"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
Benvenuto, Ospite
Nome Utente Password: Ricordami
  • Pagina:
  • 1

ARGOMENTO: [#6] Stella cadente (racconti)

[#6] Stella cadente (racconti) 01/09/2012 13:25 #6033

Nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiama disperazione. L'anima è piena di stelle cadenti. (Victor Hugo)

Stella cadente è il sesto tema di questa quarta edizione di UniVersi.
C'è tempo fino al 31 Ottobre 2012 (compreso) per postare i propri elaborati.
Ricordo che è ammesso un solo racconto per autore.
Se al 31 Ottobre non ci saranno almeno 6 racconti in gara, il termine ultimo sarà prorogato al 15 Novembre.
Se al 15 Novembre non ci saranno almeno 6 racconti in gara, il termine definitivo e improrogabile sarà portato al 30 Novembre.
I racconti vanno postati in forma anonima (gli autori saranno svelati a fine concorso, dopo le votazioni) effettuando il login con l'account "Titivillus", password "universi".
Ricordatevi di controllare il numero di caratteri prima di postare. I racconti che supereranno i 12000 caratteri (spazi compresi) saranno considerati fuori concorso (il titolo non conta).
NB: per ragioni ancora da chiarire, probabilmente dovuti alla formattazione di caratteri speciali e di punteggiatura, il conteggio dei caratteri differisce di poco a seconda di dove viene effettuato. A tale scopo fa fede il conteggio effettuato sui racconti una volta postati in questo thread. NON dalla schermata di scrittura in "crea/modifica messaggio" e NON direttamente da Word prima di averlo copiato qui.
Ricordatevi anche di postare un sottotitolo per la vostra opera.

Siete già riusciti a stampare il vostro nome nella pietra della mitica classifica di UniVersi? Magari anche in buona posizione?
Siamo ora al giro di boa! È tempo di dimostrare che avete davvero la stoffa e non siete soltanto una... stella cadente!

REGOLAMENTO COMPLETO


RACCONTI IN GARA
  1. Discesa discografica, ascesa morale? (3428)
  2. Stella cadente (21)
  3. Due birre (9215)
  4. Da San Lorenzo a San Martino (515)
  5. La strana coppia e i desideri di provincia (9161)
  6. Storia di un atomo di Cerio (10243)
  7. Il meteorite parabolico (10667)
  8. Desiderio on the beach (10895)
  9. Il segreto dei bambini (2625)
  10. Stella (6769)
  • White Lord
  • Offline
  • Direttore Editoriale
  • Messaggi: 1188
"Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."
Ultima modifica: 05/11/2012 03:55 Da White Lord.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 25/09/2012 15:32 #6564

Discesa discografica, ascesa morale?

Una groupie mi sta succhiando la minchia. Ed è un divertimento vederla scendere e salire con così tanta maestria.
Sei pacchetti di fonzies abbandonati lungo il pavimento della camera dell'hotel. È la mia cena. Domani m'aspetta la prima sera di Sanremo. Non so neanche come abbia fatto ad arrivare fin qui. Io neanche ci volevo venire ma la mia casa discografica aveva detto che era l'ideale per lanciare poi il mio nuovo album così come l'inedito dal titolo: "Amore senza confini".
Pensare che, all'inizio, quella canzone s'intitolava "odio senza confini" ma la casa discografica aveva preferito fare alcune modifiche al testo, così come al titolo, per poi propormi appunto il palcoscenico di Sanremo come vetrina ideale per lanciarlo.
Una canzone d'odio verso tutto quello che mi circondava l'avevano trasformata in una canzone d'amore da hit parade.
I soldi hanno un potere assurdo. Soprattutto quando almeno tre sere a settimana, una troia diversa ti succhia la cappella. Come fare a rinunciarci facilmente.

Non ero l'unico di quell'etichetta discografica a Sanremo. Già sapevo che sarei arrivato secondo, già sapevo che ci sarebbero state polemiche perché il primo sarebbe stato un cantante cieco che cantava della libertà di vivere la vita a prescindere dai propri handicap.
Che morale pietosa. Chissà se anche lui adorava farsi succhiare tre volte o più a settimana.
Questa era infatti la ricompensa, per chi era etero. Ti confondevano col sesso. D'altronde, a venticinque anni, che cazzo ne volevi sapere della vita. A riguardarmi indietro mi vien da vomitare. Avrei voluto la maturità d'oggi. Ma d'altronde, questa era la vita. Battuto a Sanremo da un cantante cieco che canta di come combattere per vincere la sfida con la vita in cambio d'una troia un po' più fica e un po' più esperta.
Chissà se era pure frocio poi, quel cieco. Non m'ero mai premurato di chiederglielo.
Lo odiavo a dismisura. Anche perché il bastardo mi superava sempre in classifica. Lanciavo un singolo e quel cieco di merda ne rilanciava uno. Chiedevo garanzie a quei figli di puttana della casa discografica affinché non facessero gli stronzi con questi giochetti del cazzo e quei pezzenti di merda si divertivano a farlo di proposito.

Li minacciai più volte d'andarmene. Mi risero in faccia. Mi dissero che senza di loro non sarei stato nessuno. Che presunzione.
Ma era vero: smisi di frequentare le TV e le radio nazionali, smisi di frequentare mignotte d'alto borgo che avevano succhiato terga di chissà quale livello..ma poco m'importava.

A distanza di poco più di cinque anni da quel secondo posto di Sanremo, alla tenera età di trent'anni, mi ubriaco nella trattoria del borgo di questo paese di mille abitanti. La classica festa d'Agosto in paese con quel nome, famoso ma non troppo, che richiama i paesi vicini e poco più. E chi se ne frega se ho pochi soldi, chi se ne frega se ho poco successo. Ora, con tutto l'amore che nutro per l'arte, posso finalmente cantare la mia vera canzone:

"Odio senza confini".

E tutti mi guardano invalidi, quasi stupiti delle modificazioni. Non abbiate paura gente di terra, io amo l'arte e per questo vi adoro; proprio per questo vi delizio di questa perla che l'amministratore indaffarato alla ricerca di ventenni da fottere mai avrebbe concesso di donare al mondo.

Finito il concerto di nuovo in cantina a bere vino paesano. M'accontento d'una sega e poi in viaggio verso un nuovo lavoro.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 31/10/2012 14:58 Da White Lord.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 08/10/2012 23:14 #6898

STELLA CADENTE

Esprimi un desiderio.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 22/10/2012 00:20 #7062

DUE BIRRE

Una volta perso il controllo di una moto probabilmente si sbanda, è difficile poi non subire conseguenze fisiche. Infatti non riusciva più a muoversi. Uno strano torpore lo aveva avvolto, se non sapesse di essere conciato così male, poteva anche dire di sentirsi bene, nessun dolore, che strano! C'era anche altro che aveva già identificato. Quella strana sensazione alla gamba era probabilmente dovuta al sangue che se ne andava via; via da lui per sempre, per rifugiarsi tra l'erba alta di quel campo.

La notte era appena iniziata.
In quella strada molto poco trafficata non sarebbe passato nessuno fino al mattino successivo per vederlo e soccorrerlo, non poteva resistere così a lungo.
Con il passare dei minuti, i momenti di lucidità si alternavano a pensieri sconclusionati, accettabili in una chiacchiera fra amici al bar ma non ora. Il freddo e soprattutto il vino ancora in circolo annebbiavano maggiormente i suoi pensieri, sempre meno limpidi.

_Sì è finita, il cuore si fermerà tra poco. È la notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti, un nome nel destino il mio. Sto per morire nella notte di San Lorenzo, lungo su un prato con lo sguardo in aria, proprio io che mi chiamo... Marco. Si capisce anche da qui che non è la mia serata, mi chiamassi Lorenzo farei una fine degna e invece..._

La stelle cadenti.
Un fenomeno al quale aveva dato sempre poca importanza. Anche da bambino quando sarebbero dovute andare per la maggiore, lui le aveva bistrattate ogni estate. Adesso, lì, era l'unica compagnia che potesse avere. Pronto a domandarle parecchie cose se ne avesse vista una. Sai com'è... il desiderio.

A essere sincero non sapeva neanche cosa le avrebbe chiesto. Forse di portarlo via da lì, era un freddo cane, si gelava; oppure di metterlo sotto, come un insetto fermo sulle strisce pedonali; più probabilmente solo di scaldarlo. Avvolgerlo nel tepore fino a fargli chiudere gli occhi con dolcezza, come faceva da bambino quando lo abbracciava la mamma. Ma qualsiasi cosa andava bene se avesse fatto migliorare quella situazione.

