnali allo Shee Pub. In quelle rievocazioni Adam si rese conto che ogni sera uno strano alone sembrava avvolgerlo e separarlo dal resto del gruppo, come una nebbia che si accingesse a chiamarlo a sè, direttamente dall'inferno. Ed era allora che le discussioni fra amici si facevano vaghe e indistinte e finivano per escluderlo completamente, mentre lui era isolato in altri universi; avveniva dapprima per pochi impercettibili secondi, in seguito per lunghi minuti e negli ultimi tempi addirittura per ore infinite. E ogni volta che usciva da quella nebbia, sempre più tardi e sempre con maggiori difficoltà, c'era qualche cellula del suo corpo che restava a galleggiare in quel grigiore e non sarebbe mai più tornata da lui, persa nell'universo infinito. E c'era una sola cosa che anche a distanza di tempo non gli sfuggiva, che restava chiara come il sole: l'oggetto delle discussioni in quei momenti. Facebook.
Si poteva dire tutto di Adam, salvo che non fosse un uomo capace di assumersi le proprie responsabilità. E così era anche in quel contesto: egli sapeva che ciò che gli stava accadendo era in gran parte colpa sua, sapeva che poteva intervenire in tempo e forse evitare quella squallida fine. Ma non lo fece, non si accorse di nulla. Nemmeno quando le sue dita cominciarono a svanire. Perchè allora Adam era già sceso dal palcoscenico: ora sotto i riflettori c'era l'Errore 610.
"Errore 610: pagina mancante! L'utente che stavi cercando non esiste!"
Era il messaggio di errore che aveva iniziato a comparire a coloro che ingenuamente cercavano Adam su Facebook. Questa sua originalità, questa capacità di resistere al fascino di quel portale tanto inutile quanto irrinunciabile, lo portò al centro dell'attenzione. I suoi amici amavano scherzarci su e Adam lasciò il posto ai suoi tanti soprannomi: "Pagina Mancante" e "Errore 610" su tutti. Adam se la godeva in quel suo nuovo ruolo di pecora nera. Fu per questo che non si accorse di come le sue mani si stessero facendo trasparenti. E quando tutto il suo corpo non fu altro che una chiazza evanescente era ormai troppo tardi.
Fin da bambino Adam aveva un debole per il cielo notturno. Non si addormentava mai se prima non aveva fantasticato almeno per un'ora sotto quegli infiniti puntini luminosi: il placido silenzio della notte, quel manto di seta nera coperto di lucciole, era tutto ciò che dava un senso alla sua vita. Vagare in quel mare calmo e scuro, sognare mondi lontani e sentir ridere le stelle. Solo allora era davvero felice. Ma fu proprio in una delle sue contemplazioni notturne che vide due uomini indaffarati ad incollare un gigantesco manifesto pubblicitario.
"Facebook! Se non ci sei non esisti!".
Proprio davanti alla sua finestra, quel cartellone enorme, bianco, a fare irruzione nel suo mondo segreto, a rovinare i suoi sogni. Turbato da quella visione Adam si ritirò a letto con un misto di rabbia e sconcerto nel cuore, quando l'occhio gli cadde sul grande specchio a muro montato vicino alla porta. Ci passò davanti più e più volte, si sfregò gli occhi finchè non furono rossi e brucianti e alla fine giunse alla conclusione che era troppo stanco e necessitava di una buona dormita. Soltanto al mattino Adam accettò il fatto di essere diventato invisibile.
Ciò che era successo fu subito chiaro. Centinaia di persone che ogni giorno digitavano convulsamente i dati di Adam e sempre, immancabilmente, si vedevano comparire sullo schermo quella scritta "Errore 610: pagina mancante! L'utente che stavi cercando non esiste!". E ad ogni clic ci credevano un po' di più, che Adam davvero non esisteva. E quando il mondo intero si convince che non esisti è molto difficile evitare che le molecole del tuo corpo non sciolgano le catene che le tenevano unite e non si disperdano nell'atmosfera, a formare creature viventi un po' più concrete. La realtà non ha mica tempo da perdere.
Adam si trovò così rinchiuso nel peggiore degli incubi, in un eremitaggio non voluto, solo con le sue stelle e crescenti propositi di vendetta.
La morte comparve dinanzi ad Adam all'improvviso, in una notte buia quanto la sua anima abbandonata. Le stelle del cielo infatti, per qualche oscuro motivo, avevano iniziato a spegnersi, una alla volta, una notte dopo l'altra. Contemporaneamente Adam da invisibile aveva preso a farsi impalpabile, interi pezzi del suo corpo erano ora aria. La consapevolezza di cosa ciò comportasse, però, sorse in lui solo quando anche l'ultima stella si spense ed Adam si ritrovò solo, nel buio, con tutto il peso della sua solitudine sulle spalle. Fu allora che decise di andarsene a modo suo.
Penetrare nel cuore di Facebook non fu difficile, data la sua condizione: passò davanti a impiegati, uomini della sicurezza e progettisti, senza che nessuno lo notasse, fin dove roboanti macchine ed enormi server mantenevano in vita il mostro che lo aveva ucciso. Fu forse per questo, per questa estrema azione di rivalsa, questo atto eroico così sminuito dal disinteresse generale che, proprio lì, ad un passo dalla vittoria finale, Adam crollò in ginocchio e fece qualcosa che non faceva fin da quando era solo un ragazzino imberbe: eruppe in un pianto disperato. Sarebbe stato uno spettacolo meraviglioso se qualcuno avesse potuto assistervi: gocce d'acqua che sgorgavano dal nulla e brillavano come stelle in quello stanzone scuro, quando le piccole luci dei led le trafiggevano, per poi evaporare nel nulla prima di toccare il suolo, accompagnate da una musica fatata di singhiozzi e lamenti lontani. Quando finalmente Adam si riprese, con l'ultimo lembo di carne che gli restava, un piccolo dito invisibile, attivò la bomba. E finalmente la sua anima fuggì via, esplose anch'essa in un tripudio di silicio e circuiti impazziti per poi dissolversi in migliaia di "zeri e uno" insieme all'anima di quelle macchine diaboliche.