_Te la ricordi la strada per Il Quadrato? VENTIQUATTRO! Sì esatto, ventiquattro tornanti, contati. Talmente ubriaco che era impensabile farli tutti, così vado fuori al primo. Di sicuro ho guadagnato tempo. Beh è denaro anche quello. Ahah_

Sbuffava per riprendere fiato – ora lucido - guardando un insetto che camminava davanti al suo naso. Il respiro si era fatto difficoltoso e innaturale, doveva sforzarsi di mandar dentro aria. Con il corpo immobile forse per una frattura alla colonna vertebrale, riusciva soltanto a muovere la testa. Girando e rigirando il capo notò non distante da lui, un riflesso. Socchiuse le palpebre per focalizzare meglio... Cos'era? Capì e gli occhi ripresero vita, lì a pochi metri da lui c'era il cellulare, la salvezza.

_Pancia all'aria a guardar la stella cadente, il cavalier disarcionato mente. Bello eh? Potrebbe essere il titolo per il libro della mia fine, un libro di due pagine, copertina compresa. E poi mente su cosa? Dovrei trovare un'altra parola al posto di mente.

Si Pente? Sarebbe da approfondire.
Indipendente? Fa rima ma che vuol dire.
Forse la parola giusta è crepa, almeno è coerente.
E sti cazzi se la rima è latente.
_

La moto era li da qualche parte ma non riusciva a vederla. Ora il suo unico obiettivo era il cellulare e come fare per raggiungerlo. La stanchezza vinse, Marco chiuse gli occhi con il viso tra i fili d'erba. Nell'ultimo sprazzo di lucidità capì che stava per cedere, sperava solo che fosse sonno o un mancamento, e poter rinsavire più tardi.

Non lo sapeva Marco, ma si stava perdendo uno spettacolo unico. Quando passava una stella cadente il cielo si accendeva per un attimo, un bagliore in quel modo avrebbe fatto passare un brivido a chiunque. Nella buia campagna senza le luci cittadine ad offuscare la vista le stelle erano tantissime, milioni, ed il passaggio veloce di una era una delizia che almeno una volta nella vita andava visto. Ma non dal terrazzo del quinto piano, andava visto così, nel buio completo, con i grilli intorno che facevano da colonna sonora.

Il senno ritornò in lui più tardi, con gli occhi ancora chiusi se ne rallegrava e ringraziava sentitamente, non si sa chi.

Il telefono!
Immediatamente provò a voltarsi verso l'amato congegno e fece meglio di prima, ora poteva anche muovere una gamba. Debolmente, lentamente, supino, raccoglieva il più possibile la gamba a sé e poi la stendeva per muoversi all'indietro di qualche centimetro, in direzione del telefono. Altro non riusciva a fare: L'altra gamba era immobile, probabilmente sanguinava meno di prima o forse aveva smesso. Le braccia duramente colpite nella caduta non si muovevano se non con grandissimo sforzo, di girarsi non se ne parlava.

Una stella si accese proprio sopra di lui, e poi un'altra e un'altra ancora. Tre consecutive, di una luminosità incredibile.

_Che spettacolo_ pensò.

Fu colpito in così grande maniera che per la prima volta in vita sua si chiese perché finora non le aveva mai viste così. Erano meravigliose. Come aveva potuto ignorare una delizia del genere? Cosa aveva fatto durante tutti i giorni della sua vita?

Continuava a spingere sulla gamba, pochi centimetri alla volta, con certezza. Il movimento però era diventato quasi meccanico, la sua attenzione era rivolta alle stelle con la mente in pieno sconvolgimento.

Era valsa la pena vivere in quel modo? Per finire poi in quel modo... solo. Come quasi tutte le sere, solo come un cane. Aveva avuto degli amici sì, ma lui non li aveva curati il necessario e prima o poi se ne erano andati tutti. Tranne Andrea, lui era rimasto sempre al suo fianco. Sincero ed amico vero era stato ripagato con ben altra moneta. Marco gliene aveva combinate di cotte e di crude, spesso a sua insaputa.

Il suo “essere una brava persona” era stato molto approssimativo: quelle che per lui potevano essere state piccolezze, erano delle vere e proprie bastardate viste obiettivamente. Arrivista, e sfruttatore.

La gamba continuava a fare il suo lavoro, spinta dopo spinta il telefono era vicino, la mente sempre più lontana. Le stelle sarebbero cadute per tutta la notte e ogni passaggio lo metteva più a nudo nell'anima. Sembrava che la sua corazza interiore si assottigliasse ad ogni bagliore. Avere paura di rimanere nudo rafforzava in lui la certezza del suo esser stato meschino.

_Sai Andrea, quante te ne ho fatte? Sul lavoro, con le donne... TI ho tradito parecchie volte, non so bene perché, forse invidia. Pensavo che fossero cose di poco conto e che tu anche se lo avessi scoperto ci saresti passato sopra. Forse lo avresti fatto pure ma non significa, non è questo che si fa. Neanche con chi non conosci, figurarsi tra amici_

Fece una pausa con la gamba, non riusciva più a tenere il ritmo dei primi “passi”. La sua forte fibra era messa duramente alla prova questa volta. Approfittava allora di questi momenti per guardare meglio il cielo, immenso, nero. Anche senza stelle cadenti era bellissimo, sconfinato. Non se ne accorse, ma i momenti di meditazione erano diventati molto più lunghi dei momenti di spinta.

Il cavalier disarcionato alla fine si pente sul serio, chi l'avrebbe mai detto?

Altre due stelle... gli sembrarono dei fuochi artificiali, fantastico.

_Che poi alla fine, dei momenti sinceri insieme li abbiamo passati, la prima vacanza insieme te la ricordi? In Puglia. Quattro bei giorni. Che stupido sono stato, ora mi preme solo chiederti scusa, scusami tanto, sono stato un pessimo amico. Ha poco senso farlo dopo tanto tempo lo so, ha zero senso farlo lontano da te, parlando da solo su questo prato._

Il cellulare, la salvezza era lì. Con la testa era arrivato a toccarlo. Avanzò ancora qualche centimetro e arrivò a metterci sopra il naso. Sfinito, mise tutte le energie per muovere un braccio e finalmente riuscì a prendere il telefono.

Nonostante, non riusciva a gioirne.
Stava per tornare alla vita sì, ma alla solita, quella di sempre, e proprio questo lo rendeva perplesso.

Una vita fatta di lavoro al giorno e televisione la sera, senza una famiglia, senza uno straccio di persona da poter chiamare. Con i conoscenti si vantava di non aver mai preso moglie perché almeno si era risparmiato il tempo di doverla tradire. Ora rideva amaramente di quella sua stupidità.

Telefono in mano con lo sportellino aperto, pronto alla chiamata. Un attimo per rifiatare.

_Quanto sarebbe bello ora stare tutti e due qui sdraiati a parlare e a farci due risate... senza silenzi imbarazzanti. Mi piacerebbe poterti scrivere queste parole, che tu le possa leggere. Mi piacerebbe che tu potessi sentire questi miei pensieri. Mi piacerebbe poterti parlare, chiarire e poter ricominciare a stare bene insieme, a sapere di avere un amico sul quale poter contare sempre.

Ma tu non ci sei più da tanti anni.
_

Ultima stella.
Una coccinella se ne stava silenziosa lì vicino. Camminava su un ramoscello secco quando venne scaraventata via da quell'enorme massa nera che le era caduta accanto: il telefono che la mano aveva lasciato cadere. Sempre pronto per quella chiamata d'emergenza che non farà mai.

_Ora - se va come dicono in tanti – le scuse te le vengo a fare di persona.
Apri due birre
_
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 27/10/2012 13:27 #7105

DA SAN LORENZO A SAN MARTINO

Serena incantata dal cielo stellato, Ernesto,
Tenendole teneramente le mani,
Era felice di una felicità concessa solo ai bambini.
La stella cadente lascia la sua scia luminosa.
Lei esprime il suo desiderio, lui
Àncora il suo sorriso nei propri occhi.

Cento giorni dopo piange, solo.
Annichilito, rifugge dalla malcelata menzogna.
Domanda a Cristo perché.
È difficile accettare di aver perduto tutto.
Non riesce a dimenticare l’amore.
Tristemente pensa a sé come una stella cadente.
Ernesto, invece, è solo cornuto.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 30/10/2012 13:19 #7135

La strana coppia e i desideri di provincia

Entrarono nella palestra della scuola non senza qualche timidezza, perchè ben sapevano che l'attenzione di tutti sarebbe stata rivolta verso di loro, che le risatise e i commenti maligni sarebbero stati tutti dedicati a quella coppia appena costituita. Aspettative puntualmente confermate fin dai primi passi, gli sguardi degli altri presenti, divertiti e irriverenti, erano tutti per loro.
In quel momento ciò che attraversava le menti di Jenny e Edward fu la voglia di scappar via lontano: forse l'unica cosa che avesse mai accumunato i due giovani.