Le imprecazioni di Ewe davanti alla pagina bianca di Facebook si trasformarono presto in bestemmie, davanti agli sguardi basiti dei figlioletti: "Ma perchè diamine non va questo coso?"
"Ewe vieni qui!"
"Che vuoi? Non è il momento, per favore!"
"Dai vieni fuori, guarda un attimo che cielo!"
Pur continuando ad imprecare, in un moto di condiscendenza o forse solo per non sentirsi più chiamare, Ewe raggiunse il marito sul balcone. Un senso di pace la accarezzò insieme alla leggera brezza serale. Il respiro le si bloccò in gola quando volse lo sguardo alla volta celeste.
"Visto che stelle eh? Non le avevo mai viste così luminose!"
"Hai ragione" rispose Ewe in un sussurro: "Sono bellissime".
Marco

"Midnight is where the day begins."

Re: [#5] La pagina mancante 14/07/2010 13:27 #382

L'UNICA POESIA D'AMORE DI BERTOLD BRECHT di marcoslug


«Buonanotte a tutti, cari fratelli e care sorelle d’America, è il vostro sempre vivo e corroborante compagno Jack che vi parla. Un’altra buia notte in vostra compagnia, un’altra notte fatta di storie bucherellate, di vite incomplete, consumate, appese alle labbra della gente come mozziconi di sigaretta che di bianco hanno ormai solo un tenue ricordo. Perché vivere significa sottrarre, strappare una pagina alla volta da un libro o troppo lungo o troppo intatto. O troppo bello per rimanere immacolato. La vita è sottrazione, fratelli; la vita è questo lento blues scava-anima che avete ora il privilegio di ascoltare. È Jack Portento che vi parla, fratelli, e questo è… The missing page show

Gracchia l’altoparlante dell’autoradio. Gracchia il motore della Chrysler Voyager prima serie, fedele compagna di tante avventure. Gracchiano il corpo e il cuore malandato del vecchio Rigel, scomodamente stravaccato sul sedile anteriore, e fanno pure male quel corpo e quel cuore malandato. La voce di Venda Davis gracchia anch’essa, ma le sue abrasività vocali sono, come dire, quanto di più azzeccato ci sia nel contesto: musica per le orecchie accompagnata da un’orchestra di suoni sgradevoli. Rigel si aggiusta sulla testa il suo Stetson nero da cowboy del ventunesimo secolo. Solitamente compie questo gesto quando un sussulto di autocompiacimento lo coglie improvviso e infatti si è appena ricordato l’anno del pezzo che sta suonando in radio: 1976.
Fischietta il vecchio Rigel, con il cappello stretto religiosamente tra le mani, fischietta e poi bisbiglia e poi le parole prendono forma tra le sue labbra screpolate dal freddo e dall’aridità tutta; e poi le parole diventano canto a squarciagola che rimbomba nel monovolume della Voyager, tanto che Venda sembra sommessamente farsi da parte, come a dire «canta tu, io ti accompagno, mio cowboy.» La canzone è un crescendo continuo, Rigel un pulcino alle prime armi che annaspa e che viene trasportato di peso in un altro luogo, facciamo Long Beach, e in un altro tempo, facciamo proprio l’anno 1976, quando Jolene Parton era una ragazza di venti anni e spiccioli ed era più o meno sempre in cima alla lista dei pensieri del giovane cowboy fronte-radiosa Rigel, ma di gran lunga. Due stretti fiumi di lacrime prendono a solcare nervosamente il volto già solcato dalle rughe, e lo fanno sembrare ancora più ampio e lucente. Aveva ragione mamma Carrie: è proprio un nome azzeccato Rigel. Come la stella più luminosa della costellazione di Orione. Che era un gigante guerriero, proprio come il cowboy fuori-tempo Rigel Cooper.

– La conosci questa canzone, Matt?
– No, cioè, mi suona familiare, ma non so chi la canta. Deve avere i suoi anni, la canzone intendo… – Gli muoiono in bocca le frasi al povero Matt, rapito com’è dalla pura bellezza della sua Marie. – Ma, ma… cosa mi volevi dare di tanto importante?
– Questo! – tuona radiosa la bella Marie, sventolando di fronte a Matt un libro con una copertina di tela rossa.
– Che bello, amore! È, è…
– … un’antologia di poesia di Bertold Brecht!
– Accidenti, grazie, mi piace molto come autore. Ehi, ma l’hai comprato usato?
– No, perché?
– Manca una pagina! – protesta divertito Matt.
– L’ho strappata apposta stupidino.
– E perché mai?
– Era una poesia d’amore, l’unica che ha scritto Brecht.
– Guarda che potrei offendermene…
– Ma no stupidino, anzi… L’amore è sottrazione, privarsi di qualcosa, per il gusto di ricostruire insieme… La vita tutta è sottrazione!
– Ho come la sensazione di averli già ascoltati questi discorsi…
– Vieni qui, amore, abbracciami, fa un freddo cormorano!
Le frasi naïve di Marie non fanno effetto al giovane Matt, è abituato all’esuberanza della ragazza; ma gli occhi celesti e le sensuali labbra carnose e i piccoli-medi seni perfettamente conformati quelli sì che fanno effetto, altro che. I due giovani si baciano appassionatamente, la folta chioma di lei a perdersi tra le pieghe del collo di lui, mentre il libro di poesie giace immobile sul tavolino dell’Old Towne Pub di Pasadena, quasi fosse geloso di tanta concorrenza.

«Vi è piaciuto il pezzo della cara Venda? Io dico di sì. Immortale. E ora che ci siamo scaldati un po’, aspetto le vostre chiamate! Raccontatemi delle vostre pagine mancanti, delle pagine che avete strappato: erano in mezzo alla storia o pagine conclusive di un romanzo che aveva preso una brutta piega? E per quelli che sono ancora dei fottuti libri intonsi, ditemi un po’ come pensate di movimentare le vostre merdose e piatte esistenze, sono proprio curioso… Questo è sempre Jack Portento, fratelli, e ora metterò un pezzo che vi stenderà tutti.»