Quella sera la palestra della St. Stanislaus High School nella piccola e tranquilla cittadina di Adams, nel profondo ovest dell'Massachusetts, era quasi irriconoscibile con gli addobbi, le luci soffuse, la musica suonata dal vivo dal meglio dei vari gruppetti scolastici e soprattutto tutte le ragazze e i ragazzi con i vestiti di gala per il più classico dei balli scolastici.

La serata era iniziata da poco e solo le coppie più collaudate e disinibite già ballavano scatenate in pista, le altre più discretamente chiacchieravano ai bordi o stazionavano davanti all'improvvisata zona bar sorseggiando gli scialbi aperitivi e le bevande analcoliche messe a disposizione dai dirigenti scolastici, pensando a quando sarebbero riusciti a portar in sala le bottiglie di vodka che gli studenti più grandi avevano previdentemente procurato.

La strana coppia rimase a lungo in piedi, appena dentro il salone, cercando di capire come comportarsi. Jenny si sbloccò solo qua Rececca, la bellissima capitana e paladina del gruppo delle cheerleaders, le sussurrò passandole a fianco "Bravissima cara, ce l'hai fatta. Ancora poco e da domani potrai ritornare tra noi!"
Sul viso della giovane tornò il sorriso al punto che prese per mano il proprio cavaliere dicendogli "Su andiamo a bere qualcosa, dai. Vedrai ci divertiremo".

Per il ragazzo tutta quella situazione non aveva molto senso, gli sembrava la classica situazione da film in cui la bella della scuola all'improvviso invita il secchione della scuola al gran ballo trasformandolo da ranocchio a principe con un bacio. Questo il primo pensiero, quando la bionda e seducente Jenny si avvicino a lui e, rivolgendole la parola quasi per la prima volta, gli chiese di accompagnarla al ballo.
Subito rimase praticamente senza parole, a primo istinto avrebbe voluto rifiutare quell'invito temendo una presa in giro, poi la sua vena romantica e sognatrice l'aiutò a farfugliare un tremante "Sì".

Non era da molto che Edward era giunto in quella cittadina. Nato in una semplice e onesta famiglia del New Jersey, figlio di una casalinga e di un reverendo protestante, già timido e riservato di natura, vide la sua vita tragicamente segnata dalla scomparsa del padre nel crollo delle torri gemelle. Da quel momento Edward si chiuse ancor più in sé stesso, passando le giornate sui libri e al fianco di una madre che dopo la tragedia, tra ansia e depressione, aveva smarrito la lucidità e riversato sull'unico figlio ogni apprensione.
Accortisi della pesante situazione psicologica di madre e figlio, i parenti erano riusciti a convincerli a lasciare quella vita densa di troppi ricordi dolorosi e a trasferirsi vicino a loro, in Massachusetts, per rifarsi una vita. In breve tempo Edward emerse tra gli studenti più profittevoli dell'intero nuovo istituto, ma allo stesso tempo non riuscì a legare con nessuna persona del posto, anzi suo comportamento divenne ancora più solitario e le sue abitudini più lontane dalla vita sociale, compiacendosi della diversità da un mondo che non riconosceva, che disperezzava.

Jenny Smith, la sua dama per quella sera, era l'esatto opposto di lui. La fresca bellezza, il sorriso sempre stampato in fronte, i modi gentili ma allo stesso tempo determinati colpivano tutti, pazienza se a scuola faticava a raggiungere la sufficienza e se sembrava pensare di più al divertimento e ai ragazzi che a costruirsi un futuro, ma si sa come vanno queste cose.

Ad incrociare il destino dei due ragazzi per quella sera ci pensò un'idea balzana di Rebecca. Pochi mesi prima la giovane Jenny ebbe l'ardire di soffiare un ragazzo a Rebecca e dal quel fatto la leaders delle ragazze convinse tutte le altre ad isolarla. Ma la giovane non si perse d'animo e armata di una buona dose di faccia tosta affrontò tutte e le convinse a perdonarla. "Però dovrai pagar pegno, se lo farai dimenticheremo tutto e tornerai tra noi cheerleaders".

I propositi di divertimento di Jenny, in attesa della fine della festa e del suo rientro nella società che conta furono presto delusi. Stare al ballo con quel ragazzo che non stava simpatico a nessuno, che non parlava con nessuno se non con lei, che non sapeva ballare, che sembrava vestito con l'abito della domenica del nonno, che esile e impacciato nei movimenti scompariva vicino ai giocatori della squadra di football...
No! Aveva una reputazione da difendere. Doveva pensar ad una soluzione.

Ma non che ad Edward le cose andassero meglio. Dei presenti alla festa non c'era nessuno che trava interessante, lui odiava la musica troppo forte e di ballare proprio nemmeno si pensava. Con uno sforzo più grande di quanto si può immaginare aveva provato a proporre degli argomenti di conversazione alla sua dama ma vedendo da quella parte più disinteresse che altro s'era presto arreso chiedendosi il motivo di quell'invito e guardando l'orologio in attesa dell'ora stabilita per il ritorno.

Nessuno dei due riusciva più a rimenere in quella sala. Alla fine l'idea venne a Jenny.
- "Cos'è che mi dicevi prima... qualla cosa delle stelle che dovrebbe esserci stasera?!"
- "..le stelle cadenti. Stanotte la terra attraversa una sciame meteorico e quindi si possono vedere..."
Non fece a tempo a finir la frase che la ragazza si avviò verso l'uscita
- "Dai siamo stati fin troppo qui, portami a vedere queste stelle cadenti! Ripassiamo qui tra un paio d'ore, salutiamo tutti e poi mi riporti a casa".

Edward accolse con entusiasmo quella inattesa proposta e con una felicità che non sentiva da diversi anni si mise in auto in direzione del bosco della Blair Hiking, ad una ventina di chilometri da lì. Durante la strada riversò sull'ospite tutte le informazioni che sapava sulle stelle e sul fenomeno degli sciami. Jenny annuiva spesso, senza nemmeno porsi il problema di capire quanto le venina detto, crogiolandosi della sua idea per allontanarsi un pò di tempo dalla festa. Poi si mise ad osservare Edward, mentre continuava nella sua dotta e solitaria esposizione. Magro, non troppo alto, quasi tremolante, con questi occhiali troppo spessi, il vestito buffo: non aveva proprio nulla di bello, ma ora non le era poi così pesante star con lui, sarà che erano finalmente lontano da tutti gli altri, soli, ma tanto lui non era di certo il tipo che poteva importunarla. A vederlo parlare con così tanto entusiasmo, a vederlo sorridere per la prima volta, quasi provò della simpatia... magari qualche volta sarebbe potuto tornarle utile per delle ripetizioni.

Dopo aver percorso un tratto di bosco, alla fine di una breve salita, l'auto si fermò nella piccola radura posta proprio al centro di quella suggestiva zona naturale, che più volte aveva già visto Edward impegnato nelle sue escursioni solitarie.
L'osservazione si protrasse per più di un'ora prima di dare i primi risultati, un tempo trascorso nel imbarazzo di Edward e nell'intenso masticare la propria chewingum di Jenny. Le prime stelle furono salutate dall'entusiasmo di Edward e del disinteresse della ragazza, ma al comparire di una stella straordinariamente grande e lucente al grido meravigliato di Edward si unì l'attenzione e lo stupore di Jenny.
- "Non ne ho mai vista una così grande, che bello vederla con te... dai Jenny esprimi un desiderio che le stelle cadenti lo fanno realizzare.."
- "Ah sì?! Beh allora io sogno di esser ricca, famosa e con un uomo bellissimo.... e tu?!"
- "Ma no Jenny, non dovevi dirmelo, così non si realizza.. Io non ti dirò mai quello che ho desiderato!"

La ragazza si girò di scatto verso il finestrino, sbuffando, indispettita da quelle parole e così rimase per alcuni istanti. Poi una mano forte e decisa le tappò la bocca, mentre l'altra le strappava con violenza i vestiti.

La mattina dopo i soccorritori, allertati dalla scomparsa dei due giovani trovarono il cadavere insanguinato e violato della ragazza ai piedi dell'auto abbandonata sulla radura.
Lì, tra i cespugli, a poche decine di metri c'era un'altra auto nascosta con dentro Rebecca, che piangeva a dirotto e completamente sotto shock non riusciva ne a muoversi ne a parlare.
Non riuscì mai a raccontare agli inquirenti che aveva seguito la coppia per controllare che la povera Jenny onorasse il suo pegno, che aveva visto i due osservar a lungo le stelle, ne tanto meno quello che vide accadere dopo il bagliore di quella grande stella cadente.