Il vecchio Rigel spegne l’autoradio, perché sa che un’altra canzone di buon blues lo terrebbe incollato per altri minuti in macchina.
– Ti sbagli però nel mio caso, Jack, ti sbagli… Il mio è un libro ancora integro, è vero, ma tutt’altro che lindo; le pagine sono ingiallite e rovinate, ma non così tanto da staccarsi da sole purtroppo. – Poi, estraendo la pistola revolver nascosta non con troppa cautela nel cruscotto, aggiunge – Vediamo cosa possiamo fare…

Saranno anni che non capita a Pasadena, ma l’Old Towne da fuori ha sempre la stessa apparenza rassicurante. Rigel rintuzza la Smith&Wasson nel fodero di cuoio e si intrufola nel locale con stile e ritrovata agilità, o almeno ha questa impressione. Un’occhiata a sessanta gradi, tanti ne bastano per fare una fotografia dell’interno del piccolo locale: i soli clienti sono due giovani fidanzatini che si sbaciucchiano ad un tavolino sulla destra; sembrano felici e ben assortiti.
– Le posso offrire qualcosa? – urla la barista dalla parte opposta della sala.
– Scotch e soda – risponde prontamente Rigel, puntando dritto verso il bancone.
La sagoma della donna, una signora di mezza età dai bei lineamenti ma vestita in modo piuttosto sciatto, si mette via via sempre più a fuoco agli occhi di Rigel; e con essa si fa via via sempre più incredula l’espressione dipinta sul suo viso.
– Ri… Rigel?
– Piacere di rivederti, Jolene.
– Io… io credevo che tu ti fossi trasferito in Europa.
– Ci sono stato, ma l’Europa non fa per me.
– Come mai sei qui?
– Sono qui per rivederti, mia cara Jolene… per l’ultima volta.
Non è mai stato un tipo bravo con le parole il cowboy Rigel e non pretendiamo certo che lo sia proprio ora che sta per ammazzare una persona. È un tipo sbrigativo però, di stimabile manualità, e da quell’ultima frase, pronunciata con il suo tipico accento contaminato del New Mexico, alla fine dei giochi è un attimo. Un colpo di tosse. La mano sul fodero di cuoio. La pistola tesa verso il viso di Jolene. Gli occhi sgranati di Jolene. Un nuovo colpo di tosse, questi benedetti grumi di saliva... Il terrore impresso negli occhi sgranati di Jolene. Un urlo. Matt e Marie che continuano a baciarsi e a palpeggiarsi. Rigel che intima il silenzio con uno shhh provocatorio. Un urlo ancora più forte. Marie che si volta. Matt che continua a tastare i sodi seni dell’esuberante Marie. Jack Portento che riprende a pontificare dall’altro delle casse. Baaang! Chi è morto? Chi è rimasto in vita? Sangue. Un nuovo e più sordo bang. Sangue. Sangue e urla, questa volta più acute. «State zitti maledizione!» Il cervello di Jolene che si spappola davanti agli occhi del suo ex-fidanzato. Sangue e pezzi di materia grigia. Matt che rimane fermo come uno stoccafisso. «Amoreee, scappiamo!» Matt e Marie che fuggono urtando contro tutto: tavolini, sgabelli, pareti. Una risata isterica. Sangue che cola dappertutto. È un attimo.
– Ehi aspettate, vi è cascata questa! – urla quasi in falsetto Rigel con fare premuroso, raccogliendo una pagina piegata a metà che è evidentemente scivolata dalla borsetta della ragazza: è una poesia strappata da un libro. Non ricevendo risposta, il cowboy Rigel Cooper fa spallucce e getta la pagina per terra, lasciando che questa scivoli sotto una poltrona. Poi raccoglie sul bancone lo Stetson nero, pardon, nero con qualche compromettente chiazza rossa. Poi si avvia, la camminata ancora più fluida e ancora più fiera, verso la desolata notte di Pasadena. Dentro all’Old Towne Pub resta solo la voce della radio a far compagnia alla povera Jolene Parton.

«Poi ditemi che non vi voglio bene ragazzi. Questo era Barry Boedders con You can even die of happiness; come non riconoscerlo? Mi sono arrivate molte chiamate durante la canzone, abbiamo molte storie cazzute da raccontare. Ma tutto questo dopo la pubblicità! Rimanete in ascolto, fratelli. C’è il vostro Jack Portento che vi aspetta qui per tenervi compagnia, questo è… The missing page show
Marco

"Midnight is where the day begins."
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