Di Edward non si seppe più nulla, ma molti furono concordi nel ritenere che quel giovane così esile e tranquillo non avrebbe mai avuto la forza necessaria per ridurre in quel modo la giovane cheerleaders. Chissà che brutta fine aveva fatto anche lui.
Le indagini presto si arenarono.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 30/10/2012 13:36 #7136

Storia di un atomo di Cerio

Questa storia non è mai stata raccontata da alcuno. Non è stata mai vissuta o veduta da alcuno, non testimoniata nemmeno; ma da un certo punto di vista è vera per forza.
Migliaia, milioni, miliardi di anni fa un meteoroide viaggiava senza soluzione attraverso il nostro Sistema solare. Non si sa esattamente da quanto tempo questo blocco di elementi vagasse: probabilmente era il risultato della collisione tra due asteroidi scontratisi in un tempo ancora più remoto. A dirla tutta non è che ci interessi poi così tanto conoscere l’età specifica di questo sasso volante. E’ già sufficiente, ai fini della storia, averlo individuato e isolato, nella vastità e nell’oscurità dello Spazio.
La composizione dei meteoroidi è, dal punto di vista chimico, sempre molto varia. Nel caso del nostro meteoroide, oltre ai celebri Idrogeno e Carbonio, era presente anche un atomo di Cerio: un solo atomo. E’ una rarità eccezionale che un atomo rimanga isolato da atomi dello stesso elemento e sopravviva alla tentazione degli elettroni di legarsi agli altri elettroni degli altri atomi di altri elementi per formarne ancora di nuovi e non smettere mai, di volta in volta, di ricordare che la natura è quella cosa in continua evoluzione che sempre si rinnova, muore e rinasce in ogni angolo dell’Universo. Il nostro atomo invece era rimasto lì, ancorato ad altri atomi con cui non aveva la possibilità di combinarsi e, impossibilitato dallo sfuggire alla presa del peso atomico di questi, non aveva nemmeno la forza di divincolarsi e fuggire da solo nello spazio profondo alla ricerca di suoi simili. Come fosse possibile che un solo atomo di Cerio si fosse trovato all’interno del nostro meteoroide non ci è dato sapere. Forse, nell’atto della creazione del meteoroide, un blocco di Cerio era finito da una parte e il nostro atomo non era riuscito a staccarsi, rimanendo aggrappato all’altra parte dell’asteroide che sarebbe poi divenuto il nostro meteoroide. Oppure, a meteoroide già creatosi, una collisione con un altro piccolo corpo celeste aveva mutilato ancora una volta il blocco di Cerio e, così come era successo anche nella sopracitata ipotesi, il nostro piccolo atomo non era riuscito a separarsi insieme con gli altri suoi simili. C’è poi chi racconta che questo atomo fosse sempre stato lì da solo, e che fosse in un primo tempo scappato dal pianeta natio Cerere, che successivamente si fosse perduto, venendo travolto dal nostro meteoroide, e che altro non desiderasse se non ritornare al suo amato pianeta (o pianeta nano, se preferite). A onor del vero, non è che Cerere sia esattamente il luogo di nascita dell’elemento. Il Cerio ne ricalca il nome solamente per questioni storiche. Quando fu scoperto questo elemento, appartenente al gruppo delle cosiddette “Terre rare”, i due scienziati che l’avevano, ognuno autonomamente, scoperto (in Svezia e in Germania) non avevano probabilmente avuto l’ambizione di corrompere l’elemento con un bizzarro miscuglio tra i loro nomi e avevano optato per una soluzione più semplice: era stato avvistato per la prima volta, due anni prima, nel 1801, l’ottavo pianeta del sistema solare, Cerere. Bene, questo nuovo elemento avrebbe portato un nome che ricordasse, e celebrasse, quello della scoperta del nuovo pianeta.
Ma torniamo indietro di poche righe e molti anni. Il meteoroide viaggiava in direzione del Sole a una velocità costante che solo la forza d’inerzia nel vuoto è in grado di sviluppare. L’ultima, ennesima collisione l’aveva fatto roteare su se stesso e spinto finalmente verso quello che è conosciuto come l’epicentro del Sistema solare. E’ così che si trovò nei pressi dell’orbita di Urano, il pianeta dal colore freddo e sintetico il cui asse di rotazione è talmente eccentrico che il pianeta pare rotolare su se stesso quasi che si trovi su di un tavolo da biliardo. Il vuoto che si avverte percorrendo il lunghissimo tratto che separa le orbite di Nettuno e Urano è un vuoto che non è facile descrivere. Il nostro atomo di Cerio lo sapeva bene. Era già la terza volta che percorreva quel tratto, avendo il meteoroide subito cambi di direzione, rimbalzando senza tragua da un corpo celeste all’altro. Nettuno è tutto l’opposto rispetto a Urano. E’ un pianeta dalle sembianze mansuete, pare impassibile, dal color lapislazzuli. Di una bellezza rara. E raro è poterlo contemplare giacché, data la sua lontananza dal Sole, l’orbita che compie attorno a esso è talmente ampia che davvero è una coincidenza straordinaria incrociarne il cammino. Passavano gli anni e il meteoroide non subì cambi di direzione fino a che non si trovò nei pressi di Giove, il titano tra i pianeti: la grandezza di quel colosso color ruggine era semplicemente spaventosa, persino superiore a quella di Saturno, il pianeta inconfondibile che non aveva potuto osservare data la sua lontananza al momento del passaggio del meteoroide. Alcuni tra i satelliti che roteavano attorno a Giove erano grandi quanto un pianeta. Da un punto imprecisato, appena fuori dall’orbita del pianeta, partiva una scia di corpi celesti di varie dimensioni che puntava in direzione del Sole. Il meteoroide vi si accodò per puro caso e proseguì in compagnia di suoi consimili il viaggio verso la zona che meno conosceva del Sistema solare. Mai infatti era riuscito a superare la Fascia principale di asteroidi giacché era sempre entrato in collisione con uno di loro e ne era stato successivamente respinto verso l’esterno, nelle direzioni più disparate. Per chi ha già potuto osservare la Fascia di Kuiper, la Fascia principale potrebbe apparire come un minuscolo anello, ma non crediate a queste parole. Essa è letteralmente un campo minato in movimento di asteroidi e meteoroidi, detriti rocciosi e polveri di qualsiasi dimensione. Nessuno tra i corpi celesti compagni di viaggio del nostro meteoroide riuscì a passare indenne attraverso l’anello. Nessuno tranne il nostro meteoroide naturalmente; che vide frantumarsi a poche migliaia di metri uno per uno i piccoli meteoroidi contro i giganteschi asteroidi che, impassibili, non deviavano la loro traiettoria nemmeno di un centimetro. Ecco che l’atomo di Cerio avvertì di aver portato a termine una impresa epocale e per tanti anni pensò che sarebbe stato bello poter un giorno ritornare sui propri passi.
Il meteoroide era oramai giunto in prossimità di Marte, il pianeta dalla forte presenza di Ferro, e si lasciava alle spalle la grandiosa Fascia principale di asteroidi che separa i piccoli pianeti rocciosi – oltre a Marte, la Terra, Venere e Mercurio - dai mostruosi titani gassosi Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Man mano che, lentamente, esso si avvicinava al pianeta rosso, l’atomo di Cerio notò che, in lontananza, altri meteoroidi venivano risucchiati nella sua atmosfera. Che ben misera sorte li attendeva; ma questo il nostro atomo non poteva saperlo. Come potevano essere quei sassi così sciocchi da avvicinarsi tanto a quella sfera gigantesca?
Il meteoroide urtò lievemente contro un piccolo corpo celeste e l’atomo riprese coscienza del proprio destino: alcune volte il caso ha il sopravvento e non ci si può fare proprio nulla. La traiettoria non era fortunatamente cambiata e ora come non mai il meteoroide puntava in direzione del Sole. E’ così che, passato un tempo indefinibile, esso si trovò al cospetto del terzo pianeta del Sistema Solare. Era grigiastro e decisamente più piccolo di Marte. Come un riflesso opaco lampeggiò da quel piccolo pianeta, una sorta di malinconia avvolse il nostro atomo. D’un tratto, passandogli a fianco, la rivelazione: non si trattava affatto di un pianeta. Era il satellite di un altro corpo celeste: la Terra. Il meteoroide non era mai stato tanto vicino al Sole ma questo dato passò in secondo piano: era come ipnotizzato da quella sfera vagamente schiacciata alle estremità. E così, senza rendersene conto, il nostro sasso volante veniva lentamente risucchiato verso quel pianeta sconosciuto. Osservandolo da lontano sembrava come condotto per mano, gentilmente, da forze invisibili che lo trascinavano verso quel pianeta così lontano, così vicino. Il meteoroide non oppose resistenza all’attrazione gravitazionale terrestre. La Terra, per chi ha la fortuna di poterla contemplare dallo spazio, è il più grande spettacolo dell’Universo. L’atmosfera la fa brillare come quelle biglie dai motivi bluastri quando si osservano in controluce. Ora, tutti sanno che i meteoroidi non hanno una coscienza propria. Tuttavia, è bello credere che esso avesse scelto di sgretolarsi in una scia di fuoco proprio al cospetto di quello spettacolo incredibile che è l’Oceano Pacifico: valeva bene la pena terminare il proprio cammino salutando chi, con un po’ di fortuna e spirito di contemplazione, aveva avuto la prontezza d’animo di volgere lo sguardo al cielo stellato. “Una stella cadente!” qualcuno avrebbe sentenziato. Per la verità la storia del nostro meteoroide era stata un po’ più complessa rispetto a quella scarna esclamazione. D’altro canto, l’essere accostati a una stella è un gran bel complimento.
E così moriva il nostro meteoroide, e con lui anche il nostro minuscolo atomo di Cerio. Anch’esso aveva contribuito, con il suo impercettibile volume, ma la sua straordinaria capacità di brillare, allo spettacolo pirotecnico che solo i pochi abitanti delle isole del Pacifico avevano potuto osservare.
Tuttavia, c’è chi conosce un finale alternativo. E racconta che, appena prima di entrare nell’atmosfera terrestre, il meteoroide già stesse mutando di forma per via del calore sempre maggiore e si stesse a poco a poco scomponendo, permettendo a degli insignificanti granelli di polvere di sfuggire all’attrazione gravitazionale della Terra. E, guardando bene, si poteva scorgere tra questi granelli un atomo diverso da tutti gli altri che viaggiava spedito verso la Fascia principale di asteroidi che, per chi non lo sapesse, oltre a separare con la sua immensa circonferenza i quattro piccoli pianeti interni dai quattro giganti gassosi, incidentalmente dà accoglienza a Cerere, che oggi è conosciuto come un asteroide ma, nella prima metà dell’Ottocento, assurgeva ancora alla dignità di pianeta.
D’altronde, un atomo di Cerio questa differenza non la potrebbe mai cogliere, né le darebbe peso se anche potesse.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 30/10/2012 14:43 #7139

Il meteorite parabolico

Quasi tutti da quelle parti trovavano da mangiare in modo poco legale. Jean purtroppo si era dovuto abituare a fare altrettanto, del resto non aveva alternative. E lo stesso ciò lo seccava, gli spiaceva dover rubare nonostante il mondo gli avesse rubato tutto: la sua carriera, l’amore, la vita. Anche la passione per la pittura, una volta travolgente, era ormai divenuta sgualcita, nonostante i molti rattoppi: più e più volte si era seduto a ritrarre un paesaggio, una persona, una storia; sempre aveva buttato furioso il pennello da parte e la tela in un angolo. Non gli piaceva come era costretto a vivere, lo frustravano gli sguardi in tralice che riceveva quando passeggiava in cerca di borselli per i quartieri in di Parigi, in mezzo a tutta quella gente che dalla vita aveva avuto tanto più di lui. Del resto, si disse una volta vedendo la sua immagine riflessa nel vetro di una boutique, non ispirava grande fiducia: i capelli neri, più lunghi di quanto fosse decoroso, gli ricadevano con strafottenza in una frangia unta; la barba di qualche giorno gli aggrediva combattiva le gote; gli occhi disillusi e fiacchi facevano il paio con le mani perennemente gettate in fondo alle tasche. Sembrava, si disse, una macchia di ribellione in quello sfondo armonioso.
All’ipocrita candore delle vie più in voga preferiva l’oscurità malfamata della Rive Gauche. Qui bastava farsi gli affari propri e nessuno ti chiedeva niente. Il comportamento ideale era un mix di testa ostentatamente alta e sguardo sempre sfuggente. Mai fissare negli occhi qualcuno che non si conosce –un po’ come con gli struzzi-, mai mostrare di avere paura –un po’ come con i grandi felini. Insomma, Jean preferiva quello zoo alla perfezione borghese.
Quando calava la notte gli piaceva uscire, portarsi sul confine così labile –eppure tanto marcato!- che era la Senna. Allora se ne stava a guardare i pipistrelli che danzavano attratti dalle deboli luci della vicina Notre Dame, ora apparendo e ora sparendo; ammirava quel silenzio tanto intenso e insieme espressivo, lambito appena dall’acqua che correva sotto di lui. Ogni tanto qualche ubriaco rompeva quella pace dell’udito e della vista ma era un momento, come la zanzara che turba solo un poco la dolcezza del sonno.
Questi erano i soli momenti belli della vita di Jean, o per meglio dire gli unici sopportabili. Perché non gli erano certo sopportabili le poche ore di sonno di cui non poteva fare a meno, buttato sulla sua branda in una catapecchia allo sfascio, perennemente impregnata di puzzo di vomito e di alcol e spesso piena di gentaglia che lui non aveva mai visto: gli inconvenienti di dividere il tetto con altri uomini. A volte le notti le passava in compagnia di qualche ragazza, della quale al mattino non poteva nemmeno ricordare il nome; con le donne aveva sempre avuto un discreto successo, vuoi per il ciuffo o per l’animo artificiosamente romantico. Le giornate passavano caotiche e vuote, prive di uno scopo.


Vittorio Bacelli gettò la penna con rabbia. Erano due settimane che cercava disperatamente un soggetto per il nuovo spettacolo della sua compagnia teatrale, ma niente. Era sempre stato uno scrittore prolifico, uno di quelli che un quarto d’ora e ti tirano fuori una commedia tanto furiosamente satirica da levare il pelo a una dozzina di papi messi in fila; da qualche tempo però non gli riusciva più così facile. Era solito buttar giù prima una specie di romanzo, limarlo e correggerlo; poi scriveva uno ad uno tutti i copioni per gli attori, apportando di volta in volta le piccole modifiche fisiche o caratteriali che questi gli suggerivano in base alle loro preferenze. Roba lunga insomma: e se non fosse riuscito a fare tutto entro un’altra settimana al massimo gli attori non avrebbero fatto in tempo a mandare tutto a memoria. Per la prima volta nella storia della compagnia uno spettacolo –e che spettacolo!- sarebbe saltato.
La “Stella Ch’ha dente” era nata 7 anni prima. Il nome faceva riferimento a Luisa -la ragazza ai tempi diciannovenne che ne era l’attrice principale- e alla mordacità che aveva sempre contraddistinto le rappresentazioni. Il Piemonte di fine ‘800 necessitava di un po’ d’intrattenimento, sentiva l’esigenza di ridere degli altri per sentirsi esso stesso -con l’annessa prolunga italica nel Mediterraneo- uno Stato degno di questo nome. La Stella Ch’ha Dente, sovvenzionata sottobanco da autorità statali tanto alte che non sembra opportuno parlarne, derideva gli altri stati per elevare agli occhi degli stessi italiani l’Italia al rango che le competeva. Per tutto quel tempo la compagnia era andata in lungo e in largo per il fu Regno di Savoia prima, poi per la penisola intera, riscuotendo sempre un grande successo. Lo spettacolo successivo sarebbe stato a Roma, davanti alle più grandi autorità statali e –si diceva- a diversi alti esponenti ecclesiastici (ragion per cui si era depennato il Vaticano dalla lista delle vittime per l’occasione). Un’importante figura politica torinese aveva chiesto a Vittorio Bacelli qualcosa di assolutamente nuovo, mai visto, indimenticabile. Ora, prendete la mente più brillante del mondo, quella con l’ ingegno più fine che possiate immaginare, e chiedetele di tirar fuori un’idea; chiamate il più celebre dei pittori e chiedetegli un capolavoro su un tema a piacere. Vi troverete addosso quattro occhi sgranati e due bocche spalancate. Non si può chiedere neppure alla mente più acuta di fare qualcosa di geniale; questa non riuscirà, o farà comunque molta fatica.
Vittorio riguardò i fogli; la grafia era innaturalmente curata, riprova di quanto lentamente avesse scritto. Non sapeva come far finire la trama, andava avanti a tentoni, e chiunque abbia mai provato a scrivere sa quanto questo sia deleterio; anche lui lo sapeva, ed ecco spiegata la sua stizza.

Le giornate passarono brevi e laboriose. Il commediante scrisse altri dieci incipit di commedie, tutte uguali tra loro, tutte inevitabilmente accartocciate e cestinate; alla fine riprese la prima scelta, accettando di parlare di Jean: la Francia sarebbe stata la vittima designata. Se non altro Parigi gli era sempre piaciuta come città, si disse, almeno l’ambientazione sarebbe stata piacevole.
Vittorio Bacelli scrisse tutto ad una velocità impressionante. Nel giro di poche giornate –per lui prive di notti- ne fece fare di tutti i colori a Jean, riprese mille figuracce già raccontate per la nazione d’Oltralpe. Arrivò quattro giorni prima della rappresentazione dai suoi attori, gettò loro i fogli e se ne andò senza nemmeno una parola; si arrangiassero da soli. Dormì quattro giorni filati, fino alla serata.

Dire che il teatro era gremito non renderebbe l’idea. Chi ha avuto modo di assistere a qualche protesta di piazza può formarsi un’idea di quanta gente ci fosse. In platea nessuno stava a sedere, tutti erano in piedi per ricavare ogni posto possibili dalla sala. Solo nella parte della galleria riservata agli spettatori più importanti era stato impedito a tutti di intrufolarsi, e lì soltanto resisteva l’architettura degli spazi che pensò chi aveva progettato il teatro. Vittorio Bacelli si sporse da dietro le quinte, nervosissimo. Vide molti abiti della miglior fattura e più porpora di quanto avesse previsto. In sala mancava il chiacchiericcio che di consueto precede uno spettacolo; un brusio irreale aleggiava costante, sembrava tagliare l’aria e mozzava il fiato a chi stava sul palco; sembrava fare a fette il velluto spesso del sipario, giungere in lamelle di ghiaccio sulla gola scoperta di tutti quelli che si nascondevano lì dietro; era una sensazione comune, ma nessuno ne parlò tanto la sentiva intima, timorosi com’erano tutti di farsi ridere dietro come un attorucolo da due soldi.
L’uomo non era solito recitare parti negli spettacoli che scriveva, per quanto fosse capace e anche bravo; preferiva starsene seduto e bisbigliare le battute che sapeva sempre a memoria. Quella sera, dato il numero di comparse più elevato del solito, aveva dovuto attribuirsi un piccolo cammeo, un personaggio assolutamente secondario.
Nel silenzio più totale la rappresentazione ebbe inizio. Erano tutti attori di buon livello e si vide sin dalle prime battute, dalla convinzione con cui si muovevano sul palco. Vittorio Bacelli rimase a recitare a sé stesso le battute altrui; quando venne il suo momento scivolò sul palco. Doveva fare poco, dire solo una manciata di parole.
È quanto mai strana la situazione di colui che veda totalmente stravolta una scena che si era già immaginato, come se la foglia che l’autunno sfila al ramo scivolasse verso l’alto sotto i propri occhi. Sul palco salirono dei personaggi che non dovevano esserci; Luisa, che stava recitando la sua battuta, rimase folgorata tanto quanto Vittorio Bacelli, senza però smettere di parlare. Tre poliziotti si avvicinarono ai due e li dichiararono in arresto con enfasi, forse suggestionati dall’occasione. Il pubblico cercò di capire dove andasse a parare questo colpo di scena del tutto inatteso. Vittorio Bacelli e Luisa vennero condotti giù dal palco. Interpretando il tutto come un capolavoro di metateatro gli astanti presero ad applaudire, in visibilio; per giorni interi e poi per settimane e mesi il colpo di genio fece il giro del Paese. Né l’attrice né lo sceneggiatore seppero mai dei complimenti; troppi piedi avevano pestato, illusi di essere protetti dalle promesse di qualche politico. Quelle stesse persone che avevano dato loro il successo li avevano ritenuti ora poco utili, perfino pericolosi.


Lo Scrittore riguardò le ultime parole che aveva scritto con soddisfazione. Aveva riempito più fogli di quel che pensava, e le dita erano indolenzite per il lungo e febbrile battere a macchina. L’editore avrebbe avuto il libro prima ancora del previsto, e Lui sapeva che stavolta aveva fatto un bel lavoro, ne era certo. Non era uno di quegli sciocchi che si ubriacano della loro stessa modestia, speranzosi di ottenere da chi li ascolta un diniego accorato e il riconoscimento delle proprie capacità. Non era come il piccolo Vittorio Bacelli, schiacciato dalle aspettative altrui nella sua fragilità; non come la maschera Jean, intessuta nella falsità e nell’autoinganno. Sapeva che quel che la vita può offrire tocca prenderselo. Sapeva che la vita è un gioco a somma zero, se uno ci guadagna l’altro ci sta perdendo; sapeva che togliendo a Jean e a Vittorio il loro successo quello stesso successo, ora vacante, sarebbe stato pronto ad aspettare Lui.
Non pensò che un giorno qualcun altro parlerà della Sua caduta, e forse Ne prenderà il posto; del resto quel momento è ancora lontano, la vita ha ancora tanto da offrire, e soprattutto quella è un’altra Storia.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 30/10/2012 21:57 Da Titivillus. Motivo: typo
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 30/10/2012 16:44 #7143

Desiderio on the beach

Sentite, ma voi ci credete alle stelle cadenti? Cioè, credete all'adagio popolare secondo il quale quando si avvista una stella cadente bisogna esprimere immediatamente un desiderio e che questo verrà esaudito prontamente? Vedo bene i vostri sguardi con l'occhio della mente. Alcuni sono pieni di speranza, sguardi da sognatori e forse un po' da falliti. Gli altri increduli, da esseri superiori, da gente che non si mischia alla massa o alla “marmaglia”, gente che si attiene unicamente all'esperienza diretta.
Bene, lo ammetto, ho sempre fatto parte della seconda categoria di persone. Non ci ho mai creduto, nemmeno da adolescente. Forse da bambino ci speravo ma l'ho dimenticato in fretta quel mio “credere”. Giunta l'età giusta ho cominciato ad essere ateo, poi ad avere un solo dio: il successo. Anzi, il “Mio Successo”.
Eppure, recentemente, sono venuto a conoscenza di un fatto che definire straordinario, ebbene, è riduttivo. Ho fatto un sogno che mi ha rivelato una serie di eventi fondamentali e incredibili ma di cui, per ragioni che capirete leggendo questo mio scritto, non posso fare a meno di dubitare.
Partiamo dall'inizio: a meno che non siate state rinchiusi negli ultimi cinque anni vi ricorderete certamente della “coppia sulla spiaggia”, no?
Come no?
Davvero?
E dove diavolo siete stati in tutti questi anni?
Allora andrò per gradi, prima la storia in sé, poi le conseguenze. Preparatevi, quello che leggerete è davvero una “bomba”.

Marco era un ragazzo espansivo e aperto, un bel ragazzo a detta di tutti. Si era diplomato quell'estate e immediatamente dopo aver ricevuto i risultati era partito per la sua prima esperienza lavorativa, animatore in un Club Med. Si era trovato abbastanza bene anche se trovava demenziali alcune delle sue mansioni. Ma in fin dei conti, essendo stato assunto per fare soprattutto l'insegnante di tennis, non poteva lamentarsi. Il tennis era la grande passione della sua vita oltre alla biologia e alla medicina. Era riuscito a stringere subito dei buoni rapporti di amicizia con gli altri ragazzi anche se c'era un problema.
Lei, Anna.
Anna era una ragazza molto bella, dal viso angelico e il corpo mozzafiato, anche lei nell'estate tra le superiori e il primo anno di università. A Marco era piaciuta non appena l'aveva vista ma, come sempre gli capitava quando conosceva una ragazza che gli piaceva davvero, era fortemente intimidito da lei. Nelle rare occasioni in cui le aveva parlato, non era riuscito a spiccicare altro che frasi sul tempo e sulla scuola.
Insomma, il risultato era stato che in quel primo mese di contratto, aveva finito per non fare sesso con nessuna delle altre animatrici o delle giovani ospiti a caccia di avventure. Probabilmente era l'unico degli operatori del villaggio a non aver congiunto carnalmente il proprio corpo a un caldo e morbido corpo femminile. Pensava sempre ad Anna, a come avrebbe potuto essere anche solo baciarla o parlarle normalmente.
Si consolava pensando a come i colleghi avevano soprannominato l'oggetto del suo desiderio: Anna, per tutti, era la “vergine di ferro”, soprannome giocato tra la fermezza con cui la ragazza aveva respinto gli infiniti approcci e il fatto che l'espressione indicasse, in origine, uno strumento di tortura.
Quella mattina Marco si era alzato abbastanza contento: quel giorno non aveva praticamente nulla da fare, in quel momento erano pochi gli ospiti iscritti al corso di tennis. Avrebbe finalmente avuto una giornata tutta per sé. Inoltre quel giorno era il 10 di agosto, San Lorenzo, il giorno delle stelle cadenti, secondo le tradizioni.
Da bambino le aveva amate molto le stelle cadenti. Per molti anni aveva avuto l'usanza di andare a vederle su al cascinale dei nonni paterni, ben contenti di ospitare il loro unico nipote maschio. Nonno Totò se lo portava in cima a una collinetta non lontana dalla casa e passava con lui una bella serata di chiacchiere e avvistamenti. Quanto aveva voluto bene a quell'uomo meraviglioso, grande e forte ma con il cuore debole a quanto aveva avuto modo di scoprire.
Marco scacciò via la tristezza e andò nel refettorio comune per fare colazione. Il ragazzo si trovò col vassoio in mano a cercare un posto dove sedersi. Notò immediatamente Anna, sola a un tavolo e d'impulso decise di sedersi accanto a lei. Quando lui le domandò se la sedia fosse libera, lei gli sorrise e fece cenno di sedersi. Iniziarono a chiacchierare del più e del meno fino a quando Anna non gli chiese:
“Ma tu ci credi alle stelle cadenti? Alla storia del desiderio e a tutto il resto?”
“So che è assurdo, ma un pochino sì se devo essere sincero.”
“Anch'io come te. Da bambina il giorno di San Lorenzo, oggi, per me era una festa. Andavo a vederle da una zia che abitava in campagna.”
“Ma dai? Io andavo sempre alla cascina dei miei nonni. Ed era una grande festa anche per me. Senti, stasera potremmo vederle insieme, sulla spiaggia. Che dici?”
“Perché no? Io stacco alle 7, doccia, cena e poi sono libera.”
“Va bene, allora è deciso.”

Marco era ancora incredulo. Si trovava con la ragazza dei suoi sogni, soli sulla spiaggia. Erano coricati vicini su degli asciugami da mare stesi sulla sabbia, poteva sentire il corpo caldo di lei contro il suo fianco. Il ragazzo aveva trascorso tutto il pomeriggio in uno stato di totale sospensione. Per la prima volta nella sua vita aveva capito che cosa significasse “toccare il cielo con un dito”. Sapeva anche che tutti i colleghi ora erano invidiosi di lui, della sua fortuna, del fatto che lui per primo avesse smosso la “vergine di ferro”.
Le stelle cadenti tardavano ad arrivare e loro avevano cominciato a chiacchierare, raccontandosi per prima cosa la storia della propria vita.
Marco le aveva detto della sua famiglia, di quanto fosse legato a quella sorella più piccola affetta dalla sindrome di Down, Rossana, a come l'amasse profondamente per la dolcezza e il calore privo di malizia. Rox piangeva al telefono ogni sera perché il fratello le mancava terribilmente e a Marco si spezzava il cuore ogni volta, visto che da quando era nata non erano mai stato separati per più di pochi giorni. Lo psichiatra della ragazzina lo aveva però consigliato a lui e alla famiglia: ben presto Marco, ragazzo del sud, sarebbe partito per Pavia per iscriversi a Medicina e la sorellina doveva abituarsi al distacco. Voleva specializzarsi in psichiatria anche lui, per poter studiare bene i Down e provare ad aiutarli il più possibile ad avere una vita normale.
Anna gli aveva raccontato di come si sentisse stretta nel paesino della provincia di Bergamo in cui era nata, di come non vedesse sbocchi per il futuro. La sua non era una famiglia ricca e lei, per studiare, avrebbe viaggiato tutti i giorni. Si era iscritta alla facoltà di Lingue perché voleva diventare interprete o insegnare all'estero. Il suo sogno erano gli Stati Uniti, magari vincendo la lotteria per la “green card”, ma qualunque altro posto lontano da casa sarebbe andato bene.
Ora erano in silenzio, intenti a fissare il bel cielo estivo, limpidissimo e poco disturbato dalle luci del villaggio e dei paesi della costa. Avevano trovato un posto piuttosto riparato e in quel momento stavano godendo della reciproca vicinanza.

“Marco, l'hai vista? Era là, sopra l'isoletta!”
Il ragazzo un po' si intristì.
“Oh no, stavo pensando e non guardavo in alto. Aspetta eccone un'altra, guarda è enorme!”
“Sì, sì, l'ho vista anch'io. Dai esprimi un desiderio, ma non dirmelo se no non si avvera. Io il mio ce l'ho.”
Marco si concentrò con tutta la forza del suo essere ed espresse il desiderio. I due ragazzi rimasero nuovamente in silenzio.
In quel momento potevano leggersi nella mente, tanto si erano aperti reciprocamente l'uno con l'altra, raccontandosi i pochi segreti importanti. Marco si girò su un fianco, e si puntellò sul gomito, il viso sopra il viso di Anna. Poi si chinò lentamente chiudendo gli occhi e le loro labbra si unirono, all'inizio leggere. Una scossa li attraversò, seppero di avere trovato la persona più importante della vita e si congratularono per il desiderio che entrambi, poco prima, avevano espresso:
“Per sempre assieme, qui sulla spiaggia.”

Le loro vite si spensero praticamente contemporaneamente,a distanza di pochi millesimi di secondo. Una piccola scheggia di pietra proveniente dallo spazio esterno era riuscita ad arrivare fino a terra colpendoli sulle teste vicine, prima lui dopo lei. Si trattava di un evento sostanzialmente impossibile: quasi mai giunge a terra una parte di quello sciame di meteoriti che noi chiamiamo “stelle cadenti”, eppure quel giorno accadde, facendo sì che il loro comune desiderio si avverasse.

Ora ricordate? Ma sì, i due ragazzi sulla spiaggia, morti per il meteorite? Ma come no?
Nessuno ha visto in internet l'installazione di quella artista giapponese Kioko, quella dei due corpi decapitati rimasti stretti? Perché i loro corpi, sebbene sbalzati via dal meteorite che li aveva colpiti rimasero stretti l'uno all'altro, grazie a un ultimo spasmo. E non potete non avere visto almeno uno dei programmi di Real Tv dedicati all'evento o il plastico dove la scena dell'accadimento venne riprodotta in scala 1:10, nello studio dell'Insetto.
Non avete nemmeno sentito parlare della causa che le famiglie delle vittime hanno fatto alle due scrittrici, una americana l'altra francese, che sono riuscite a scrivere un bestseller a testa ricostruendo l'evento?
Ma dai, sì che lo ricordate. Il film tratto dal romanzo americano ha vinto 5 oscar e l'hanno visto praticamente tutti in occidente. La produzione ha ingaggiato la ventenne più incredibilmente sexy del momento e il ventenne che tutte le donne vorrebbero avere nel letto come protagonisti del film. Le scene sulla spiaggia e nel villaggio sono indimenticabili per tutti, con tutte quelle ragazze in bikini e quei ragazzi a petto nudo. Solo che nella versione americana i due si salvano, il meteorite li sfiora e cade un po' più in là, lasciando sulle loro guance una lieve bruciatura, già sbiadita la settimana dopo quando i due convolano a giuste nozze.
Il film francese, invece, dura quasi tre ore, praticamente solo di dialogo. I critici più maligni hanno affermato che a Cannes gli spettatori abbiano esalato un “Ohhh” soddisfatto nel momento in cui i due ragazzi vengono colpiti dal meteorite, comprensibile visto che il film è esclusivamente una conversazione filosofica, dalla creazione dell'universo alla fisica dei quanti, il tutto recitato a velocità ipersonica.

Come faccio a sapere con esattezza il loro desiderio? Ma l'ho sognato, l'ho già detto all'inizio. E forse non ci andava neanche un genio per dedurlo.
Questa storia insegna una cosa, inequivocabilmente: per quanto non ci crediate, per quanto siate scettici o speranzosi, state attenti a cosa chiedete alle stelle cadenti. Anna e Marco, come desiderato, su quella spiaggia, abbracciati e insieme ci sono rimasti per sempre.
Sì, per sempre.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 30/10/2012 19:58 Da Titivillus.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 30/10/2012 23:10 #7157

STELLA CADENTE

Il segreto dei bambini...

Vi è un bimbo che guarda la notte buia fuori dalla finestra non sà cosa in realtà lo attende, gli viene spesso detto che quando sarà grande potrà fare questo e quello, ma non sà in realtà cosa lo attende...

Oh, se sapesse... spesso gli vien detto che data la sua età non può capire, ma nessuno si è mai nemmeno preso la briga di tentar di spiegarglielo...

Forse, è questo il motivo per cui molti individui al giorno d' oggi si sentono scoraggiati nella loro quotidianità... sin da piccolo gli viene negato questo e quest' altro senza che gli venga data una spiegazione... sei piccolo. Non gli è nemmeno concesso chiedere il perchè... perchè sei piccolo.

Ecco così che quest' individuo cresce nel dubbio. Già, perchè poi quando cresce ha tante domande che spesso finiscon nel dimenticatoio... Ad esempio quel bimbo è sempre stato affascinato da quello che vi è nello spazio... ma ad un bimbo è complicato spiegare com' è difficile raggiungerlo... Non si può spiegare ad un bimbo il moto degli astri e come essi interagiscono tra loro... Così si rimandano i tempi e il piccolo cresce e cresce fino a diventare un ragazzotto... intanto si vede negare numerose esperienze... Una volta cresciuto dice ai suoi genitori quanto gli sarebbe piaciuto esser un astronauta, e a quel ragazzotto vien detto che oramai è troppo vecchio... già, doveva iniziare molto prima i suoi studi, per un impiegato di un piccolo negozio non vi è possibilità di entrare a far parte dell equipaggio che andrà su Marte...

Per gran parte della sua vita, a questo bimbo, vien detto che non è all' altezza, che non è pronto, che non ci riuscirà mai... senz' altro arriverà qualcuno migliore di lui e farà il lavoro al suo posto, prendendosi tutti i meriti... Tra qualche anno, quando quest' individuo assisterà allo sbarco su Marte, e si lascierà scappare una lacrima... decidete voi se sia di felicità o cos' altro...

In realtà, dentro ognuno di noi, vi è il potenziale per far qualunque cosa noi desideriamo, ma siamo esseri così complessi che a volte chi ci stà accanto, seppur vuole la nostra felicità, ci ostacola involontariamente...

Ora pensate se a questo bimbo anni addietro sarebbe stato detto: Oh, tu ce la farai senz' altro, dentro di te vi è un potenziale enorme, e io ti sarò sempre accanto, qualunque cosa tu decida di fare io sarò lì accanto a te, per sorreggerti nei momenti difficili e per gioire insieme dei tuoi successi... tu ce la farai!!!

La prossima volta che vedrete vostro figlio che ammira una stella cadente, non ci sarà il bisogno che gli spiegherete il moto dei pianeti... saranno sufficienti parole ben più semplici...
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] Stella cadente (racconti) 31/10/2012 09:00 #7176

Stella

"A questo punto, Giada, il mio ruolo mi impone di farle una domanda: è davvero sicura di volerlo fare?"

Giada abbassò gli occhi sul tavolo che la divideva dal suo interlocutore e rivisse gli ultimi anni della sua vita.

---

Si chiamava Giada Ferrari, ma per quasi tredici anni tutti l’avevano conosciuta con il suo nome d’arte: Stella.
Stella aveva lasciato scuola e famiglia appena aveva compiuto i diciotto anni e dopo neanche un mese aveva trovato lavoro come attrice porno.
L’affitto da pagare e la sicurezza di un lavoro stabile non erano state le uniche motivazioni per quella scelta: il mondo dell’hard l’aveva sempre affascinata e incuriosita, fin dal tempo in cui, con il suo ex, si divertivano da matti a cercare di riprodurre fedelmente le scene che vedevano nei film porno che ogni tanto guardavano insieme. Inoltre, la natura forse non era stata così generosa nel darle la giusta capacità di studiare e di concentrarsi, ma le aveva donato un corpo bellissimo, che presto l’aveva portata a diventare l’attrice di punta della piccola casa di produzione gestita dal suo capo, Roberto, regista e produttore unico.

Il lavoro di attrice porno, come del resto di solito succede per quasi tutti gli altri lavori, le aveva regalato momenti belli e momenti brutti.
Ricordava ancora con piacere il suo primo film con Rocco Siffredi: quanto era eccitata e preoccupata al tempo stesso…e che sensazione strana che provò quando Rocco la mise a testa in giù e le versò mezza bottiglia di spumante direttamente nel culo; se ripensava a tutte quelle bollicine le venivano i brividi. Che uomo che era stato Rocco…di gente come lui, veramente dedita al suo lavoro, se ne vedeva sempre meno nel suo campo. I ritmi di lavoro erano sì sempre più forsennati, dato che ogni scena veniva girata almeno due volte, una alla mattina e una al pomeriggio, a volte anche tre, ma gli uomini con la u maiuscola ormai non si vedevano quasi più. Oggigiorno qualunque palestrato col cazzo grosso avrebbe potuto fare porno: bastava prendere la pasticchina blu. Si era sempre chiesta da dove arrivasse tutto quel viagra, contrabbando via internet o qualche dottore compiacente?

Come dicevamo però, c’erano stati anche momenti brutti, e Stella ne ricordava particolarmente tre.
Il primo fu una mattina di sette anni fa. Come sempre, prima di andare al lavoro, Stella era tutta nuda davanti al grande specchio in bagno, intenta sia a ricercare minuziosamente piccoli brufoli, punti neri o peli sfuggiti alle sue pinzette, sia a caricarsi per la giornata che l’aspettava. Guardarsi nuda la faceva sentire bella, desiderata, era un’iniezione di autostima di cui aveva bisogno: quando entrava sul set doveva essere al meglio, non solo fisicamente ma anche mentalmente; era la diva lì, era al banco di comando. Gli attori erano ovviamente tutti professionisti, ma al momento in cui venivano era lei a controllarli, con le sue mani, la sua bocca, con qualsiasi parte del corpo Roberto le dicesse di fare; e lì non erano più attori, lì godevano veramente, e godevano perché era lei che li faceva godere, nessun’altra.
Quella mattina le cadde lo sguardo sul piccolo tatuaggio, una stellina, che si era fatta fare sopra il capezzolo sinistro. Quel tatuaggio aveva per lei un significato diverso rispetto al grande tribale che aveva in fondo alla schiena, sopra il culo, o alla farfalla vicino alla vagina; certo, erano tutti e tre ottimi bersagli da eiaculazione, ma la stellina, che aveva fatto tanti anni prima quasi per gioco, era alla fine diventata il simbolo di se stessa, la sua amica del cuore, un qualcosa che non l’avrebbe mai abbandonata.
Quel giorno c’era però qualcosa di strano, di diverso: la stella era leggermente piegata verso il basso, non aveva più una forma perfetta. Stella si prese i seni in mano e li tirò su e giù, svariate volte, poi li lasciò andare nuovamente. Non c’era niente da fare: era arrivata la gravità, e la sua quarta di reggiseno stava cominciando ad arrendersi, portandosi terribilmente dietro la stellina. Giada scacciò il pensiero e si abituò a farlo per gli anni a venire.
Il secondo momento più brutto fu quando, appena compiuti i trent’anni, arrivò al lavoro e conobbe Fabiola, rumena ventenne con fisico da modella, nuova attrice entrata a far parte del cast. La prima cosa che notò di Fabiola fu sicuramente la bocca: due canotti pieni di botulino al posto delle labbra. Da come lei e Roberto si sorridevano a vicenda, capì ben presto che quelle labbra avevano già lavorato bene.
Il terzo e ultimo momento fu quando, qualche mese dopo, Roberto la convocò nel suo ufficio e le comunicò che da quel giorno Fabiola sarebbe diventata la protagonista dei film a seguire, con Stella che sarebbe tornata a fare la semplice comparsa. Inutile raccontare l’acceso scambio di opinioni fra i due, la cosa per noi importante da sapere fu che Stella rassegnò le dimissioni e uscì definitivamente dal mondo del porno. Stella, o meglio Giada, quel giorno decise di andarsene da diva, invece che vedersi mettere da parte a poco a poco.

Giada ora faceva la commessa in un supermercato. Era stata dura trovare un nuovo lavoro, ma alla fine il direttore di questo piccolo market si era sciolto davanti al suo sorriso e le aveva detto sì. Sorriso, nient’altro, Giada aveva sempre avuto una sola regola: attrice hard sì, puttana mai.
Poi aveva trovato anche un uomo, una sorta di relazione stabile come non aveva da moltissimi anni, e insieme stavano progettando di costruire una famiglia. Il treno della sua vita stava quindi prendendo i binari della normalità, almeno secondo il classico pensiero della società di oggi.

Ma c’era qualcosa che ancora non andava, che lei non riusciva a sopportare.

---

Giada rialzò lo sguardo e lo posò sugli occhi del dottore, che lo ricambiò intensamente e forse un po’ imbarazzato.

"Sono grato che lei mi abbia raccontato tutte queste sue vicende personali, però Giada a questo punto mi tolga una curiosità: se lei ha lasciato quel lavoro, perché vuole fare questo intervento? Non ha ancora compiuto quarant’anni, e le assicuro che il suo corpo è bellissimo per l’età che ha. Le ricordo che la mastoplastica non è come l’uso di un cosmetico, o un’iniezione di tossina botulinica, è un vero e proprio intervento al seno, di cui lei proprio sembra non avere bisogno."

Giada lasciò aleggiare la domanda del medico per qualche secondo, poi rispose.

"Io…forse ancora lei non capisce, ma devo farlo."

Il dottore ci pensò su, poi lesse finalmente negli occhi della paziente la sicurezza che stava cercando, e le sorrise.

"Bene, allora fissiamo la data dell’intervento."

Giada esplose in una risata gioiosa e strinse con foga la mano del medico.

Quella cazzo di stellina sarebbe tornata su, e bella dritta, oh sì che ci sarebbe tornata.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 31/10/2012 09:03 Da Titivillus.
L'Argomento è stato bloccato.
  • Pagina:
  • 1
Tempo generazione pagina: 1.21 secondi
Copyright © 2019 UniVersi. Tutti i diritti riservati.
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.